Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)
Part 14
Nel secolo XII appajono più diligentemente lavorate le colonne e i capitelli; arabeschi e frastagli acquistano finezza; le statue di santi e di persone illustri mancano ancora di vita e d’individualità, non di ardimento ed eleganza. Di un Wiligelmo sono i rilievi del duomo di Modena del 1099, e alcuni della facciata del San Zeno a Verona, dove le migliori sculture appartengono a Nicola da Ficarolo (almeno a detta del Baruffaldi) che nel 1135 ne lavorava sulla facciata del duomo di Ferrara. Roberto, Gruamonte, Biduino scolpirono a Pistoja, a Lucca, a San Casciano. Di Benedetto Antelmi è una Deposizione del 1170 nella cattedrale di Parma. Avanzano a Milano un bassorilievo, che rappresenta la riedificazione di questa città; ed un monumento a Oldrado da Tresseno, podestà nel 1233, la prima statua equestre dopo gli antichi. In piazza di San Domenico a Bologna è la tomba del giureconsulto Rolandino Passaggeri, che dettò la risposta a Federico II quando minacciosamente chiedevagli si restituisse il re Enzo; e quella dei Foscherari, fatta il 1289, con rozzi bassorilievi: dentro poi sta la tomba di Taddeo Pepoli, rappresentato dal veneziano Giacomo Lanfrani in atto di rendere giustizia al popolo. Nel duomo di Sessa avvi un pulpito grandioso, retto da sei colonne di granito con capitelli bellissimi, e adorno di musaici, come i due di Salerno; e un candelabro stupendo, che l’iscrizione attribuisce a un Pellegrini da nessun nominato, e fra gli anni 1224 e 1283[128].
In generale ne’ lavori di metallo è più seguito il metodo bisantino, in quelli di pietra predomina l’occidentale; forse perchè di Costantinopoli venissero i maestri di fonderia, arte ivi ancora fiorente, mentre v’era perita quella della scoltura o bassa o intera.
Di ben altra maestria lavori offre Pisa, dove Giunta avea formata una buona scuola, e dove Nicola, studiando i bassorilievi antichi del cimitero si propose imitarne la bontà, senza forse ignorare i sassoni artisti, che allora abbellivano Wechselburg e Freyberg. Al pergamo di San Giovanni egli pose figure mirabili, malgrado i molti difetti di disegno[129], poi una Deposizione in San Martino di Lucca, ispirata ancora dal sentimento devoto, al quale lasciò poi prevalere la perfezione tecnica, come in un altro pulpito ottagono a Siena, di gusto e diligenza e complicata composizione, con numerose figure e leoni bene studiati, e tra altre cose un Giudizio universale, ch’e’ trattò per la prima volta con larghezza, benchè non ancora ispirato da Dante. È migliore l’arca di San Domenico in Bologna[130], sobria composizione, ajutata o finita da scolari. Sulla facciata del duomo di Siena sono fregi e statue di Giovanni della Quercia, del 1339. Così ornata era quella di Bologna.
Giovanni di Nicola pisano continuò la buona scultura, operò al magnifico duomo d’Orvieto, esercizio de’ migliori pennelli e scalpelli di quel secolo, e donde Bonifazio VIII tolse artisti pel San Pietro di Roma, fra i quali Agostino ed Angelo da Siena. Con questi due, Giovanni condusse il sepolcro di Guido Tarlato, il più bello che ancor si fosse veduto, con sedici storie di sue imprese. Ad alcuno di essi vorrebbero attribuire la bellissima tavola in San Francesco di Bologna, tutta istoriata, che invece è di Jacobello e Pietropaolo de’ Masigni[131]; e chi dice anche l’arca di Sant’Agostino a Pavia, ricca di ducennovanta figure, che in sole opere di marmo costò quattromila fiorini d’oro. Sotto Giovanni cominciò Andrea Ugolino da Pisa; a Firenze ornò la facciata del duomo che poi fu distrutta, non restando di lui che qualche bassorilievo sul campanile, e le porte di San Giovanni, eclissate poi da quelle del Ghiberti: a torto gli attribuiscono il monumento di Cino da Pistoja e la bellissima statua sull’altare del Bigallo, opera di Alberto Arnoldi fiorentino. Da Pisa pure veniva a Milano Giovanni di Balduccio, che fece la meschina porta della chiesa di Brera e il monumento di san Pietro martire a Sant’Eustorgio, marmo di Carrara con otto bassorilievi e diverse statue simboliche, le quali sostengono ed ornano un sarcofago, sormontato da piramide, aggiunto un tempietto con Cristo e varj santi; opera che cede in gusto ai pergami di Pisa e Siena e all’arca di San Domenico, ma le pareggia in magnificenza.
