Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)

Part 1

Chapter 13,567 wordsPublic domain

STORIA DEGLI ITALIANI

PER CESARE CANTÙ

EDIZIONE POPOLARE RIVEDUTA DALL’AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI

TOMO X.

TORINO UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE 1876

LIBRO DECIMOTERZO

CAPITOLO CXL.

Secolo di Leon X. Belle arti.

La vitalità de’ tempi repubblicani sopravvivea, portando all’attività e alla creazione; mentre dai modelli classici, che allora o si discoprivano, o meglio fissavano l’attenzione, imparavansi eleganza e correttezza. Da questo felice temperamento trae carattere il secolo di Leon X; secolo di tante miserie per l’Italia, eppure di bocca in bocca qualificato come d’oro, come un meriggio, sottentrato alle tenebre del medioevo: ma l’altezza a cui si spinsero le arti del disegno e quelle della parola, anzichè creazione de’ Medici, fu effetto dell’antica vigoria, che agitava l’Italia anche sul punto di perire.

Il bisogno di contemplare e imitar la bellezza visibile siccome scala alla suprema e immutabile, e di farla specchio alla coscienza meditatrice, alimentò sempre le arti fra noi: tanto che, ridotte quasi una parte della liturgia, si prefiggevano certi tipi e forme rituali, volendo esprimere piuttosto la visione dello spirito che la corretta imitazione della natura, raggiungere l’evidenza efficace dell’emblema piuttosto che la squisitezza della forma; piuttosto ispirare devozione e raccoglimento, che destare vaghezza e meraviglia; atti di fede insomma, meglio che prove d’abilità. All’ispirazione accoppiasi poi lo studio; dalle immobili rappresentazioni bisantine si passa alle libere e variate d’un’arte indipendente, la quale infine prevalse fin a proporsi anzitutto la plastica squisita, lasciva però di sembianze, scarsa d’affetto; traducendo la realtà della fisica, non interpretando i misteri della morale natura. Infine si torna a tipi convenzionali, non desunti dalla liturgia, ma da un maestro; e l’imitazione vaga o servile scostasi dal vero e dal bello, mentisce alla natura, mentre lascia perire ogni tradizione.

L’arte che il medioevo esercitò insignemente è l’architettura, mantenendole il predominio sopra le altre. L’ordine gotico, nato a piè degli altari, era giganteggiato in erigere chiese e conventi, sede e simboli della podestà preponderante allora; e il duomo di Milano, la Certosa di Pavia, San Petronio di Bologna ne sono tardi e insigni monumenti. Ma oggimai la civiltà e ricchezza de’ laici aumentate domandavano edifizj, che non potevano improntarsi di quel carattere jeratico; e come le lettere rifaceano i classici, così nelle costruzioni cominciò quel ritorno verso l’antico, che s’intitola risorgimento. Se la originale inventiva si fosse attemperata ai modelli antichi per ragionare meglio l’insieme, proporzionare le parti, ingentilire gli ornamenti, poteva uscirne un’arte cristiana e nazionale. E di fatto que’ nostri che primi si conformarono ai modelli dell’antichità, non rassegnaronsi alla servile imitazione; ma appurando la parte ornamentale, sbizzarrirono in modiglioni, candelabri, gemme e marmi colorati, ed animali e fiorami finissimi, intrecciati a fantastiche capresterie, dette grotteschi e arabeschi. Tali occorrono spesso a Venezia, tali ne’ Miracoli di Brescia, nel mausoleo Coleoni a Bergamo, sulle cattedrali di Como e di Lugano, nella Certosa di Pavia: e fregi a porte, a pulpiti e pilastri, e candelabri in luogo di colonne, e finestre a somiglianza di compiuti edifizj sono finiti col fiato, anche se in posizione meno visibile; sempre di gusto squisito, anche quando d’artefici innominati: l’eleganza delle impronte rileva l’umiltà della terra cotta, della quale si compiacquero i quattrocentisti, e che resistendo al tempo meglio che la pietra, unisce alle variate forme quell’apparenza policromatica, che solo gli accademici sentenziarono di barbarie[1].

