Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)
Part 8
Di frasi retoriche i nostri furono sempre vaghi; ma il Tedesco positivo ai vanti postumi oppose la presente umiliazione; lui esser loro re, perchè Carlo e Ottone Magni gli avevano colle armi soggiogati, nè dovere i sudditi imporre legge al sovrano, bensì questo a quelli[114]: e mandò dietro loro un migliajo di cavalieri, che occuparono Castel Sant’Angelo e la Città Leonina. Colà fu coronato dal papa (18 giug), e si piegò alla rituale consuetudine di tenergli la staffa. I Romani, ch’erano stati esclusi da quella cerimonia e costretti a rimanere sull’altra riva del Tevere, levano rumore, e dalle grida passando ai fatti cominciano un’abbaruffata, ove molti cittadini rimangono uccisi, ma anche non pochi Tedeschi: gli altri al domani, per manco di viveri, dovettero abbandonare la città.
Tale era omai il solito accompagnamento della tedesca coronazione. Poi le febbri romane, come spesso, fecero giustizia contro la pioggia di ferro che la Germania versava sull’Italia[115]; e spirando il termine prefisso ai vassalli per militare, il Barbarossa dovette risolversi al ritorno. Non avea dunque abolito la repubblica romana, non francheggiato le pretensioni sue sovra la Puglia. Il re di Sicilia, avuto nelle mani Roberto di Capua, lo fe accecare, poi sepellire in carcere; e prese o battè gli altri baroni che avevano levato il capo fidando in Federico, il quale si volse indietro, ancora squarciando città. I Lombardi, rincoraggiati al vederlo in ritirata, lo bersagliarono con insistenza, e massime i Veronesi con tronchi abbandonati alla corrente arietarono il ponte di barche, per cui l’esercito tragittava l’Adige: poi nell’angusta valle di questo fiume il cavaliere Alberico di Verona lo molestò con pietre, e pretendeva da esso re ottocento libbre d’argento, e una corazza e un cavallo per ogni cavaliere tedesco, se volesse liberamente passare; ma il palatino Ottone di Wittelsbach lo snidò dalle alture. Federico, tornato in Germania, della sua spedizione diede ragguaglio allo storico con una lettera che si conserva, dove alla sconfitta trova le solite scuse, quand’anche non la maschera sotto una sicurezza minacciosa.
Come una molla al cessare della compressione, i Milanesi rialzano la testa; raddoppiano lamenti i tanti cui egli avea tolto la patria; per dispetto si vuol disfare ogni fatto di lui. Dugento cavalieri e dugento fanti di due quartieri di Milano vanno a riporre Tortona, che per loro amore si era sagrificata, e le consegnano la tromba da convocare il popolo, la bandiera, e un sigillo collo stemma delle due città, in segno d’unione. Lanciansi poi contro chi stava al segno dell’imperatore: ma i Pavesi li sbaragliano, assalgono la città, e v’entrano anche con due bandiere; alfine son ridotti a umilianti condizioni, battuta Novara, spianato Vigevano, presi venti castelli del Luganese e i fortissimi di Chiasso e Stabbio, sfasciata di nuovo Como, punita Cremona e i marchesi di Monferrato. Anche i Bresciani ruppero guerra ai Bergamaschi, e nell’infausta giornata di Palusco tolsero loro, con molti prigionieri, il gonfalone, che poi spiegavano ogni anno nella chiesa de’ Santi Faustino e Giovita. Devastazioni fraterne punivano le devastazioni straniere.
Il lamento de’ soccombenti arrivò di là dall’Alpi, e Federico struggevasi di riparare la vergogna e il danno. Anco assai gli coceva che il papa, senza sua partecipazione, avesse conferito il titolo di re della Puglia a Guglielmo figlio di Ruggero: onde moltiplicò querele, e proibì agli ecclesiastici de’ suoi Stati di volgersi a Roma per collazione di benefizj nè per qual si fosse motivo.
