Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)

Part 13

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Le cattedrali ornavansi pure col culto de’ sepolcri, seconda religione dei popoli e delle famiglie; e stesi sovra la propria tomba si figuravano cavalieri, dame, prelati, anch’essi con un’espressione determinata, sicchè poteasi leggere in quella generazione di statue la storia de’ tempi. Qui il re in trono con diadema e scettro, o il doge col suo corno; colà la sposa di Cristo, con allacciati alla cintura i capelli che recise il giorno che si consacrò a Dio; l’amor conjugale era indicato dal riposare costa a costa i due sposi colle mani intrecciate; l’angelo della morte sospendeva le corone sopra il bambolo che portò seco tutte le speranze de’ genitori; una nuda pietra col nome, e colla parola _De profundis_ o _Miserere mei_ indicava il requietorio d’un frate, che forse aveva regolato i consigli dei principi e le sorti d’un regno. Le basiliche dei Frari e di San Giovanni e Paolo a Venezia danno nei sepolcri la storia delle arti dal 1300 in poi: di più antichi se ne riscontrano in tutte le nostre cattedrali e chiese, che sfuggirono alle vandaliche restaurazioni.

Ben è scarso di sentimento chi non ammira la fratellanza di popoli che potevano sollevare opere tali senz’altri sussidj che della spontanea carità; la fede che gittava le fondamenta d’edifizj, a cui solo i più tardi nepoti porrebbero il fastigio; la religione d’uomini che empivano quelle vaste navate per ringraziare il Signore d’aver loro dato una patria!

Perocchè, un altro dei caratteri per cui piaciono le cattedrali gotiche, si è l’essere alzate per concorso di tutto il popolo, per limosine e spontanei servigi di corpo. I Crociati al ritorno fondavano un monastero od una chiesa per voto o per memoria o colle spoglie degl’infedeli; la predicazione di un frate animava a farvi ciascuno oblazioni secondo sua possa; talvolta la tassa per la dispensa dalle astinenze quaresimali volgevasi a quest’uso, o il ricavo d’alcune indulgenze; a chiunque testava, ricordavasi la fabbrica del duomo; i Comuni contribuivano a questi edifizj le somme che poi furono obbligati tributare al fasto di principi; il San Lorenzo di Genova percepiva il decimo di tutte le eredità e un tanto per cento sulle gabelle, ebbe donazioni molte in Terrasanta, e a vantaggio suo si stipulavano tributi e omaggi cogl’imperatori.

L’essere le costruzioni dirette per pubblico consiglio, anzichè impacciare il genio degli artisti, faceva che il gusto si estendesse. Ma, come accade, l’impeto veniva meno, laonde rimasero incompiute la più parte delle opere gotiche[117]. Fosse poi in essi sentimento di devota abnegazione, o ignorante incuria ne lasciasse perir la memoria, ben pochi conosciamo degli architetti; neppur si trovano i primi disegni o piani, o si volessero ravvolgere nel mistero, o si mandassero alle loggie massoniche di Germania, da’ cui archivj di fatto ne uscì alcuno recentemente. A Bono lombardo sono attribuiti diversi lavori in Napoli, Ravenna e altrove, e specialmente il campanile di San Marco in Venezia, costruzione inconcussa benchè appoggiata sopra palafitte. Al San Martino e al San Michele di Lucca pose la facciata un Guidetto nel 1200, a più ordini di colonnette e che man mano si restringe, come in altre fra le poche chiese dì Toscana finite. A mezzo quel secolo contava Siena sessantun maestri di pietra, e probabilmente siffatte compagnie costituivansi dovunque si fabbricasse. Il suo duomo, cominciato forse nel 1089, coperto e consacrato nel 1180, non s’ammira tanto per grandiosità quanto per la bellezza e la profusione di marmi e bronzi.

La cattedrale di Ferrara è del 1135, opera d’un Guglielmo, e colle sculture d’un Nicolao, che lavorò pure la facciata di San Zeno a Verona nel 1138, ov’è scolpito, come su quella di Ferrara, _artificem gnarum qui sculpserit hæc Nicolaum_ ecc. Su entrambi v’erano ghirigori, animali simbolici, porta coll’arco sporgente, sostenuto da colonne intrecciate, e queste da leoni; e sulle porte laterali erano rappresentati i dodici mesi. Ma il duomo ferrarese è d’arte più avanzata, con più grandiosi concetti, più ricco ornamento, potendo la facciata di questo considerarsi come il punto più elevato dell’arte lombarda, e forse il primo in Italia dove l’arco acuto si mescolasse al tondo. Sciaguratamente l’interno fu tutto rinnovato, parte nel 1498, parte nel 1637 e finalmente nel 1711[118].

