Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15)
Part 33
DELLA TORRE Martino 1257 1263 Filippo 1263 1265 Napoleone 1265 1277 m. 1283 VISCONTI Ottone 1275 1295 Matteo I 1295 abd. 1322 m. 1323 _Guido_ 1302 1311 Galeazzo I 1322 1328 Azzone 1328 1339 Luchino 1339 1349 Giovanni 1349? 1354 Matteo II 1354 1355 Galeazzo II 1354 1378 Bernabò 1354 1385 Gian Galeazzo succ. a Galeazzo II 1378 poi a Bernabò, ed è fatto _duca_ 1395 1402 Gianmaria 1402 1412 Filippo Maria 1412 1447 SFORZA Francesco, duca nel 1450 1447 1466 Galeazzo Maria 1466 1494 Gian Galeazzo 1476 1494 Lodovico _il Moro_ 1494 dep. 1500 m. 1510 Luigi XII _re di Francia_ 1500 1512 Massimiliano Sforza 1512 dep. 1515 m. 1530 Francesco I _re di Francia_ 1515 1521 Francesco II Sforza, ultimo duca 1521 e 1525 1535
§ 21. — Mantova e Monferrato.
Luigi di Gonzaga, _signore di Mantova_ 1328 1360 Guido di 1360 1369 Luigi II 1369 1382 Francesco 1382 1407 Giovanni Francesco, _marchese_ nel 1433 1407 1444 Luigi II 1444 1478 Federico I 1478 1484 Giovanni Francesco II 1481 1519 Federico II, duca nel 1530 1519 1540 Francesco III 1540 1550 Guglielmo, _duca di Monferrato_ nel 1573 1550 1587 Vincenzo I 1587 1612 Francesco IV 1612 Ferdinando _cardinale_ 1612 1626 Vincenzo II _cardinale_ 1626 1627 Carlo di Nevers 1627 1637 Carlo II 1637 1665 Carlo III 1665 dep. 1703 m. 1708
§ 22. — Savoja.
Cronologia incerta; la più probabile pare questa: Umberto _Biancamano_ 1003 Amedeo I 1056? Odone 1045 1060? Pietro I e Amedeo II 1060 1078 e 1080 Umberto II _il Rinforzato, conte di Savoja_ 1080 1103 Amedeo III 1103 1148 Umberto III _beato_ 1148 1188 Tommaso 1188 1233 Amedeo IV 1233 1253 Bonifazio 1253 1263 Pietro II 1263 1268 Filippo I 1268 1285 Amedeo V 1285 1323 Edoardo 1323 1329 Aimone 1329 1343 Amedeo VI (_il Conte Verde_) 1343 1383 Amedeo VII (_il Conte Rosso_) 1383 1391 Amedeo VIII, _duca_ nel 1417 1392 abd. 1440 m. 1451 Lodovico 1440 1465 Amedeo IX _beato_ 1465 1472 Filiberto I 1472 1482 Carlo I 1482 1489 Carlo II 1490 1496 Filippo II 1496 1497 Filiberto II 1497 1504 Carlo III 1504 1553 Emanuele Filiberto 1553 1580 Carlo Emanuele I _il Grande_ 1580 1630 Vittorio Amedeo I 1630 1637 Francesco Giacinto 1637 1638 Carlo Emanuele II 1638 1675 Vittorio Amedeo II 1675 che nel 1713 pel trattato di Utrecht ottiene la Sicilia, e nel 1720 la cambia colla Sardegna, avendone il titolo di _re_ abd. 1730 m. 1732 Carlo Emanuele III 1730 1773 Vittorio Amedeo III 1773 1790 Carlo Emanuele IV 1790 abd. 1802 m. 1819 Il Piemonte è riunito alla Francia Vittorio Emanuele I 1814 abd. 1821 m. 1824 Carlo Felice, ultimo della Casa di Savoja 1821 1831 Carlo Alberto della Casa di Savoja-Carignano 1831 abd. e m. 1849 Vittorio Emanuele II, 23 marzo 1849 nel 1860 dichiarato re d’Italia.