Federico non fondavasi più soltanto sul brutale diritto delle spade, ma era circondato di leggisti, i quali, gonfi d’una scienza nuova, proponevansi d’imitare gli antichi giureconsulti non solo collo zelare le prerogative imperiali, ma col cavillar le parole e sottigliare sulle interpretazioni. Avendo i Tedeschi arrestato un vescovo, il papa diresse all’imperatore un richiamo, ove diceva tra le altre cose: — Noi ti abbiamo concesso la corona imperiale, nè avremmo esitato ad accordarti _benefizj_ maggiori, se di maggiori ne poteano essere». Colla sofisteria di chi vuole azzeccar litigi, i legulej di Federico pretesero il papa con ciò indicasse che l’Impero fosse benefizio, vale dire feudo e dipendenza della Chiesa. Se ne levò dunque un rumor grande, e trattandosene nella dieta di Besanzone, invelenì la contesa il cardinale legato Rolando Bandinelli esclamando: — Ma se l’imperatore non tiene l’Impero dal papa, e da chi dunque?»
Pretensione siffatta era tutt’altro che nuova nel diritto pubblico d’allora; ma Ottone di Wittelsbach, che portava la spada dell’Impero, lanciolla per trapassare il legato, che a fatica si salvò, e che ebbe ordine di andarsene senza vedere convento o vescovo per via. L’imperatore diede straordinaria pubblicità all’incidente per eccitare l’indignazione tedesca contro le tracotanze papali: se non che Adriano dichiarò aver usata la parola _benefizio_ non per feudo, ma nel senso scritturale; nè altrimenti poterla intendere chi avesse fior d’intelletto[116].
Importava a Federico di venir prontamente a farla finita con questi Comuni italiani, che ormai si risolvevano in repubbliche. Perciò la cavalleria (che tale era principalmente la truppa feudale) d’Austria, Carintia, Svevia, Borgogna e Sassonia scende divisa per le tre vie del Friuli, di Chiavenna e del San Gotardo; l’imperatore medesimo conduce per val d’Adige il fiore de’ militi romani, franchi, bavaresi, con Vladislao re di Boemia, e conti e duchi e vescovi assai; e giunto sul territorio milanese (1158), proclama la _pace del principe_. Consisteva questa in regolamenti di militare disciplina, diretti a reprimere e punire legalmente le ingiurie, affine di prevenire le private battaglie, delle quali durava sempre il diritto. A tal uopo si prefiggevano pene proporzionate agl’insulti che fossero provati da due testimonj, cioè, secondo i casi, la confisca dell’equipaggio, le sferzate, il taglio de’ capelli, il marchio rovente sulla mascella; per gli omicidj poi la morte: che se mancassero testimonj, doveasi ricorrere al duello; e se si trattasse di servi, alla prova del ferro rovente. A protezione del commercio si statuì che il soldato il quale spogliò il mercante, renda il doppio, se pur non giuri non conosceva la condizione del derubato. Chi abbrucia una casa, sia battuto, tosato e bollato. Chi trova vino sel prenda, ma non rompa i dogli, nè tolga i cerchi alle botti. Un castello espugnato saccheggino a voglia loro, ma non lo abbrucino senz’ordine. Se un Tedesco ferisca un Italiano il quale possa provare con due testimonj d’aver giurato la pace, sia punito[117]. Diritto di guerra violento; ma pure tanto quanto assicurava le persone.
Allora Federico comincia le ostilità contro Brescia (1158), e quantunque «ricca d’onor, di ferro e di coraggio», ne guasta i deliziosi contorni finchè la costringe ad arrendersi: passata l’Adda a Cassano, preso il castel di Trezzo, rifabbrica Lodi-nuovo sull’Adda alquanto lungi dal luogo ove Pompeo avea posto il vecchio[118]. Riedifica anche Como, e ad un suo fedele dà a custodire quel castel Baradello[119]; e spedisce colà il boemo Vladislao perchè rimetta i Comaschi in concordia coi Cremaschi e cogli isolani del lago, gente ricca, forte, bellicosa, avvezza al corseggiare, e che repugnò da ogni accordo finchè l’imperatore non vi andò in persona[120]. Isolati così i Milanesi, s’accinse a combatterli, convocando all’oste tutti i popoli di questo regno. E vennero armati da Parma, Cremona, Pavia, Novara, Asti, Vercelli, Como, Vicenza, Treviso, Padova, Verona, Ferrara, Ravenna, Bologna, Reggio, Modena, Brescia, ed altri di Toscana, sommando a quindicimila cavalli, oltre innumerevole fanteria[121]; e con questi piomba sopra Milano.
