Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)
Part 48
[408] _Mémoires de Duplessis-Mornay_, X. 292. Parigi 1825. — È capo d’opera di giochetti l’iscrizione posta al Micanzio nei Serviti a Venezia, scherzando sul nome, sul cognome, sull’età. _ Siste pedem hospes! — non ad tumulum sed ad gloriæ thalamum acquiesce — terreni quod superest reverendissimi patris magistri Fulgentii Micantii — exiguo hoc clauditur lapide — cælesti quod animæ — superno conditur cælo — hic tamen — magnum serenissimæ reipublicæ theologum — quadraginta et octo annis — intuere — cujus virtus — servitanæ religionis nescio an melius — micans sidus aut sol fulgens dixeris — octuagenarius et tertius obiit scilicet ut — octavum virtutis gradum et in tertio — omnis perfectionis numerum explevisse — scias — patruo syderi vere micanti — P. dom. Micantius nepos pp._ 1667.
[409] Lettera LXV, 5 luglio 1611. Tutte le lettere dei residenti di quel tempo riferiscono o di satire o di prediche o di discorsi tenuti da Gesuiti contro la repubblica; de’ loro sforzi per mettere un’Università a Gorizia, o a Ragusi, o a Castiglione delle Stiviere; finchè uscirono le ducali del 14 giugno 1606 che sbandivali dallo Stato, del 18 agosto che proibiva a’ sudditi di mandar figliuoli ai collegi de’ Gesuiti, del 16 marzo 1612 che vietava ogni corrispondenza con essi.
[410] — Jeri morì don Giovanni Marsilio. Li medici dicono che sia morto di veleno; di che io non sapendo innanzi, altro non dico per ora. Hanno bene alcuni preti fatto ufficio con esso lui che ritrattasse le cose scritte; ed egli è sempre restato costante, dicendo avere scritto per la verità, e voler morire con quella fede. Monsieur Asselineau l’ha molte volte visitato, e potrà scrivere più particolari della sua infirmità, perchè io non ho possuto nè ho voluto per varj rispetti ricercarne il fondo. Credo che, se non fosse per ragion di Stato, si troverebbono diversi che salterebbono da questo fosso di Roma nella cima della Riforma: ma chi teme una cosa, chi un’altra. Dio però par che goda la più minima parte de’ pensieri umani. So ch’ella mi intende senza passar più oltre. _Lettera di frà Paolo_, di Venezia il 18 febbraio 1612.
[411] FRÀ FULGENZIO. — Nel lib. IV della _Letteratura veneziana_ del Foscarini è a vedere quanti nobili veneziani in quel tempo coltivassero le scienze sacre e la storia ecclesiastica e ne scrivessero, oltre i prelati e i monaci.
[412] Ricavansi tali particolarità dalle _Memorie_ citate. Vedi pure _Blicke in die Zustände Venedigs zu Anfang des_ XVII _Jahrhunderts_, negli _Historische politische Blätter für das Katholische Deutschland_. Monaco 1843.
* Questo punto fu trattato nelle _Memorie storiche e letterarie della società tedesca di Königsberg_ da G. MOHNICKE, _Versuche zu Anfang des XVII Jahrhunderts etc._ — _Tentativi fatti al principio del secolo XVII per introdur la riforma a Venezia, con due lettere finora inedite di Giovanni Diodati, per illustrare la storia di frà Paolo._ Le quali lettere, che parlano del viaggio del Diodati a Venezia nel settembre 1608, furon date da un suo discendente, professore a Ginevra. Egli dice che frà Paolo non vuol proferirsi, allegando che così potrebbe meglio _saper secrètement la doctrine et autorité papale, en quoi il a extrêmement profité_: quanto a frà Micanzio, _sans doute il aurait effectué quelque notable exploit, s’il n’était continuellement contropesé par la lenteur du p. Paul_.