Dell’architettura romana, la quale attestava la maestà del gran popolo più originalmente che nol facesse la letteratura, non crederà che avessimo smarrite le tradizioni chi abbia posto mente alle costruzioni gotiche: pure al fiorentino Filippo Brunelleschi (-1444) assegnano il merito d’aver ricondotta quell’arte dall’immaginazione all’intelligenza, migliorata col volgere de’ secoli. Di Roma non istudiò soltanto gli avanzi classici, per rinnovare i calcoli delle forze, de’ materiali, delle spinte, e trarne esatto concetto de’ metodi di costruire, e di quel punto ove confinano l’ardimento e la temerità; ma meditò pure sui monumenti cristiani, e cercò la divina melodia del ritmo visibile.

L’appello fatto dai Fiorentini agli architetti d’ogni paese per voltare la cupola sopra Santa Maria del Fiore, lasciata scoperta da Arnulfo, fece sottigliare gl’ingegni; e che bizzarri spedienti non furono suggeriti! Uno diceva di ergere in mezzo un pilastro, cui attaccare le volte a maniera di padiglione; uno di empiere la chiesa di terra, con monete per entro, affinchè l’avidità di trovare queste inducesse a sgombrarla dopo cessatone il bisogno; e tali altri armeggiamenti, che, forse abbindolati dai cortigiani de’ Medici, furono raccolti dal Vasari. Vero è che nessuna cupola fin allora avea coperto un ottagono del diametro di quarantatre metri. Nelle antiche del Panteon, della Minerva Medica, delle terme imperiali, della villa Adriana, la calotta posa immediata sopra i muri di sostegno, senza pennacchi. La cupola di San Marco a Venezia misurava il diametro di quattordici metri, di diciotto quella di Siena, minore la pisana; tutte poi erano circolari, elevate sovra pendenze, che ripartivano il loro peso sui punti d’appoggio, disposti secondo il quadrato circoscritto al circolo della base. I concorrenti conosceano le forme, gli effetti, il pittoresco dell’architettura, non i mezzi scientifici di costruzione, ed ajutavansi con rinfranchi esterni; mentre il Brunelleschi ideò una mole che si reggesse da sè, e invece di rinunziare all’arco acuto, conquista del medioevo, comprese come la spinta in su venga corretta dalla sovrapposta lanterna, e da quella massa di marmo ne derivi la solidità. Vinte l’invidia oculata e la miope diffidenza, s’accinse attentissimo all’opera[2]; sopra gli archi d’Arnolfo elevò un tamburo alto otto metri, e con aperture circolari, sicchè la volta insistesse sopra i sostegni con doppio sistema d’arcate; una calotta esteriore incatenavasi all’interna con una robustezza qual non raggiunsero altre, benchè minori. Dal calcolo scientifico doveva scaturire la forma artistica e quel grandeggiare maestoso, che sembrava privilegio delle guglie gotiche; e ancora la casa di Dio sovrastette alle abitazioni degli uomini, e costituì la fisionomia della città.

È del Brunelleschi anche Santo Spirito, la più bella chiesa di Firenze, ideata sulle basiliche antiche: in San Lorenzo, già avviato su piano timido, piegò il contorno delle cappelle fin a terra, gotico avvedimento, dissonante dal resto. Le costruzioni appropria alla destinazione senza arroganza, con più severità che grazia, più armonia nell’insieme che nei particolari. Cosmo de’ Medici, che, colla spesa di centomila scudi romani, gli aveva già commesso la badia a Fiesole, il richiese di un palazzo; ma trovò il disegno troppo magnifico per un privato qual egli voleva parere. Non se ne fecero riguardo i Pitti, e sul suo modello fabbricarono quel che oggi ancora stordisce per una forza come di costruzioni ciclopiche, con bugne non interrotte per centottanta metri, senza studio di gentilezza e varietà.

Cosmo preferì il disegno di Michelozzo (palazzo Riccardi), il quale accoppiò il lusso alla solidità, conservando le bugne ma variando il prospetto esteriore, e nell’interno distribuendo con opportuna magnificenza gli appartamenti; ed oltre il palazzo Cafagi a Mugello, uno a Fiesole, quel de’ Tornabuoni a Firenze, e la villa di Careggi, disegnò un ospedale per Costantinopoli, un acquedotto per Assisi, la cittadella di Perugia, la biblioteca di San Giorgio a Venezia, a Milano una porta in via dei Bossi, tutti per Cosmo, di cui pure fece la tomba ne’ Serviti.

