Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)

Part 4

Chapter 43,685 wordsPublic domain

Fatto che sarà il mausoleo di Giulio II, dove collocarlo? Michelangelo propose di compiere la tribuna, dal Rosellini divisata in testa all’antica basilica; non vi vorrebbero meno di centomila scudi. — Ducentomila se occorrono», rispose Giulio; e si cominciò a discuterne; e come di cosa nasce cosa, quel papa, a cui nulla parea troppo grande, sentì nascersi il desiderio di dare degna occupazione ai valenti artisti col ricostruire San Pietro. Bramante prevalse ai competitori, ma i disegni andarono perduti, salvo quel che Rafaello raccolse e che il Serlio pubblicò. Davanti, un peristilio a triplici colonne; dentro, croce latina terminante in tre semicircoli, donde l’occhio s’alzerebbe alla cupola, per la quale, sopra le volte gigantesche del Tempio della Pace, proponevasi collocare la rotonda del Panteon.

Niuno dunque può contendergli il merito del gran concetto, benchè non effettuato: e quella perfetta unità, con armonia delle linee e delle parti, avrebbe fatto parere San Pietro più grande del vero, come ora accade il contrario. Postovi mano, della fretta apparvero risentimenti nei crepacci; e i contrafforti con cui Michelangelo rinforzò i deboli piloni, alterarono l’economia dell’edifizio. Morti Giulio e Bramante; morto il Sangallo che aveva compilato tutti gli edifizj di Roma antica in un disegno che sarebbe riuscito interminabile; morti frà Giocondo e Rafaello, cui Leone X l’avea successivamente affidato, l’ebbe Baldassarre Peruzzi. Costui disegnò una croce greca, finita in quattro emicicli, sopra cui quattro campanili: entrandovi per quattro porte, l’occhio da ogni parte cadeva sopra l’altare posto in mezzo, sotto alla cupola. Bello e armonico disegno, ma al quale sarebbe stato mestieri altro coraggio e vivacità che non n’avesse il Peruzzi, meglio opportuno a disporre piccoli palazzi e facciate eleganti.

Paolo III nel 1546 affidò la fabbrica a Michelangelo, il quale di settantadue anni si accinse a coprire San Pietro. L’età e più il carattere toglievano ch’e’ pensasse, come altri, a perpetuarsi l’impiego eternando il lavoro; ricusò l’assegno di seicento zecchini; e mentre un modello complicatissimo del Sangallo era valso cinquemila centottantaquattro scudi, egli finì il suo in quindici giorni, e con venticinque scudi, sopprimendo le particolarità dispendiose, e con ciò aumentando maestà, grandezza, facilità. Preferì la croce greca, corintia dentro e fuori, con un ordine solo, e colla più possibile unità. Il papa gli concesse di mutare quel che voleva, ma nulla alterasse il modello; ond’egli, vinte le cabale, superando le maldicenze coll’unico mezzo da ciò, il disprezzarle, inoltrò di pari passo tutto l’edifizio. La cupola doveva costituirne la parte principale, e dai quattro bracci godersene la vista; e il grandioso stilobate, sovra cui rilevò tutto l’edifizio, accenna qual sarebbe riuscita la fronte se i successivi non l’avessero guasta.

Tra questi lavori morì a novant’anni. Al suo mortorio in San Lorenzo soprastavano il Vasari e il Bronzino pittori, l’Ammanato e il Cellini scultori: Benedetto Varchi recitò l’orazione funebre, molti poetarono, altri fecero una quantità d’iscrizioni. V’assisteano da ottanta fra pittori e scultori: molti aveano fatto mostra di abilità nel catafalco, ornato di storie a chiaroscuro e di statue: e Fame ed Eternità, e l’Odio e la Sproporzione e la Pietà, tutti i fiumi del mondo che venivano a condolersi coll’Arno; tutti i pittori da Cimabue in poi che incontravano l’ombra di Michelangelo; e varj atti della vita di questo, e massimamente gli onori rendutigli da principi; ed altre invenzioni ed allegorie, perdonabili ad apparati effimeri[29].