INDICE
CAPITOLO CLXXXIX. Principi e popoli dal 1830 al 46. Aspirazioni e trame _Pag._ 1 CXC. Pio IX. Le Riforme. Le Costituzioni » 79 CXCI. Le insurrezioni » 116 CXCII. Guerra santa. Conquassi » 142 CXCIII. Rassetto forzato. Moto ripreso » 261 CXCIV. Aspirazioni e preparativi piemontesi » 314 CXCV. Acquisto di Venezia e di Roma » 354 CRONOLOGIA ITALICA » 383
NOTE:
[1] A credere vere queste parole c’induce il lutto che noi stesso vedemmo in Firenze alla malattia e morte d’una giovane figlia del granduca Leopoldo II. Stavamo a colloquio una sera con esso, quando ci chiese di poter correre un istante a vedere quella morente; e ritornato, ce ne parlava con tutto l’affetto, ch’è troppo naturale in un padre, ma che i grandi non osano palesare.
[2] Pietro Giordani al 16 dicembre 1824 scriveva: — A dir bene di questo Governo non si finirebbe mai. Dirò solo una cosa recentissima. Un amico mio aveva letto ai Georgofili una dissertazione affatto economica. Piacque molto, e volle subito leggerla un ministro di Stato. La lodò molto; ma perchè lo scrittore aveva detto essere poco discrete e poco prudenti le brame di molti che vorrebbero diminuite le imposte, il ministro lo fece avvertire che anzi dicesse (poichè la dissertazione si stampa) le tali e tali ragioni (e suggeriva le vere e buone) per cui le imposte si devono sempre restringere quanto si può. Questo ministro non è un plebeo, non un giacobino, un carbonaro, un liberale; è don Neri Corsini. I Georgofili sono una società reale: eppure nello stesso giorno spontaneamente nominò socj l’esule Poerio, l’esule Colletta, l’esule Giordani».
[3] A Londra verso il 1770 si erano stabilite varie compagnie dei Muns, dei Tityre-tus, dei Mohocks, che si dilettavano a fare del male pel male stesso; coglievano donne e le voltavano colla testa in giù; rompeano il naso agli uomini; li faceano _sudare_, cioè metteano il primo che capitasse in un circolo, e quello a cui esso volgesse il sedere glielo punzecchiava colla spada, e ognuno ripeteva il giuoco, poi lo davano da strigliare ai valletti, e lo faceano ballare pungendone i polpacci: e malgrado ordini ripetuti, durò fino al fine del regno di Giorgio I.
A Milano verso il 1820 erasi pure introdotta una _Compagnia della Teppa_ che andava facendo simili tiri. E quando il Gualterio dà questa e la _Compagnia Pantenna_ come sintomi ed effetti del liberalismo, vien da piangere al vedere come le belle cause sieno insozzate dai loro adulatori.
[4] Gioberti asserisce che alla _Gazzetta Piemontese_ «era interdetto lodare gli uomini celebrati dalla pubblica opinione»; _Gesuita moderno_, tom. V, p. 22. Il Gualterio dice che Fossombroni pagò trenta scudi un articolo contro Niccolini. In Lombardia, oltre i sistematici attacchi della _Gazzetta_ e della _Biblioteca Italiana_, si sono poi trovate le commissioni date per denigrare taluno (il Cantù) su giornali forestieri, e perfino le bozze di tali articoli spedite alla _Allgemeine Zeitung_, e le aggiunte postevi dagli affidati della Polizia.