Leon Battista Alberti fiorentino (n. 1401), bello, robustissimo, destro a giuochi, a cavalcate, alla musica, versatissimo nel diritto civile e canonico, autore del _Philodoxeos_, commedia che fu creduta antica, dettò libri latini e italiani sul dipingere; dei ritratti reputava merito primo la somiglianza, onde ne cercava il giudizio a’ bambini. Avendo l’accorgimento d’imparare dagli ignoranti, travestito girava le botteghe, informandosi dell’arti e involandone i segreti per migliorarle. Fece una cassa, in cui guardando per breve pertugio vedeansi monti e piani e notturni aspetti di costellazioni; cioè la camera ottica, che suole attribuirsi a Giambattista Porta. Elaborò Vitruvio, malconcio dal tempo e dai copisti; e conoscendo che il migliore commento n’erano gli antichi edifizj, andò ad osservarli, disegnarli, misurarli per tutta Italia, viaggiando con Lorenzo Medici, Bernardo Rucellaj, Donato Acciajuoli; e riscontrate le teoriche dell’arte, ne scrisse pel primo (_De re ædificatoria_, 1485).

Era però rimasto inedito un trattato di Averulino Filarete fiorentino verso il 1450; il quale nel divisare una città non perde mai di vista il concetto simbolico, e il _Nisi dominus ædificaverit civitatem_. Fa la chiesa in forma di croce con cupola e decorazioni a modo del San Marco, e vuole che, come l’uomo, sia _bella, utile, perpetua_. La casa del principe resti inferiore, ma più ricca di pitture religiose, simboliche, allegoriche, storiche, sicchè egli ritragga continue istruzioni sui proprj doveri verso Dio, verso i popoli, verso se stesso: v’avrà un portico per la storia sacra, uno per la profana, e tutto dai migliori pennelli. Vicino staran le memorie degli eroi cristiani, cioè le chiese de’ santi Francesco, Domenico, Agostino, Benedetto, e una casa di Carmelitani, una di Clarisse. Vengono poi gli ospizj in forma di croce; la casa d’un patrizio, quadrata con una torre a ciascun angolo; e circo, e porta, e anfiteatro, e ponte, e una carcere dove tenere i condannati, invece di farli morire; e un ginnasio per la gioventù, che principalmente venga avvezzata alla preghiera, al digiuno, ai sacramenti. Le fanciulle s’insegnino a cucire, filare, tessere, ricamare. La città, oltre le fortificazioni, avrà sentinelle avanzate che la custodiscano coll’arma migliore, la preghiera; cioè santi eremiti.

Tali concetti mistici cedevano all’arte più materiale; e l’Alberti, occupati i primi libri intorno al terreno, alle misure, ai materiali, agli operaj, ai modi di costruzione, alle cerimonie degli antichi, nel quinto dà norme pei castelli dei cattivi e i palazzi de’ buoni principi, per tempj, accademie, scuole, spedali e gli altri edifizj civili e militari, campagnuoli. Empiono il sesto la storia dell’arte, e la scienza delle macchine; il settimo gli ornamenti architettonici, in particolare per le chiese. Nell’ottavo son notevoli le sue idee religiose e morali intorno alle tombe; nel qual libro e nel nono informa delle vie, de’ sepolcri, delle piramidi e d’altri pubblici edifizj, e sul decorare i palazzi. L’ultimo s’aggira sulle acque: ed a lui crediam dovuto l’ingegno delle chiuse o conche, non a Leonardo da Vinci, nè a Dionigi e Pierdomenico Orologieri di Viterbo, poichè esso le descrive quali appunto oggi le usiamo, e non come trovato nuovo[3].

Semplicità, grandezza, variata invenzione, solido costruire, convenienza d’ornamenti egli aveva imparato dagli antichi, se non la castigatezza. Dei principi favorito, non cortigiano, gli innamorava del bello. Dal signore di Mantova, cui la protezione delle arti valse il titolo di Augusto, applicato a molti lavori d’architettura in quella città già ricca di opere antecedenti, disegnò San Sebastiano a croce greca (1460), e Sant’Andrea (1472), regolare di pianta e ben distribuita; imitato nella facciata l’arco di Rimini, nell’interno volea dar lume soltanto dalle finestre della facciata, della cupola e dello sfondo del coro, siccome egli avea dimostrato convenire agli edifizj religiosi. Da Nicola V fu molto adoprato a Roma; a Firenze fece la porta di Santa Maria Novella, il palazzo Rucellaj colla loggia rimpetto, e migliore quella dell’altro palazzo Rucellaj strada della Scala, ove non voltò l’arco sopra colonne, il che tenne pure nella cappella d’essa famiglia in San Pancrazio.