Duccio di Buoninsegna senese inventò i pavimenti di marmo bianco, con incavi riempiti di pece, a modo di giganteschi nielli: e n’è l’esempio più insigne nel duomo della sua patria, colla sacristia ricca di preziosi codici miniati, e abbellita poi dagli affreschi del Pinturicchio sopra disegni di Raffaello. Macchione d’Arezzo servì di molte fabbriche Innocenzo III, e nel 1216 alzò la pieve della sua patria ed il campanile con tre ordini sovrapposti di colonne variatissime ne’ fusti, ne’ capitelli, nelle combinazioni, e con istrane fantasie d’uomini e belve che sopportano le moli. Arnolfo di Cambio di Colle, che falsamente chiamano di Lapo, diresse in Firenze la loggia in piazza de’ Priori, l’ultima mura, Santa Croce, e il palazzo vecchio della Signoria, di vigorosa semplicità e grandezza.

L’impeto medesimo che portava sì innanzi gl’Italiani sulle vie della civiltà, li traeva pure ad ornarsi colle arti belle; nè fu favore di principe che queste allattasse, ma l’entusiasmo popolare. Margaritone non credea compensar meglio il magnanimo Farinata, che col regalargli un suo crocifisso; i Veneziani a Gentile da Fabriano assegnano un ducato al giorno e il privilegio di portar toga da senatore; i Pisani aveano ceduto qualche città dell’Asia all’imperatore Calojanni perchè sovvenisse a fabbricare il loro arcivescovado e la cattedrale di Palermo. I Perugini mandarono a supplicare Carlo d’Angiò di conceder loro Giovanni da Pisa onde ornare di sculture la loro città: quando poi esso Carlo giunse a Firenze, il Comune l’invitò a vedere il quadro che allora Cimabue stava terminando; ed egli vi andò col suo corteggio, e dietrogli i magistrati e tutto il popolo; e tanta fu la contentezza, tanto l’applauso, che quella strada ne conserva ancora il nome di Borgo Allegri: e poichè il quadro fu compito, venne recato alla chiesa con solennissima processione, e all’autore lauti premj ed onori.

Quando Andrea pisano ebbe fuso le porte di San Giovanni a Firenze, alla Signoria fu concesso uscire dal palazzo ove dovea stare rinchiusa, per venire a vederle cogli ambasciadori di Napoli e Sicilia. Poi esso Comune emanava questo memorabile decreto: — Atteso che la somma prudenza d’un popolo di origine grande sia di procedere negli affari suoi di modo, che dalle operazioni esteriori si riconosca non meno il savio che magnanimo suo operare, si ordina ad Arnolfo, capomastro del nostro Comune, che faccia il modello o disegno della rinnovazione di Santa Reparata, con quella più alta e suntuosa magnificenza che inventar non si possa nè maggiore nè più bella dall’industria e poter degli uomini; secondo che da’ più savj di questa città è stato detto e consigliato in pubblica e privata adunanza, non potersi intraprendere le cose del Comune se il concetto non è di farle corrispondenti ad un cuore, che vien fatto grandissimo perchè composto dell’animo di più cittadini uniti insieme in un sol volere»[119]. Conforme a tale decreto, Arnolfo di Cambio architettò Santa Maria del Fiore a croce latina ed archi ottusi, sostenuti da piloni formati di quattro pilastri, con capitelli a fogliame; e l’ampiezza degli archi dà idea di grandissima estensione, mentre la semplicità, da altri disapprovata, tempera l’aspettativa, talchè il riflettervi non diminuisce la prima impressione. Quattro denari per lira, esatti sulle merci che uscissero di città, e due soldi per testa ogn’anno, fu l’ajuto che Firenze diede alla devozione per esigere quell’insigne monumento religioso e nazionale.

Il vicino battistero, fabbricato forse nel VI secolo con materiali antichi, fu da Arnolfo disposto e ornato, levando ciò che discordava dalla sua destinazione, e rivestendolo del marmo nero di Prato. Di bella e maestosa semplicità fece egli prova anche in Santa Croce, ove allo scolo dell’acque provvide con tetti a frontispizio e doccie di pietra immurate.

