Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)
Part 7
Onorio II vide lesa la sua superiorità nel fare un tanto acquisto senza sua adesione, ben conoscendo come il gran conte dominando la Sicilia, la Puglia, la Calabria, avrebbe dettalo la legge a Roma. E perchè quegli assalì Benevento, città pontifizia, Onorio lo scomunicò, e mosse contro di esso in armi, dando perfino indulgenza plenaria a chi perisse in quella guerra. I principali conti assecondarono il pontefice; ma Ruggero, venuto di Sicilia con buon esercito, prese le città primarie; e il papa, che vedeva ogni giorno diminuirsi le sue truppe, s’accontentò d’investirlo della Puglia e Calabria. Non andò troppo sottigliando sui diritti l’antipapa Anacleto, e bisognoso di fautori, a Ruggero consentì il titolo di re di Sicilia, l’investitura della Puglia, Calabria, Salerno, e la supremazia sul ducato di Napoli e il principato di Capua; in Palermo fu celebrata la pomposa coronazione, e restò costituito il regno delle Due Sicilie, terminando le antiche repubbliche nel mezzodì, quando nel settentrione d’Italia sbocciavano le nuove.
I baroni e conti, fin allora tutti pari di potenza, mal soffersero di vedersi imposto un superiore; e Roberto dovette star sempre coll’armi in pugno, e con ferro, fuoco, prigioni soffogando le rinascenti rivolte, cagionò guasti non minori di quelli de’ Musulmani. Anche Amalfi fu costretta demolire le fortificazioni e a lui sottoporsi. Roberto principe di Capua, primo tra i baroni normanni e che intitolavasi _per la grazia di Dio_, vedendosi rapita l’indipendenza, si unì coi signori che voleano difenderla e collo straticò di Napoli. Soccombuto, andò invocare soccorsi dai Pisani, ma Ruggero colla flotta di Sicilia e della soggiogata Amalfi assalì Napoli, il cui straticò seppe resistere all’armi e alla fame.
Tanta possa di Ruggero ingelosiva e gl’imperatori d’Oriente, già altre volte minacciati dai Normanni; e Lotario, a cui esclamavano i tanti oppressi da Ruggero; e più Innocenzo, che vedea sempre peggio rimossa la speranza di ricuperare la sua sede. Lotario, spinto dalle preghiere di Roberto di Capua, ed esortato da san Bernardo a toglier via lo scisma (1137), mosse contro Ruggero, allargò Napoli, rimise Roberto in Capua, sicchè Ruggero, perdute tutte le terre di qua del Faro, dovette ricoverare in Sicilia. I Pisani, vedendo il bel destro di vendicarsi dell’antica emula, con ben cento navi assalirono Amalfi, e costrettala a cedere, vi esercitarono fieramente i diritti della vittoria. Da quel punto (1157) Amalfi più non contò, sebbene le forme repubblicane conservasse internamente fin quando nel 1350 i re di Napoli le abolirono. I suoi banchi in Levante restarono deserti, od occupati da più felici successori; a’ suoi porti non concorsero più se non i devoti a visitare il corpo di sant’Andrea, che il cardinale Capuano rapì alla chiesa di Costantinopoli nel 1207, e che stillava manna. Chi oggi, andando a interrogare i tanti problemi della storia nazionale, visita la patria di Flavio Gioja e di Masaniello sulla deliziosa riva dove il mare frange tra Napoli e Salerno, sentesi stringere il cuore ai pochi e luridi abituri sopravanzati colà dove sorgeva l’antica legislatrice del Mediterraneo; e sedendo pensoso su qualche barca pescareccia nel porto a cui affluivano le ricchezze d’Oriente, invece dell’operoso tumulto di ottantamila abitanti, non vede che l’abbandonata negligenza di pochi pescatori, non ode che il gemito de’ limosinanti.
