Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)

Part 9

Chapter 93,674 wordsPublic domain

A soffogare quest’incendio, Federico scende di nuovo per la val Camonica, e imparato linguaggio più mite a fronte de’ popoli concordi, promette far ragione delle querele. Intanto di nuove ne eccita con trattamenti da nemico, devasta il Bolognese per vendicare Bosone suo ministro ivi ucciso, e leva contribuzioni e ostaggi. Ma udito che gli abitanti di Tusculo e d’Albano, a lui favorevoli, erano stati aggressi dai Romani coi soliti guasti, accorse, e diede una battaglia sanguinosissima ai Romani, poi volse sopra la loro città. La pose in difesa Alessandro, secondato dai Siciliani; ma Pasquale antipapa inanimava Federico, che per prendere il Vaticano gettò fuoco alla chiesa di San Pietro, e dal suo papa si fe novamente coronare. Allora propone ai Romani che inducano Alessandro ad abdicare, ed egli a vicenda vi indurrà Pasquale, in tal modo finendo lo scisma: e i Romani, desiderosi di pace, gli davano ascolto; sicchè Alessandro, nè tampoco tenendosi sicuro nelle incastellate case de’ Frangipani, ricoverò a Gaeta. I Pisani secondavano l’imperatore, e misero in fuga il loro arcivescovo che li dissuadeva dall’osteggiare il pontefice, e lo ajutarono a prender Roma. Ma la mal’aria decimò il suo esercito, ed uccise l’arcivescovo di Colonia, sette vescovi, molti principi e magnati; onde Federico si levò in isconfitta, perdendo per istrada gran parte dell’equipaggio, e forse duemila baroni e prelati e cavalieri, oltre i soldati. A Pavia, mantenutasegli fedele, mette al bando dell’Impero le città federate, e gitta in aria il guanto in segno di sfidarle; ma non osa assalirle, per tema che negl’italiani che seco militavano, l’amor de’ fratelli non prevalga alla feudale lealtà; infine, con solo un pugno d’uomini riprende la strada della Savoja, lasciando appiccati qua e là ostaggi lombardi. I cittadini di Susa gli tolsero gli altri, e insidiavano lui pure, che col promettere monti d’oro[132] e ogni grazia e bene al conte di Morienna ottenne di passare per le sue terre (1168) travestito in Germania.

Ne’ sei anni che Federico stette fuori, ingrandirono di numero e vigore le nostre repubbliche, ripigliammo le città imperiali, costringemmo l’antipapa a venire alla devozione di Alessandro III, togliemmo le fortezze ai fazionieri dell’imperatore, e specialmente al conte di Biandrate, distruggendone la rôcca, levandone gli ostaggi, e uccidendo la guarnigione. Federico mandò un grosso di truppe, guidate da Cristiano arcivescovo di Magonza e cancelliere dell’Impero, guerriero terribile, che una volta colla mazza sfracellò trenta nemici, e insieme voluttuoso sì, che traeva dietro donne e muli tanti, da costare più che il corteggio imperiale. Malmenò costui la Lombardia, e guastatine i dintorni, assediò Ancona, città molto cara all’imperatore Comneno come opportunissima a sbarcare in Italia; e lo ajutarono i Veneziani per disgusto che presero coll’imperatore bisantino, o per emulazione commerciale. La città fu ridotta a pascersi di sorci e di cuojo secco, pur resistette con coraggio degno degli antichi eroi. Raccontano che un prete Giovanni con una scure andò nuotando a tagliar la gomona d’un grossissimo naviglio veneto detto _Tutt’il mondo_, per quanto lo saettassero i marinaj, che a stento si salvarono; mentre altri sull’esempio suo recisero le àncore di sette altre navi, che dalla tempesta furono fracassate. La vedova Stamura vedendo i suoi dare indietro da una sortita fatta per incendiare le macchine nemiche, prese un tizzone e si avventò verso quelle, malgrado le freccie appiccandovi la fiamma. Un’altra donna, visto un combattente estenuato perchè da più giorni non assaggiava cibo, gli porse il poco latte del suo petto, sottraendolo al proprio bambino[133]. E la perseveranza ebbe premio, perocchè Ancona fu liberata dai Ferraresi e dalla contessa di Bertinoro.

