Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)
Part 39
Tra i Grigioni stessi i dissidj religiosi s’erano convertiti in politici, formandosi due fazioni, una detta evangelica, favorevole a Francia e capitanata dai Salis, l’altra cattolica e ligia a Spagna sotto la guida dei Planta; di che peggiorò la condizion del paese; già mal governato dall’aristocrazia, guasto dalla corruzione straniera, e oppressivo de’ sudditi. I Riformati recansi a contrario il partito austriaco, e infervorati dai predicanti, abbattono i castelli dei Planta (1620), carcerano gli avversi, e a Tusis stabiliscono lo _Strafgeritch_, corte marziale che ergevasi con poteri dittatorj qualora lo statuto patrio pericolasse.
Qui cominciano processi violenti e supplizj e bandi; Nicolò Rusca, santo arciprete di Sondrio, muore sulla corda; molti caporioni cattolici sono uccisi, altri fuggono, e spargesi voce d’una congiura ordita per trucidare tutti i Cattolici della Rezia e della Valtellina, e rendervi dominatrice esclusiva la Riforma. I Cattolici mutano la pietà in isdegno, lo sgomento in furore, e accordatisi, scannano quanti sono Protestanti nella valle (19 luglio), la quale si dichiara indipendente, e ordina governo proprio sotto Giacomo Robustelli, ch’era stato l’anima di que’ movimenti. I Grigioni accorrono alla vendetta; le vittorie s’avvicendano; i Cattolici allora invocano l’Austria, che sempre desiderosa di quella, invade non solo la Valtellina, ma ben anche la Rezia. Però la gelosia di Francia ostava, il papa intromettevasi, e più anni trascorsero fra guerre e trattative e certa infelicità della disputata valle, incapace col proprio coraggio a sostenersi fra quei grossi ambiziosi. Alfine questi a Milano, senza tampoco ascoltare i Valtellinesi, fecero un capitolato che la restituiva ai Grigioni (1637), patto non vi dimorassero Protestanti nè Inquisizione.
Su questi fatti ritorneremo (cap. CLIII), ma qui volemmo accennarli anche trascendendo i limiti del presente libro, onde insieme raccogliere quanto ha tratto alla grande critica religiosa, gittatasi nel XVI secolo; secolo che cominciò nel modo più grandioso, colla scoperta d’un nuovo mondo e la rapida conversione di quello, col massimo fiore dell’arti e delle lettere; poi vide intromettersi la quistione religiosa, e dietro ad essa la confusione degli spiriti, l’anarchia degli atti, la tirannide ammantata dal pretesto di reprimerla, il fanatismo persecutore; sicchè, invece di poter congiungere la libertà cittadina coll’indipendenza religiosa, fu d’uopo combattere dentro e fuori la barbarie che parea rinnovarsi; e fu reso possibile il succedere in Italia d’un secolo d’indecorosa miseria, ove potè giudicarsi perita la civiltà da chi non credesse fermamente che la Provvidenza per la via del male guida l’umanità a continuamente procedere verso idee più vere, costumi più umani, libertà meglio intesa.
FINE DEL LIBRO DECIMOTERZO E DEL TOMO DECIMO
INDICE
LIBRO DECIMOTERZO
CAPITOLO
CXL. Secolo di Leon X. Belle arti _Pag_. 1 CXLI. Lingue dotte. Risorgimento della italiana. La Crusca. La Critica » 118 CXLII. Poeti del secolo d’oro. Il teatro » 168 CXLIII. Indole di quella letteratura. I mecenati. Gli artisti » 222 CXLIV. Costumi. Opinioni » 283 CXLV. La riforma religiosa procede. Opposizione papale. Riformati italiani. Inquisizione » 361 CXLVI. Rimbalzo cattolico. Concilio Tridentino. Riforma morale » 439 CXLVII. Quistioni giurisdizionali. Diritto cattolico. Il Sarpi e il Pallavicino » 499 CXLVIII. Guerre religiose. I Valdesi. La Valtellina » 552
NOTE:
[1] Quante cose restino ancora a rivelarsi sulle arti nostrali appare dall’opera di Runge, che testè si pubblicò a Berlino, _Beiträge zur Kenntniss der Backsteinarchitecture Italiens_.