Era quello il momento di mettere al nulla il dominio de’ Normanni se, al solito, non fossero entrate contestazioni tra i federati. Alla presa di Salerno i Pisani recaronsi a dispetto che l’imperatore segnasse la capitolazione senza loro intervento: poi il papa pretendeva quella città appartenesse a lui, e volendo sminuzzare il dominio coll’eleggere un nuovo duca di Puglia, disputavasi a chi toccasse dargli l’investitura; alfine conchiusero gliela conferirebbero e il papa e l’imperatore, tenendo entrambi il gonfalone. Altre controversie nacquero per Montecassino: ma pure rappattumati, Innocenzo e Lotario ripresero la via di Roma, ove il papa coll’armi imperiali potè rientrare. Lotario, devastata l’Italia nell’andata e nel ritorno, se ne partiva con poca gloria e meno frutto, allorchè morì (5 xbre) vicin di Trento: uom prode e d’onore, amico del retto, ma non robusto quanto ai tempi occorreva.
Ruggero, che aveva aspettato il consueto scomporsi dell’esercito imperiale, tornò bentosto, riprese la città senza dare ascolto a san Bernardo, venuto consigliatore di pace: anzi pretese erigersi arbitro fra Innocenzo e l’antipapa Anacleto; e morto questo, ne nominò un altro (1138) in Vittore IV. Però Bernardo tanto fece, che menò l’antipapa a’ piedi d’Innocenzo, al quale pure si sottomisero i dissidenti. Ed egli raccolse in Laterano l’XI concilio ecumenico (1139) con duemila prelati, ai quali disse: — Voi sapete che Roma è capitale del mondo; che le dignità ecclesiastiche si ricevono per concessione del sommo pontefice, siccome feudo; nè senza di ciò possono legittimamente possedersi».
Ivi scomunicò Ruggero, poi in persona mosse con buone armi, disposto a guerreggiarlo se non accettasse le proposizioni di pace. Rejette queste, attaccò il pertinace, ma incontrò sfortuna eguale al suo predecessore Leone IX, e come lui ne trasse profitto: perocchè, caduto prigione con molti cardinali, vide il suo vincitore gittarsegli a’ piedi e domandargli perdono dell’averlo vinto; laonde egli conchiuse pace con Ruggero, rinnovandogli l’investitura già avuta dall’antipapa, purchè prestasse alla romana Chiesa l’omaggio e seicento schifati d’oro ogn’anno[102]. Nel titolo restava eccettuato Salerno, sul cui principato i papi ebbero sempre pretensioni; ma erano comprese Capua, tolta al perseverante Roberto, e Napoli colle sue dipendenze, la quale, avendo perduto in battaglia il duca, accettò di sottomettersi al nuovo re.
Di qui restò confermato l’alto dominio della santa sede, già da essa acquistato mezzo secolo prima, sopra il Reame. Ruggero da nuove vittorie, da bandi e confische cercò una legittimazione, che al secolo nostro garba meglio che non la benedizione papale.
A re Lotario in Germania parea dovesse succedere il guelfo Enrico, ma prevalse Corrado di Franconia, che, abdicata la corona italica, poco dopo andò crociato (1147) con settantamila cavalieri e innumerevoli fanti, pochi de’ quali dopo orribili patimenti lo accompagnarono al ritorno. Nella sua lunga assenza, i Comuni presero incremento in Italia; e sotto diverse sembianze ma in ogni parte appariva la libertà, e manifestavasi nel cozzarsi di Venezia con Ravenna, di Pisa e Firenze con Lucca, di Vicenza con Treviso, di Fano con Pésaro, Fossombrone, Sinigaglia, di Verona con Padova perchè avea stornato il letto dell’Adige; di Modena con Bologna perchè a questa erasi data la badia di Nonantola; di Cremona e Pavia con Milano, che già non paga della libertà, voleva anche dominio sulle città del contorno. Mal sostenuti dal potere imperiale, i baroni soccombevano agli sforzi de’ Comuni, che venivano estendendo l’eguaglianza popolare; sicchè questa prevalse anche in Toscana. Firenze, Siena, Pistoja, Arezzo primeggiavano sui Comuni e sui dinasti limitrofi; e, secondo una lettera di Pietro abate di Cluny a re Ruggero, «miserabile era l’aspetto della Toscana, confondendosi le cose umane e le divine; città, castelli, borgate, ville, strade pubbliche, fin le chiese erano esposte a omicidj, sacrilegi, rapine; pellegrini, cherici, monaci, abati, preti, vescovi, patriarchi v’erano presi, spogliati, battuti, uccisi»[103]. I principi normanni reprimevano a mezzodì il movimento repubblicano; ma non che favorissero gl’imperatori, stavano in sospetto delle antiche pretensioni che potessero addurre contro il recente loro dominio.