Non che la parzialità imperiale fosse spenta, sopravviveva quasi in ciascun paese, e dove prevalesse lo traeva a quella bandiera. Così in Bergamo il vescovo Gherardo parteggiava pel Barbarossa, mentre il popolo pe’ suoi avversarj. Cremona e Tortona accettarono l’alleanza di Federico. Como era spinto a vicenda da un partito o dall’altro; e quando gl’imperiali rizzarono le creste, distrussero il castello di Gravedona, e la memorabile isola Comacina (1169), la quale più non risorse.

In Roma il senato non volea spossessarsi dell’acquistata autorità, sicchè Alessandro non potea rimettervi piede. Si continuava pure ostinata guerra ai Tusculani, i quali non videro scampo che nel porsi alla tutela del papa stesso. Ma i Romani proposero a questo di pacificarsi e riceverlo entro se li lasciasse abbattere le mura di Tusculo: ed egli acconsentì: ma essi, sfogata l’ira, non si curarono della promessa, sicchè il papa (il cui nome or si sparnazza fra i liberatori d’Italia) fu costretto stare in armi nella campagna.

Costanti coll’Impero in Lombardia teneansi principalmente la città di Pavia e il duca di Monferrato, e per la vicinanza si sorreggeano l’un l’altro. I collegati lombardi pensarono dunque porre una barriera fra costoro: e uniti i loro stendardi, invece di più ricostruire Tortona, una nuova città piantarono (1168) ove la Bòrmida confluisce col Tànaro; dal nome del pontefice la dissero Alessandria, e i nemici la soprannomarono _della paglia_, perchè di paglia si coprirono le case fretta fretta fabbricate, e recinte di nulla più che un siepato, un terrapieno e liberi petti. Ebbe subito quindicimila cittadini, privilegio di libero Comune, e sette anni dopo il vescovado[134].

Appena gli affari di Germania glielo assentirono, Federico in persona calò un’altra volta; fra via distrusse Susa in vendetta dello smacco soffertovi; coll’assedio costrinse Asti a rinunziare alla Lega; e rinforzato da nuova gente di tutta Germania e di mezza Italia, assediò la neonata Alessandria. Ma per quanto vi moltiplicasse valore, crudeltà e astuzie, dovette allargarla al sopravvenire di un esercito lombardo, che il sagrifizio della magnanima cittadella avea dato tempo di radunare. A questo si fe incontro Federico. Onest’uomini e religiosi s’interposero, al cui lodo si rimisero ed egli e i Lombardi. Ma quegli volea salvi i diritti imperiali, questi salve le libertà loro e della Chiesa; sicchè del conchiudere fu nulla, e Federico avendo consumato anche il sesto esercito, mandò a sollecitarne un nuovo, che di Germania gli fu condotto dalla moglie per l’Engadina, Chiavenna e il lago di Como. A incontrarlo mosse egli coi Lodigiani, e ritornava accompagnato dai Comaschi per congiungersi ai Pavesi e ai Monferrini, quando nella pianura di Legnano (1176 — 29 mag.) ecco gli si attraversa l’esercito de’ collegati. Sulle prime egli ebbe il vantaggio, e vide le spalle de’ nostri; ma la Compagnia della Morte, giovani risoluti a perire anzichè perdere, si strinse attorno al carroccio, scompose l’ordinanza nemica, e la mandò a sbaraglio. Federico stesso non campò la vita che tenendosi rimpiattato sotto i cadaveri; e la moglie, da lui lasciata nel castel Baradello di Como, il pianse per morto finchè nol vide ricomparire umiliato e fremente.

Il Tedesco aveva trovato sostegno da alcune repubbliche marittime, che lo bramavano favorevole alle loro ambizioni. Barisone d’Arborea, uno de’ giudici o re di Sardegna (1163), agognando tutta l’isola, ne aveva impetrata da Federico l’investitura per quattromila marchi d’argento: ma nè l’imperatore avea diritto a disporre di quella, nè Barisone i denari da pagarla. Questi gli furono anticipati da Genova, desiderosa d’accorciare i panni all’emula Pisa, che colà teneva sovranità: ma Barisone, non essendo in grado nè di restituire ai Genovesi nè di resistere ai Pisani, si conciliò con questi; talchè i Genovesi rimasero peggiorati della somma e della speranza. Ne venne guerra sanguinosa di molti anni, dove i Liguri riuscirono superiori, attenendosi a Federico, promettendogli la flotta per l’impresa di Sicilia, e ricevendo da lui promessa di cedere Siracusa e ducencinquanta feudi in val di Noto, appena dell’isola si fosse insignorito. Di rimpatto i Pisani si volsero all’imperatore di Costantinopoli, e mandati e ricevuti ambasciadori, conchiusero un’alleanza che assicurava loro la franchigia in tutti i porti dell’impero greco, ogni anno il tributo di cinquecento bisanti d’oro, e due tappeti di seta a Pisa, e di quaranta bisanti e un tappeto all’arcivescovo. Invano Federico intimò che Genovesi e Pisani rimettessero in lui le loro differenze, e gli uni e gli altri speravano da esso l’investitura della Sardegna, e intanto lo accarezzavano e lo provvedevano per le sue imprese.