[2] Ha il diametro di quarantatre metri, alta cento metri dal suolo, quarantadue dalla cornice del tamburo all’occhio del lanternino; meno alta di quella del Vaticano sol perchè meno elevati i piloni su cui imposta; ma la supera di quattro braccia di larghezza; non ha rinfianchi o gradinate o speroni, bastando alla solidità sua i costoloni degli otto spicchi; eppure non ebbe bisogno di cerchi di ferro, nè diede quelle tante paure, per cui grossi volumi si scrissero e i principali architetti studiarono intorno a quella di Michelangelo.
[3] _Duplices facito clausuras, secto duobus locis flumine, spacio intermisso quod navis longitudinem capiat, ut, si erit navis conscensura, cum ea applicarit inferior clausura occludatur, aperiatur superior; sin autem erit descensura, contra claudatur superior, aperiatur inferior. Navis eo pacto, cum instar dimissa parte fluenti evehetur fluvio secundo: residuum autem aquæ superior asservabit clausura. — De re ædificatoria_, lib. X. c. 12.
Gli Olandesi pretenderebbero il passo sovra gl’Italiani, riportando quest’invenzione fino al 1220: ma chi ponga mente al trattato _Della fortificazione per chiuse_ di Simone Stevin, ingegnere del principe Maurizio di Nassau, stampato nel 1608, sarà chiaro dalle figure, che le chiuse a doppia imposta da lui descritte non servono che a rimontare coll’alta marea ne’ canali che vi sboccano, e non a discenderne dopo il riflusso, come si potrebbe colle nostre. In Francia dovett’essere portata l’invenzione da Leonardo da Vinci al principio del 1500; il quale forse inventò di mettere le porte ad angolo, spediente a farle facilmente servibili.
[4] L’ultimo descrittore delle arti italiane ch’io conosca, Jacopo Burckhardt, dice che le finestre dell’ospedale di Milano _Sind die reichsten und elegantesten gothischen Fenster, die sich in diesem Stoff bilden liessen. — Der Cicerone; eine Anleitung zum Genuss der Kunstwercke Italiens._ Basel, 1855.
[5] Donde l’epigramma del Sannazaro:
_Jucundus geminum imposuit tibi, Sequana, pontem;_ _Hunc in jure potes dicere pontificem._
[6] Rafaello scriveva a suo zio Simon di Battista Ciarla: — Circa a stare a Roma, non posso star altrove più per tempo alcuno, per amor della fabbrica di Santo Pietro, che sono in loco di Bramante: ma qual loco è più degno al mondo che Roma? qual impresa è più degna di San Pietro? che è il primo tempio del mondo, e che questa è la più gran fabbrica che sia mai vista, che monterà più d’un milione d’oro. E sappiate che ’l papa ha deputato di spendere sessantamila ducati l’anno per questa fabbrica, e non pensa mai altro. Mi ha dato un compagno, frate dottissimo e vecchio di più d’ottant’anni: il papa vede che ’l può vivere poco: ha risoluto sua santità di darmelo per compagno, ch’è uomo di gran riputazione, sapientissimo, acciò che io possa imparare se ha alcun bello secreto in architettura, acciò io diventa perfettissimo in quest’arte. Ha nome frà Giocondo, e ogni dì il papa ci manda a chiamare, e ragiona con noi un pezzo di questa fabbrica».
[7] Sulle moltissime opere d’oreficeria di Perugia lesse un discorso Angelo Angelucci nell’accademia di quella città il 18 settembre 1853.
[8] L’Oldrado da Tresseno nel Broletto di Milano è ad alto rilievo. È pur a mentovare la statua di Alberto d’Este sulla cattedrale di Ferrara.
[9] Si dà per un monumento della riconoscenza de’ Veneziani; ma in fatto il Coicone lasciò di che erigergli questa statua in piazza di San Marco, il che dal senato non fu consentito. Di cavalli ricorderemo quello di Enrico II, per ordine di Caterina de’ Medici fuso da Daniele Ricciarelli da Volterra; e le due statue di Piacenza per Francesco Mocchi di Montevarchi, con svolazzi ed attitudini teatrali. Un gigantesco cavallo stava davanti a Santa Restituta in Napoli, che il vulgo credeva fatto per incanto da Virgilio, e vi si conducevano i cavalli per guarirli o preservarli da malattie. I vescovi credettero bene distruggere cotesta superstizione, e ne fecero le campane del duomo; solo la magnifica testa fu conservata dai Caraffa.