Questa città, oltre rifare i ponti rotti sull’Adda e sul Ticino, e rialzare i castelli e le borgate sue amiche, erasi preparata di fosse e di mura, spendendo cinquantamila marchi d’argento puro[122]: valorosamente si difese, ma tanta turba dalla campagna e dalle circostanti borgate vi s’era rifuggita, che presto si trovò ridotta a dura fame, e alla conseguente epidemia. Accettò dunque la mediazione del conte di Biandrate, mercè del quale ebbe dall’imperatore patti da vinta ma pur libera potenza: rendesse la franchezza a Como e Lodi; fabbricasse all’imperatore un palazzo; pagasse novemila marchi d’argento, cioè circa mezzo milione; rinunziasse alle regalie usurpate, come la zecca e le gabelle; eleggesse da sè i proprj consoli, ma questi giurassero fedeltà all’imperatore, il quale nella città non entrerebbe coll’esercito. I nobili a piè scalzi e con le spade ignude, il clero colle reliquie dei santi, il popolo con soghe al collo, vennero a giurare obbedienza a Federico, a cui furono dati cento ostaggi per ciascuno dei tre ordini de’ capitanei, de’ valvassori e de’ plebei: e la bandiera imperiale sventolò sulla torre della metropolitana di Milano[123].
Coll’umiliazione della principale città di Lombardia sgomentate le altre, da tutte ebbe ostaggi, e da Ferrara li tolse per forza: e approfittando di quel terrore, intimò una dieta in Roncaglia per definire le regie prerogative. Le città (quante volte lo ripetemmo?) non pretendevansi immuni dalla dipendenza verso l’imperatore, nè questo credeva che la corona gli conferisse pieno arbitrio, come potrebbero chiedere i re del secol nostro, non aventi nè patto coi popoli, nè rispetto a moralità superiore. Ma perchè i reciproci doveri venivano diversamente apprezzati in Germania e in Italia, ne nascevano perpetue controversie. I Tedeschi, deducendo la loro costituzione dalle consuetudini germaniche, non vedevano nel re se non l’eletto dai capi del popolo, primo tra i pari; in Italia, le città volevano tenersi verso l’imperatore soltanto in una dipendenza feudale, come a caposignore, e come all’unto dal pontefice: ma i ridesti studj della storia e della giurisprudenza romana abituavano gli eruditi ad ampliare la podestà, guardandolo come successore di quei Cesari, la cui volontà era unica legge a Roma antica. Federico amava, come dicemmo, ritemprare coi testi le sue spade, e alla dieta invitò Bùlgaro, Martin Gossia, Jacopo e Ugone da Porta Ravegnana, cima de’ giureconsulti d’allora, insieme con due deputati di ciascuna delle quattordici repubbliche, perchè determinassero in che consistevano le regalie. Ma da che la giurisdizione di conte divenne ereditaria, consoli e scabini non erano stati più nominati dagl’imperatori; e ciascuno di questi re che calò in Italia, fece diversa stima dei proprj diritti, a norma della propria forza; laonde dalle consuetudini non si poteva nulla dedurre. Si ricorse dunque al diritto romano; e nel sentimento di questo, e con parole vecchie onestando la tirannia nuova, i giureconsulti definirono che competeano all’imperatore tutte le regalie, compresi i ducati, marchesati, contadi, la moneta, il fodro, ossia diritto d’essere nodrito e albergato dai vassalli e dalle città quando soggiornava in Italia; e così i ponti, i mulini, l’uso de’ fiumi, la capitazione, il far guerra e pace, e il nominare i consoli e i giudici, il popolo non avendo che a prestarvi l’assenso; di modo che gl’investiti dovettero rassegnarli all’imperatore, se pur non avessero a mostrare i titoli del possesso. I conti e i vescovi, che dal costituirsi dei Comuni erano stati sbalzati di dominio, applaudivano a queste esuberanti pretensioni, sperando trarne a sè alcuna particella; e l’arcivescovo di Milano, colla scienza appoggiando la servilità, gli diceva: — State ben fermo, poichè trovasi scritto che la volontà del principe fa legge, attesochè il popolo gli concesse ogni imperio e podestà»[124]. Le città poi quale eccezione potevano contraporre sopra un fatto che mai non era sussistito, e sopra diritti sostenuti da un forte esercito? onde fremevano nel veder l’imperatore, da sovrano feudale, mutarsi in assoluto padrone d’Italia.