Nè la pittura era morta mai; e i monaci che miniavano manoscritti, e principalmente salterj e benedizionarj, non aveano modelli antichi a cui sagrificare il pensiero, e studiavano il movimento e l’espressione. Ottone III menò via d’Italia un Giovanni pittore, affinchè ornasse un oratorio del suo palazzo in Aquisgrana; dal quale il vescovo Nolker fece pur dipingere il chiostro della cattedrale di Liegi, e il suo successore edificar la chiesa di Sant’Andrea[132]. Le dame di Modena nel 1157 faceano esemplare il codice delle lettere di san Girolamo, bel monumento d’arte, e più di civiltà. Nulla ci rimane di frate Oderisi da Gubbio, e di Franco Bolognese, encomiati da Dante. Nell’archivio delle riformagioni a Siena ammirano miniature della metà del XIV secolo, massime di Nicola di Sozzo, e magnifici corali di frà Benedetto di Matera: a Montecassino altri lavorati dalla scuola ivi esistente, che poi produsse in Sandolio, di cui v’è un mirabile uffizietto: altri a Ferrara: nella Laurenziana un preziosissimo, de’ molti che appartennero a’ Camaldolesi degli Angeli, fra cui andavano distinti quelli di Giovan del Monte e di don Silvestro fiorentino; e que’ religiosi conservarono come reliquia la mano di frà Lorenzo degli Angeli. Gherardo e Atavante, pur di Firenze, vennero con altri chiamati ad abbellire i codici di Mattia Corvino re d’Ungheria. Dal 1477 al 1535 sono i corali di Ferrara, belli quanto quelli di Siena, e ne son conosciuti gli autori.
Son lavori, ai quali lo storico dell’arte dee molta attenzione, perocchè l’imitazione v’è minore e più vivace l’ispirazione religiosa.
Profusione d’oro, sul cui campo rilievano il Creatore o il Redentore; crocifissi somiglianti a mummie, coi piè disgiunti, e ferite da cui sgorga a rivi un sangue verdastro; madonne nere e torve, con dita lunghe stecchite e occhi tondi, e un rozzo bambino in grembo; e in generale figure lunghe, teste vulgari, niuna espressione, composizioni sgraziate, sono i distintivi di quel dipingere anteriore al XII secolo, che intitolarono bisantino. I Greci, non ancora invasi dai Barbari, aveano conservato il meccanismo dell’arte; ma invece di ritrarre la natura, atteggiavansi a certi tipi sacerdotali, indeclinabili.
Nella presa di Costantinopoli forse i nostri conobbero sostanze e stromenti, e con migliore abilità tecnica imitarono alcune forme greche. Del qual modo sono i severi dipinti di San Pietro in Grado presso Pisa, e una pala d’altare nella galleria di Siena del 1215, dalla quale città diede i primi lampi la pittura nuova. Ivi nei Domenicani è una preziosa Madonna di Guido da Siena, che mal si porrebbe al 1221: ma di quel tempo Bonamico, Parabuoi, Diotisalvi vi dipingevano i libri del camerlingo: poi sul fine del secolo Duccio di Buoninsegna faceva il gran quadro della cattedrale, dipinto sul dritto e sul rovescio, ove dalla dignità jeratica non iscompagna la dolcezza e la nobile grazia convenienti alle scene della passione. Si conserva il Cristo, che i Senesi portarono alla battaglia di Monteaperti; per la quale vittoria fecero da Simone di Martino, lor cittadino, dipingere la Vergine, con un fare che si stacca dalla bisanlina durezza. Ispirata dalla religione e dalla patria, quella scuola ha maggior estro della fiorentina, e i suoi lavori non s’ammucchiano in gallerie principesche, talchè chi visita quella città, ch’è una visione del medio evo, inclina a darle la priorità nelle arti belle.
