Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Part 21

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Ormai però nel papa ricercavasi più il capo dello Stato che quello della Chiesa; e Giulio II fu tutto spiriti guerreschi quanto un vescovo del Mille; ricevuto il paese in tale scompiglio, che fin per Roma si battagliava, seppe ordinarlo, rimise al freno i baroni, e sarebbe a dirsi un eroe se l’armadura e la fierezza non disconvenissero al successore del pacifico pescator di Galileo. Senza violenza procacciatole il possesso d’Urbino, pose ogni cura a rendere robusta la Chiesa; non fece cardinali di case ricche: ma quando tu il vedi obbligato ad accampare egli stesso sotto al tiro del cannone, comprendi d’essere in un’età in cui i re credevano ancora a Dio, non più al papa; troppo differenti da quando una parola di Gregorio VII bastava a trarli umiliati dal cuore della Sassonia, a baciare scalzi il suo piede nel castello di Canossa.

Leone X s’attaccò a spegnere le reliquie degli Ussiti in Boemia, diffondere il cattolicismo tra i Russi e gli Abissini, fondar chiese in America; ovvio lo scisma minacciato dal sinodo di Pisa; abolì la prammatica sanzione in Francia; il lungo e indecoroso litigio sui Monti di pietà terminò dichiarando non vedervi nulla d’illecito e usurario; e insinuava concordia a’ principi cristiani per opporli ai Turchi. Sobrio sempre, trascendeva i rigori ecclesiastici nei giorni di digiuno, e introdusse la commovente liturgia della settimana santa a Roma. Con limpida integrità conferiva i benefizj, raccomandando a’ suoi favoriti non gli facessero conceder grazie di cui dovesse pentire e vergognare, e piuttosto ai supplicanti soddisfaceva colla propria borsa. Ma d’altra parte le dignità ecclesiastiche non distribuiva come un premio d’insigne zelo o d’esemplare bontà, ma spesso dell’ingegno, comunque applicato; nè mai sì chiaro apparve come lo spirito gentilesco fosse penetrato fin nella corte pontifizia.

Rampollo di casa dov’erano ereditarie la magnificenza e il patronato delle belle arti, papa sul fiore degli anni, colto, amabile, agogna le voluttà dello spirito, e di vedersi attorno faccie contente, e che tutti abbiano ad acclamare la beatitudine del suo tempo. Ora fa musica, ed egli accompagna a mezza voce le arie; sconcerta il suo cerimoniere uscendo senza rocchetto e talvolta fino in stivali; Viterbo e Corneto lo vedono a cavallo cacciar per giornate intere, pescare a Bolsena; fa recitare le commedie del Machiavelli e del Bibiena, e ogni anno chiama da Siena la compagnia comica dei Rozzi; bacia l’Ariosto; minaccia di scomunica chi ristampasse Tacito o l’Orlando Furioso, di cui accetta la dedica, come dell’Itinerario di Rutilio Numaziano, uno degli ultimi pagani accanniti contro il nascente cristianesimo; aggradisce le annotazioni d’Erasmo al Testamento Nuovo, che poi furono messe all’Indice; e la dedica del libro di Hutten sulla donazione di Costantino, dal quale Lutero disse aver attinto tutto il suo coraggio; e diede ad Aldo Manuzio il privilegio per la stampa delle costui _Epistolæ obscurorum virorum_.