I Genovesi erano venuti alla dieta non per isporgere querele o ricevere ordini, ma come indipendenti, per far mostra e regalo di lioni, struzzi, papagalli e dei prodotti dell’Oriente; e furono i primi a protestare contro quel lodo; e ne spacciarono avviso alla patria, la quale subito con vivissimo ardore si rifece di mura, lavorandovi uomini e donne, e l’arcivescovo Siro dandovi il valore de’ proprj arredi; e (fatto nuovo) soldò truppe a difesa. Chi vuol pace prepara la guerra; e di fatto Federico calò con essa a patti, assentendole di eleggere i proprj consoli, i quali potessero chiamare all’armi tutti gli abitanti della riviera da Monaco sin a Portovenere; la privilegiò del commercio in ogni luogo a mare, neppur eccettuata Venezia; esenzione da imposte e servizj militari e da regalie, sol che pagasse milleducento marchi.
Federico aveva in quella dieta proibito di lasciare feudi alle chiese; poi, sempre mal vôlto a papa Adriano, volle rammemorargli l’apostolica umiltà; e poichè la cancelleria romana trattava seco col _tu_ solenne, ordinò facesse altrettanto la sua col papa, e nelle soscrizioni il nome se ne posponesse a quello di lui imperatore: asseriva ancora che il patrimonio papale rilevava dall’Impero, e pretendeva di mandare a Roma ad amministrare la giustizia, e di alloggiare i proprj nunzj ne’ palazzi vescovili. Il senato romano al solito favoriva le pretensioni di Federico, sicchè il papa scontento intendevasi colle città lombarde, e preparava forse la scomunica contro il prepotente.
Il quale, dichiarato unico depositario del potere legislativo e giudiziale, deputa in ogni paese suoi magistrati, che furono detti _podestà_ perchè esercitavano i regj poteri e giurisdizione in molte cause. Questo e le leggi sulla pace pubblica e il divieto delle guerre private non urterebbero punto colle idee d’oggi; ma secondo i privilegi d’allora, stabiliti meglio che sulla carta, erano un grave attentato alla libertà e all’indipendenza comunale: onde i Milanesi, a cui nella capitolazione aveva garantito magistrati proprj, e a cui, in onta di quella, avea sottratte non solo Como e Lodi, ma Monza e il Seprio e la Martesana, capirono ch’e’ non tenevasi obbligato a convenzioni fatte coi sudditi, e fremendo insorgono (1159); accolgono a sassate i messi regj venuti per attuare i decreti di Roncaglia, gridando _Fora fora, Mora mora_; cacciano la guarnigione dal castello di Trezzo che assicurava ai Tedeschi il passo dell’Adda, e si serrano alla difesa. Anche i Cremaschi, loro alleati, cui egli mandò intimare di demolir la mura, risposero coll’avventarsi alle armi.
Federico, messili al bando dell’Impero, giura non cinger più il diadema che non gli abbia domati, e tosto dalla Ponteba al San Gotardo ogni valle versa Tedeschi sovra il piano lombardo; qui il Palatino del Reno, i duchi di Svevia, di Baviera, d’Austria, di Zaringen, il figliuolo del re di Boemia, il conte del Tirolo, gli arcivescovi di Colonia, di Magonza, di Treveri, di Magdeburgo, il fiore insomma della Germania. E cominciano guerra da Barbari (1162), sperperano il paese, uccidono, appiccano: una volta l’imperatore fa acciecar una banda di foraggiatori, lasciando sol un occhio ad uno per ricondurli: assediata Crema, pone i figliuoli che teneva ostaggi, a bersaglio de’ colpi paterni, onde proteggere le macchine[125]: e dopo sei mesi d’ostinati assalti presala per tradimento dell’ingegnere, la abbandona alla brutalità de’ suoi e alla vendetta de’ nemici Cremonesi.