[5] Il più smottato panegirista di Carlalberto (Gualterio) asserisce che metà del ministero di esso era «venduto allo straniero, non che aggregato alla Cattolica»; ed esso il sapeva e non sapea congedarli! Di qui «quella che chiamossi oscitanza, ed era accorta prudenza», pag. 620. Il medesimo asserisce che l’Austria avea comprato _tutte_ le persone che lo circondavano, e che per mezzo di queste lo trasse in tanti errori, e in quella abituale ascetica debolezza. Così per isgravare il principe, si taccia tutta una nazione, che pure è tanto lodevole per dignitosa morale. Costui anche sa «per documenti certi che ebbe in mano» ma che non produce, che fino dal 1832 Carlalberto bramava l’amnistia degli esuli del 1821, e che la concesse «spontaneamente con gioja sincera nel 1842»!
[6] Secondo il conto pubblicato dal conte Revel al 4 marzo 1848,
le rendite del Piemonte erano fr. 84,282,216 L’uscita » 80,966,372 Il debito » 95,714,392
cioè poco più dell’entrata di un anno.
[7] Questo avvenne alle edizioni di questa nostra storia, contro le quali protestiamo, non dall’aspetto mercantile, ma dal morale.
[8] «Per selvaggia incuria del Governo», dice La Farina.
[9] Bianchini, nella _Storia delle finanze del regno di Napoli_, dice che il viaggio di Francesco I in Ispagna per condurvi Maria Cristina costò allo Stato 692,705 ducati, che sono tre milioni e mezzo.
[10] Del marchese Giovanni D’Andrea (1776-1841) elogio ben più splendido che non i gonfj panegirici fanno gli stati discussi, pubblicatisi nel 1848, ov’è divisato come nel decennale suo ministero restaurasse le finanze, scassinate dal ministero Medici, spegnesse il debito fluttuante ed altri, imprendesse opere pubbliche, attivasse i fondi dell’ammortizzamento; «pagò con esattezza i pesi dello Stato, tolse talune imposizioni, procurò i fondi per varie opere pubbliche, non contrasse alcun nuovo debito, ritrovò il corso delle iscrizioni del debito pubblico consolidato al 68, lo lasciò al 106; lasciò ducati 2,200,000 di deposito nella tesoreria». Vuolsi ricordare come, essendo magistrato allorchè si attuò il codice Napoleone, egli rinunziò all’impiego per non dover applicare la legge del divorzio, da cui la coscienza sua repugnava. Dopo il 1830 fu insieme ministro delle finanze e delle cose ecclesiastiche, e potè compiere il concordato del 10 settembre 1859, e mantenere in armonia le due potestà.
[11] Nel 1853, i ducentundici battelli che faceano la pesca del corallo sulle coste di Bona e della Cala, quasi tutti erano napoletani, e raccolsero trentacinquemila chilogrammi di corallo, che vendesi a sessanta lire il chilogramma.
[12] La sola Inghilterra nel 1840 consumò un milione di quintali di solfo: nel 1833 se ne erano tratti dalla sola Sicilia quintali 676,413, del valore di ducati 1,952,067.
[13] La prima informazione delle condizioni della Lombardia venne data da noi nel libro _Milano e suo territorio_, pubblicato in occasione del Congresso scientifico del 1845. Una commissione municipale s’incaricava di ottenere di qua, di là risposta ai differenti quesiti che noi le presentavamo; e su ben pochi punti le venne negata. Fu quel libro la fonte a cui attinsero poi i liberali di partito; e vi si riferivano tanto più sicuramente in quanto che, dicevano, era _ufficiale_. Talmente ignoravano la distinzione del Municipio dal Governo quegli stessi che si ergeano maestri e riformatori del governare. Ci dispiace dover soggiungere che _ufficialmente_ venne aperta un’indagine contro l’autore: ma tale stitichezza dell’elemento deleterico di quel Governo non rende meno vera la possibilità di avere e di pubblicare notizie positive, se da queste non fossero stati allora e adesso aborrenti lo spirito di fazione e il sentimentalismo.