Convivi abituali teneva un figlio del Poggio, un cavaliere Brandini, un frà Mariano, tutti buontemponi che inventavano celie e piatti bizzarri, e che soffrivano qualunque tiro dal papa e da’ suoi. A un de’ Nobili fiorentino, detto il Moro, «gran buffone e ghiotto e mangiatore più che tutti gli altri uomini, per questo suo mangiare e cicalare avea dato d’entrate d’uffizj per ducento scudi l’anno» (CAMBI). Sopra cena tratteneva sei o sette cardinali dei più intimi, coi quali giocava alle carte, e guadagnasse o perdesse, gettava manciate di zecchini sugli spettatori. Le lettere non rispetta come matrone, ma accarezza come bagasce: se vede alcuno preso da vanità, esso gliela gonfia con onori e dimostrazioni, finchè divenga il balocco universale; come avvenne col Tarascon suo vecchio secretario, cui fece persuaso fosse improvvisamente divenuto gran dotto in musica, onde si pose a stabilire teorie stravaganti, e diventò matto. Altre beffe faceva a Giovanni Gazoldo, a Girolamo Britonio poeti, all’ultimo de’ quali fece applicare solennemente la bastonata per aver fatto de’ versi cattivi. Camillo Querno improvvisatore, gran beone, gran mangiatore, che gli si era presentato col poema dell’_Alessiade_ di ventimila versi, e di sue lepidezze gli ricreava le mense, fu da lui dichiarato arcipoeta. Il Baraballo abate di Gaeta a forza di encomj fu indotto a credersi un nuovo Petrarca, e Leone volle incoronarlo; e fattolo mettere s’un elefante donato da Emanuele di Portogallo, con la toga palmata e il laticlavio de’ trionfanti, lo mandò per Roma, tutta in festa e parati, e non guardossi a spese acciocchè il poetastro salisse in Campidoglio ad onori che l’Ariosto non ottenne.

Questi e simili spassi del papa sono descritti da Paolo Giovio con un’ilarità, che anch’essa è caratteristica in un vescovo; com’è notevole la conchiusione a cui riesce, cioè ch’essi sono degni di principe _nobile e ben creato_, sebbene gli austeri le disapprovino in un papa[192]. Anche Rabelais francese, frate adoratore della _divina bottiglia_, e che domandava di professare sopra l’ubriachezza lucida, passato a Roma, facea rider di sè papa e cardinali, mentre raccoglieva onde rider di loro nel suo _Pantagruele_, libro stranamente audace, dove non la perdona tampoco a Cristo.

Buon signore ma papa e principe riprovevole, Leone si avventurò ad una politica di capriccio, senza concetti elevati, e come un nuovo ricco sprecò nella pace i tesori accumulati da Giulio II in mezzo alle guerre, ne cercò di nuovi col vendere indulgenze, o coll’imporre tasse gravose; impegnò le gioje di san Pietro; nominò trentun cardinali a un tratto, fra cui due figli delle sue sorelle Orsini e Colonna, mentre da un pezzo si avea cura di non crescere con dignità il potere di quelle famiglie; inventò tante cariche da vendere, che a quarantamila zecchini aumentò le spese annue della Chiesa; e tutto avea consumato quando morì.

Qual meraviglia se tutta la Corte sua paganeggiava? Si traeva ad ammirar sugli altari del Vaticano pitturate le amasie de’ pittori, e le belle di divulgata cortesia nella Vergine della casta dilezione. Alessandro VI fu dipinto dal Pinturicchio in Vaticano sotto forma d’un re magio, prostrato avanti una madonna ch’era la Giulia Farnese. Ligorio, nella villa Pia dei papi eretta per ricreazione, si mostrò gentilesco non solo nella costruzione, ma nelle scene e nelle figure. Tiziano ritrasse la regina Cornaro in S. Caterina; il Pordenone fece Alfonso I di Ferrara inginocchiato davanti a santa Giustina, la quale era Laura Dianti, druda di lui. Nell’adorazione dei Magi spesso si ritrassero i Medici, per aver pretesto di porvi in testa quella corona a cui aspiravano. Nella sacristia di Siena si ammiravano le tre Grazie ignude; e ignudi abbondavano sull’austera maestà delle tombe principesche, e fin nelle cappelle pontifizie. A Isotta, amasia poi moglie di Pandolfo Malatesta signore di Rimini, fu su medaglie e sul sepolcro dato il titolo di _diva_; e Carlo Pinti nell’epitafio di essa la dichiarava «onor e gloria delle concubine». In un sepolcro di San Daniele di Venezia leggeasi _Fata vicit impia_; e Paolo Giovio assunse per divisa, _Fato prudentia minor_. All’esaltazione di Alessandro VI le iscrizioni alludevano sempre al nome eroico:

_Cæsare magna fuit, nane Roma est maxima: sextus Regnat Alexander, ille vir, iste Deus;_

e un’altra:

_Scit venisse suum patria grata Jovem._

Per Leone X si fece quest’epigramma:

_Olim habuit Cypris sua tempora, tempora Mavors Olim habuit; sua nunc tempora Pallas habet._

Marsilio Ficino provava la divinità di Cristo dall’esser egli stato predetto da Platone, dalle Sibille, da Virgilio, e dall’avere gli Dei molto benignamente testificato di lui (_Sulla religione cristiana_): e loda Giovanni Medici con queste parole: _Est homo Florentiæ missus a Deo, cui nomen est Joannes. Hic venit ut de summa patris sui Laurentii apud omnes auctoritate testimonium perhibeat_; e da Plotino fa dire sopra Platone: _Hic est filius meus dilectus, in quo mihi undique placeo: ipsum audite_[193]. Leone X eccitava Francesco I contro i Turchi _per Deos atque homines_. V’è chi chiama Olimpo il paradiso, Erebo l’inferno, _manes pios_ le anime de’ giusti, _lectisternia_ le maggiori solennità, arciflamini i vescovi, _infula romulea_ la tiara, _senatus Latii_ il sacro concistoro, _sacra Deorum_ la messa, _simulacra sancta Deorum_ le immagini dei santi. L’eloquenza sacra toglieva non solo le forme, ma e le autorità e gli esempj dai classici.

Il Sadoleto, uno dei più pii di quel secolo, dirige una consolatoria a Giovan Camerario per la perdita di sua madre, tutta vertente sulla intrepidezza e la magnanimità pagana, senza pur toccare agli argomenti ben più efficaci della religione. Il Sannazaro invoca le muse per cantare il parto della Vergine, ma senza mai nominare _Jesus_ perchè non latino; perchè non è latino _propheta_, fa che Proteo vaticini al Giordano la venuta di Cristo; chiama Maria _spes fida Deorum_: l’angelo Gabriele la trova intenta a leggere le sibille (_illi veteres de more sibyllæ in manibus_): e quand’ella assente, le ombre de’ patriarchi esultano _quod tristia linquant Tartara, et erectis fugiant Acheronta tenebris, Immanemque ululatum tergemini canis_. Il dotto e santo vescovo Vida nella _Poetica_ non parla che di Muse e Febo e Parnaso, come i classici di cui raccozzava gli emistichj, e ai quali, principalmente a Virgilio, prestava un culto da Dio: fa un poema sul giuoco degli scacchi, ove alle nozze dell’Oceano colla Terra gareggiano Apollo e Mercurio: nella _Cristiade_ poi applica a Dio padre tutti i nomi di Giove (_Regnator Olympi, Superum pater nimbipotens_), il Figlio è un eroe (_heros_)[194]; Gorgone, Erinni, Arpie, Idre, Centauri, Chimere spingono gli Ebrei al deicidio: alla cena vien consacrato della Cerere sincera: sulla croce è porto al morente tristo umor di Bacco (_sinceram Cerem: corrupti pocula Bacchi_). Nei funerali di Guidobaldo da Montefeltro l’Odasio recitò nel duomo d’Urbino l’orazione, dicendo che coi sacramenti amministratigli dal vescovo di Fossombrone aveva placati gli Dei superi e i mani (_deos ille superos et manes placavit_), e più d’una volta esclama agli Dei immortali. Le allusioni gentilesche del Bembo strisciano all’empietà: fa Leon X assunto al pontificato _per decreto degli Dei immortali_; parla dei doni alla _dea lauretana_, dello _zefiro celeste_, del _collegio degli auguri_, cioè quello dei cardinali; chiama _persuasionem_ la fede, la scomunica _aqua et igni interdictionem_; fa dal veneto senato esortare il papa _uti fidat diis immortalibus, quorum vices in terra gerit_; e così _litare diis manibus_ è la messa dei morti; un moribondo s’affrettò _deos superos manesque placare_; san Francesco _in numerum deorum receptus est_. Ne’ versi poi anteponeva il piacere di veder la sua donna a quello degli eletti in cielo[195]; negli _Asolani_ conforta i giovani ad amare; e al cardinale Sadoleto scriveva: — Non leggete le epistole di san Paolo, chè quel barbaro stile non vi corrompa il gusto; lasciate da canto coteste baje, indegne d’uom grave»[196]. Nell’epitafio pel famoso letterato Filippo Beroaldo egli ne loda la pietà, per la quale suppone che canti in cielo[197]; eppure i costui versi ostentano gli amori colla famosa Imperia, e con un’Albina, una Lucia, una Bona, una Violetta, una Glicera, una Cesarina, una Merimma, una Giulia, le quali appaja a quella cortigiana; eppure era prelato.