[413] Ugo Grozio lodava molto quel libro e scriveva: _Sandis quæ habuit scripsit ipse, sed ea ex colloquiis viri maximi fratris Pauli didicerat. Item ad quædam capita notas addivit, jam egregias in defæcando lectorum judicio_. Ep. 388, p. 865. Esso Grozio, stando ambasciadore in Isvezia, ebbe in mano, e trascrisse a varj amici un passo di lettera del Sarpi al Gillot, 12 maggio 1609, siffatto: _Si quam libertatem in Italia aut retinemus aut usurpamus, totam Franciæ debemus. _Vos et dominationi_ resistere docuistis, et illius arcana patefecistis. Majores nostri pro filiis habebantur olim, cum Germania, Anglia et nobilissima alia regna servirent; ipsique servitutis instrumenta fuere. Postquam excusso jugo, illa ad libertatem aspirarunt, tota vis _dominationis_ in nos conversa est. Nos quid hiscere ausi fuissemus contra ea quæ majoris nostri probaverant, nisi vos subvenissetis? sed utinam omnino subsidiis vestri uti possemus!_ Ep. 574.
Le lettere del Sarpi pubblicaronsi a Ginevra colla data di Verona 1673, poi in calce alla _Storia arcana di frà Paolo_. Sono dirette a Girolamo Groslot signor Dell’Isola, amico del Casaubono, al medico Pietro Asselineau, a Francesco Castrino ugonotto, a Giacomo Gillot, consigliere al parlamento di Parigi. Il Leti, nella vita di Cromwell, si attribuisce la pubblicazione di queste lettere. Alcuni ne hanno impugnato l’autenticità; altri le supposero interpolate. Questa seconda asserzione non potrebbe che provarsi coi particolari: esaminate le ragioni contrarie, io le credo autentiche; e gran peso mi fa questo passo del famoso Pietro Bayle, nella lettera al signor Sondré, 21 settembre 1671: _Frà Paolo a été un des plus grands hommes de son temps. On a imprimé ici ses lettres; mais on croit qu’ont arrêtera l’impression, à cause que messieurs de Rome y verroient qu’il entretenait commerce avec ceux de notre religion...... et qu’ainsi ils recuseraient son témoignage touchant l’histoire du Concile, que nous leurs opposons. Ce fut une des raisons qui obligea monsieur Dallez à s’opposer à l’impression de ces mêmes lettres; quoique au reste il eût beaucoup de passion pour la gioire à frà Paul, qu’il avoit autrefois connu très-particulièrement à Venise lorsqu’il conduisit les petits neveux de monsieur Duplessis-Mornay_.
Non così credo autentiche le _Scelte lettere inedite_, stampate a Capolago il 1847, essendo di stile pieno di tropi, e girato in tutt’altro modo che quel di frà Paolo: o piuttosto sono di mani diverse. V’è premessa una vita, d’un anonimo che rinnega il buon senso più triviale per dire le più sbardellate ingiurie a Roma e ai preti. Egli crede vere le lettere del 1673, ed esaltando frà Paolo per la sua avversione a Roma, nega però ch’e’ pensasse far protestante Venezia, nè che convenisse abbattere la dominazione della Chiesa: — È vero che la politica romana si mostrava oscillante e mal ferma; pure era necessaria al contrappeso politico della penisola, contribuiva a conservare l’agonizzante indipendenza dei governi nazionali d’Italia. Lo Stato pontifizio era un governo nazionale, buono o cattivo che fosse, ma per quei tempi più buono che cattivo, e sotto cui i popoli viveano men peggio che altrove, massime che sotto il dominio de’ forestieri; nè si sarebbe potuto abbatterlo senza far sorgere gravi disordini».
[414] _Lettera_ LXX, 13 settembre 1611.
[415] Chiesto dall’ambasciatore olandese di commendatizie, Mornay gli scriveva il 3 ottobre 1609: _Pour adresse, je ne la vous puis donner meilleure qu’au vénérable père Paulo, directeur des meilleurs affaires... auquel, avec le zèle de Dieu, vous trouverez une grande prudence conjoincte: mais il faut l’exciter à ce que l’une enfin emporte l’autre. Vous avez aussi le père Fulgenzio qui n’est que feu, prêcheur admirable_. Mémoires, 393.
Il Pallavino, nella prima edizione della _Storia del concilio Tridentino_, avea detto che frà Paolo, imbattuto l’ambasciadore d’Olanda, gli disse che avea gran piacere di vedere il rappresentante di una repubblica, la quale teneva il papa per anticristo: ma convien dire riconoscesse falso l’aneddoto, giacchè nelle ristampe lo eliminò. Bayle lo riferisce sotto Aarsens. Vittorio Siri dice aver trovato negli archivj di Francia moltissime traccie del favore dato dal Sarpi agli Ugonotti, e massime ne’ registri del nunzio Ubaldini, attentissimo a svertarne la trama, e che cercò averne lettere originali per imputarlo d’eretico avanti al senato veneto.