Certo egli fu uno de’ caratteri più nobilmente improntati. Molto doveva ai Medici, pure ne aborrì la tirannia; munì di difese Firenze, ma prima che assediata fosse partì per Venezia. Reduce poi, e perdonato da Clemente VII, s’adoprò per quelli che aveano resa serva la sua patria; ma sulla statua della Notte scrisse, « — È bene ch’ella dorma per non vedere i mali e l’obbrobrio»[30]: rifiutò d’architettare la fortezza; e chi dicesse che poco monta perchè altri la farebbe, non merita di capire cosa sia la dignità. Di profondità morale e religiosa son monumento le sue lettere al Vasari, che gli narrava le feste per la nascita d’un nipotino di lui: — Mi dispiace tal pompa, perchè l’uomo non deve ridere quando il mondo tutto piange; e mi pare che Lionardo a un che nasce non abbia a fare quella allegrezza che s’ha a serbare alla morte di chi è ben vissuto». Austero di condotta, frugale e perciò incorruttibile, amò quei che gli stavano attorno, la morte d’un fedel servo l’accorò come fosse d’un figlio, e scriveva al Vasari: — Voi sapete come Urbino è morto, di che m’è stata grandissima grazia di Dio, ma con grave mio danno e infinito dolore. La grazia è stata che, dove in vita mi teneva vivo, morendo m’ha insegnato morire non con dispiacere, ma con desiderio della morte. Io l’ho tenuto ventisei anni, e hollo trovato carissimo e fedele; e ora che lo avevo fatto ricco, e che io lo aspettavo bastone e riposo della mia vecchiezza, m’è sparito, nè m’è rimasta altra speranza che di rivederlo in paradiso. E di questo m’ha mostro segno Iddio per la felicissima morte che ha fatto, chè, più assai che ’l morire, gli è rincresciuto lasciarmi in questo mondo traditore con tanti affanni, benchè la maggior parte di me n’è ita seco, nè mi rimane altro che un’infinita miseria».

Amò Vittoria Colonna d’amor casto e profondo, e nella morte di lei risentì tutta la poesia del dolore; «e mi ricorda d’averlo udito dire che d’altro non si doleva, se non che, quando l’andò a vedere nel passare di questa vita, non così le baciò la fronte o la faccia, come baciò la mano»[31]. Agli emuli non rispondeva, dicendo: — Chi combatte con dappochi non vince a nulla». La persuasione del suo merito s’avvicinava all’arroganza, eppure tratto tratto ricadeva nella diffidenza, non delineava più che soggetti della Divina Commedia, e rifuggiva sotto l’ale della misericordia eterna[32], e credevasi insufficiente all’arte, mentre gli fioccavano onori.

Con sì splendide, anzi uniche commissioni abbracciando l’intero ciclo delle arti, sopravvivendo a quanti aveano levato grido, colla robustezza di un genio che ne’ suoi vortici trascinava quanto l’avvicinasse, colla nobiltà d’un carattere incontaminato, colla franchezza nel dar precetti e sentenze, coll’aver creato modelli in ciascuna delle arti e nelle due città che n’erano centri, dovea naturalmente eccitare l’entusiasmo del suo secolo, che lo proclamava «più che mortale angel divino»; entusiasmo alimentato anche dagli scrittori d’arte, fiorentini i più, e dai successivi che voleano innestare la nascente loro gloria sul nome del maestro di cattiva scuola. Perocchè, amico siccom’era del singolare più che del vero, proponendosi che le produzioni dell’arte riuscissero più belle che quelle della natura, e mirando agli effetti anche dove il soggetto non li domanda, avviò ad un bello di convenzione, e a quel precipizio di cui egli accorgevasi di camminare sull’orlo, quando, nel compiacersi della cappella Sistina, esclamava: — Quanti quest’opera mia ne vuole ingoffire!»

Fu nel maggior trionfo di Michelangelo che tornò a Firenze il Perugino, e mentre le sue figure erano dichiarate goffe da quello, egli trovava dure e senz’anima quelle di Michelangelo: ne derivarono ingiurie e risse, e il tribunale degli Otto interpostosi, die’ torto al Perugino. Il quale allora scredette in se stesso, volle emulare la scuola naturalista, e mal riuscendo, era bersagliato dai Michelangioleschi con epigrammi e pasquinate, come secco di stile, duro e povero nel drappeggiare, monotono ne’ caratteri e nelle pose, scarso e ripetuto nelle invenzioni; aggiungevano fosse avaro[33]; le quali maldicenze raccolsero e tramandarono il Vasari per piaggiare a Michelangelo, e Paolo Giovio, pel cui museo egli non volle tributare. Il Perugino difendevasi male, come chi un tempo si vide lodatissime le qualità che allora gli si rinfacciavano; uscì di Firenze per sempre, ma continuò a lavorare; e attorno a lui fiorivano Giovanni spagnuolo, Gaudenzio Ferrari lombardo, Girolamo Genga d’Urbino eccellente prospettista, Pierino da Pistoja, il Boccaccini di Cremona, il Pinturicchio, il Rossetti, l’Ingegno, come era soprannominato Andrea Luigi d’Assisi, che divenuto cieco, visse fino a ottantasei anni, consolandosi che sol questa miseria l’avesse impedito d’eguagliare Rafaello.