Tanto bastava perchè gliene volessero male i Veneziani, i quali, se dapprima l’aveano favoreggiato per isbaldanzire le repubbliche di terraferma, s’adombrarono poi delle crescenti pretensioni; diedero incoraggiamenti alla Lega Lombarda, e ricovero al fuggiasco Alessandro III. E quando Federico minacciò piantar le sue aquile vincitrici in faccia a San Marco, risposero alla bravata armando settantacinque galee; e il doge, cui il papa cinse la spada d’oro, sbarattò la flotta che Genovesi e Pisani aveano allestita all’imperatore. Côlto lo stesso figlio di costui, lo trattarono decorosamente, e rinviarono con proposizioni di pace.

E pace dovea desiderare Federico, dopo logorati ventidue anni e sette eserciti[135] contro il clima e le libertà d’Italia. Pertanto s’industriò di staccare dalla Lega Alessandro, e gli inviò deputati ad Anagni, i quali gli dissero: — È indubitato che, dai primordj della Chiesa, Dio volle vi fossero due capi, dai quali venisse governato questo mondo: la dignità sacerdotale, e la podestà regia. Se queste non si appoggino in vicendevole concordia, non potrà mantenersi la pace, e il mondo andrà in subugli e guerre. Cessi dunque la nimistà fra voi due, capi del mondo; e vostra mercè sia resa la pace alla Chiesa e al popolo cristiano»[136]. Alessandro rispose, ben egli volerla, ma questa dover essere comune anche a’ suoi alleati e difensori. Il pontefice trattava di ciò pubblicamente; gli ambasciadori imperiali avrebbero voluto stipulare in privato, col pretesto che alcuni avversavano la loro concordia: ma sebbene per quindici giorni si disputasse, nulla fu tratto a riva. Federico dunque chiese un abboccamento con Alessandro, e questi (tanto si fidava) volle da lui, da suo figlio e dagli altri grandi il giuramento di non nuocere alla sua persona, e andò a Venezia coi deputati delle città lombarde[137].

Federico proponeva o si stesse al dettato della dieta di Roncaglia, oppure a quanto osservavasi al tempo di Enrico IV: i Lombardi rifiutavano la prima, non convenzione, ma ordinanza di Roncaglia; quanto all’altra, dicevano mal ricordarsi di quegli usi; sapere che da un pezzo godeano le regalie e il diritto di eleggere i magistrati, e voler conservarlo; sicchè non potè venirsi a conchiusione. Bastò dunque appuntare un accordo (1177), ove Federico riconosceva il pontefice escludendo gli antipapi, e prometteva tregua per quindici anni col re di Sicilia, per sei colle città lombarde, duranti i quali egli non n’esigerebbe il giuramento di fedeltà, e si stabilirebbero de’ _treguarj_ che terminassero le contese eventuali, impedendo di farsi ragione colle armi. Esso imperatore in compenso godrebbe per quindici anni i beni allodiali della contessa Matilde, che poi cederebbe alla Chiesa romana; e a tali condizioni verrebbe ricomunicato.

Fu Alessandro III uno sleale, che abbandonò gli alleati suoi per patteggiare in disparte? o fu un inetto che non seppe cogliere il destro di distruggere la potestà imperiale e l’ingerenza tedesca, e assicurare per sempre l’indipendenza d’Italia?