Giunta pisano fin dal 1202 è intitolato pittore, e di man sua non di Margaritone sono il Cristo d’Assisi, fors’anche le pitture di quella tribuna; e un altro Salvatore nel San Renieri di Pisa. Jacopo francescano ornò di musaici l’altare di San Giovanni di Firenze. D’altre opere non si accerta il tempo. A Margaritone d’Arezzo, scultore e architetto, il Vasari attribuisce l’aver primo riparato al fendersi delle tavole coll’incollarvi una tela e intonacarla di gesso, e insegnato a dar di bolo, mettere l’oro in foglie e brunirlo. Molte cose lasciò a fresco, a tempra e su tela; ma restò amareggiato dal veder sorgere una generazione migliore. Ferrara vanta Gelasio di Nicolò della masnada di San Giorgio, forse del 1242; Lucca il suo Buonagiunta; i Bolognesi Guido, Ventura, Ursone, e molte pitture serbano del secolo XII; i Cremonesi altre nel loro duomo, a contorni secchi e colorito forte, e da Lanfranco Oldovino fecero dipingere la vittoria sui Milanesi del 1213.
Rilevando su fondo d’oro e d’oltremare, i contorni di tali lavori pajono rigidi; ma i lineamenti cominciano ad apparir meno burberi, e il riposo che fin allora credeasi unicamente convenire alla santità, inclina a qualche movenza. Al difetto d’espressione si suppliva con liste scritte; spediente ben anteriore a Bufalmacco, al quale lo attribuiscono[133]; e Simone di Martino o Memmi volendo esprimere che violentemente il diavolo tentava san Renieri, dipinse quello col capo basso e gli occhi coperti dalle mani, e di bocca gli usciva _Ohimè, non posso più_.
Era dunque la pittura risorta prima di quel che ne proclamano restauratore, Giovanni Cimabue. Nato il 1240 in Firenze, ammaestrato sui Greci, bentosto se ne staccò, colorendo più sfumato e fuso, e rendendo morbide le vesti, vive le attitudini, quantunque manchi di prospettiva lineare ed aerea, e paja secco a causa del fondo cilestro o verde: le madonne faceva ancora fosche e disavvenenti, per riverenza verso i tipi; ma meglio arieggiò le altre teste, e con dignità e vita espresse i caratteri ne’ due gran quadri di Santa Maria Novella e di Santa Trinita a Firenze, il primo più sciolto d’imitazione e soave nei volti, l’altro di minor grazia e più robusta maestà. I vasti dipinti murali di San Francesco d’Assisi ingegnosamente aggruppò e svolse con affetto e naturalezza.
Allora dappertutto germogliarono artisti: Tommaso degli Stefani dipingeva a Napoli, e in Santa Chiara Simone da Cremona; in Perugia il 1297 si facea la _Maestà delle volte_, cioè una madonna e alcuni santi (or mutati in angeli) sotto al palazzo del popolo, con manto d’oro rabescato, e con molta grazia nelle teste e nel bambino; Scipione Maffei, nella _Verona illustrata_, cita non poche opere di questa città; il Malvasia altre di Bologna, anteriori a Giotto; artisti paesani coprivano il battistero di Parma con pitture imitanti il musaico, a contorni meno angolosi, e con partiti nuovi di pieghe, e movenze passionate fin all’esagerazione.
Ad emanciparsi dai tipi greci diè spinta il dover rappresentare cose nuove, quali erano gli stemmi, e sovente i ritratti dei podestà[134], le arme del Comune, le geste di san Francesco, e de’ suoi, con bontà d’atti semplici, e fra persone e casi positivi e recenti; sicchè mancando esemplari classici o tipi prestabiliti, si imitò il vero. Teofilo, monaco vivente in Lombardia, che alcuni rimandano al X secolo, ma pare piuttosto dei tempi che discorriamo[135], descrisse «tutto quanto possiede la Grecia sulle specie e le mescolanze de’ varj colori; tutta la scienza de’ Toscani sulle incrostazioni e sulle varietà de’ nielli; tutte le sorta d’ornamenti che l’Arabia adopera in opere fatte colla malleabilità, la fusione, la cesellatura; tutta l’arte della gloriosa Italia nell’applicar l’oro e l’argento alla decorazione delle differenti maniere di vasi, o al lavoro delle gemme e dell’avorio; quel che la Francia ricerca nella preziosa varietà delle finestre; i delicati lavori d’oro, d’argento, di rame, di ferro, di legno, di pietre che onora l’industre Germania». Egli accenna chiaramente il dipingere a olio, ignoto agli antichi, ma s’adoprava quello di linseme, lentissimo ad essiccare, donde la difficoltà del sopradipingervi; e forse la scoperta di cui vien gloriato Giovanni da Bruges consistette nel surrogarvi olio di noce e di papavero, od aggiungervi un essiccante.