[10] Sul Civitali e sulle opere d’altri di sua casa a lui attribuite, vedi _Memorie lucchesi_, vol. VIII. p. 57 e seg., e due lezioni del marchese Mazzarosa.
[11] Lo stile le fa credere più recenti, quand’anche non vi fosse la data del 1515, cioè di ottant’anni dopo che Luca era morto. Suo nipote Andrea cominciò a corromperne la purezza. Seguirono Giovanni, Girolamo, Luca, e frà Ambrogio seguace del Savonarola, che fecero importanti lavori ma sempre deteriorando.
[12] Di quel mirabile palazzo è la parte più notevole la cappella, dipinta nel 1407 da Taddeo Bartoli con istorie di Maria e di santi, figure simboliche, eroi, ecc.
[13]
_Vos, Antenoridæ, si tuti vultis ab hoste_ _Esse, foris muros, pax vos liget intus amoris....._ _Arboreis frustra petitur sub frondibus umbra_ _Interius morbus si viscera torret acutus._ _Ne pereant igitur labor ac impendia muri,_ _Cives, consilium vestri servate Johannis._
È del 1240.
[14] _In controversiis causarum corporales inimicitiæ oriuntur, fit amissio expensarum, labor animi exercetur, corpus quotidie fatigatur, multa et inhonesta crimina inde consequuntur, bona et utilia opera postponuntur, et qui sæpe credunt obtinere, frequenter succumbunt, et si obtinent, computatis laboribus et expenses, nihil acquirunt_.
[15]
_Hos spectate viros, animisque infigite, cives._ _Publica concordi nam dum bona mente secuti_ _Majestas romana duces tremefecit et orbem;_ _Ambitio sed cæca duos ubi traxit ad arma,_ _Libertas romana perit, scissoque senatu,_ _Heu licet et puero caput altæ abscindere Romæ._
[16]
Specchiatevi in costor, voi che reggete, Se volete regnar mille e mille anni: Seguite il ben comune, e non v’inganni Se alcuna passione in voi avete. Dritti consigli, come quei, rendete, Che qui di sotto son con lunghi panni, Giusti coll’arme ne’ comuni affanni Come quest’altri che quaggiù vedete. Sempre maggior sarete insieme uniti E salirete al ciel pien d’ogni gloria Siccome fece il gran popol di Marte, Il quale avendo del mondo vittoria, Poichè in fra lor si fur dentro partiti, Perdè la libertà in ogni parte.
[17] L’epitafio in onor di esso composto da Annibal Caro dice:
Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari; L’atteggiai, l’avvivai, le diedi moto, Le diedi affetto: insegni il Buonarroto A tutti gli altri, e da me solo impari.
[18] Nella storia di san Francesco, il Vasari ammira «un vescovo, parato con gli occhiali al naso, che gli canta la vigilia, che il non sentirlo solamente lo dimostra dipinto». _Vita del Ghirlandajo_.
[19] VASARI. Il Cicognara, _Storia della scultura_, lib. III. c. 2, c il Tambroni nell’edizione del Cennino sostengono averci pitture nostre a olio, anteriori a Giovanni da Brugia. Raspe, _A critical essay on oil Painting_, cita un manoscritto _De artibus Romanorum_ di un Eraclio romano, che si suppone vissuto nell’XI secolo, ove si parla _de omnibus coloribus oleo distemperatis_, ma per dipingere muri a somiglianza di marmi.
Nei documenti che Sebastiano Ciampi trasse dalla sagristia pistoiese leggo al 1301 che, per dipingere la _maestà_ (in Lombardia si dà ancora tal nome alle immaginette di foglio) furon date _libre_ XXXIX _trementina; e pro pretio centinarum quatuor linseminis ad operam magiestatis et aliarum figurarum quæ fiunt in majori ecclesia_. Il padre Marchesi, nel _Commentario alla vita di Antonello da Messina_, raccolse tutte le ragioni pro e contro, e asserisce a Van-Eyck l’invenzione di stemperare i colori nell’olio vegetale, poi combinarli insieme, e condur francamente il pennello in modo che paja opera d’un sol getto, senza che occorra aspettare che le varie velature si asciughino.