Il cardinale Bibiena si fece fabbricare sul Vaticano una villa, di voluttuose ninfe dipinta da Rafaello; sovrantendeva alla parte splendida della corte di Leone X, dirigeva i carnasciali e le mascherate; persuase il papa a far rappresentare la _Mandragora_ del Machiavelli e la propria _Calandra_, le cui scene da postribolo fecero ridere Leone che v’assisteva in palco distinto, e Isabella d’Este e le più eleganti dame d’Italia. Chi pari a lui per indurre alle pazzie i meglio assennati?[198] Si congratulava che Giuliano dei Medici menasse a Roma la principessa sua moglie, e «la città tutta dice, — Or lodato sia Dio, che qui non mancava se non una corte di madonne, e questa signora ce ne terrà una, e farà la croce romana perfetta»[199]. Accanto a loro monsignor della Casa componeva capitoli di trascendente lubricità, e domandava il cappel rosso non per le virtù proprie, ma «in mercè delle perpetua fede e della sincera ed unica servitù che avea sempre dimostrata ai Farnesi». E questi, e il Bembo, e il cardinale Ippolito d’Este, e tropp’altri ostentavano figliuoli.

Che la forma non alteri le idee, rado avviene; e il ravvivato splendore dell’antichità abbagliava per modo, da non lasciar più vedere il cristianesimo. Il Guicciardini, il Paruta, il Machiavelli, il quale credeva all’astrologia e non a Cristo, sanno ammirare unicamente la civiltà anteriore al cristianesimo; Marsilio Ficino accende una lampada al busto di Platone. Più avanti si procedeva, e le due opposte scuole de’ Platonici e degli Aristotelici s’accordavano nell’osteggiare o almeno mettere da banda la religione, e in nome della filosofia sostenevano chi la mortalità dell’anima, chi l’unità dell’intelligenza, chi l’ispirazione individuale; men tosto eretici che pagani; non combattendo l’evangelica predicazione, ma affettando che mai non fosse sonata.

Primo sintomo n’era la smisurata superbia, ciascun di quei dotti credendo suprema la propria scienza, come il viaggiatore crede il più eccelso il vertice del monte ove a stento si arrampicò. De’ filosofi, alcuni stavano fedeli ad Aristotele, meglio conosciuto dacchè studiavasi il greco; Leonico Tomeo veneziano ne impresse una traduzione, molti attesero a interpretarlo, altri a rammodernarlo mescolandovi un poco d’arabo, di scolastico, di platonico, di cristiano, sì da formarne un bastardume indicifrabile, ma anche sterile. L’arabo Averroe, il più vantato suo commentatore, il quale sosteneva l’unità e l’immortalità delle anime e Dio essere il mondo, era stato da Pietro d’Abano introdotto nell’Università di Padova, ove pose radici (t. VIII, p. 156): Gaetano Tiene assodò colà, Nicolò Vernia diffuse ad altre terre l’insegnamento dell’unità dell’intelletto, la quale al fine del Quattrocento regnava nelle scuole venete, come il platonismo[200] nelle toscane: Regiomontano dava lezioni pubbliche a Padova sopra Al-Fargani, e bene avanti nel secolo XVII durò colà quel realismo razionalista, sotto il quale ammantavasi il pensare indipendente.