Coi due sommi s’accompagna Leonardo da Vinci (1452-1519), pittore, scultore, poeta, musico, geometra, architetto; talento universale, eppure in niuna parte leggero; se non che quel suo bisogno di cercar sempre novità gli lasciò eseguire poche cose, poche finirne. Carattere puro e fermo, a’ suoi scolari largheggiava soccorsi; a chi non fosse contento de’ suoi quadri, restituiva il prezzo convenuto; e quanto fosse disinteressato lo attestano le centinaja di disegni che lasciò, la cui finitezza prova pure quanto e come studiasse. Comprava uccelli per diletto di liberarli: sbizzarriva d’invenzioni; e per sorprendere gli amici or diffondeva esalazioni fragranti, ora fetide; or disponeva un immenso budello, e riempiendolo d’aria con un soffietto, ravviluppava gli astanti fra quelle inaspettate spire; or dava il volo ad uccelletti meccanici, trastulli di mente bisognosa di creare.

Lodovico il Moro, «il quale molto si dilettava del suono della lira», lo chiamò a Milano «perchè sonasse uno stromento, di sua mano fabbricato»; ma datosi a conoscere per meglio che sonatore, fu adoperato in opere di meccanica e idrostatica. Mentre però tanto ardimento mostrava in queste, «pareva che di ogni ora tremasse quando si poneva a dipingere; e però non diede mai fine ad alcuna cosa cominciata, considerando la grandezza dell’arte, talchè egli scorgeva errori in quelle cose che ad altri parevano miracoli» (Lomazzo). Sedici anni si ostinò attorno al modello della statua equestre di Francesco Sforza, e indugiossi a fonderla tanto, che i Francesi di Luigi XII venuti a Milano la presero a bersaglio. Nel refettorio delle Grazie dipinse con lunghissima attenzione il Cenacolo[34]; dove, escludendo i materiali indizj della santità e divinità e i simboli tradizionali degli apostoli, volle che ciascuno restasse conosciuto dall’aria e dall’emozione natagli all’udire le patetiche parole: onde in quel dramma armonico e ragionevole presentò la scala ascendente nella bellezza della forma, usandola come pacata manifestazione di sentimenti profondi. E dipinger la passione fu la sua gran lode, e col rappresentare i caratteri elevò l’arte al patetico che n’è il trionfo. Duole che, oltre l’infelice situazione, egli abbia compromesso quest’insigne lavoro col dipingerlo non a fresco, ma a olio; sicchè ormai non si va che a deplorarne gli smunti avanzi. Con sentimento ragionato coglie felicemente l’insieme e i particolari, unendo l’ideale e il reale penetra nella vita del corpo e dello spirito; giovasi di tutte le scuole per vestir forme perfette a concetto assegnato e profondo, nè cede a veruno de’ contemporanei per isquisito disegnare e fermezza di linee e forme. Sommo nel magistero del colorire, colla grazia e il giuoco dell’impasto dava ai lumi uno splendore misurato che portasse rilievo alle figure, sicchè divenne maestro del tingere ai Veneziani stessi, e al Giorgione[35] non meno che a frà Bartolomeo.