Di Santa Maria Novella (di cui si poser le fondamenta il 7 ottobre 1279) fanno architetti frà Jacopo Talenti da Nipozzano e due Domenicani frà Sisto e frà Ristoro, i quali dentro, dicono per ottico accorgimento, diminuirono a gradi lo sfogo degli archi, come si userebbe in prospettiva. Lorenzo Maitani senese ergeva allora il duomo d’Orvieto, che in quell’altura dovette costare ingente prezzo; e riuscì finitissimo nelle particolarità, massime nella facciata, d’eleganti proporzioni, e tutta a rilievi e musaici che sono una bellezza a vedere: la varietà delle pietre che li divide a fasce, è spesso riprodotta negli edifizj toscani. E se si pensi come piccola città sia quella, più fa meraviglia che abbia voluto emulare le maggiori con iscolture di Arnolfo, di frà Guglielmo, di Agostino ed Angelo da Siena, di Mosca, e pitture di Gentile da Fabriano, del beato Angelico, di Benozzo Gózzoli, del Signorelli e d’altri eccellenti.

Di gran sapere architettonico diede segno Nicola pisano ne’ Frati Minori di Firenze, poi nel Santo di Padova, alla cui costruzione papa Alessandro IV invitava tutta cristianità(1231). Suo figlio Giovanni si sperimentò in molti luoghi, e singolarmente a Perugia nel mausoleo di Benedetto XI, e nella ricca fontana storiata, di tre bacini sovrapposti, elevata su dodici gradini, e tutta a ninfe e grifoni di bronzo, costata censessantamila ducati. In patria lavorò Santa Maria della Spina, giojello di minuto artifizio, e il famoso camposanto. Da Carlo d’Angiò fu chiamato a fabbricare il Castelnuovo a Napoli, disegnò le facciate del Duomo d’Orvieto, condusse un bellissimo musaico per l’altar maggiore di Arezzo. Andrea pisano nel 1304 cominciò l’arsenale di Venezia, il più glorioso monumento di quella città, come ora il più compassionevole. Gattapane o Catapane fece il palazzo di Gubbio, ove si conservano le tavole eugubine.

Da noi nel gotico prevaleva il massiccio al finestrato, non si poneano i contrafforti, consueti in Germania, ma piuttosto molte decorazioni di frontoni, di gugliette, di tabernacoli; e di rado si seppe innestare i campanili al tutt’insieme. Poi non fu mai esclusivo, e v’avea contraddizioni di stile fra le parti inferiori e le superiori, le quadre e le puntute; la linea perpendicolare e piramidale non lanciavasi coll’ardimento de’ nordici, e cedea spesso alla classica orizzontale; nè l’arco acuto escludeva l’emiciclico, che troviamo unito a quello in insigni edifizj, quali il camposanto di Pisa, Or San Michele di Firenze, le cattedrali di Siena, di Orvieto, di Padova, la cappella sotterranea di Montefiascone. Il Palazzaccio dei Soderini a Corneto internamente è di marmo bianco a tre ordini di loggie, di cui i due primi arcoacuti, l’altro di colonnette corintie sostenenti l’architrave piano. A Roma, se ne togli Aracœli e Santa Maria presso Minerva, ai restauri non sopravive quasi di gotico che qualche decorazione. Tutto insomma indica che il gotico qui fu imitato, non indigeno, e venne sovraposto all’antica forma bisantina ed alla romano-cristiana.

Misti sono gli ordini anche nel broletto di Milano e in quello di Como a marmi tricolori: nella qual città fu il 1396 tolta a rifabbricare la cattedrale, ch’è tra le migliori di gusto lombardo, tutta marmi del paese, arricchita poi con ornati d’ottimo sentimento. Pel San Petronio di Bologna, architettato nel 1388 da Antonio di Vincenzo, uno dei sedici riformatori e ambasciatore a Venezia, si fece un modello di legno e carta a un dodicesimo del vero, e doveansi demolire otto chiese circostanti; e sebbene non compiuto nella grandezza designata[120], mirabili ne sono gli ornamenti, e maestosa l’interna disposizione. Il Piemonte, oltre Sant’Andrea di Vercelli, fondato dal cardinale Guala de’ Bicchieri nel 1219 quando tornava dalla nunziatura di Inghilterra, ad archi acuti, torre a cupola, finestre rotonde, mostra un bel gotico nella badia di Vezzolano, inosservata fra le colline del Monferrato. La cattedrale di Asti e San Secondo hanno maniera lombarda.