In ogni parte la podestà imperiale era dunque in calo: nè prosperava la pontifizia, alla quale nuovo genere di sfide recò Arnaldo da Brescia. Educatosi in Francia alla scuola di Abelardo, libero pensatore, più rinomato per gli amori e le sventure sue che per l’ardimento del suo eclettismo, Arnaldo fu prima guerriero, poi monaco, e cominciò a propagare in Italia le dubitanti e negative idee del suo maestro, e censurare la depravazione del clero. Bel parlatore, e ascoltato avidamente com’è sempre chi esercita la maldicenza, prese a battere la potenza ecclesiastica; repugnare al buon diritto che il clero possedesse beni, e regalie i vescovi, mentre avrebbero dovuto vivere all’apostolica di decime e di oblazioni, restituendo i possessi al principe cui appartenevano[104]; e in ciò metteva convinzione ed entusiasmo maggiore che non que’ novatori, i quali più tardi sull’orme sue vennero a scassinare col ragionamento il regime cristiano dello Stato e della Chiesa. Paragonava egli i Governi d’allora colle antiche repubbliche, sogno o delirio perpetuo degl’Italiani, che allora veniva infervorato dai rinnovati studj classici de’ giureconsulti. Volentieri lo ascoltavano i laici, che tenendo feudalmente privilegi dai vescovi, bramavano rendersene indipendenti; e i _Politici_, come si chiamavano i suoi fazionieri, crescendo più sempre di numero, scotevansi risolutamente dall’obbedienza del papa.
Era questo venuto in ira anche ai popolani perchè, essendosi rivoltati i cittadini di Tivoli e avendo sconfitto in malo modo i Romani, esso gli assalì da vero, e coll’assedio li costrinse a capitolare, ma non sterminò le vite e le mura loro. Imprecando dunque a tale benignità col solito titolo di tradimento, i Romani traggono tumultuosi al Campidoglio (1141), e come pegno della rinnovata repubblica rintegrano il senato di cinquantasei membri, e in nome di questo e del popolo romano intimano guerra ai vicini. Innocenzo morì prima di poterli domare (1143); e Celestino II, succedutogli per pochi mesi, tolse a perseguitare Arnaldo, benchè già amico suo, e che, mal sorretto dalla volubile aura vulgare, fuggì a Zurigo, prevenendo Zuinglio nel predicare contro la Chiesa, poi in Francia, in Germania, inseguito dappertutto dall’occhio e dalla voce di san Bernardo.
Le famiglie primarie dei Pierleoni e dei Frangipani, fin allora nemiche, si mettono d’accordo per umiliare la fazione democratica e svellere l’ordine repubblicano: ma i popolani, guidati dalla nobiltà inferiore, invocano l’immediata sovranità dell’imperatore, qual soleva ai tempi di Roma antica. Lucio II papa (1144), che in processione armata marciava al Campidoglio per isnidare i nuovi magistrati, è respinto a sassi, così che ne muore. Imbaldanzì la fazione avversa, e a fatica si potè nominare Eugenio III discepolo di san Bernardo (1145), il quale, per non dovere a forza riconoscere il senato, fuggì di Roma. Arnaldo soldò duemila Svizzeri, e questa forza mercenaria condusse a raffermare la magistratura repubblicana del Campidoglio. Proponevasi egli istituire un ordine equestre, medio tra il popolo ed il senato, ristabilire i consoli e i tribuni, insomma con una pedantesca e intempestiva restaurazione del passato ingrandire l’autorità imperiale, mentre il papa restringeva ai soli giudizj ecclesiastici.
Il vulgo è facile a credere che cogli antichi nomi ritornino le antiche grandezze; e coll’entusiasmo dell’applauso accoppiando al solito l’entusiasmo del furore, abbatte le torri e i palazzi dei nobili avversi e de’ cardinali, non senza ferirne alcuni, abolisce la dignità di prefetto di Roma per nominare patrizio Giordano, fratello d’Anacleto antipapa, ed obbliga tutti a prestargli giuramento. Eugenio, tentata invano la riconciliazione, scomunicò costui; poi, unite le sue forze con quelle di Tivoli, costrinse a tornare all’obbedienza, e fu accolto con tante feste, con quante n’era stato escluso[105]. Breve trionfo: e ben tosto costretto uscirne di nuovo, passò in Francia a sollecitar la crociata; mentre i repubblicani chiamavano Corrado III, vantando non avere operato ad altro fine che per restituire l’Impero nella grandezza che aveva sotto Costantino e Giustiniano, e perchè egli ricuperasse tutti gli onori che gli competevano e gli erano stati usurpati; avere perciò demolito le fortezze dei prepotenti; venisse in persona a compier l’opera, collocare sua sede in Roma, e abbattere i Normanni fautori del papa[106].