[14] Memorabili sono le inondazioni del Po nell’ottobre 1839, in conseguenza di dirottissime pioggie. Ai 17 ottobre presso Torino l’acqua sorgeva metri 5,80 sopra il pelo ordinario, e metri 6,96 presso Lagoscuro alli 8 novembre. Ne furono allagate moltissime parti del Piemonte, ove franò la grossa terra di Solagni nel Tortonese; e più il Mantovano, il Polesine, il Modenese; ed essendosi rotto, forse ad arte, un argine sulla destra a tre miglia sotto Revere, furono allagate da quattrocento miglia quadrate di terreno fra il Po e il Panáro. Nuove piene nel settembre del 1842 ingrossarono ancora più i fiumi, e il Modenese e le Legazioni n’ebbero danni incalcolabili. Nel 1844 l’Arno guastò tutta la valle e Firenze stessa.
[15] Il De Bruck, dappoi ministro in Austria, indi suicida. La società del Lloyd fu autorizzata nel 1836; col capitale di mille cinquecento azioni da mille fiorini nel 1837 fece ottantasette corse con cinque piroscafi; e in quell’anno tragittò ottomila passeggeri, ed ebbe l’introito di censessantatremila trecenquattordici fiorini, ma la spesa di ducentrentaduemila. Nel 1846 aveva venti piroscafi, fece settecenquattro viaggi con cendiciotto mila passeggeri; trasportò denaro e preziosità per venticinque milioni e mezzo, ducenventisettemila lettere, centrentacinque mila settecentrentatre botti, ducentrentasettemila centinaja di Vienna di merci; facendo l’introito di fiorini un milione e quattrocenventimila quattrocencinquanta, di cui trecentrentaseimila erano guadagno netto. La crescente importanza dell’Oriente, i viaggi della valigia dell’Indie, lo sperato taglio dell’istmo di Suez sono felicissime opportunità per quella compagnia, la quale per altro ebbe a soffrire sia dalla rivoluzione, sia dalla guerra di Crimea. Nel 1854 avea cresciuto il suo fondo a tredici milioni di fiorini, e colla spesa di trecensessantamila fiorini avea l’entrata di seicentrentaquattromila. È divisa in tre sezioni: l’una per le assicurazioni; l’una pel servizio de’ battelli a vapore, e ha costituito fucine, arsenali, tiene uffiziali, marinaj, studia le nuove linee d’aprire: la sezione artistico-letteraria sarebbe come la mente di quel corpo, attenta a ricevere le notizie che comunica subito alla borsa, e diffonde per via di giornali; inoltre ha stamperia e calcografia, gabinetto di lettura, e giornali.
[16] È la più bella pagina d’un’arguta _Storia degli ultimi trent’anni_, quella ove sono descritte le conseguenze dell’obbligo di denunziare i colpevoli di Stato, e dello spionaggio. «Il pensiero (traduciam compendiando) che alla lunga viene a prevalere sotto tale giurisprudenza, è la paura; paura di commettere una viltà, paura di parere d’averla commessa, paura d’esporsi a guaj per non commetterla. La paura più forte la vince; e da tale proporzione dipende spesso l’onore o l’ignominia d’una vita intera. Il prudente non vede altro scampo che evitare una via, da cui non si esce che coll’infamia e colla condanna; ma il farlo è fatica di tutti i momenti, e d’una incessante vigilanza. S’imbatte per via in uno di cui non bene conosce le opinioni politiche? deve mostrare di non conoscerlo. Un amico gli si accosta per chiedergli un consiglio? il prudente deve pregarlo di astenersene, di dirigersi a tutt’altri; attesochè quell’amico potrebbe voler consultarlo sul come rispondere a un emissario dei nemici del Governo. Se suo figlio si mostra pensoso e abbattuto, si guarderà dal chiedergliene il motivo; chè potrebb’essere scontentezza politica. Ogni colloquio gli pesa, giacchè può di tratto volgersi a cose di governo. Uomini sì fatti non sono