Appartengono a men severi e più splendidi tempi il duomo di Milano e la Certosa di Pavia. Il primo si cominciò, o piuttosto si ripigliò con fervore nel 1386[121]; e l’architetto ignoto, tenendosi nella pianta alla regolarità delle basiliche, nell’elevazione s’avvicinò alle cattedrali nordiche, e specialmente a quelle di Strasburgo e di Spira, che sono i più bei monumenti di Germania. Gli acutissimi archi delle cinque navate a croce latina impiantano su cinquantadue piloni poligoni, con capitelli adorni di ricchissima varietà; centodue guglie, quante nessun’altra fabbrica italiana, ornate esse e tutto l’edifizio di tremilatrecento statue di marmo. Fino a quest’oggi fu palestra agli artisti; e nel cinquecento il Gobbo Solaro, il Vairone, il Bambaja, il Brambilla, il Fusina ed altri lo fregiavano di sculture, gran pezza superiori al San Bartolomeo scorticato di Marco Agrati, che gode una fama popolare non meritata dall’esecuzione, e meno dal pensiero.

Contemporanea, ma in istile più italiano, cominciavasi la Certosa presso Pavia. Ignoto l’architetto primitivo; l’ortografia esteriore è ad elegantissimo disegno d’Ambrogio da Fossano, pittore detto il Borgognone nel 1472, e potè dirsi compiuta nel 1542. Non cede che a San Marco di Venezia in marmi e pietre preziose; ed è foggiata a croce latina, lunga settantasei, larga cinquantatre metri, in tre navate ad archi acuti, quattordici cappelle e due sfondi di croce. All’incrociamento sorge il pinacolo a loggiati interni ed esterni, più simiglianti al bisantino che al tedesco, e dove l’effetto è cresciuto dalla policromatìa, essendovi bellamente uniti il marmo e la terra cotta. Vi sono fusi varj ordini, e profusi gli ornati, i trofei, i monumenti, dove singolarmente notevoli sono la porta maggiore e il mausoleo di Gian Galeazzo. Capolavoro poi credo il cenobio, con un cortile di cento metri il lato, a colonnine di marmo, e tutt’intorno un fregio ornatissimo di terra cotta; e dà accesso a ventiquattro cellette, ciascuna a due piani con giardinetto, scompartimento comodo quanto ingegnoso.

E speciale bellezza degli edifizj sacri d’allora sono i chiostri, derivati dal cavedio che gli antichi aprivano nel mezzo de’ loro palazzi per dar aria e luce ed agevolare le comunicazioni interne. Stendonsi i più in un vasto parallelogrammo, circondato da uno stilobate, sul quale posano colonnine, che sostengono altrettanti archetti o un continuo architrave: in mezzo sta il giardino con un pozzo: le pareti offrono le storie dell’Ordine, o iscrizioni sepolcrali. Il bellissimo di Santa Scolastica a Subiaco[122] è dovuto ai Cosmati, generazione d’artisti che spesso ricompare ne’ monumenti romani di quel tempo. Quello de’ Benedettini a Monreale di Palermo ha le colonne binate secondo la grossezza dello stilobate, differenti una dall’altra, rivestite di musaici, e particolarmente ricche attorno alla fontana, per quanto risparmiarono le man ladre degli Spagnuoli. Tra i molti di Roma basti mentovare quel di San Paolo fuor delle mura, colle arcate divise da grossi pilastri quadrati, che sostengono le volte della galleria; e sulla facciata da colonne doppie come a Monreale, e sormontate da un cornicione: variatissimi i membri, non meno che i capitelli e la cimasa; e ogni cosa a musaici, fino il gocciolatojo della cornice. Tali esempj stavano certo sott’occhio a Michelangelo quando condusse lo stupendo di Santa Maria degli Angeli, con cento colonne, degno d’emulare le terme di Diocleziano, sulle cui rovine lo piantava.

Come la Chiesa, così la patria dava lavori e ispirazioni agli artisti: nessuna città mancò del palazzo comunale, con sale bastanti al popolo congregato, senza fasto, e sopra di esso la campana elevava la voce solenne per congregare tutti a discutere degl’interessi di tutti. Fra Giovanni eremitano modellò il coperto della sala della Ragione di Padova, la più vasta d’Italia: frà Ristoro e frà Sisto fiorentini fecero in patria i ponti sull’Arno e varie vôlte del palazzo pubblico.