Francesco Patrizio illirico, che presunse fondare una filosofia nuova, esortava il papa a sbandire Aristotele come repugnante al cristianesimo, mentre in quarantatre punti vi aderiva Platone. E a Platone prestava culto Marsilio Ficino quanto a Cristo, vi trovava l’intuizione de’ misteri più profondi, il _Critone_ considerava come un secondo vangelo caduto dal cielo; ma Michele Mercato, un de’ suoi più diletti scolari, non sapea torsi i dubbj sull’immortalità dell’anima. Ed ecco una mattina costui è svegliato dal correre d’un cavallo e da una voce che il chiama a nome; s’affaccia, e il cavaliero gli grida: — Mercato, è vero». Egli avea pattuito col Ficino che, qual dei due morisse prima, darebbe certezza all’altro delle cose d’oltre tomba; e Ficino era appunto spirato in quell’istante.

Pietro Pomponazzi mantovano, cattivo filologo e debole logico, ma arguto e vivace parlatore, tormentato dai dolori di Prometeo nell’incertezza del vero, e nell’accorgersi che la ricerca di questo rende beffati dal vulgo, perseguitati dagl’inquisitori[201], dubita fin della Provvidenza e dell’individualità dell’anima; promuove discussioni, senza riguardo ai dogmi nè alla disciplina; schiera le argomentazioni più speciose a provare che colla ragione non può dimostrarsi l’immortalità dell’anima nè il libero arbitrio; fa inventate dagli uomini le idee morali e le postume retribuzioni[202]. Sulla predestinazione erano allora comunemente accettate le decisioni di san Tommaso, e il Pomponazzi non esita a contraddirlo, e — Se fosse vero (dice) quel che molti Domenicani asseriscono, che quel santo avesse ricevuto realmente e davanti molti testimonj tutta la sua dottrina filosofica da Gesù Cristo, non oserei porre dubbio su veruna delle sue asserzioni, per quanto mi sappiano di false e impossibili, e ch’io vi veda illusioni e decezioni piuttosto che soluzioni: perocchè, come dice Platone, è empietà il non credere agli Dei o ai figli degli Dei quand’anche sembrino rivelar cose impossibili. Vero però o no che sia il racconto, io citerò di lui su tal soggetto cose che ispirano gravi dubbj, de’ quali e dagl’infiniti uomini illustri della sua _setta_ attendo la risoluzione».

Vedete bel modo d’accettare la tradizione religiosa! E nel trattato delle _Incantagioni_ professa tenersi alla natura qualvolta i ragionamenti bastano a dar ragione di fenomeni per quanto straordinarj; e spiega moltissimi avvenimenti prodigiosi e miracoli, lasciando a parte quei del vangelo. Ricorre anche alla teurgia, alla quale arrivavano gli Aristotelici ragionando, come i Platonici contemplando, mercè degli studj orientali e della cabala, che derivava dalla parole di Ormus e precedeva quella di Hegel. Secondo il Pomponazzi, ogni cosa è concatenata in natura, onde i rivolgimenti degli imperi e delle religioni dipendono da quelli degli astri; i taumaturghi sono fisici squisiti, che prevedono i portenti naturali e le occulte rispondenze del cielo colla terra, e profittano dei momenti in cui le leggi ordinarie sono sospese per fondare nuove credenze; cessata l’influenza, cessano i prodigi, le religioni decadono, e non lascerebbero che l’incredulità, se nuove costellazioni non conducessero prodigi e taumaturghi nuovi.

L’opera sua fu bruciata pubblicamente a Venezia; tolta a confutare da Alessandro Achillini averroista scolastico e da altri; eppure alla Corte di papa Leone la difese il Cardinale Bembo e le continue proteste di sommessione e la condotta intemerata salvarono dalla persecuzione l’autore, il quale seguitò a professare sicuramente a Bologna, dopo morte fu onorato d’una statua, e deposto nella sepoltura d’un cardinale. Non piccolo effetto esercitò egli sul suo tempo; e qualora un professore cominciasse le solite dissertazioni, i giovani interrompevano gridando: — Parlateci delle anime», per conoscere subito il suo modo di vedere nelle quistioni fondamentali.

Facilmente da noi ogni sentimento divien passione, e gli scrittori contemporanei ci sono prova che quei pensamenti non erano un fatto isolato; certo vi aderirono Simone Porta, Lazzaro Bonamico, Giulio Cesare Scaligero, Giacomo Zabarella, Simone Porzio, la cui opera sull’anima è detta dal Gessner «più degna d’un porco che d’un uomo», eppure non gli partorì disturbi. Andrea Cesalpino, illustre naturalista, fa nascere le cose spontaneamente dalla putredine, mediante il più intenso calore celeste. Galeotto Marzio di Narni, nelle dissertazioni di filosofia avendo posto che, chi vive secondo i lumi della ragione e della legge naturale otterrà l’eterna salute, fu côlto dall’Inquisizione a Venezia, e s’un palco colla mitera di carta dipinta a diavoli, obbligato a ritrattarsi. Non ebbe maggior castigo in grazia della protezione di Sisto IV ch’era suo allievo; e ritiratosi in Ungheria, dove fu bibliotecario e educatore del figlio di Mattia Corvino, ne uscì per seguitare Carlo VIII in Italia, dove cascando di cavallo, si ruppe la persona. Nell’inedito suo libro _De incognitis vulgo_ i dogmi nostri confronta con quelli de’ pagani, nell’evidente intenzione di mostrare che non sono meno credibili questi che quelli.

Mattia Palmieri, nella _Città della vita_, poema inedito, proclama la trasmigrazione delle anime, e nella orazione funebre recitatagli in chiesa, Alamanno Rinuccini mostrava deposto sul cadavere di lui quel libro, dove cantava come l’anima, sciolta dalla terrena soma, per varj luoghi girava, finchè giungesse alla superna patria.

Agostino Nifo (_De intellectu_) sosteneva non esistere che un’anima ed un’intelligenza, sparsa in tutto l’universo, che vivifica e modifica gli esseri a sua voglia; pure Pietro Barozzi, vescovo di Padova, lo campò dalle minaccie, e Leon X il favorì, e pagollo perchè confutasse il Pomponazzi. Speron Speroni, a Pio IV che gli diceva, — Corre voce in Roma che voi crediate assai poco», rispose: — Ho dunque guadagnato col venirci da Padova, ove dicono che non credo nulla»; e poco prima di morire esclamò: — Fra mezz’ora sarò chiarito se l’anima sia peribile o immortale»[203]. Cesare Cremonino da Cento, professore a Ferrara e a Padova, troncava in modo risoluto e antifilosofico l’accordo tra la fede e la filosofia col dire: _Intus ut libet, foris ut moris_; e morto ottagenario dalla peste, anche dal sepolcro (almen lo dissero) volle protestare contro l’immortalità, mediante l’epitafio _Hic jacet Cremoninus totus_. Quando Erasmo da Rotterdam, il maggior erudito e forse il più franco pensatore fra i Tedeschi, fu a Roma, alcuno volle provargli non correre divario tra le anime degli uomini e delle bestie; e «non pareva fosse gentiluomo e buon cortigiano colui che de’ dogmi non aveva qualche opinione erronea ed eretica»[204].

Ecco perchè Leon X proibì d’insegnare Aristotele nelle scuole, e nel concilio Lateranese V ordinò di smettere la distinzione che faceasi delle opinioni, false secondo la fede, e vere secondo la ragione, ed esser eretico chi insegnasse una sola esser l’anima razionale, partecipata a tutti gli uomini, mentre invece è la forma dei corpi moltiplicata a norma di quelli; e ingiunse che gli ecclesiastici studenti nelle Università non si applicassero più di cinque anni alla filosofia o alla poesia, senza unirvi la teologia e il diritto pontifizio.