Nè l’un nè l’altro può crederlo chi non confonda le idee e le aspirazioni dei tempi nostri con quelli d’allora. I Lombardi non aveano mai inteso d’annichilar l’imperatore, e fino ne’ momenti più prosperi chiesero soltanto di vedere assicurati i proprj privilegi, sotto la primazia di quello: come gli arimanni si consideravano liberi perchè dipendenti dal solo re, così libere chiamavansi le città che non avessero altra superiorità che l’imperatore. Anzi i capi della Lega dinanzi al papa nella chiesa di Ferrara il 1177 dichiaravano: — Sia noto alla santità vostra e alla potestà imperiale, che con riconoscenza riceveremo la pace dall’imperatore, salvo l’onore dell’Italia, e che desideriamo essere rimessi nella grazia di lui, secondo le vecchie consuetudini, nè ricusiamo le antiche giustizie: ma non consentiremo mai a spogliarci della nostra libertà, che abbiamo ereditata dai padri e dagli avi, e non la perderemo che colla vita, essendoci più caro il morir liberi che il vivere in servitù»[138].

A tale intento avviava appunto la tregua, durante la quale fu stipulata una soda pace. Quanto al pontefice, abbattendo l’imperatore avrebbe disfatto l’opera de’ predecessori suoi, i quali avevano ridesto il nome d’imperator romano, e affidato a quello la primazia temporale della cristianità; e quand’anco gli ebbero contumaci e ribelli, mai non pensarono distruggerli, ma al più surrogarne uno, meglio docile e religioso.

I Veneziani che aveano giurato ad Alessandro, finch’egli vi stesse, non ricevere nella loro città Federico, dispensati dalla promessa, andarono a prenderlo da Chioggia colla splendidezza che la sposa dell’Adriatico pose sempre nelle sue feste. Federico, approdato alla piazzetta, baciò il piede del papa, al quale poi servì da mazziere, allontanando colla verga la folla; della predica che Alessandro recitò in latino, il patriarca d’Aquileja fece la spiegazione in tedesco, onde contentare la devozione dell’imperatore; il quale assolto, dopo il _credo_ baciò ancora il calcagno del pontefice e fe l’oblazione; poi ne ricevette la comunione; e finita la messa, lo accompagnò per mano sino alla porta della basilica, gli tenne la staffa, e lo menò per la briglia fino al palazzo[139]. Che il papa mettesse il piede sovra il collo dell’umiliato imperatore, proferendo il versetto del salmo _Sovra l’aspide e il basilisco passeggerai, calcherai il leone e il drago_, e che Federico rispondesse di rendere quell’omaggio non a lui ma a san Pietro, è un fatto controverso, ma che nulla ripugna coi tempi; che se gli spiriti forti del secolo passato, striscianti appiè dei troni, lo negarono con orrore, la libera Venezia non esitò a farlo dipingere tra i fasti nazionali.

In nome del Barbarossa, Enrico di Diesse giurò sui vangeli, sulle reliquie, e sopra l’anima dell’imperatore, che questo manterrebbe la pace: altrettanto fecero dodici principi dell’Impero, gli ambasciadori di Sicilia, e i consoli di Milano, Piacenza, Brescia, Bergamo, Verona, Parma, Reggio, Bologna, Novara, Alessandria, Padova, Venezia. I vescovi di Padova, Pavia, Piacenza, Cremona, Brescia, Novara, Acqui, Mantova, Fano, che in opposizione alle loro plebi aveano favorito all’imperatore e all’antipapa, furono ribenedetti.

Alessandro III fu ricevuto festivamente anche dai Romani, avendo conceduto che il senato durasse, ma con giuramento di fedeltà al papa, al quale si restituissero la basilica di San Pietro e le regalie. L’antipapa venne all’obbedienza dacchè si trovò abbandonato dall’imperatore: ma un avanzo di coloro che credono fermezza l’ostinazione, nominò un altro che presto fu imprigionato. Un concilio ecumenico in Laterano di trecentodue vescovi procurò rimarginar le piaghe della Chiesa.