I signori poi, costretti a prendere domicilio cittadino, vi vollero abitazioni solide quanto i castelli che abbandonavano. E tante erano, che i Ghibellini, presa Firenze nel 1248, demolirono trentasei palazzi con torri, fra cui quella de’ Tosinghi in Mercato vecchio, ornata a colonne di marmo, alzavasi centrenta braccia; di quella di Guardamorto tale era la solidità, che coi picconi non se ne poteva levar pietra, onde Nicola pisano suggerì di puntellarla con travi, scalzarla da un dei lati, poi, bruciando i sostegni, lasciare che diroccasse. Così a Bologna, a Cremona, a Padova e altrove si obbligarono i signori a mozzare le torri fin ad una certa misura, perchè gli uni non soperchiassero gli altri[123].

Le città, viste da lontano, con tante torri e comignoli e cupole e campanili, davano un aspetto differente in tutto dalle antiche: dentro poi modificavasi l’architettura a norma del terreno o del governo. A Genova, angusta di spazio, si fanno palazzi elevatissimi, e giardini pensili a scaglioni: a Venezia occorrendo grandi sale e magazzini aerati e chiari, si fa correre su tutta la fronte un finestrato: a Bologna, per fiancheggiare di portici la strada, se n’aggiunge uno a ciascuna casa: a Napoli e in Sicilia, non temendosi neve, si surroga ai tetti il terrazzo ove asolare: a Firenze le diresti fortezze, con finestre anguste, enormi bugne, porte massicce: il palazzo dei duchi di Ferrara, cinto di fossa, palesa un uomo che fa tremare e trema; mentre quello del doge di Venezia sta in mezzo al popolo da cui trae il potere. A ogni passo poi si trovano in presenza chiesa, feudalità, Comune, la cattedrale, il palazzo, le rocche, la città, i borghi, gli spedali, i conventi; tutti gli edifizj sono un elemento della storia; e il sentimento della loro destinazione faceva si cercassero le grandiose proporzioni, più che l’eleganza, la grazia, la purezza, che fanno l’eterno vanto dei Greci e Romani.

Roma imperiale avea già preso gusto ai marmi variegati, cui coloriva anche artifizialmente e dorava, e disponevali a tarsie o a musaico. L’arte fiorì tra i Bisantini, ma presto se ne lavorò anche altrove, e massime fra i monaci in Italia; più che a pavimenti però adoprandola ad ornare pareti, balaustri, sedie vescovili, con pietre dure incastrate in marmo riccamente scolpito e talvolta ricoperto di smalto e d’oro. A Roma v’è musaici d’ogni epoca, che basterebbero a tessere una storia dell’arti: il più antico è forse quello di Santa Sabina, comandato il 424 da papa Celestino[124]; e il più notevole quello di Sant’Apollinare dentro a Ravenna, con figure alte da tre metri, che coprono tutte le pareti laterali. Non ne mancano nelle città occupate da’ Longobardi, da essi ebbe nome San Pietro _in ciel d’auro_ a Pavia, e Liutprando ne ornò la basilica di Sant’Anastasia a Corteolona presso il Po.

Attorno al Mille, Leone Ostiense scrive che Desiderio abate di Montecassino trasse da Lombardia (col qual nome intendeva l’Italia meridionale), da Amalfi e sin da Costantinopoli valenti artefici di musaici, di marmo, d’oro, argento, ferro, legno, gesso, avorio; e soggiunge che la maestra latinità, avendo trascurato da cinque secoli la musivaria e la quadrataria, la ricuperò pei molti fanciulli addetti a quel convento, che in tal magistero s’addestrarono, e che forse eseguirono poi i tanti musaici delle chiese normanne in Sicilia. Le storie del Testamento fatte in musaico sotto Sisto III nella Liberiana di Roma, e già citate nel concilio Niceno II del 787, ancora vi si vedono. Nell’arcone e nella tribuna di Santa Prassede n’ha del IX secolo. Sotto al portico di Santa Maria in Transtevere, ove i capitelli presentano immagini di Iside, Arpocrate, Serapide, sta un’Annunziata del secolo XIII, molto notevole, e musaici nella tribuna del 1143, rozzi di forma, eppur già mossi più che i bisantini.