[416] Questo fatto, arditamente impugnato e da Voltaire e da Daru come viltà indegna di Enrico IV, è messo fuor di dubbio dalle Memorie di Mornay.
* In una cronaca citata dal Cicogna, _Iscrizioni_, tom. V. p. 556, leggesi al 1606: «Occorse in questi giorni che le R. monache di S. Bernardo di Murano, persuase dal suo cappellano, furono scoperte che osservavano l’interdetto del papa, e che non ascoltavano messa nè si confessavano e comunicavano, havendoli detto reverendo mostrato un giubileo che ha concesso il papa a chi osserverà l’interdetto, nè ascolterà messa, promettendogli un paradiso di delitie fatte a lor modo... Havendole prima persuase li suoi procuratori del monasterio et senatori loro parenti, et anco il vicario del suo vescovo, nè per questo havendole potute rimover da questa loro opinione, furono immediate mandati li capitani del Consiglio di X d’ordine del senato a serrarle nel Convento, ficando le finestre et porte de fuori con buoni cadenazzi con pena della vita a chi s’accostasse a detto monasterio, nè meno le soccorresse di cosa alcuna, tenendole del continuo guardie».
[417] _Lettera_ XLIV al signor Dell’Isola.
[418] _Lettera_ LX allo stesso. Vedi pure le Memorie di Mornay, X. 386, 390, 443, 456, 546; e Courrayer, nella vita di frà Paolo premessa alla sua traduzione della _Storia del Concilio di Trento_, pag. 66. Anche pochi giorni prima dell’uccisione di Enrico IV, il Sarpi scriveva: _Nulli dubium quin, sicut Ecclesia verbo formata est, ita verbo rite reformetur. Attamen, sicuti magni morbi per contrarios curantur, sic in bello spes; nam extremorum morborum extrema remedia. Hoc mihi crede e propinquo res videnti. Non aliunde nostra salus provenire potest_. Opp. di frà Paolo, VI, 79. Nella LIII lettera, compiangendo la morte di Sully, dice che l’amava «per la fermezza della sua religione». Di Giacomo I scrive: — Se il re d’Inghilterra non fosse dottore, si potrebbe sperare qualche bene, e sarebbe un gran principio, perchè Spagna non si può vincere se non levato il pretesto della religione; nè questo si leverà, se non introducendo i Riformati nell’Italia. E se il re sapesse fare, sarebbe facile e in Torino e qui». _Lettera_ LXXXVIII.
[419] _Lettera_ LI, 12 ottobre 1610.
[420] _Lettera_ LXXXVIII, 29 marzo 1612 al Groslot. E di tutto ciò più distesamente vedasi nella _Storia arcana della vita di_ _frà Paolo Sarpi, scritta da M. G. FONTANINI, e documenti relativi_. Venezia 1803. È opera postuma, e l’editore arciprete Ferrario l’annunzia così: — Chiunque tu sia, che pigli a leggere questo libro, a me basta che abbi amore e zelo di religione; che abbi fedeltà ed attaccamento ai governi. Buon cattolico e buon cittadino, questo libro ti piacerà. Esso leva una gran maschera, scopre un grand’impostore, palesa un grand’empio ecc.».
Esso Fontanini dà frà Paolo come un tipo dell’ipocrito, perchè del carattere sacerdotale e dell’esemplarità «non volle servirsi ad altro fine che per guadagnarsi il concetto popolare di uomo dabbene, con disegno occulto di quindi poter seminare a man salva le sue dottrine, senza sospetto che fossero giudicate aliene dalla vera credenza ecc.