Federico, ch’era tornato in Germania per racconciarne il freno, mandò deputati, i quali in Piacenza stesero i preliminari d’un accordo. A Costanza, memorabile città lietamente posta colà dove il Reno sfugge dal lago, e al verdeggiante declivio fan contrasto le ghiacciaje del Sangallo e d’Appenzell, fu poi conchiusa tra le città lombarde e l’Impero la pace (1183 — giugno) che coronava i magnanimi sforzi, e consolidava le repubbliche nostre, non più come un fatto ma come un diritto. L’imperatore dichiarava avrebbe potuto castigare i colpevoli, ma per clemenza e dolcezza preferiva perdonare, e far loro del bene. Comprese nel trattato furono Milano, Vercelli, Novara, Lodi, Bergamo, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Bologna, Faenza, Modena, Reggio, Parma, Piacenza: come alleate dell’imperatore figurarono Pavia, Cremona, Como, Genova, Alba, Tortona, Asti, Alessandria che, anticipando la pace, n’aveva conchiusa una particolare, e mutato il nome in Cesarea. De’ signori feudatarj non appajono che Obizo Malaspina di Lunigiana colla parte imperiale; colla nostra i conti di Biandrate e di Monferrato. A Ferrara si lasciò arbitrio di accedere fra due mesi. Restarono escluse nominatamente Imola, Castro, San Cassiano, Bobbio, Gravedona, Feltre, Belluno, Céneda. Venezia non v’è tampoco nominata, giacchè, essendo indipendente affatto dall’Impero, non voleva pregiudicarsi con questo trattato.

A tenore del quale, le città della Lombardia, della Marca e della Romagna, entro il loro recinto godrebbero le regalie che da immemorabile possedevano, e fuori di esso, solo in quanto n’avessero concessione dall’imperatore; il vescovo con deputati imperiali esaminerebbe quali infatti fossero tali diritti, se pure le città non volessero declinare quest’indagine col pagare ciascuna annui duemila marchi d’argento, o meno, a volontà dell’imperatore. Questi, salva la sua supremazia, conferma le immunità e i diritti concessi avanti la guerra da lui o da’ predecessori, purchè non cadano a pregiudizio d’un terzo. I vescovi che per lo innanzi solessero per imperiale concessione confermare i consoli, continuassero; nelle altre città si facessero tra cinque anni confermare dai commissarj imperiali, e in appresso ricevessero l’investitura dall’imperatore. Il quale ponesse in ogni città un giudice, cui appellarsi nelle cause civili eccedenti il valore di venticinque lire imperiali (lire 1575), e che giudicassero fra due mesi, ma secondo le leggi della città. Tutti i cittadini dai sedici ai sessant’anni giureranno fedeltà all’imperatore ogni dieci anni; a questo, ogniqualvolta venisse in Italia, daranno il fodro e gli alloggi, ripareranno le strade, apriranno mercato pel suo approvvigionamento: egli però non si baderà a lungo in nessuna città o diocesi, per non esserle di soverchio aggravio. Del resto sia in arbitrio delle città il fortificarsi e confederarsi, e rimangano cessate le infeudazioni che si fossero concedute dopo la guerra a pregiudizio di esse[140].

L’imperatore tornò poi la sesta volta in Italia, ma in aspetto amico; sicchè le città nostre gareggiarono in mostrare che, come gli aveano resistito in campo, sapeano accoglierlo ed onorarlo pacificato. A Verona durò tre mesi molto alle strette col pontefice Lucio III intorno ai beni della contessa Matilde, senza riuscire ancora ad una definizione. I Romani, tornati ben tosto sugli umori vecchi e sulle idee di Arnaldo, ostinavansi non tanto ad aver repubblica quanto a disobbedire al papa, che tennero sempre fuori di Roma; e marciati contro Tusculo, dove s’erano fortificati gli avversarj, presi molti cherici, gli accecarono, conservando gli occhi a un solo che li riconducesse in città sovra giumenti e con mitere in capo. Così i nostri emulavano la brutalità tedesca: e qual bene promettersi da una repubblica mancante di quel che n’è primo fondamento la morale? Il papa li scomunicò (1188); ma solo a Clemente III venne fatto di sopire la rivolta di quarantacinque anni, col solito scapito della libertà; poichè egli ridusse sotto la propria autorità il senato, il Comune, la basilica di San Pietro, e le altre chiese e i diritti regali, pochi lasciandone alla città.

Federico, malgrado la pace, ad or ad ora abbandonavasi allo sdegno; indispettito coi Cremonesi che, da fedelissimi, gli erano poi mancati, non solo edificò Crema a loro dispetto[141], ma li guerreggiò; col papa Urbano III ebbe nuovi diverbj per l’eredità della contessa Matilde; de’ vescovi che morissero occupava i beni; col pretesto di punire badesse scandalose, invadeva possessi de’ monasteri; impediva il passo dell’Alpi a quei che andassero a Roma. Fe’ cingere la corona di ferro a suo figlio Enrico; e perchè quello di re d’Italia non fosse un titolo senza soggetto, procurò congiungere alla primazia sui Lombardi il dominio del reame meridionale: ma donde sperava il consolidamento della grandezza di sua casa, ne venne la ruina.