A questo punto ritrovava l’arte Giotto da Bondone (-1337). Fanciullo, mentre custodiva l’armento paterno, copiava in disegno pecore e capre, avvezzandosi così a ritrarre dal vero. Cimabue il tolse dall’oscurità e l’istruì nel dipingere, ove presto acquistò un colorire giocondo e trasparente, buona disposizione de’ componimenti, giuste forme ed espressione naturale, abbandonando i tipi arcaici e convenzionali.
Primo o de’ primi suoi lavori furono i ritratti di Dante, di ser Brunetto, di Corso Donati e d’altri illustri fiorentini nella cappella del Bargello; per ultimo nella sala della Mercanzia «con propria e verosimile invenzione dipinse il Comune rubato da molti, per mettere paura ai popoli» (VASARI). Di tali patriotici concetti doveva ispirarlo l’amicizia di Dante, a illustrazione del quale adoperò il pennello, e come lui vagò per Italia, quasi scuola ambulante, e in più di venti città lasciò lavori ed esempj, e i principali in Firenze, massime l’Incoronata in Santa Croce. Bonifazio VIII gli diede varie commissioni, e 1200 fiorini pel disegno della nave di san Pietro, sviluppo d’allegoria cristiana, condotto a musaico da Pietro Cavallini sotto al portico della basilica Vaticana; frescò l’interno del vecchio portico di San Giovanni Laterano; a Padova nella cappellina gotica degli Scrovegno entro l’antica arena, fece la vita di Maria Vergine, composizione carissima, oltre un Giudizio finale, e figure simboliche de’ vizj e delle virtù, più meditate che lodevoli. A’ suoi dipinti in Santa Chiara di Napoli un’età di barbara eleganza diè di bianco per crescer luce alla Chiesa: quelli nel Santo d’Assisi sono rialzati dalla pietà e dalla simbolica intelligenza.
Come gli altri contemporanei, lavorò anche d’architetto, e nessun campanile supera quello che pose alla cattedrale di Firenze, tutto a compasso di marmi varj, con finestre, nicchie, statue, fasce di rappresentazioni civili, figurando la creazione e lo sviluppo dell’umanità nel vivere domestico, ne’ viaggi, nelle arti, nelle scienze, nelle virtù cristiane, nei sacramenti. È in cinque piani, e intendea sovrapporvi un’alta piramide, che avrebbe dato un mirabile vedere.
Gli scolari suoi studiarono di più le tinte, e rammorbidirono i contorni fin a dare nello stentato: ma nel giudicare di loro, la critica sistematica biasima o loda la medesima mano, secondo vi vede l’imitazione della antica purezza, o l’ispirazione del sentimento cristiano. Stefano nipote di Giotto migliorò la prospettiva e tentò gli scorti; educò il Giottino, che per grave espressione e colorire unito superò i precedenti, e forse solo dalla precoce morte fu impedito di uguagliar l’avo. Taddeo Gaddi, lavorato ventiquattro anni con Giotto, lo emulò nel cappellone di Santa Maria Novella, facendo la religione trionfante per opera dei santi Domenico e Tommaso, con ricchezza d’allusioni, di ritratti, di grandiose invenzioni.
Vi operò seco a concorrenza Simone di Martino o Memmi senese, coloritore soavissimo e di composizioni ispirate ed espressive fisionomie; immortalato dal Petrarca, pel quale ritrasse madonna Laura, e miniò un Virgilio, serbato nell’Ambrosiana di Milano. In altre città d’Italia dipinse egli, ed in Avignone pei papi: sicchè le due scuole toscane, procedendo di fronte, assodavano l’onore dell’arti italiane, con senso del bello e convenienza di rappresentazione; la fiorentina più erudita, ingegnosa ed ampia; la senese più profonda di sentimento. I Lorenzetti, e massime Ambrogio, alle soavi composizioni unirono forza di colorito; il Berna ben ritrasse gli animali; Andrea di Vanni non si distolse dall’arte per elevate magistrature; Duccio fe prove eccellenti in quel duomo; Taddeo di Bartolo di Fredo forma passaggio tra questa scuola e la perugina, studiando più allo spirito che all’esterna correzione del contorno. La terribile peste vi rincalorì le idee religiose, mantenute nell’accademia ivi formatasi.