Sigismondo Malatesta, che ornava Rimini col fiore d’uomini e donne e colle arti, destinò alle ceneri degli illustri la chiesa di San Francesco, già ben avanzata alla gotica, e con altissimi pilastri tripartiti, a teste d’elefanti, e nicchie ed altri fregi di eletto lavoro. L’Alberti, chiamato a ridur quella fabbrica, cercò dare maestà all’insieme, rialzando con uno stilobate e guidando lunghe linee di portico, le quali ai lati sono interrotte da sarcofagi, lavorati alla classica.

Simile mistura del classico col gotico ricorre nel palazzo d’Ancona, e a tacere altri, nell’ospedale di Milano, condotto dal Filarete con egregia distribuzione e proporzioni[4], e con finestre gotiche a fregi classici. La quale unione del pieno sesto coll’acuto, dell’arte medievale colla romana e con ricchi ornati di cotto, ove, pretendendo rifarsi all’antico, si secondava però l’alito nuovo e cercavasi l’effetto pittoresco delle masse, forma un genere più proprio della Lombardia.

Lo intitolano bramantesco, da un Bramante, di cui e casato e patria e tempo sono mal sicuri: nè è fuori probabilità che vengano attribuite ad un solo le opere di tre, o natii od oriundi milanesi. Finchè il dubbio non sia chiarito, ripeteremo colla vulgata che Bramante de’ Lazzari d’Urbino (1444-1514?), da Lodovico Moro chiamato a Milano, vi eseguì l’elegante canonica di Sant’Ambrogio, la pittoresca cupola delle Grazie, il cortile peristilo di San Celso, il Lazzaretto, la sacristia di San Siro, e a Pavia la chiesa di Canepanuova. Serbando dell’architettura gotica l’indipendenza, la sveltezza ardita delle elevazioni, la maestria delle volte, dai classici deduceva l’euritmia, la decorazione regolata, che accompagna la costruzione senza mascherarla, e la prudente scelta delle proporzioni, che dà rilievo ai più semplici edifizj. Così fosse rimasto più fedele al medioevo, anzichè surrogare simboli, allegorie, teste ideali alle sante sembianze! Chiamato a lavorare a Roma, i diruti della villa Adriana e le vestigia antiche della Campania lo resero più severo nel palazzo della Cancelleria, nel tempietto a San Pietro Montorio, nel chiostro della Pace, ove però non si fece scrupolo d’interporre una colonna sul falso ai pilastri del secondo ordine troppo distanti: come alla Consolazione di Todi, croce greca di quattro tribune semicircolari, variò ne’ capitelli e negli ornamenti. Alessandro VI gli fece eseguire la fontana di Transtevere e quella di San Pietro ed altri lavori. Giulio II gli diè campo di giganteggiare in Vaticano, dove la valle fra il palazzo e i due casini del Belvedere ridusse a cortile, dissimulando la china con ingegnosa combinazione di terrazzi e scale; e vi diede aspetto teatrale mediante due ale di gallerie, svolgentisi per trecencinquanta metri; a un estremo del cortile la gran nicchia con galleria circolare; all’altro un anfiteatro per giuochi.

La scala spirale, sostenuta da colonne di ordini succedentisi, è accessibile sino a cavalli. Ma, forse per secondare la furia di Giulio II, talvolta difettò di solidità.

Gli fan merito dei ponti da fabbrica sospesi, non attaccati alla volta; e delle centinature portanti l’impronta de’ rosoni, che così trovatisi begli e finiti, e incorporati colle volte. Scriveva e improvvisava versi; onesto e retto, amò gli emuli, incoraggiò i talenti nuovi. Il suo allievo Ventura Vitoni pistojese in patria eseguì il gentilissimo tempio ottagono dell’Umiltà, che, quantunque poi guasto dal Vasari, forma la compiacenza di quella città, ricca d’altri monumenti sì romanzi sì del risorgimento.