L’imperatore, mal fidandosi a quel popolo leggero, provvide di truppe il pontefice; che con queste e con altre di Francia piantossi a Tusculo, e da quei terrieri e dai Normanni sostenuto, potè rinnovare i patti col popolo, lasciandogli il senato, ma nominando egli stesso un prefetto, giusta la prisca consuetudine. Però se il popolo voleva conformare lo statuto ai concetti di Arnaldo e della storia, senza sgomentarsi delle idee classiche sopra l’illimitata autorità del principe, l’alta nobiltà desiderava mantenere la condizione feudale, impedendo e ai papi di dominare e al popolo di emanciparsi. Continuò la repubblica sotto Anastasio IV; ma Adriano IV inglese (1153-54), avendo la plebe assassinato il cardinale di Santa Pudenziana, diede lo straordinario esempio di interdire la capitale del cristianesimo finchè Arnaldo non fosse espulso. Il popolo sgomentato, massime che s’avvicinava la pasqua, cacciò Arnaldo, che rifuggì presso un conte di Campania.
Anche Ruggero, che teneva carezzati i pontefici sol in quanto gli giovavano, poco avea tardato a venire in nuova rotta con essi, ne devastò le terre, guerreggiò e depredò Montecassino. Guerra più gloriosa recò ai Barbareschi d’Africa, assalendo Tripoli nido di corsari, Bona, Tunisi, e menandone schiave le donne in Sicilia. Gl’imperatori d’Oriente non cessavano di credere usurpati a sè i possessi de’ Normanni, e li molestavano; onde Ruggero mandò un’armata verso l’Epiro, prese Corfù, Cefalonia, Corinto, Negroponte, Atene, asportandone immense ricchezze e persone da ripopolarne la Sicilia, ma specialmente operaj di seta. L’imperatore bisantino, cognato di Corrado III, sollecitava questo a venire in Italia e rintuzzare il baldanzoso Normanno; intanto egli medesimo faceva grosse armi, e col soccorso de’ Veneziani assalse Corfù; ma Ruggero ardì spingersi a Costantinopoli, gettando razzi incendiarj contro il palazzo imperiale. Pure Corfù gli venne tolta, e la sua flotta battuta dalla veneta e genovese.
Corrado accingevasi a calare in Italia per la corona, e insieme per guerreggiare Ruggero (1152), quando morì a Bamberga, si volle dire avvelenato da medici della famosa scuola di Salerno, ch’erano rifuggiti a lui fingendo paura di Ruggero.
CAPITOLO LXXXIV.
Federico Barbarossa.
Federico di Buren, feudatario della Svevia, che oggi diciamo Baviera, Baden, Würtenberg, a poche miglia da Goeppingen fabbricò s’un’altura un casale, detto perciò Hohenstaufen, donde trasse il titolo la sua famiglia. Quanto coraggioso, tanto fu leale verso l’imperatore Enrico IV, che in compenso gli diede il ducato di Svevia e la mano di sua figlia Agnese. Morendo vecchissimo, lasciò due figli, Federico e Corrado, il primo de’ quali fu investito da Enrico V de’ feudi paterni, l’altro della Franconia (1137), e fu anche coronato re d’Italia dai Milanesi (pag. 90), ed eletto imperatore da alcuni, poi da tutti alla morte di Lotario di Sassonia. Morendo lasciò un figliuolo, ma conoscendo non esser tempi da fanciulli, raccomandò un figlio di suo fratello, Federico di nome, di soprannome Barbarossa. Alla dieta di Francoforte, dai principi dell’Impero e da molti baroni di Lombardia, di Toscana e d’altri paesi italici eletto re (1152), coronato in Aquisgrana, mandò ad Eugenio III e all’Italia notificando la sua elezione, che fu generalmente aggradita, anche nella speranza ch’egli riconciliasse Guelfi e Ghibellini, giacchè, capo di questi pel padre, per madre era nipote di Guelfo di Baviera, capo degli altri.