Anche Giacomo di Casentino nell’accademia di San Luca di Firenze riunì i principali artisti. Assisi era sempre la palestra de’ pittori, come Subiaco, Montecassino ed altri chiostri. Al cimitero di Pisa coll’Orcagna gareggiarono Stefano Memmi, Pietro Lorenzetto, Spinello aretino, Anton veneziano e Bufalmacco Buonamico, rinomato per bizzarrie. Dell’apparire di Giotto nell’alta Italia danno segno i pittori che vi sorsero. Verona si abbella di Turone e Stefano da Zevio, e di Jacopo d’Avanzo, che stupendamente dipinsero nel Santo di Padova e nella vicina cappella di San Giorgio: poi di Vittor Pisanello; nella qual città si ammirano anche opere di Giovanni Miretto e di Giovanni e Antonio Padovano. Crebbe la perdonabile vanità delle cappelle gentilizie, ornate dai migliori pennelli e scalpelli, come singolarmente si ammirano in Firenze quelle de’ Baroncelli e de’ Rinuccini in Santa Croce, degli Strozzi in Santa Maria Novella, de’ Brancacci nel Carmine: poi nelle case private voleansi dipinte camere, cassapanchi, teste di letti.
Ma già siamo entrati nell’età, ove riprendea piede il gusto classico, e principalmente in Toscana nacque e crebbe l’idea di metter tutto sull’imitazione antica, fin al punto di rinnegare ogni originalità. A questa teorica s’inchinarono i precettori e gli storici, e compiansero come miseria e barbarie quant’erasi lavorato nel medio evo. A ciò li condusse il vagheggiare soltanto la forma, anzichè elevarsi all’idea; riporre il bello nella rappresentazione vera ed eletta della natura, anzichè ne’ concetti da cui è ispirato, e dai sentimenti che suscita; nel rigoglio della gioventù e della forza, anzichè nella ascetica magrezza, nella paziente sofferenza e nella pacata devozione.
Al tempo che descriviamo, le arti, più che ritrarre al vero la vita, pareano proporsi di spiritualizzare la materia; più che la bellezza plastica, stavano fedeli ad un’espressione delicata e spirituale; più che ai particolari, badavano all’effetto generale, onde tutte e tre si teneano per mano, e l’artista potea valersi d’ogni mezzo, del simbolo, del rilievo, della doratura, delle parole che or uscivano di bocca, or giravano col lembo della veste, or coll’aureola al capo. A vicenda la pittura doveva esprimere il suo concetto nel modo più semplice ed evidente, senza distrazione di accessorj, nè tampoco nel fondo, senza ricerca di bellezze naturali; poichè il dilettare non era che mezzo. Insomma le arti si conservavano mistiche e religiose, benchè dall’erigere e ornare i tempj di Dio passassero già ad abbellire le stanze degli uomini, e credeano non si potesse raggiungere il vero bello se non mediante l’ispirazione, nè questa ottenere se non con cuore mondo, viva fede, orazione fervorosa.