Erano lavorati da nostrali o da Greci? Risoluzione difficile ove gli artisti per imitazione modificavano la maniera, o si tenevano a tipi indeclinabili. Certamente vi divennero poi abilissimi i nostri, e agli antichi del Vaticano di nuovi ne aggiunsero Jacopo e Mino da Torrita senesi; il qual ultimo, ajutato da fra Jacopo da Camerino, condusse quello nella nave traversa del Laterano, compiuto poi il 1292 da Gaddo Gaddi, con ricca simbolica. Sulla facciata del duomo di Spoleto è un musaico del 1207, coll’iscrizione _Doctor Solsernus hac summus in arte modernus_, con vivacità occidentale. Sei anni dappoi nasceva a Firenze Andrea Tafi, gran maestro di questo artifizio.

Neppur l’arte del fondere metalli erasi perduta. Il lodato Desiderio abate di Montecassino, viaggiando il 1062, vide da un Andrea compiuta la porta di bronzo ad Amalfi; Pantaleone di Viaretta fece fare nel 1087 quella di San Salvadore in Atrani; di dieci anni la precedette quella che alla cattedrale di Salerno pose Roberto Guiscardo, rozza per verità e somigliante a quelle teste consunte a San Paolo di Roma, e lavorate il 1070 da Stauracio a Costantinopoli: un’altra chiude la tomba di Boemondo d’Antiochia a Canossa; due alla cattedrale di Troja portano gli anni 1119 e 1127; il 1150 quelle di San Bartolomeo in Benevento. Oltre quella di Ravello, è notevole una di quelle di Trani, perchè non più a niello, ma a figure rilevate, e non di guisa bisantina, ma barbara, lavorata da Barisano tranese. Quelle che Buonanno da Pisa poneva nel 1180 alla primaziale della sua patria, guastò l’incendio del 1596[125]; ma restano quelle che, sei anni più tardi, fece pel duomo di Monreale, con molto ragionevole disegno. Nel 1191 l’abate Gioele ne facea porre a San Clemente, dodici miglia presso Chieti; quattr’anni dipoi, Uberto e Pietro di Piacenza finivano quelle della cappella orientale di San Giovanni Laterano; e poco appresso, Marchione quelle di San Pietro in Bologna, e Nicola pisano nel 1282 quelle di San Pietro Martire a Lucca.

Sono di quel torno le porte di bronzo dell’atrio di San Marco a Venezia; ma anteriore, e forse levata da Santa Sofia di Costantinopoli, è quella a destra, niellata e a tarsia di diversi metalli, con figure e santi e caratteri greci; a cui imitazione Leone da Mojno, che fu procuratore di San Marco il 1112, fece fondere la media: le porte di mezzo della facciata appartengono al 1300 e ad un Bertuccio, di scarsa maestria. Celestino II regalava un paliotto d’argento cesellato alla cattedrale di Civita di Castello nell’Umbria; e nel 1166 Gonamene e Adeodato operavano i bassorilievi della porta principale di Sant’Andrea in Pistoja. Non taceremo del vescovo Pacifico di Verona, che lavorava di metalli e di marmi, e che inventò[126] l’orologio notturno. Tutti superò Andrea pisano facendo nel 1330 la porta meridionale del battistero di Firenze in alto rilievo, a comparti che formano altrettanti quadri di meravigliosa bellezza; gittata a fuoco di fornello per maestri veneziani. Nella pala d’oro di San Marco a Venezia, venuta da Costantinopoli il secolo XII e ricchissima di smalti e gemme[127], trovi vigore ingenuo e maestà di pose jeratiche in ciascun pezzo, ma stravagante la disposizione de’ gruppi, scorrette le particolarità, secco il disegno, ignorata la prospettiva, sparuto lo stile.

In ogni età si scolpì di bassorilievo, siano arche sepolcrali, sieno frontoni a porte di chiesa, dove effigiavasi la divinità con attributi diversi; Cristo in trono, con veste prolissa e la mano elevata a benedire, e con attorno angeli e gli animali simbolici; Maria, che sotto lo spiegato manto raccoglie i devoti: su alcune facciate correva la serie dei segni dello zodiaco, accompagnati talora dalle operazioni agresti convenienti al mese. Notevoli sono le quattro colonne di pietra dell’altar maggiore in San Marco di Venezia, tutte liberamente storiate; due lastre di marmo figuranti Cristo e Sansone, già appartenenti all’ambone di Santa Restituta di Napoli: ed altre nel duomo di Salerno.