Sul fiore dei trent’anni, già era famoso nelle battaglie, ne’ tornei, nelle crociate; saldo d’animo e di corpo, pronto d’ingegno, di memoria prodigiosa, dolce nel favellare, semplice nei costumi, paragone di castità, provvido ne’ consigli, valentissimo in opere di guerra, dai Tedeschi vien noverato fra i principi più insigni; certo fu de’ più robusti caratteri del medioevo; proteggeva i poeti e verseggiava egli stesso, sapeva di latino e di storia, e volle che dal cugino Ottone vescovo di Frisinga fossero scritte le sue geste[107]. Offuscava tante doti coll’ambizione e l’avarizia, o almeno così qualificarono gl’italiani il suo desiderio di ristabilire qui la regia prerogativa, e d’ottenerne i mezzi, cioè il denaro. Certamente a una profonda idea del dovere come egli lo intendeva, sagrificava interessi, sentimenti, pietà; e dovere supremo pareagli il rintegrare l’autorità imperiale, come tipi di questa togliendo Costantino e Giustiniano nell’aspetto ch’erano presentati dalla risorta giurisprudenza romana; e le idee sistematiche proseguiva coll’ostinatezza propria della sua nazione. Di qui le città, acquistato vigore, meno docili si manifestavano; di là la Chiesa aveva dimostrato la sua indipendenza, almeno in diritto; i baroni si tenevano in armi per assicurarsi la supremazia territoriale; e Federico si propose di frangere tutti questi ostacoli col riformare il sistema ecclesiastico e il feudale, e abolire i Comuni.
Coronato appena, ecco deputati del pontefice a pregarlo di soccorsi contro i Romani rivoltosi; ecco Roberto di Capua invocare d’essere rimesso nel principato, toltogli dal re di Sicilia; ecco cittadini di Como e di Lodi, che, trovandosi colà per traffici, senza missione delle proprie città se gli buttano ai piedi, cospersi di cenere e con croci alla mano, implorando riparazione, e vendetta delle loro patrie soccombute ai Milanesi.
Diedero pel talento a Federico queste occasioni di assumere aspetto di vindice dei deboli, cui potrebbe poi a sua volta regolare; mentre alleandosi coi forti, non avrebbe fatto che crescere a questi la baldanza. I Lodigiani stavano talmente allibiti, che invece di saper grado a quei loro concittadini, li caricarono d’ingiurie; a Sicherio, che il Barbarossa spediva con lettere di rimprovero ai Milanesi, non osarono fare accoglienze: di pessime poi n’ebbe costui allorchè le presentò ai Milanesi, che le calpestarono urlando; e fu gran che s’egli potè uscire dalle lor mani e camparsi in Germania. Dello smacco s’inviperì Federico; e i Lodigiani vollero mansuefarlo collo spedirgli una chiave d’oro, e raccomandarsegli caldamente; anche Cremona e Pavia gli inviarono grossi regali; Milano pure ravveduta il donò d’una coppa d’oro piena di denaro: omaggi di paura, e i re li credono d’amore.
Pubblicato l’eribanno, Federico coll’esercito feudale mosse verso l’Italia, perocchè la potenza e il primato di questi imperatori non valeano se non discendendo in persona. Per via raccoglievano dai feudatarj immediati il donativo, il foraggio e la tangente di milizie; mandavano ad esigere dalle città le dovute regalie; e poichè reprimevano coll’armi i contumaci, il loro viaggio era segnato da devastazioni. All’arrivo del re rimaneva sospesa la giurisdizione dei magistrati feudali, ed egli in persona rendeva giustizia, e ascoltava in appello chiunque si credesse gravato dal proprio signore o inesaudito. Altrettanto avveniva nelle città; le quali pertanto consideravano come di gran conto il privilegio che non entrassero nelle loro mura i re, i quali, quanto vi stavano, erano despoti; iti che se ne fossero, tornava ognuno a fare il proprio talento[108].