Bufalmacco diceva che i pittori, «attendevano a far santi e sante per le mura e per le tavole, ed a far perciò, con dispetto dei demonj, gli uomini più devoti e migliori»: un’iscrizione a piè del quadro[136] o l’effigie del pittore medesimo pregante, dovevano attestare la sua devozione. Quel Teofilo che dicemmo, diresse l’opera sua alla pittura sacra, ai vasi, ai messali, alle vetriate delle chiese; onde non solo nella proposizione, tutta elevatezza di spirito, ma ad ogni tratto erge l’artista a Dio _da cui emana l’arte_, e vuol consideri la propria professione come un incarico divino; e per ricompensa della fatica di stendere il suo libro _ut quoties labore meo usus fueris, ores pro me ad misericordiam Dei omnipotentis_. Cennino Cennini, che cento anni dopo Giotto esponeva i precetti e segreti da questo tramandati ai discepoli, chiudeva il trattato della pittura col pregar Iddio e la Madonna e san Luca primo pittore cristiano, acciocchè quei che leggessero il facciano con frutto, e ne ritengano per sempre gl’insegnamenti. Il beato Giovan Dominici, in tutti i conventi che metteva o riformava, stabiliva scuole di miniare, e alle Domenicane del _Corpus Domini_ di Venezia scriveva regole sul ben lavorare di minio, e offrivasi a terminar egli quel ch’esse non sapessero, parendogli arte opportuna ad elevare a casti pensieri[137]. Lippo Dalmasio non si poneva mai a dipingere la Madonna, che non v’avesse premesso il digiuno e la comunione. Gli statuti dell’arte dei pittori senesi del 1355 cominciano: — Noi siamo per la gratia di Dio manifestatori agli uomini grossi che non sanno lettera de le cose miracolose, operate per virtù et in virtù de la santa fede; et la nostra fede principalmente è fondata in adorare et credere uno Idio in ternità, et in Idio infinita potentia et infinita sapientia et infinito amore et clementia; et neuna cosa, quanto sia minima, può aver cominciamento o fine senza queste tre cose, cioè senza potere, et senza sapere, et senza con amore volere».
E per lungo tempo artisti e scienziati continuarono a considerare l’uomo come il principale strumento, e la morale come il fine delle discipline; laonde Leonardo da Vinci, disegnando un oriuolo, vi scriveva a fianco: — Usa le ore in modo da vivere nella prosperità»; Michelangelo diceva che la mano è nulla, ed obbedisce allo spirito che sa dirigerla; il Marchi cominciava il suo trattato d’architettura militare da capitoli sull’uomo, sull’elevare lo spirito alla considerazione delle cose, sull’acquistar onore e gloria colle virtù; e alle tavole di disegno apponeva detti morali: — L’uomo può tutto quando voglia. La fatica vince ogni ostacolo».
CAPITOLO C.
Lingua Italiana.
Avvenimento importantissimo nel medioevo è il formarsi, o, dirò meglio, l’apparire delle lingue nuove, e della nostra specialmente, che di buon’ora troviamo svolta a segno, da bastare ai più nobili argomenti. Ne dedussero le voci e i modi chi dal tedesco, chi dal greco, chi dal provenzale, chi dal celtico, e fin dall’arabo e dal persiano: e al vederli tutti sostenere l’assunto con lauta erudizione e spesso con lealtà, tu inclini a credere che nessuno avesse interamente ragione, tutti n’avessero parte. Effetto dell’impicciolire la quistione isolandola, mentre anzitutto bisogna aggruppare le lingue derivanti da ceppo comune, le quali perciò tengono somiglianze grandissime, senza che l’una sia figliata dall’altra.
È abbastanza conosciuto che le lingue si raccolgono sotto tre gruppi, denominati dai tre figli di Noè. Delle giapetiche, una vasta famiglia s’intitola indoeuropea, perchè abbraccia quasi tutte quelle della moderna Europa, insieme col persiano e col sanscrito dell’India; lingue aventi un organismo comune, e maggiori o minori somiglianze fra sè. Appartiene a queste la latina, la quale assai partecipa della greca, ma non per questo è a credernela figlia; tant’è vero che tiene della sanscrita molto maggior numero di termini che non la greca. Espressioni della società che le adoperava, la sanscrita era lingua sacerdotale, popolare la greca, grave ed aristocratica la latina, avente per carattere speciale la _maestà_, di cui persino il nome è ignoto alle altre; lingua singolarmente opportuna ad esprimere il comando, sicchè in essa furono dettate le più insigni legislazioni, poi i canoni del nuovo impero incruento: lingua della civiltà, che si fuse cogli idiomi tutti dei Barbari per redimerli dalla materialità; che fu adottata come universale nella società cattolica, ove tutto doveva esser uno.
Il latino si formò da un fondo indiano derivatole per la Tracia, e dai dialetti delle varie colonie stabilitesi in Italia, e delle genti sottomesse o consociate. I più antichi monumenti lo mostrano vago e incerto, come quello che non era scritto o poco; anzi gli uni differiscono dagli altri talmente, che senza estrinseci argomenti non si arriverebbe a determinarne l’età, e l’epitafio di Lucio Scipione si direbbe più antico che quello di Barbato suo padre (Capitoli III e XXXI, e Appendice I, dove le prove di ciò che qui si asserisce).