Scolaro del Bramante s’intitola Cesare Cesariano milanese (-1542), che primo vulgarizzò ed illustrò Vitruvio, pretendendo riscontrarne le regole negli edifizj gotici. Con più bizzarra idea Francesco Colonna, nato a Venezia da famiglia lucchese, volle rendere famigliari le dottrine di Vitruvio, mediante uno strano romanzo (Cap. CXXI, fine), dove illustra molte antichità, iscrizioni e pietre incise. Anche frà Giocondo veronese commentò l’architetto latino ed altri scrittori d’arte, quali Frontino, Catone, Cesare, Aurelio Vittore, l’Ossequente, e venne in riputazione nel fabbricare ponti, come forse a Verona quel di pietra, e a Parigi il Piccolo e quel di Nostra Donna di sasso a pieno sesto[5]; ove pure fece la corte dei Conti, la villa di Gaillon, e forse quella di Blois. Di Venezia specialmente ben meritò, sia fortificandola contro la lega di Cambrai, sia regolando il Brentone; divisò un bel ponte colle fabbriche a Rialto: ma avendo i soliti intrighi fatto preferire lo Scarpagnino, egli indispettito migrò a Roma, dove, morto Bramante, fu posto architetto di San Pietro[6].

Di Giuliano da Majano è il palazzo a Roma ordinato da Paolo II e da lui regalato a Venezia, estesissimo e pesante, con grandiosi compartimenti: come anche Poggio Reale presso Napoli, con giardini, boschetti, giuochi d’acqua, insidie d’uccelli, e quanto può lusingare una regia residenza. Benedetto, suo fratello ed ajuto, fece lavori di tarsia, e l’altare dell’Annunziata a Montoliveto nella stessa città; operò alla corte di Mattia Corvino in Ungheria; a Firenze eseguì il pulpito in Santa Croce colla storia di san Francesco, e cominciò il palazzo Strozzi, finito da Simone Pollajuolo, detto il Cronaca, il quale vi pose il cornicione più bello che ancor siasi eseguito. Al Cronaca deve pure Firenze la elegante sacristia ottagona di Santo Spirito, il salone dei Cinquecento, ed il San Francesco al Monte.

Non ancora si erano segregate le tre arti del disegno, e in tutte dovea valere chi alto aspirasse. Andrea Orcagna alle pitture sottoscriveasi _sculptor_, alle sculture _pictor_, e fu inoltre poeta, architetto, orafo; raccomandò il suo nome alla loggia dei Lanzi, che, se girasse l’intera piazza, non avrebbe la pari al mondo; ai Novissimi del cimitero di Pisa, invenzioni severe dantesche, con contorni rigidi ma non senza prospettiva; al Giudizio, che servì di tipo per quello di Signorelli a Orvieto, e per quel di Michelangelo nella Sistina; in fine al tabernacolo in Or San Michele, capolavoro di quel secolo, indipendente da modelli classici, e con facile e maestosa ricchezza. In questa chiesa il corpo de’ mercadanti fiorentini sfoggiò una magnificenza, che i principi posteriori non emularono; ed oltre il Battista, il Santo Stefano ed il San Matteo del Ghiberti, bronzi ammirati, v’ha fatture insigni di Nicola d’Arezzo.

Pietro e Paolo aretini, allievi di Angelo ed Agostino senesi, primi (1346) eseguirono opere grandi a cesello, e per un arciprete del loro paese condussero una testa d’argento quanto il vivo. Poco poi, Cione faceva l’altare d’argento in San Giovanni di Firenze, cavando molte storie ragionevolmente in argento a mezzo rilievo, e che fu poi ornato dal Finiguerra, da Antonio Pollajuolo e da altri. Ugolino di maestro Pieri senese aveva già prima finito un preziosissimo reliquario pel santo Corporale d’Orvieto, di seicento oncie d’argento, con graziosi dipinti sopra smalto. Insigne è pure l’altare di san Giacomo nella cattedrale di Pistoja, lavorato da molti fra il 1314 e il 1466.