Caduto Lodovico il Moro, Leonardo tornò a Firenze, e per quattro anni carezzò il ritratto di madonna Lisa, dove il sorriso della voluttà antica è rialzato dall’intelligenza moderna, e che fu da re Francesco comprato quattromila scudi; come la bellezza misteriosa e il riso fugace si ammirano in quella sua Gioconda, attorno alla quale s’industriò vent’anni il bulino del Calamatta, per offrirla come un giojello all’esposizione universale del 1855. Preparò il cartone della battaglia d’Anghiari, che a concorrenza con Michelangelo dovea dipingere, tutto impeto e vita d’uomini e di cavalli: ma nato un tumulto, gli invidiosi o gli ammiratori (spesso per vie diverse riescono al medesimo fine) lo fecero in brani per disputarseli: quasi fosse destino l’andar a male le opere di lui più studiate. Aveva allora cinquantadue anni; e incontentabile com’era, non potè più reggere a fronte de’ Michelangioleschi, che a vedere e non vedere finivano le loro opere; onde volentieri accettò la chiamata di re Francesco, ma non pare compisse alcun lavoro in quella Francia, che or tanti possiede dei quadri e degli scritti suoi[36].

Quanto profondo scrutatore fosse della natura, lo attestano gli scritti di variatissima scienza, che lasciò confusi ed informi, e gli estratti o raccozzamenti che se ne stamparono; dove la qualità che campeggia è la sagacità. Il suo trattato della pittura è delle prime disquisizioni intorno ai canoni dell’arte, solendo dire che la teorica è il capitano, la pratica i soldati: meditato scientificamente il corpo umano, diede una teorica precisa d’anatomia pittoresca. Pose prima di Bacone che, «senza la sperienza, nulla dà di sè certezza»; e vuole per mezzo di questa si scopra la ragione: essa è interprete della natura, nè mai s’inganna, bensì il giudizio nostro coll’aspettare effetti ch’essa non porge; la si consulti dunque, variando di modi, finchè possano trarsene conseguenze generali. Mancano di certezza le scienze cui non possa applicarsi qualche parte delle matematiche. Quelli che non consultano i fatti ma gli autori, non sono figli della natura, ma nipoti, poichè essa sola è maestra de’ veri ingegni. Benchè essa cominci dal ragionamento e finisca colla sperienza, via opposta dobbiamo tener noi; citare prima lo sperimento, poi dimostrare perchè i corpi sieno costretti operare a quel modo.

La meccanica chiamava «paradiso delle scienze matematiche, perchè con quella si viene al frutto d’esse scienze»: onde fece moltissime macchine per le arti o per le occorrenze domestiche, e v’applicò la geometria. Conobbe la teorica delle forze obliquamente applicate alla leva, e il contrasto delle travi; tenne conto degli sfregamenti, con metodi ingegnosi che poi Amontons perfezionò; dichiarava impossibile il moto perpetuo e la quadratura del circolo; inventò un dinamometro; applicò a molti casi il teorema delle celerità eventuali; primo de’ moderni si occupò del centro di gravità e dell’influenza sua sui corpi in riposo e in moto; spesso ripete che i corpi pesano nella direzione del loro movimento, e che il peso (oggi diremmo la forza) cresce in ragione della velocità; sa che, nella discesa per piani inclinati di eguale altezza, il tempo sta come le lunghezze; che un corpo discende per l’arco d’un circolo, piuttosto che per la corda; e che calando per un declive, risale con altrettanta velocità come fosse caduto perpendicolarmente da altezza eguale.

Scrisse sulle fortificazioni; d’idrostatica stese un compiuto trattato con un concatenamento di problemi, e prevenne d’un secolo il Castelli posando le basi della teoria delle onde e delle correnti; conobbe la forza del vapore, e pensò fin applicarlo ai cannoni da guerra[37]. A lui è dovuto il pensiero d’incanalar l’Arno dopo Pisa, opera compiuta due secoli appresso da Vincenzo Viviani; insegnò le colmate, o almeno le descrisse esattamente e ne diede la teorica; descrive la camera oscura prima del Porta; prima del Maurolìco spiega lo spettro solare in un buco angoloso; prima di Argand osserva che, se il lucignolo d’una lampada fosse forato, il colore della luce riuscirebbe uniforme; insegna la prospettiva aerea, la natura delle ombre colorate, i movimenti dell’iride, gli effetti dell’impressione visuale e altri fenomeni dell’occhio, ignoti a Vittelion.

In un capitolo _Sull’antico stato della terra_ confuta coloro che diceano la natura e l’influenza degli astri aver potuto formare le conchiglie d’età differenti che si trovano nelle roccie, e indurire le sabbie a varie altezze, in varj tempi; ma supponendo il mare abbia coperti i terreni, non solo spiega per via di sedimenti le stratificazioni orizzontali o diversamente inclinate, ma accenna anche il sollevamento de’ continenti. Attribuì alla forza del sole l’esser le acque sotto all’equatore più elevate che ai poli, affine di «ristabilire la perfetta sfericità»; errore, ma che indica come conoscesse la disuguaglianza degli assi. Prima di Copernico sostiene la rotazione della Terra, in grazia della quale considera come composto il movimento de’ corpi nel cadere. La luce cinerica della parte oscura della Luna spiega colla riflessione della Terra, come gran tempo di poi asserì Mästlin[38]. Capì che l’aria atta alla respirazione doveva alimentare la fiamma. All’universalità di cognizioni univa quella potenza magistrale, che non solo trova la perfezione, ma sa trasmetterla, e alle due scuole distinte che lasciò a Firenze e in Lombardia insegnava a dipinger la vita, il movimento, farvi concorrere alla rappresentazione tutte le abilità, disegno, colorito, carattere, e tutte regolate dalla ragione.

Collochiamo dunque il Vinci tra i restauratori della scienza e della filosofia, col rincrescimento che le occupazioni troppo variate gli abbiano impedito di trarre a compimento o di far pubbliche tante sottilissime e capitali invenzioni. E agl’ineducati artisti dei giorni nostri non si finisca di ripetere come i tre più grandi fossero addottrinati così che sarebbero immortali se anche non avessero dipinto e scolpito. L’intelligenza dà all’arte l’ultima forma e grandezza.

Meno per genio proprio che per fatica perseverante e armoniosa imitazione si schiera coi sommi Andrea del Sarto (1488-1530), il quale la devozione di frate Angelico e la meditazione di Leonardo riprodusse nella Madonna di San Francesco, e in quella del Sacco, che Rafaello non avrebbe finita più delicatamente, nè Michelangelo più largamente disegnata. La storia del Battista nello Scalzo del 1514 ha disegno puro e facile, semplice disposizione di figure, pôse assicurate, angeli e bambini deliziosi a vedersi, e inarrivabile contrasto di luce e d’ombre. Nel cortile dell’Annunziata cominciò, il 1510, la vita di san Filippo Benizzi, ridente sempre e grazioso, con ischietta dignità, pur già piegando verso la monotonia e la negligente facilità: che se meritò il nome di _Andrea senza errori_, difettò nella poesia di grandiosi concetti, e nel robusto aggruppare. Chiamato in Francia, e avuto da quel re denari per venir qui a comprare quadri, se li tenne per passione della Lucrezia del Fede; dalla quale bassezza avvilito, si rimpiattò; ebbe a soffrire dei disastri ultimi della sua patria, infine morì di quarantadue anni, derelitto perfino dalla Lucrezia. Quando, per l’assedio del 1529, si demolivano i sobborghi di Firenze, non si osò porre il martello ad una parete di San Salvi, dove Andrea avea dipinto la Cena.

Furongli amici e ajuto il Franciabigio e il Puligo; e migliore Jacopo Carducci, detto il Pontormo, che, vedute le incisioni di Alberto Dürer, chinò a quel fare, poi al michelangiolesco, e così variando sempre senza proprio carattere, l’altrui imitava per modo di farsi scambiare. Del Bronzino suo scolaro lodano l’Adultera e il Sagrifizio d’Abramo; gentile ne’ volti e vago nelle composizioni, ma con poco rilievo e colorire giallastro e scarsa varietà. La Deposizione alla Trinità de’ Monti, uno dei tre migliori quadri di Roma, loda Daniele Ricciarelli di Volterra, indipendente scolaro di Michelangelo, come la strage degli Innocenti alla galleria di Firenze. L’intimo sentimento religioso, ricavato dalla venerazione pel Savonarola, salvò frà Bartolomeo della Porta (1469-1517) dalle invenzioni voluttuose, allora domandate, e colla tranquillità dignitosa che infuse nelle sue figure meritò un posto nella tribuna di Firenze. A lui Pier Soderini gonfaloniere commise un quadro da collocare nella sala del gran consiglio, dove fossero tutti i santi e protettori di Firenze, e quelli nel cui giorno ebbe vittorie. Sommo coloritore e maestro nel panneggiare, dai Michelangioleschi era motteggiato come inetto alle grandi proporzioni e inesperto d’anatomia; al che rispose trionfalmente col colossale San Marco e col nudo San Sebastiano: ma la moda e le statue antiche lo trassero negli ultimi tempi in crudezze di linee e di tinte[39].

Fede all’arte cristiana conservarono l’incisore Baldini, devoto al Savonarola, Giannantonio Sogliani, che ne’ visi dei santi esprimeva «un riverbero della gloria del cielo», e dell’inferno in quelli dei ribaldi; Lorenzo di Credi, puro, ingenuo, tutto soave melanconia; Ridolfo del Ghirlandajo, che spira pietà nella Madonna in San Pietro di Pistoja, e nei due miracoli di San Zanobi alla galleria de’ Pitti. Ebbe carissimo un Michele, per ciò detto di Ridolfo, che seco lavorò in molte chiese di Firenze. Le costoro botteghe prendeano spesso apparenza di oratorj; e deposto il pennello, or recitavano passi di Dante, ora sul liuto accompagnavano qualche sacra cantilena, o ragionavano della morte; mentre la bellezza delle modelle, le braverie, le canzoni amorose spassavano quelle del Cellini o del Peruzzi.

Fra gli aneddoti, di cui è tessuta e forse travisata la storia artistica d’allora, vien raccontato che Michelangelo, volendo emulare Rafaello nelle temperate invenzioni e nel colorire armonico, desse i proprj disegni a tingere a Sebastiano del Piombo (1485-1547), imitatore del Giorgione, e diligente nel finire. A questo modo la Risurrezione di Lazzaro fu contrapposta alla Trasfigurazione; e Sebastiano, invanito, pretese pareggiarsi a Michelangelo e Rafaello: ma quando egli accompagnava Tiziano alla visita delle pitture, questi vedendo i restauri fatti nelle stanze vaticane dopo i danni del sacco, proruppe, — Chi fu il presuntuoso ignorante che guastò quelle faccie?» Era stato Sebastiano.

Di Francesco Rustici, scolaro di Leonardo, e morto in Francia, sono le statue di bronzo sopra il battistero di Firenze, dove lavorò pure Andrea Contucci da Sansovino, scultore, fonditore, architetto, che lasciò opere a Genova, a Roma nella chiesa del Popolo, in Portogallo, e principalmente l’esterno della Santa Casa di Loreto. Molti Fiesolani continuavano la disciplina del Ferruccio e del Boscoli.

E già pareva non si potesse far meglio che imitare o le delicatezze di Rafaello o le grandiosità di Michelangelo; ma, come disse ad altro proposito il Guicciardini, «l’imitazione del male supera sempre l’esempio, siccome, al contrario, l’imitazione del bene rimane sempre inferiore». Gli scolari di Raffaello ne seguirono principalmente il lato sensuale; e cacciati dalla peste e dai Tedeschi, si diffusero per tutta Italia propagatori del buon gusto, che modificò le qualità primitive delle varie scuole.

A Giulio Pippi (1492-1546), di storia ignota, pien d’estro e celerità più che scelto nelle idee, Rafaello dava a compire le invenzioni architettoniche appena schizzate; donde nacquero varj casini di Roma, e la elegantissima villa Madama a monte Mario, colle decorazioni più gentili dopo le loggie vaticane. Dal marchese Gonzaga fu chiamato a Mantova, dove la scuola del Mantegna era sopravvissuta in due suoi figliuoli, nei Monsignori, in altri che scolpendo e pitturando modificarono la maniera di quel maestro, poi il ferrarese Costa avea formato eccellenti scolari, fra cui il Leonbruno e il Febus. Giulio di robuste dighe vi frenava il Po ed il Mincio, sanò le bassure, intere vie rifece, restaurò antichi e pose edifizj nuovi, tra cui principale è il palazzo del Te, quadro di sessanta metri di lato, con immenso cortile; ed egli stesso lo storiò imitando l’antico, massime nei bassorilievi di stucco[40], e nella sala de’ Giganti mascherando la forma architettonica colla pittura, e sempre decrescendo di nobiltà e purezza con invenzioni gentilesche, conformi alla sensuale sua vita, nè sdegnò prostituirsi alle infamie dell’Aretino. La cattedrale di Mantova rifece sul gusto antico; nella facciata ineseguita di San Petronio a Bologna tenne il mezzo fra il gotico e il greco.