Commessi gli affari d’Italia ad Enrico, il Barbarossa tornò in Germania a domare i baroni che gli aveano recato molestia durante la guerra d’Italia, ed esercitò l’autorità imperiale con rigore qual altri non aveva usato da Carlo Magno in poi, fisso soprattutto nel pensiero di renderla ereditaria nella sua famiglia. Singolarmente gli diede a fare Enrico il Leone. Avendo esso imperatore saputo indurre il vecchio Guelfo a rinunziargli i beni di sua casa in Italia e in Germania, fra cui l’eredità della contessa Matilde, Enrico da quel giorno negò soccorrerlo nelle guerre d’Italia, benchè supplicato a ginocchi; messo al bando dell’Impero, fu vinto, e a stento ottenne di conservare il Brunswick e il Luneburg: ma l’abbassamento di quella casa lasciò rialzarsi i baroni secolari ed ecclesiastici, che si assicurarono il pieno dominio del proprio territorio.

Repente un gemito universale annunziò che Gerusalemme, la santa città, liberata col sangue di tutta Europa, era stata ripresa dai Musulmani, e il colle di Sion e la valle del Cedron echeggiavano ancora alle invocazioni di Allah. Il gran Saladino, profittando della rivalità dei principi latini, gli assalì (1187) e sconfisse, occupò Acri, Cesarea, Nazaret, Betlem, e alfine Gerusalemme stessa: ed ebbe prigioniero il re Guido di Lusignano. Menò egli strage particolarmente de’ cavalieri del Tempio e dell’Ospedale, moltissimi fece prigioni, fra cui Guglielmo di Monferrato, cugino del Barbarossa, il cui figlio avea sposato Sibilla sorella di Baldovino re di Gerusalemme, che gli portò in dote la contea di Joppe. Un altro suo figlio Corrado, trovandosi allora pellegrino in Terrasanta, tolse a difendere Tiro, durando intrepido, benchè Saladino minacciasse uccidergli il vecchio padre se non rendesse questa città.

La nuova di tali disastri fu portata in Italia da messi vestiti a bruno, che andavano tratteggiando gli esecrandi oltraggi usati alla religione, la santa croce trascinata per le vie, il sepolcro insozzato, i fanciulli educati al Corano, le donne tratte negli harem, e mostravano una immagine dove Cristo era battuto e calpesto da un Arabo, nel quale doveva riconoscersi Maometto. Quest’annunzio accelerò la morte ad Urbano III, che prima aveva scritto a tutti i potentati cristiani eccitandoli a soccorrere Terrasanta. Come avviene nei gravi disastri, una riforma generale parve diffondersi; tregua si convenne fra tutti i combattenti; i cardinali raccolti a Ferrara per eleggere il nuovo pontefice, non solo incitarono i re alla crociata, ma proposero voler guidarla essi stessi; bandirono la tregua di Dio per sette anni, e scomunicato chi la violasse; e cominciando l’ammenda da sè, promisero vivere poveramente, e non ricever doni da sollecitatori, non montare a cavallo (1187), finchè la terra santificata dalla presenza di Cristo non fosse ricuperata. Gregorio VIII, vecchio di santa vita e macero da penitenze, nel brevissimo regno non fece che predicare la spedizione, e a tal uopo cercò rappattumare i discordi, e principalmente Genovesi e Pisani che si erano continuato feroce guerra. Clemente III succedutogli persistette nell’intento: fra gli altri, Guglielmo arcivescovo di Tiro, ministro di Baldovino IV e storico delle crociate, predicò a Milano, a Bologna, ove duemila cittadini presero la croce, e in altre città: si permise ai re di riscuotere una _decima Saladina_ sopra tutte le rendite d’ecclesiastici e di secolari per le spese della guerra: si comandò il magro ogni mercoledì, digiuno ogni sabbato, non giurare, non giocare a dadi, non imbandire più di due piatti, non portare vesti scarlatte o vajo o zibellino, ed altre manifestazioni che durano quanto l’entusiasmo.