[421] Lettera 6 marzo 1611. _Memorie_, X. 169. Nelle _Lettere diplomatiche_ del Bentivoglio, al 27 febbrajo 1619 leggesi: — Per via di un ministro già ugonotto, che si è convertito poi alla religione, ho saputo ultimamente che, nel tempo dell’interdetto dei Veneziani, alcuni ministri eretici di Ginevra, di Berna e d’altre parti convicine pensarono di valersi di quell’occasione per ispargere in Venezia il veleno dell’eresia. Onde fra loro fu risoluto in particolare che si mandasse colà sotto nome di mercante un certo tale dei Diodati, italiano lucchese, che è ministro in Ginevra. Egli dunque v’andò in compagnia d’altri mercanti eretici, i quali, anch’essi consapevoli del disegno, avevano carico di doverlo ajutare. Giunto che fu in Venezia, esso Diodati trattò segretamente con diversi ed in particolare con frà Paolo, nel quale scoperse una grande alienazione dalla corte di Roma, e sensi del tutto contrarj all’autorità della santa Sede; ma nel resto non poteva comprendere ch’egli avesse alcuna inclinazione di voler abbracciare assolutamente l’eresia. Il detto Diodati insieme con que’ mercanti, oltre al parlare che fece, vi disseminò con molta segretezza un buon numero di libri eretici, particolarmente della Bibbia tradotta in lingua italiana. Ciò fatto, egli se ne tornò poi a Ginevra con isperanza che il veleno ch’egli aveva sparso fosse per fare non piccolo progresso. Io, dopo aver inteso questo, dubitando che di quel veleno non vi resti ancora qualche corruzione, stimai di doverne parlare, come feci al signor cardinale di Retz ed al signor di Pisins, e trovai che anch’essi avevano avuto l’istessa informazione per la medesima strada, e Pisins mi disse che si erano ricevute appunto lettere pochi dì sono dall’ambasciadore di questa maestà in Venezia, che avvisava che colà le cose passavano a qualche libertà pericolosa in questa materia di religione, per rispetto della licenza che si pigliavano quelle genti forestiere che sono state assoldate dalla repubblica, ed in particolare il loro capo. Dopo mi ha detto il medesimo Pisins che con altre lettere più fresche dello stesso ambasciatore era inteso che questo disordine non fosse di quel pericolo che si era dubitato».
[422] _Magna Deo gratia, quod mediis Venetiis virum magnanimum, magnum illum Paulum excitavit, qui teterrimas sophistarum fraudes, et paralogismos quibus orbi christiano illuditur, palam faceret. Puto vidisse te opuscula hujus Pauli, meo judicio præstantissima, et dignissima quæ legantur a te. Lætaberis scio, et magno heroi votis favebis tuis._ Ep. 474 del 7 novembre 1606. Pochi giorni prima egli stesso scriveva d’essere stato dall’ambasciadore Pietro Priuli invitato a Venezia, dove rallegravasi di poter incontrare _magnum Paulum, quem Deus necessario tempore ad magnum opus fortissimum athletam excitasset_, e prosegue in lodarlo. Allo Scaligero (ep. 480, 11 marzo 1607): _Vidisti ne quæ Venetiis prodiere scripta a paucis mensibus? Ego cum illa lego, spe nescio qua ducor futurum fortasse illic aliquando et literis sacris et meliori literaturæ locum. Mirum dictu quam multi tam brevi tempore animum ad scribendum applicuerint. Atqui nemo erat qui existimaret ex ea urbe unum aut alterum posse reperiri earum rerum intelligentem, quæ a doctrina lojolitica abhorrent tantopere. Exitum ejus controversiae cum hæc scribebam, omnes μετέωροι in hac urbe expectabant. Deus ad gratum sibi finem omnia perducat_. Nell’ep. 484 del 18 marzo a Scipione Gentili: _O viros! o exactam earum rerum cognitionem, quas in illis oris nemini putabant plerique esse notas! multa legi... omnia probavi et laudavi, sed inter omnes mirum dictu quantum judicio Paulus excellat, quem scimus virum esse doctissimum, vitæ innocentissimæ, juditii tenacissimi. Hujus si scripta legisti, ecquid de vestra Italia sperare incipis?_ E lo Scaligero rispondendogli d’aver tutto letto, soggiunge: _In illis auctoribus tres palmam obtinent: Paulus servita, Marsilius neapolitanus, Antonius Querinus patricius. Certe quomodocumque in amicitiam coeant illæ duæ partes, nunquam coire poterunt in cicatricem illa vulnera, nunquam stigmata deleri, quæ pontifex accepit_. Ep. 131 del 22 marzo 1607.
[423] _Mémoires de Sully_, tom. III. p. 27.
[424] In esse è detto: — A me pare poterle ricordare che convenga procedere con lenità; e che quel gran corpo voglia esser curato con mano paterna... Delle persone di frà Paolo e Giovanni Marsilio e degli altri seduttori, che passano sotto nome di teologi, si è discorso con vostra signoria a voce; la quale doverìa non aver difficoltà in ottenere che fossero consegnati al Sant’Officio, non che abbandonati dalla repubblica, e privati dello stipendio che si è loro costituito con tanto scandalo del mondo».