* Il conte Giovanni Secco-Suardo (_Sulla scoperta e introduzione in Italia dell’odierno sistema di dipinger ad olio_, Milano 1858) tolse a chiarire che lo stemperare i colori nell’olio naturale di linseme non erasi mai fatto prima di Van-Eyck, che lo trovò fra il 1410 e il 1417: che Antonello, nato verso il 1414 da padre pittore, presso re Renato vide un quadro di Van-Eyck a olio, e invaghitosene, andò in Fiandra per apprenderne l’arte, e nel 1445 vi dipinse il Calvario ad Anversa. Tornato in patria, dipingeva ancora nel 1497, cioè avendo ottant’anni.
[20] Le molte pitture di Fiamminghi e Tedeschi che trovavansi in Italia nel cinquecento son noverate da Burkhardt, _Der Cicerone_, pag. 845.
[21] Sotto due quadri nell’accademia di Venezia leggesi: _Gentilis Bellinus amore incensus crucis_ 1496. — _Gentilis Bellinus pio sanctissimæ crucis affectu lubens fecit_ 1500. Giovanni, sotto la madonna della sacristia dei Frari scrisse:
_Janua certa poli, duc mentem, dirige vitam_ _Quæ peragam, commissa tuæ sint omnia curæ._
[22] È noto che l’intaglio in legno fin al 1795 consistette nell’abbassare col temperino tutte le parti che non fossero disegnate: dopo d’allora vi si adoprò il bulino, e perciò vi si richiede esercizio, come in arte particolare. Nella splendida opera _Holzschnitte berühmter Meister_, Rodolfo Weigel vuol dimostrare che i grandi pittori d’ogni età amarono e coltivarono l’intaglio in legno.
* Nel _Kunstblatt_ del 1835, nº 58, è riferita un’immagine coll’iscrizione _S. Nicola d’Tholentino_. Il santo porta un libro ov’è scritto _precepta pris mei servavi_. 1446. È l’anno appunto in cui quel santo fu canonizzato: e se quella data sogna il tempo di tale incisione, sarebbe un documento antichissimo dell’intaglio in legno, fatto, secondo tutte le probabilità, in Italia.
[23] Le ragioni dei Tedeschi sono sostenute principalmente da Rumohr, _Untersuchung der Gründe für die Annahme, dass Maso di Finiguerra Erfinder des Handgriffs sei, gestochene Metalplatten auf genetztes Papier abzudrucken_. Lipsia 1841.
[24] È forse anteriore alla Crocifissione della galleria Fesch. Anche dopo il Vasari, Duppa, Braun, Rumohr, Nagler, Rehberg, Quatremère de Quincy, Passavant (_Rafael von Urbino und sein Vater Giovanni Santi_), resta a desiderarsi una compiuta monografia di quel genio della bellezza armonica.
[25] «Gl’ignudi, che fece nella camera di Torre Borgia, ancorchè siano buoni, non sono in tutto eccellenti. Parimenti non soddisfeciono affatto quelli nella volta del palazzo Chigi». VASARI, _Vita di Rafaello_.
[26] Il parallelo fra i pittori antichi e i nostri fu da molti istituito, e ultimamente con più sistematica erudizione da M. H. Fortoul (_Etudes d’archéologie et d’histoire_, 1854). Alla prima epoca paragona Polignoto con Giotto; alla seconda, Apollodoro con Masaccio; alla terza, dell’imitazione esatta, Aristide e Pamfilo con Leonardo da Vinci, Eupompo e la scuola Sicionia col Mantegna e coi Veneti, Melanto con frà Bartolomeo, Aetione col Correggio, Pausia con Giorgione; nelle scuole dell’imitazione dotta, Asclepiodoro col Ghirlandajo, Eufranore col Michelangelo, Nicia con Andrea del Sarto; nelle scuole dell’imitazione bella, Apelle con Rafaello, Protogene col Francia; nella quarta epoca, Nealco, Timomaco e gli altri imitatori vanno coi Caracci.