A Perugia ben da antico fioriva l’oreficeria, se fin dal 1296 il consiglio concedeva a quell’arte di eleggersi il proprio rettore, purchè sotto la tutela dell’arte del Cambio, _sicut fuerunt in temporibus retroactis_. La tazza dell’insigne fontana, le tre ninfe del piede, i due grifi, i due leoni di bronzo portano _Rubeus me fecit A. D._ MCCLXXVII, _indictione_ V: il tabernacolo in Santa Giuliana, di rame dorato a smalti e figure rilevate, è del secolo XIV uscente: poi nel cinquecento Cesarino Roscietto non la cedeva a qualunque miglior cesellatore per abilità e gusto[7]. A Lanciano nel regno di Napoli ammiravano una croce del 1360, coperta di lamina d’argento, con figure sbalzate ad alto rilievo e smalti.

Come Nicolò ebbe soprannome dall’arca di San Domenico a Bologna, da lui ornata, così Jacopo della Quercia dalla fonte di Siena. Quivi un elegante tabernacolo eseguì nel duomo Lorenzo Vecchietta nel 1492, e un Redentore in croce, oltre compire il fonte battesimale in San Giovanni. Il Brunelleschi col Filarete condussero le porte di bronzo della basilica Vaticana.

L’arte spiegò le ale quando i Fiorentini decretarono mettere al battistero porte di bronzo che accompagnassero quelle disegnate da Giotto ed eseguite da Andrea di Pisa. In concorso col Brunelleschi, con Jacopo della Quercia e con quattro altri, ebbe la preferenza Lorenzo Ghiberti; e la meritò. Decretate nel 1400, solo nel 1413 furono compiute, avendovi egli adoprato con diligente lentezza, tutto copiando dal vero, ogni pezzo esponendo al pubblico, ascoltando i pareri, distruggendo i modelli meno perfetti, e così con purezza di forme, nobile semplicità d’espressione, naturale varietà di pose, movenze eleganti, felice aggruppamento de’ fatti e chiarezza ad esprimerli, sostenne la poesia della composizione. Il metterle in posto fu una solennità per Firenze; alla casa dell’artista si portò trionfalmente il gonfalone della giustizia: un secolo più tardi, Michelangelo le diceva degne dell’entrata del paradiso; e dopo quattro secoli e mezzo noi le ammiriamo come il primo giorno.

Il Ghiberti, non che superare gli antichi nella prospettiva lineare ed aerea, pretese raggiungere gli effetti della pittura: e quivi e nel sarcofago di san Zanobi in duomo avventurando molte figure in profondità, e mescolando l’alto, il basso, il mezzano rilievo, come gli antichi mai non aveano osato. A siffatte illusioni aspirò pure il Donatello fiorentino, lodato pei pulpiti in San Lorenzo, i putti cantanti con sì gaja ingenuità nel Santo di Padova, a Napoli l’adorazione de’ Pastori in Montoliveto e altri nella cappella de’ Brancacci. Invaghitosi del vero, cercò l’anatomia e la forza muscolare: del che se lo ammirava poi Michelangelo, il Brunelleschi, a cui mostrò un suo Crocifisso fatto di quel gusto, lo trovò somigliare a un facchino; e tolse a far quello che sta in Santa Maria Novella; veduto il quale, Donatello sclamò: — Tu sai fare dei Cristi, io dei villani». D’allora pose maggiore studio all’espressione, come si vede nella Maddalena, nel San Giovanni, nel San Giorgio d’Or San Michele, nello Zuccone sul campanile, e nella Giuditta.

Statue equestri, che sono il monumento eroico per eccellenza, non s’erano fatte da Giustiniano in poi[8], ed ecco in trent’anni eseguirsene quattro da fiorentini: da Donatello quella di Gattamelata a Padova nel 1453; da Antonio di Cristoforo e da Giovanni Baroncelli quelle di Nicolò e Borso d’Este a Ferrara nel 1445, abbattute poi nel 1799; e nel 1479 il Coleone in Venezia, modellato da Andrea Verocchio, fuso da Alessandro Leopardi, che vi sottopose elegantissima base[9].

Andrea Verocchio, valoroso orefice, insegnò ad accurar un giojello quanto una statua; introdusse di formare di gesso sul vivo, col che poi si levarono le maschere de’ morti, e si fecero anche figure intere di cera; cioè al naturalismo s’immolava interamente il concetto. Di Andrea, oltre molti argenti e bronzi, sono l’Amore abbracciante il delfino per la fontana di Palazzo vecchio, il san Tommaso di bronzo d’Or San Michele, il mausoleo ornatissimo di Giovanni e Pietro di Cosmo de’ Medici in San Lorenzo, con flessibili festoni fusi.