A questa forma calossi il Barbarossa, e truppe non minori delle sue gli menava Enrico il Leone, de’ Guelfi d’Este. A questa famiglia l’imperatore avea dato l’investitura della marca di Toscana, del ducato di Spoleto, del principato di Sardegna, e dei beni allodiali della contessa Matilde; ed Enrico, gran prode, possedendo i ducati di Sassonia e Baviera, acquistata Lubecca, avuto il diritto di erigere vescovadi di là dall’Elba, e adopratosi a sottoporre gli Slavi, era riuscito de’ più potenti di Germania, nè inferiore al Barbarossa se non perchè gli mancava la corona.
Convocati i baroni nel solito piano di Roncaglia (1154), minacciando spossessare del feudo chi non intervenisse, Federico vi ricevette pure i consoli delle varie città che gli giurarono fede. Ottone vescovo, suo storiografo, tuttochè nemico, ammirava i popoli d’Italia, i quali nulla ritenevano della barbarica rozzezza longobarda, ma nei costumi e nel linguaggio mostravano la pulitezza e leggiadria degli antichi Romani. Gelosi di loro libertà (prosegue egli), non soffrono il governo di un solo, ma eleggono dei consoli fra i tre ordini de’ capitanei, valvassori e plebei, di modo che nessun ordine soperchii l’altro, e li mutano ogn’anno. Per popolare le città costringono i nobili e signorotti di ciascuna diocesi, comunque baroni immediati, a sottomettersi alle città, e starvi a dimora. Nella milizia poi e ne’ pubblici impieghi ammettono persino i meccanici e i braccianti; per le quali arti esse città superano in ricchezza e potenza tutte quelle d’oltr’Alpi. Da ciò derivano la superbia, il poco rispetto ai re, il vederli malvolentieri in Italia, e non obbedirli se non costretti dalla forza[109].
Federico incominciò ad unir le sue truppe con quelle del cugino Guglielmo marchese di Monferrato, uno dei pochi che conservava la feudale potenza, malgrado le città[110]; e gli diè mano ad assalire e disfare i liberi Comuni di Asti e Chieri.
I Milanesi, avuto sentore dei mali uffizj fatti dai Pavesi, gli avevano assaltati senza pietà: e l’imperatore, ben vedendo che, se avesse parteggiato coi Milanesi, questi monterebbero in tal forza da più non obbedirlo[111], si chiarì pei Pavesi, nella loro città prese il diadema regio, mandò guastare il territorio de’ Milanesi, e quanti ne colse attaccò alle code de’ cavalli; soddisfece all’ira dei Pavesi col mettere a sterminio Tortona dopo robusta resistenza; bruciò Rosate, Galliate, Trecate, Momo, colle fiere esecuzioni sperando incutere spavento e distorre dal resistergli. A tacere la crudeltà, fu improvvido questo baloccarsi in fazioni parziali, invece di difilare sopra Milano. Nè per allora fece altro che sgomentare; poi mosse su Roma[112].
Ivi durava la repubblica proclamata da Arnaldo da Brescia; e i novatori, ridotto il papa alla Città Leonina, gl’intimarono rinunziasse ad ogni podestà temporale, accontentandosi del regno che non è di questo mondo: ma Adriano IV repulsava quelle domande. Al venir dunque dell’imperatore, tutti gli animi stavano sospesi. Ajuterebbe egli i repubblicani per umiliare il papa, antico avversario dell’impero? o vorrebbe reprimere questo slancio della gran città verso la forma sempre prediletta in Italia, e che annichilava la prerogativa imperiale? Federico non tardò a chiarirsi: dal conte di Campania, a cui erasi rifuggito, richiese Arnaldo, e lo consegnò (1155) al prefetto imperiale della città; e Roma, dalle tre lunghe vie che sboccano in piazza Popolo, potè vedere il rogo su cui l’eretico e ribelle era bruciato[113].
Non atterriti dal supplizio di Arnaldo (1155), i cittadini vollero patteggiare con Federico prima di riceverlo in città; ed i senatori, scesi dal Campidoglio a prestargli il giuramento, sciorinarongli una diceria sulle antiche glorie romane, e sull’onore che gli facevano accettando cittadino lui straniero e cercandolo oltr’Alpi per farlo imperatore; giurasse osservar le leggi, e mantener la costituzione della città e difenderla contro i Barbari; per le spese pagherebbe cinquemila libbre.