[27] Non s’accordano nel descrivere quel monumento. Doveva esser lungo diciotto braccia, largo dodici, isolato; di fuori girava un ordine di nicchie, tramezzate da termini che sostenevano colla testa la prima cornice; e ciascuno con bizzarra attitudine teneva legato un prigione ignudo, posato co’ piedi sul risalto d’un basamento; i quali prigioni rappresentavano le provincie riunite al dominio pontifizio. Altre statue pur legate figuravano le Virtù e le Arti, soggiogate dalla morte come il papa che le favoriva. Sui canti della prima cornice andavano quattro statue grandi, la Vita attiva, la contemplativa, san Paolo e Mosè. Alzavasi l’opera sopra la cornice, diminuendo con un fregio di storie di bronzo, e con altre figure, puttini e ornati diversi. In cima due statue; una il Cielo sostenente sulle spalle una bara, e ridente che l’anima del papa fosse passata alla gloria; l’altra Cibele dea della terra, reggendo anch’essa la bara, ma dolente per la perdita fatta. Si entrava ed usciva per le teste della quadratura dell’opera, di mezzo alle nicchie; e dentro si trovava un tempio ovale, nel cui mezzo il cadavere del papa.
Si tacciano gli eredi di Giulio II di non averlo fatto compire: però aveano con lui stipulato lo finisse per sedicimila ducati. Vedi le prove in GAYE, _Carteggio_, tom. II.
[28] Al Cicognara queste nudità parvero effetto dell’_innocente semplicità del_ cinquecento! Ma che anco allora scandolezzassero, e non solo i pusilli, appare, a tacer altri testimonj, da un manoscritto della Magliabechiana, _cl_. XXV. 274, ove si legge: «19 di marzo 1549 si scoprì le lorde e sporche figure di marmo in Santa Maria del Fiore di mano di Baccio Bandinello, che furono un Adamo ed un’Eva; della qual cosa ne fu da tutta la città biasimato grandemente, e con seco il duca che comportasse una simil cosa in un duomo dinanzi all’altare, e dove si posa il santissimo Sacramento. — Nel medesimo mese si scoperse in Santo Spirito una Pietà, la quale la mandò un Fiorentino a detta Chiesa, e si diceva che l’origine veniva dallo inventor delle porcherie, salvandogli l’arte ma non la devotione, Michelangelo Bonarruoto. Che tutti i moderni pittori e scultori per imitare simili capricci luterani, altro oggi per le sante chiese non si dipigne o scarpella che figure da sotterrar le fede e la devotione: ma spero che un giorno Iddio manderà i suoi santi a buttare per terra simili idolatrie come queste».
Dell’Aretino una lettera, tra di senno e di baja, è prodotta dal Gaye alquanto diversa dalle edite:
— Signor mio, nel vedere lo schizzo intiero di tutto il vostro dì del giudicio, ho fornito di conoscere la illustre gratia di Rafaello ne la grata bellezza de la inventione. Intanto io, come battezzato, mi vergogno de la licentia sì illecita a lo spirito, che havete preso ne lo esprimere i concetti, u’ si risolve il fine, al quale aspira ogni senso de la veracissima credenza nostra. Adunque quel Michelagnolo stupendo in la fama, quel Michelagnolo notabile in la prudentia, quel Michelagnolo ammirando, ha voluto mostrare alle genti non meno empietà di irreligione che perfettion di pittura? È possibile che voi che, per essere divino, non degnate il consortio degli huomini, haviate ciò fatto nel maggior tempio di Dio, sopra il primo altare di Gesù, ne la più gran cappella del mondo, dove i gran cardini della Chiesa, dove i sacerdoti riverendi, dove il vicario di Cristo con ceremonie cattoliche, con ordini sacri, e con orazioni divine confessano, contemplano et adorano il suo corpo, il suo sangue e la sua carne? Se non fusse cosa nefanda lo introdurre de la similitudine, mi vanterei di bontade nel trattato de la Nanna, preponendo il savio mio avvedimento a la indiscreta vostra conscienza, avvenga che io in materia lasciva ed impudica non pure uso parole avvertite e costumate, ma favello con detti irreprensibili e casti; e voi nel suggetto di sì alta historia mostrate gli angeli e i santi, questi senza veruna terrena honestà, e quegli privi d’ogni celeste ornamento. Ecco i Gentili, ne lo iscolpire non dico Diana vestita, ma nel formare Venere ignuda, le fanno ricoprir con la mano le parti che non si scoprono; e chi pur è cristiano, per più stimare l’arte che la fede, tiene per reale ispettacolo tanto il decoro non osservato nei martiri e nelle vergini, quanto il gesto del rapito per i membri genitali, che anco serrarebbe gli occhi il postribolo per non mirarlo. In un bagno delizioso, non in un coro supremo si conveniva il far vostro; onde saria men vitio che voi non credeste, che in tal modo credendo, iscemare la credenza in altrui. Ma sin a qui la eccellenza di sì temerarie maraviglie non rimane impunita, poichè il miracolo di loro istesse è morte de la vostra laude. Sì che risuscitatele il nome col far de fiamme di fuoco le vergogne de i dannati, e quelle de’ beati di raggi di sole; o imitate la modestia fiorentina, la quale sotto alcune foglie auree sotterra quelle del suo bel colosso, e pure è posto in piazza pubblica e non in luogo sacrato... Ma conciosiachè le nostre anime han più bisogno de lo affetto de la devotione, che de la vivacità del disegno, inspiri Iddio la santità di Paolo, come inspirò la beatitudine di Gregorio, il quale volse in prima disornar Roma de le superbe statue degli idoli, che torre, bontà loro, la riverentia a l’humil imagini de i santi...»
Anche Salvator Rosa tira contro le nudità della Sistina:
Dovevi pur distinguere e pensare Che dipingevi in chiesa: in quanto a me Sembra una stufa questo vostro altare... Dunque là, dove al Ciel porgendo offerte Il sovrano pastore i voti scioglie, S’hanno a veder le oscenità scoperte?
[29] Sono descritti dal Vasari in lettera 14 luglio 1564 al duca Cosmo.
[30]
Grato m’è il sonno, e più l’esser di sasso Mentre che il danno e la vergogna dura; Non veder, non sentir m’è gran ventura; Però non mi destar; deh, parla basso.
[31] CONDIVI, _Vita di Michelangelo_. Celebrandosene il centenario a Firenze nel 1875, si pubblicarono molte cose di Michelangelo e sopra di lui.
[32] Al Vasari dirigeva questo sonetto:
Giunto è già ’l corso della vita mia Con tempestoso mar, per fragil barca, Al comun porto, ov’a render si varca Conto e ragion d’ogni opra trista e pia. Onde l’affettuosa fantasia, Che l’arte mi fece idolo e monarca, Conosco or ben quant’era d’error carca, E quel che a mal suo grado ognor desia. Gli amorosi pensier già vani e lieti Che fien or, s’a due morti mi avvicino? D’una so certo, e l’altra mi minaccia. Nè pinger nè scolpir fia più che queti L’anima volta a quello amor divino Ch’aperse a prender noi in croce le braccia.
[33] Il Vasari, che pur denigra il Perugino, ne racconta questo tratto: — Era il priore (de’ Gesuati a Firenze) molto eccellente in fare gli azzurri oltramarini, e però, avendone copia, volle che Pietro in tutte le sopraddette opere ne mettesse assai; ma era nondimeno sì misero e sfiduciato, che, non si fidando di Pietro, voleva sempre esser presente quando egli azzurro nel lavoro adoperava. Laonde Pietro, il quale era di natura intero e da bene, e non desiderava quel d’altri se non mediante le sue fatiche, aveva per male la diffidenza di quel priore, onde pensò di farnelo vergognare, e così, presa una catinella d’acqua, imposto che aveva o panni o altro che voleva fare di azzurro e bianco, faceva di mano in mano al priore, che con miseria tornava al sacchetto, mettere l’oltramarino nell’alberello dove era acqua stemperata; dopo cominciandolo a mettere in opera, a ogni due pennellate Pietro risciacquava il pennello nella catinella; onde era più quello che nell’acqua rimaneva che quello ch’egli aveva messo in opera; ed il priore che si vedea votar il sacchetto ed il lavoro non comparire, spesso spesso diceva: — Oh quanto oltramarino consuma questa calcina! — Voi vedete», rispondeva Pietro. Dopo partito il priore, Pietro cavava l’oltramarino che era nel fondo della catinella; e quello, quando gli parve tempo, rendendo al priore, gli disse: — Padre, questo è vostro; imparate a fidarvi degli uomini da bene, che non ingannano mai chi si fida, ma sibbene saprebbono, quando volessino, ingannare gli sfiduciati, come voi siete».
Plinio racconta che coll’artifizio stesso i pittori antichi rubavano il minio: _Pingentium furto opportunum est; plenos subinde abluentium penicillos; sidit autem in aqua, constatque furantibus._ Hist. nat., XXXIII. 40.