[425] MOROSINI, _Storia_, lib. 18. p. 699.
* L’anno dopo che la storia del concilio era stata pubblicata, mandavasi alla riconciliata Venezia un nunzio apostolico, nelle cui istruzioni (1 giugno 1621) leggesi:
«Sotto il capo della santa Inquisizione pare che si possa ridurre la persona di frà Paolo servita, della quale vostra signoria ha piena cognizione. Io non le favellerò dei mali che faccia, nè delle pessime dottrine ed opinioni che sparge, e de’ perniciosissimi consigli che apporta, tanto più rei e malvagi, quanto più sono coperti dal manto della sua ipocrisia, e dalla falsa apparenza della mal creduta sua bontà, perchè il tutto è a lei manifesto; ma le dirò brevemente che nostro Signore non ha lasciato di parlarne come si conviene a’ signori ambasciatori, li quali, così in questo come nella materia del Sant’Officio, hanno sfuggito gl’incontri delle paterne esortazioni di sua santità, non coll’opporsi, ma col negare il male; e però, quanto a frà Paolo, hanno risposto non essere stimato da loro nè tenuto in credito nessuno appresso la Repubblica, ma starsene colà ritirato, nè doversene però avere ombra o gelosia veruna, benchè si sappia pubblicamente il contrario. Vostra signoria potrà nondimeno osservare di fresco i suoi andamenti, e ce ne farà la più vera relazione che potrà averne, perchè sua santità penserà a continuare gli ufficj ed altro opportuno rimedio; e vostra signoria successivamente ci anderà proponendo quello che più riuscibile si potesse adoprare, almeno per levarlo di colà, e farlo ritirare altrove a viversi quietamente, reconciliandosi ad un’ora colla Chiesa: ma finalmente non è da sperarne molto, e converrà aspettarne il rimedio da Dio, essendo tanto innanzi negli anni, che non può esser grandemente lontano dalle sue pene; e solamente si deve temere che non si lasci dietro degli scolari e degli scritti, e che ancora morto, non continui ad essere alla Repubblica pernicioso».
[426] _Lettere_ LV e XI, XII al signor Dell’Isola.
[427] Il Botta, che pur la copia a tutto pasto, com’è il suo solito, e che s’ispira di tutti i suoi rancori, è costretto confessare che «l’odio acerbo che frà Paolo portava alla corte di Roma, il faceva dare alcuna volta in opinioni erronee ed in soverchia mordacità»; lib. XVI. Appena uscì la traduzione francese pel Courayer, il cardinale di Tencin emanò una pastorale fortissima contro quell’opera, intitolando frà Paolo vero protestante. L’autografo d’essa storia si conserva nella Marciana, e non differisce punto dallo stampato. Si conoscono varie confutazioni di frà Paolo, tra cui le osservazioni di Bernardino Florio arcivescovo di Zara, rimaste manoscritte. Abbiamo _Frà Paolo Sarpi giustificato, dissertazioni epistolari_ di GIUSTO NAVE, Colonia 1752, che credonsi del veneziano Giuseppe Bergantini, ovvero del Grisellini, e stampate a Lucca; come pure _Justification de frà Paolo Sarpi, ou lettres d’un prêtre italien à un magistrat français_ etc., Parigi 1811, che sono del genovese Eustachio Degola. Alberto Mazzoleni, monaco nel bergamasco convento di Pontida, avea raccolto ben cinquanta volumi di documenti intorno al concilio, del quale volea scrivere la storia: morì senza farne nulla, e la sua collezione fu venduta al tirolese Antonio Mazzetti, che poi la lasciò alla città di Trento.
[428] Quanto si è detto su quegli assassini! Il principale era un Poma mercante fallito, fanatico come tanti cattolici e protestanti, che credevano legittimar anche il pugnale colla religione; ad un amico scriveva: — Non è uomo del mondo cristiano che non avesse fatto quel ch’io, e Dio con il tempo lo farà conoscere»; e volea stampare che, non ad istanza di chicchessia, ma per servigio di Dio aveva operato. Frà Fulgenzio dice che gli assassini ricoverarono in casa del nunzio. Potrebbe anch’essere, e le immunità, di cui si era allora tanto gelosi, avrebbero indotto il nunzio a proteggerli: ma il preciso contrario consta dalle deposizioni de’ gondolieri; ne conviene perfino l’autore della ostilissima vita del Sarpi, anteposta alle lettere inedite. La storia di que’ miserabili è conosciuta; vantavano aver denari a josa, poi trovavansi tutti sul lastrico, e precisamente in Romagna vennero arrestati, e il Poma terminò nelle carceri di Civitavecchia; così prete Michele Viti, e il Parrasio; uno fu decapitato a Perugia. L’autore della vita suddetta va almanaccando i motivi di tal condotta di Roma; frà Paolo stesso se ne meraviglia; conseguenza d’un dato arbitrario e falso.