Milano non si lasciò sbigottire a quell’insolita ferità; cercò rialzare Crema; e il castello di Carcano sporgente nel laghetto d’Alserio, e le colline fra Cantù e il monte Baradello furono teatro di sue vittorie sopra gl’imperiali. Ma sentivasi indebolita dalla ripetuta devastazione de’ suoi campi e dal distacco di tutti i vicini, quando Federico la assalì (1162) scorrazzando colla cavalleria e vietando di portarle viveri, sin col tagliare le mani a venticinque villani in un giorno, côlti in tale servizio. Resistè ancora vigorosa: ma dai tradimenti, dalla fame, da un incendio de’ magazzini, dalla superiorità dell’armi feudali, collegate pur troppo con quelle non solo dei castellani e dei conti di Malaspina e di Biandrate, ma anche de’ Comuni italiani, fu costretta cedere alle grida del vulgo, e rendersi a discrezione. Al quartier generale in Lodi venne il popolo in abito penitente, con croci in mano, dietro al carroccio, che avvezzo un tempo a pavesarsi di trionfate bandiere, allora chinò l’antenna e il gonfalone di sant’Ambrogio avanti all’imperatore, fra il mesto squillo delle trombe; e il sacro carro e novantaquattro stendardi furono dati al nemico; otto consoli degli ultimi tre anni, trecento cavalieri, tenendo in mano le spade ignude, fecero atto di sommessione. Non soltanto Italiani e il conte di Biandrate, ma fin i baroni tedeschi e la corte supplicavano Federico di clemenza: ma egli, dalla vittoria fatto sordo alla compassione, e stimolato anche dalle invide città che all’uopo gli diedero grosse somme[126], ordinò a’ Milanesi tornassero a casa e v’attendessero le sue risoluzioni. Dieci giorni passarono i nostri in quella affannosa aspettazione che è peggio del male istesso: alla fine Federico arrivò, e nell’imperiale sua clemenza perdonando alle vite, impose che, usciti i cittadini, Milano fosse abbandonata alla distruzione. A ciascuna delle città alleate ne assegnò un quartiere a diroccare, quasi volesse che tutte si contaminassero col fratricidio, e i rancori allontanassero la possibilità di nuovi accordi.
Esultarono i Lombardi all’umiliazione della gran nemica; ma un senso di sgomento occupò tutta l’Italia. Brescia, Piacenza, Bologna evitarono la distruzione col sottomettersi. Genova, dianzi così risoluta alla difesa, sbigottì; mandò ambasciadori con gratulazioni e proteste; il suo storico uffiziale Caffaro tributava a Federico i titoli di _sempre augusto, sempre trionfante, che elevò l’Impero al colmo della gloria_. E Federico in Pavia cingevasi di nuovo il diadema che avea giurato più non portare finchè Milano sussistesse; e datava i suoi atti dalla distruzione di Milano[127].
Le città lombarde non andarono guari ad accorgersi quanti abbia pericoli la lega col potente: perocchè, toltasi d’in su le braccia la città che unica potea reggere seco in bilancia, Federico cessò da ogni riguardo verso le altre, le angariò a baldanza, pretendendo esigerne nuove gravezze e smantellarle; a’ Cremonesi, Pavesi, Lodigiani, suoi fedelissimi, permise bensì d’eleggersi consoli proprj, ma a Ferrara, Bologna, Faenza, Imola, Parma, Como, Novara, che pur seco tenevano, mandò podestà imperiali, fossero Tedeschi o di que’ vili che col maltrattare i compatrioti vogliono farsi perdonare la colpa d’essere Italiani[128].
All’eguale stregua meditava Federico ridurre il Patrimonio di san Pietro. Quel Rolando Bandinelli da Siena, che poc’anzi accennammo, celebratissimo per dottrina, virtù, esperienza del mondo, era succeduto papa col nome di Alessandro III (1159); ma il cardinale Ottaviano romano, fautore di Federico, turbolentemente s’indossò le divise pontificali, tenne prigione il papa e i cardinali, e prese il nome di Vittore IV. Il popolo e i Frangipani liberarono Alessandro, che si ritirò da Roma; mentre l’antipapa comprava vescovi, e blandiva l’imperatore, il quale sostenendo questo, poi tre altri antipapi (Pasquale III, Calisto III, Innocenzo III) squarciava la cattolica unità egli che n’era il rappresentante secolare. Allora scomuniche contro lui, contro i vescovi e i principi e i consoli di Cremona, Lodi, Pavia, Novara, Vercelli suoi aderenti. Di queste trascendenze e de’ soprusi de’ luogotenenti imperiali chiedevano fine o moderanza vescovi, marchesi, conti, capitanei ed altri magnati, e cittadini grandi e piccoli; ma Federico non usò nè giustizia nè misericordia[129]; e svallato con un nuovo esercito (1164), andava rimettendo al freno le città che tumultuavano. Ma Veronesi, Vicentini, Padovani, Trevisani, coll’ajuto dei Veneti, aveano cacciato i podestà di lui, e quand’egli andò per domarli, sentì non potere fidarsi delle truppe italiane che l’accompagnavano, onde voltò come in fuga (1166), mentre essi munivano le chiuse perchè non potesse rimenare eserciti.
Tutto ciò rendeva più sentiti i lamenti dei Milanesi, che senza patria tapinavano di città in città, invocando soccorso e vendetta. Perchè lo straniero era prevalso alla comune libertà? perchè li trovò disuniti e nemici. Per tornar forti e mantenersi liberi di che han dunque bisogno? di concordia e d’unione. Lo compresero; e quelli che nella prosperità non s’erano scontrati che coll’ingiuria sul labbro, col pugno sul brando, nella depressione rinnovellarono la fratellanza, e posti giù gli odj e le gelosie, nel convento di Pontida (1167 aprile), terra sull’orlo del Milanese e del Bergamasco, si strinsero in lega, e i varj popoli della Lombardia, della Marca e della Romagna sul santo Vangelo giurarono d’ajutarsi reciprocamente, compensarsi a vicenda dei danni che patissero a tutela della libertà, non far tregua o pace con Federico imperatore o co’ suoi se non di comune accordo, non soffrire che esercito tedesco scendesse in Lombardia; o se scendesse, combatteranno l’imperatore e qualunque persona lo favorisca, sinchè esso esercito non esca d’Italia, talchè si possano recuperare i diritti che la Lombardia, la Marca e la Romagna possedevano al tempo d’Enrico III[130]. Oltre le città che firmarono, fu lasciato (come oggi si dice) protocollo aperto a quelle che volessero accedervi.
Posata una mano sulla spada, stesa l’altra ai fratelli, conobbero la potenza dell’unione. Primo atto de’ collegati Lombardi fu rifabbricare Milano per concordi cure, come per ira concorde l’avevano sfasciata; poi tentate invano le persuasioni, mossero a soggettar le città, che la gratitudine o la paura serbava con Federico, e costringerle ad entrare nella Lega Lombarda.
Papa Alessandro III erasi ricusato di rimettere a un concilio, raccolto in Pisa da Federico, la decisione fra lui e l’antipapa; ma vedendo occupate tutte le terre di santa Chiesa da scismatici e imperiali, dovè cercare rifugio in Francia; dove ebbe grandi onori, e i re di questa e d’Inghilterra camminarono allato al suo cavallo tenendogli le staffe. Di là favoriva di conforti o di benedizioni la Lega, e lanciò contro Federico la scomunica, in cui, come «vicario di san Pietro costituito da Dio sopra le nazioni e i regni, assolve gl’italiani e tutti dal giuramento di fedeltà che a quello li legasse fosse per l’impero o per il regno; toglie coll’autorità di Dio che egli abbia mai più forza ne’ combattimenti, o vittoria sopra Cristiani, o in parte veruna goda pace e riposo, finchè non faccia frutti degni di penitenza»[131].
Favoriva pure ai collegati Guglielmo II di Sicilia, desideroso che Federico si trovasse impelagato in Lombardia così, da non poter minacciare alla Puglia. Enrico III d’Inghilterra, se ottenessero che il papa degradasse l’arcivescovo di Cantorbery avversario suo, offriva trecento marchi ai Milanesi e di restaurarne le mura, altrettanti ai Cremonesi, mille a’ Parmigiani e Bolognesi. Fin Manuele Comneno di Costantinopoli, che rimeditava i suoi diritti sull’Italia, spedì ambasciadori al pontefice per trattare di togliere lo scisma e ricongiungere la Chiesa greca alla latina, purchè egli pure riunisse sul capo di lui la corona dell’impero d’Occidente e d’Oriente, esibendo quant’oro bastasse a snidare d’Italia i Tedeschi; intanto concedette sposa una figlia ad Ottone Frangipani, principalissimo in Roma, cercò l’amicizia de’ Genovesi, e ai collegati Lombardi somministrò oro per comprare i mercenarj, allora introdottisi nelle nostre guerre. Però il papa, fido all’idea de’ suoi predecessori, voleva la sede del rannodato impero non fosse che a Roma; il Comneno ostinavasi per Costantinopoli, tantochè restarono disconchiusi.