rari, e sono i più onesti fra i vili: ma se un di questi fosse arrestato o interrogato alla Polizia, e s’avvedesse che tante cautele non gli bastarono, non s’ha a temere ch’egli rinunzierebbe all’onore, anzichè alla propria salvezza? Se tale è la prudenza delle persone allevate sotto allo spionaggio austriaco, come meravigliarsi dell’universale diffidenza? Basta che un uomo di genio amabile, insinuante, compagnevole, frequenti molti crocchj, per essere battezzato spia. Zelanti officiosi corrono a tutte le case, aperte all’amabile persona, e susurrano le voci che corrono sul conto di lui. E con che facilità non si credono questi ragguagli! Il padrone di casa, quasi illuminato da subito lampo, — Di fatto (esclama) che vien egli a fare in casa mia? perchè vi si mostra tanto amabile? Da me non ha nulla a sperare. E quando mi arrivò una sventura, quando le sorde persecuzioni della Polizia mi avevano condannato alla solitudine, perchè egli pure non s’allontanò da me? non temeva egli dunque per se stesso? Alla larga da quest’uomo pericoloso». Se un altro si apparta, e stringesi a vivere in angusto circolo, dicono che ha fatto la spia lungo tempo, e che scoperto, cela la propria vergogna. Chi si palesa amico dell’Austria, è naturalmente cansato dagl’Italiani; ma chi biasima il Governo, cade in sospetto di agente provocatore e di tendere insidie. Colui è ricco: sarebbesi impinguato con servigi resi alla Polizia? Colui è povero: resisterà alle tentazioni della miseria? Nessuno insomma è sicuro di simili sospetti; nè si dà Lombardo che possa vantarsi di non temer nulla... e di cui la fiducia nei più intimi amici non abbia vacillato più d’una volta.
[17] L’amnistia fu data il marzo, e i carcerati allo Spielberg nè tampoco la conobbero fino al novembre. Allora non ottennero se non di poter andare in America. Giunta la coronazione, e ripetutasi l’amnistia, chiesero di rimpatriare, e non n’ebbero licenza. Solo nel 1840 il padre di Federico Confalonieri, trovandosi in fin di morte, chiese di veder il figlio; e pare che allora soltanto il buon Ferdinando sapesse com’erano perfidiate le sue intenzioni, poichè senz’altra domanda fu permesso a tutti il ritorno.
[18] Nella raccolta di _Lettere di fisica sperimentale_ di Serafino Serrati, Firenze 1787, è descritta una barca che correa sull’Arno mossa a vapore, e c’è anche la figura. Il primo battello a vapore costruito da una società napoletana il 1818, navigò da Napoli a Marsiglia; ma presto fu abbandonato. Un altro se ne pose nel 1820 sul laghetto di Pusiano in Lombardia, per mero sperimento, o piuttosto per velo alle intelligenze de’ Carbonari, coi quali terminò. Nel 1824 una società, preseduta dal principe Butéra siciliano, ne comprò uno in Inghilterra, che navigò le coste d’Italia.
[19] Nel _Gesuita moderno_, tom. III. pag. 484.
[20] Per ciò, essendo addetto all’ambasceria francese in Toscana, dovette venir a duello con Gabriele Pepe.
[21] Un Boccheciampe, condannato solo a cinque anni per «aver fatto parte della banda, ma non essersi trovato nei due conflitti», fu tenuto come traditore. Ce n’era bisogno? Chi vuol saperne di più intorno a queste mosse veda ANDREINI, _Cronaca epistolare dal 1843 al 45_. Chi racconta a lungo le mene delle società segrete senza disapprovarle, non viene con ciò a giustificare le procedure di cui incolpa i Governi?
[22] Il papa nel 1845 comprò quei beni per 3,750,000 scudi (lire 20,250,000) in obbligazioni di debito pubblico al cinque per cento; poi li vendette per 3,880,000 a una società Rospigliosi, Fedi, De Dominicis, che li rivendette a privati in ritaglio.
[23] Un Mazziniano scriveva, a proposito delle scritture dei moderati, ch’egli intitola soffiafreddo: «Bene o male, il sentimento della dignità nazionale e l’odio dello straniero crescevano; e noi dovevamo confessare che, in quindici anni, non eravamo riusciti che a propagare nella gioventù studiosa la passione politica, ma nel vero popolo mai». _Archivio triennale_, tom. 1. pag. 491.
[24] _Ricordi ai giovani_.
[25] Tal quistione fu introdotta dal Cantù: riprodotta poi a Venezia, fu causa di fatti significativi. _Gli Editori._
[26] Del neoguelfismo in Italia le prime manifestazioni sono a rintracciare (chi il crederebbe?) in Ugo Foscolo. Durante il regno d’Italia, malgrado mille ostacoli, potè pubblicare un articolo in lode di Gregorio VII, e sta fra le opere sue. Nel 1815 preparava un discorso a Pio VII per mostrare «la necessità che il pontefice rimanga in Italia difeso dagl’Italiani». Nel discorso II _sulla servitù dell’Italia_ dice: «Noi Italiani vogliamo e dobbiamo volere, volerlo fin all’ultimo sangue, che il papa sovrano, supremo tutore della religione d’Europa, principe elettivo e italiano, non solo sussista e regni, ma regni sempre in Italia, e difeso dagl’Italiani». E nel III si lagna che si fossero «obliate la sovrumana fortezza e la sapienza politica di quel grande pontefice (Gregorio VII) che vedeva consistere la temporale dignità della Chiesa nell’indipendenza delle nostre città, e quindi nella loro confederazione la più fidata difesa de’ suoi pastori».
[27] Una lega de’ principi italiani era stata proposta dall’Austria fin dal 1821, e si dicea che tale fosse lo scopo d’un congresso dell’imperatore col granduca di Toscana. La Corte romana sentì quanto varrebbe sulle sorti italiche, e rifiutò aderirvi.
[28] Ivi lo trovammo noi quando finiva il _Primato_, e ci lesse quell’ultimo capitolo, ove parla degl’illustri viventi; e ci chiese i nomi de’ migliori, ch’esso ignorava: eppure ne fece una tale mescolanza, da vergognarsi della compagnia. Egli stesso poi stampò che le lodi da lui sparpagliate erano sulla fede d’amici, alle cui relazioni aveva dovuto attenersi.
È naturale che dappoi tutto il merito fosse dato a lui, e niuno a coloro di cui egli professavasi seguace. Tra gli scrittori efficaci sull’opinione italiana, il Gualterio (_Ultimi rivolgimenti italiani_) nè tampoco nomina Manzoni.
[29] Asserisce unica e quasi necessaria alle scienze, alle lettere, alle gentili arti la censura preventiva, e ne magnifica retoricamente i pregj, sol chiedendo non sia esercitato da un uomo solo, ma da un corpo.
[30] _Storia d’Italia_; e passi inediti, addotti dal Ricotti nella _Vita e scritti del conte Cesare Balbo_.
[31] Dedica seconda delle _Speranze_.
[32] «Ridotta ai principi la decisione del passare o no a un Governo deliberativo, sarebbe egli utile passarvi? Parliamo schietto: anche presa dai principi, può esser decisione piena di pericoli, feconda di disunioni, distraente dall’impresa d’indipendenza, nociva dunque». Cap. X. p. 121.
[33] «Confondeasi il gesuitismo colla Compagnia di Gesù, e credeasi che, cacciati i padri da una città o da uno Stato, la peste gesuitica fosse rimossa, e i popoli fatti sicuri. Or i padri Gesuiti non sono che la milizia più attiva ed astuta del gesuitismo, il quale, con altro nome preesisteva ad Ignazio di Lojola». LA FARINA, _Conclusione_ del lib. III.
[34] Nell’_Introduzione alla filosofia_, pag. 32 scriveva: «Dichiaro espressamente ch’io non intendo di far allusione a nessuna persona in particolare, parendomi che il costume di ferire i vivi non sia da uomo civile nè da uomo onesto nè da cristiano».
[35] _Storia del Piemonte_.