[429] _Lettera_ dell’8 giugno 1612. Il cardinale Baronio aveva anche il giusto sentimento dell’arte, e del rispetto che le si deve; onde nella chiesa sua titolare de’ Santi Nereo ed Achilleo, ridotta all’antica forma, fece porre quest’iscrizione:
PRESBYTER. CARD. SVCCESSOR QVISQVIS FVERIS — ROGO TE PER GLORIAM DEI ET — PER MERITA HORVM MARTIRVM — NIHIL DEMITO NIHIL MINVITO NIHIL MVTATO — RESTITVTAM ANTIQUITATEM PIE SERVATO — SIC TE DEVS MARTYRVM SVORVM PRECIBVS — SEMPER ADJVVET.
Ora la storia ecclesiastica si vien rinnovando mercè la cognizione d’un’infinità di lettere pontifizie, pubblicate nei _Regesta pontificum romanorum ab condita ecclesia ad annum 1098_, di Filippo Jaffe, Berlino 1852. Soltanto dall’882 al 1073 aggiunge al Mansi 1557 documenti, e 1881 al gran Bollario: del XII secolo ha 6791 bolle, mentre il Bollario ne ha 600, 1176 il Labbe, 1389 il Manso.
[430] _Lettera_ 2 marzo 1658 a Gian Luca Durazzo. «Chi legge la storia esattissima del Pallavicino, attonito della libertà dei Padri, sarìa talor tentato di appellarla licenza; ma è tale la saldezza di forza organica, che la Chiesa mai non teme rimostranze». TAPPARELLI, _Saggio teoretico di diritto naturale_, nota CXXVII.
[431] _Ein grosser Liebhaber der wahren Religion und Gottseligkeit._ LUTERO, _Ep._ 401.
[432] Di tali avvenimenti non fa motto il Guichenon; ma vedi MURATORI al 1531.
[433] Lettera data da Ginevra il 17 dicembre 1403; e prosegue narrando alcune superstizioni di Ginevra, ove festeggiavasi sant’Oriente; e di Losanna, ove i campagnuoli veneravano (dic’egli) il sole, ogni mattina dirigendogli voti e preghiere.
[434] J. J. Herzog (_De origine et pristino statu Waldensium secundum antiquissima eorum scripta cum libris catholicorum ejusdem ævi collata_, Hala, 1849) vuol provare che la _Confessio fidei_ non è già del 1120, ma posteriore al colloquio de’ Valdesi con Ecolampadio nel 1530.
Egli stesso pubblicò a Hala nel 1853 _Die romanischen Waldenser ihre vorreformatorichen Zustände und Lehren, ihre Reformation in sechzehenten Jahrhundert, und die Rückwirkungen Derselben nach ihren eignen Schriften dargestellt_. Tuttoché protestante, vuol provare che le credenze dei Valdesi modificaronsi assai, sempre più allontanandosi dalla Chiesa cattolica, e accogliendo le opinioni degli Ussiti.
Anche A. W. Dieckhoff (_Die Waldenser in Mittelalter_, Gottinga 1851) tende a provare che i varj scritti, i quali si sogliono riferire ai cominciamenti dei Valdesi, son mera imitazione degli Ussiti.
[435] GILLES, _Histoire générale des Eglises vaudoises_, cap. I.
[436] HAMON, _Vie de saint François de Sales_, 1854.
[437] Cavo queste parole da lettere che si trovano nell’archivio Mediceo (_Corrispondenza di Napoli_), forse non autentiche, certamente esagerate, come ciò che si scrive in tempo di partito e sotto l’impressione del momento. Vorrebbero attribuirsi ad uno che accompagnò Ascanio Caracciolo in quella spedizione, e datano dal giugno 1562, da Montalto. Dicono: