Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)
Part 6
Da questa linea proveniva Enrico, che per la cessione di Lotario era divenuto il più ricco signore d’Europa e il più potente di Germania, tenendo una serie di paesi dal mar Baltico al Tirreno. Ma dalla parte ghibellina Corrado duca di Franconia, fratello di Federico il Losco, aveva redato di qua dell’Alpi i beni allodiali della casa Salica, e scese in Italia cercandone la corona. Un principe non d’altre forze provveduto che di quelle somministrategli dal paese, non poteva riuscir pericoloso alla nascente libertà, onde fu il ben arrivato. A Milano lo storico Landolfo di San Paolo e il cavaliere Ruggero de’ Crivelli, deputati dall’arcivescovo Anselmo, discussero le ragioni dei due principi emuli davanti al popolo, il quale indusse il metropolita a coronar re Corrado (1128): molte città gli prestarono omaggio e doni; ma Pavia, Novara, Piacenza, Brescia e Cremona stettero contrarie a Milano, fin a dichiararne scomunicato l’arcivescovo che aveva unto l’usurpatore; anche la Toscana repugnò da lui; e Onorio II papa, che aveva riconosciuto imperatore Lotario, scomunicò questo pretendente. Il quale tentò invano occupar Roma; sicchè gli stessi che s’erano chiariti a lui favorevoli per farsene un appoggio, l’abbandonarono quando il videro incentivo di guerre. Maneggiatosi alcun tempo, egli si riconciliò con Lotario, e dopo essere stato a carico de’ Milanesi e Parmigiani, partì dall’Italia covando contro i Comuni lombardi un dispetto che trasmise al nipote Federico Barbarossa.
Essi Comuni, appena costituitisi, esercitavano nimicizie un contro l’altro; e particolarmente in quel piano che dalle alpi Retiche e Leponzie declina sino al Po ed al mare, ricco di nove città indipendenti, Como, Bergamo, Brescia, Milano, Lodi, Crema, Cremona, Pavia, Novara, frequenti appigli di risse porgeano i terreni confinanti, le rivalità di mercato, la comunanza delle acque irrigatorie. Presosi quel diritto del pugno, cioè della guerra particolare, che fin là avevano esercitato i feudatarj, i Comuni, non compressi da superiorità materiale, non da morale ritegno, abbandonavansi a quella ostilità di vicini a vicini, che sembra inesorabile maledizione degl’Italiani. Non avevano ancor finito di abbattere i conti rurali, e già rompevano guerra (1110) Cremona a Crema e Brescia, Pavia a Tortona, Milano a Novara e Lodi; l’ambizione e la forza davano ai poderosi il desiderio e l’ardire di opprimere i deboli.
Pavia, memore di essere stata sede dei re goti e longobardi, e Milano superba d’antichità, di vasto territorio, di popolazione maggiore e della superiorità metropolitica, gareggiavano di preminenza, e si contrariavano in ogni fatto. Nella lite delle Investiture Pavia propendeva alla parte imperiale, alla pontifizia Milano, con cui parteggiarono Lodi, Cremona, Piacenza; e per insinuazione della contessa Matilde, giurarono lega di vent’anni onde osteggiare re Enrico, e sostenere Corrado quando al padre si ribellò. Le due parti erano equilibrate di forze; e poichè nessuno stabile nodo le congiungeva, era sicura della vittoria quella che arrivasse ad isolar la rivale. In fatto, secondo preponderasse una parzialità o l’altra, le città mutavano bandiera; e girati pochi anni, a Milano troviamo unite Crema, Tortona, Parma, Modena, Brescia (1117); mentre con Pavia parteggiavano Cremona, Lodi, Novara, Asti, Reggio, Piacenza.
Quella mescolata che allora si faceva delle prerogative secolari colle ecclesiastiche, portava a nuove scissure. Crema col suo contado, che chiamavasi Isola di Folcherio, era stata a giurisdizione de’ marchesi di Toscana, fin quando nel 1098 la contessa Matilde ne fe cessione al vescovo e alla città di Cremona. Tale dipendenza spiacque ai Cremaschi, che coll’armi assicurarono la propria libertà: ma di qui cominciarono nimicizie lunghe e vergognose[93].
Milano pretendeva non solo alla superiorità che il suo metropolita traeva dal posto gerarchico, e per cui ordinava i vescovi della provincia e li convocava a concilio; ma che a lui competesse anche l’eleggerli, mentre le chiese particolari tenevano gelosamente al diritto antico di nominare i proprj pastori. Da ciò elezioni tempestose, contrastate, doppie, complicate dall’appoggio del papa e dell’imperatore, e per le quali il litigio delle Investiture dalle sommità sociali scendeva fin a contingenze affatto particolari. Per simili ragioni, e insieme per gelosia del ricco mercato che vi si teneva, i Milanesi campeggiarono Lodi, rinnovando le ostilità, cioè lo sperpero della campagna e la rapina delle messi per quattro anni, in capo ai quali ridottala per fame, la smantellarono (1111); gli abitanti dissiparono in sei borgate del contorno, sottoposte a rigide condizioni; sciolsero il ricco mercato, nè Lodi-vecchio risorse più.
Eguale contesa per l’elezione dei vescovi cagionò la guerra di Milano contro Como, descritta da un rozzo poeta contemporaneo[94], dolente di pubblicare il duolo anzichè la letizia d’un popolo da molti secoli fiorente. Aveano i Comaschi eletto canonicamente Guido de’ Grimoldi di Cavallasca; mentre il milanese Landolfo da Carcano, destinatovi da Enrico V, si fece ordinare dal patriarca d’Aquileja, parziale d’esso imperatore; intruso di rapina nella sede, procurava mantenervisi ad onta del popolo, e fortificatosi nel castello di San Giorgio presso Maliaso sul lago di Lugano, scialacquava in privilegi e donazioni il patrimonio della mensa. Risoluti a tor di mezzo lo scisma e lo sperpero, i consoli comaschi Adamo del Pero e Gaudenzio da Fontanella coi vassalli di Guido vi assalgono Landolfo, e fattolo prigione, lo consegnano a Guido. Essendo nella mischia rimasto ucciso Ottone insigne capitano milanese (1116), Giordano da Clivio arcivescovo di Milano, invece d’insinuare pace e perdono, espone alla basilica Ambrosiana le vesti insanguinate e le vedove degli uccisi, le quali strillando chiedono vendetta; e serrata la chiesa, egli dichiara resteranno sospesi i sacramenti, finchè non sia vendicato il sangue sparso.
In quelle assemblee tumultuose, dove la passione è unica consigliera, e l’urlo predomina sulla ragione, fu decretata la guerra; i Milanesi, mandato un araldo a denunziarla, assalsero Como, e incominciarono una guerra, paragonata all’assedio di Troja per la durata, e meglio per l’accordarsi delle forze lombarde contro una sola città.
Il guerreggiare d’allora non conduceva a pronti esiti, come le imprese comandate e dirette da volontà unica e robusta. Un Comune avea ricevuto un torto, e nel consiglio erasi decisa la guerra? più giorni rintoccava la campana, acciocchè gli uomini capaci s’allestissero d’armi; uomini che mai non s’erano esercitati insieme, che fin allora aveano badato ai campi o alle arti, e che non usavano nè vestire nè armi uniformi, unicamente diretti a vincere e far al nemico il peggior male. A buona stagione traevasi fuori il carroccio, e dietro e attorno a quello moveva la gente contro il territorio nemico, stramenava le campagne, sfasciava i casali, rapiva gli armenti che non avessero avuto tempo di ridursi nel recinto della città, alla quale poi mettevasi assedio, procurando il più delle volte prenderla per fame, giacchè, prima de’ cannoni, le terre murate aveano sempre il vantaggio sopra gli assalitori. Nelle guerre feudali vedemmo i soldati abbandonare il capo a mezzo dell’impresa, allo scadere dell’obbligato servizio. Qui gli assalitori erano gente che avevano campi, arti, famiglia, interessi, onde mal sopportavano i diuturni accampamenti, e alla mietitura o all’avvicinarsi della vernata tornavano a casa a rifocillarsi, per ripigliar poi col nuovo anno la campagna.
Di tal guisa fu condotta la guerra contro Como. I Comaschi erano valorosissimi fra i Lombardi, come montanari e avvezzi in opra di caccia e battaglie: e chiuso colla Camerlata e col castello Baradello il passo verso Milano, poterono impedire gli approcci al patrio suolo. Li secondavano gli abitanti della Vallintelvi, intrepidi petti, e insieme abilissimi a inventare congegni militari. Maggior numero di città prese parte con Milano, quali Cremona, Pavia, Brescia, Bergamo, la Liguria, Vercelli colla mercantile Asti, e colla contessa di Biandrate recante in braccio il giovane figliuolo: Novara venne spontanea, invitata la forte Verona, e Bologna dotta nelle leggi, e Ferrara non meno famosa che Mantova per bravissimi arcadori, e Guastalla e Parma coi cavalieri della Garfagnana, benchè avesse guerra con Piacenza[95]. La politica gli avrebbe stornati dal favorire la poderosa città contro la inoffensiva, ma v’erano costretti dalla prepotenza. Ch’è peggio, gli abitanti dell’isola Comacina e di quei contorni si chiarirono ostili a Como, sicchè anche il lago fu contaminato di battaglie navali. Fin a Varese si allargò la guerra e al lago di Lugano; ardite le fazioni, alterni i successi; or una parte or l’altra innalzavano al cielo inni per vittorie fratricide. Se non che fra tanto ardore poca era l’abilità, pochissima la disciplina, nessuna autorità preponderante; e come avviene nelle mosse tumultuarie, ognuno volea comandare, nessuno obbedire. La campagna era una desolazione, straziati i fecondi oliveti e le vigne della spiaggia, rapite le mandre.
Moriva intanto il vescovo Guido, causa e fomento della guerra; moriva esortando a star saldi nella cattolica fede e nella carità e difendere la patria. I Comaschi aveano perduto molti valorosi; soffrivano da dieci anni di devastazione sì per terra, sì dal lago, del quale la sponda orientale apparteneva ai Milanesi, che con tutti i loro alleati s’accinsero all’estremo sforzo. Tratti legnami da Lecco, ingegneri e costruttori da Genova e Pisa, strinsero dappresso la città (1127), i cui abitanti, sprovveduti d’ogni altro riparo, l’abbandonarono notturni, per ricoverarsi nel munito borgo di Vico; e quivi interposero di pace Anselmo arcivescovo di Milano. E ne fu condizione, che, salve le vite, si sfasciassero le mura e le fortificazioni della città e dei sobborghi; Como riconoscesse Milano con annuo tributo. Eppure i vincitori sfrenati posero a sacco e fuoco la città, menarono in cattività agricoltori, servi, cittadini. Non s’aveano allora guarnigioni per tener in ceppi i vinti, e perciò bisognava disperderli: in fatto i Comaschi furono costretti abitare all’aperto, pagare annualmente il viatico e il fodro, e smettere il solito mercato. Ciò per altro non li privava del governarsi a comune, con leggi e magistrati proprj.
Di questa guerra narrammo le particolarità, come esempio di tutte le altre allora agitate. Ne inorgoglì Milano, che poco poi osteggiò Crema, e tutta Lombardia andava a scompiglio per fazioni interne; laonde papa Innocenzo II s’argomentò al riparo spedendo san Bernardo, borgognone, fondatore de’ Cistercensi ed anima della società cristiana di quel tempo. Ne’ monasteri non voleva egli si cercasse un rifugio contro il mondo, bensì forza di combatterlo e guidarlo; l’operosità essere principio di salute, e perciò i monaci addestrava alle lettere e all’agricoltura. Dottissimo coi teologi, popolarissimo coi campagnuoli, vigilava sull’intera cristianità, maneggiava gl’interessi delle nazioni, pur sempre ribramando la sua devota solitudine, alla quale tornava appena avesse finito di riconciliare i re, di far riconoscere i papi, o di spingere tutta Europa contro l’Asia; e preparava libri che il fecero collocare allato ai santi padri, e fra gli ascetici prediletti alle anime contemplative. Quand’egli calò in Lombardia, accorreva la gente per udirlo, e il riceveano a ginocchi, e mettendo fuori argento, oro, arazzi, quanto aveano di meglio; e beato chi ottenesse un filo della sua tunica. Riuscì egli ad esaltare lo zelo, sicchè uomini e donne si vedeano in capelli raccorci e vesti dimesse, e sulle tavole acqua invece dei vini generosi; liberati prigionieri, emendati i costumi, e ciò che più era difficile, ristabilita dappertutto la pace. I Milanesi, meravigliati all’unione di tanto senno con tanta bontà, il voleano arcivescovo (1135); ma egli, per cui i gradi e le comparse erano una condanna, s’affrettò di tornare alle maschie voluttà della solitudine penitente, lasciando presso Milano il monastero di Chiaravalle, dal quale e dagli altri di Morimondo e di Cerreto i Cistercensi tolsero a sanare le pantanose pianure, introducendovi i prati irrigatorj, la fabbrica de’ formaggi e la coltivazione del riso.
Non avea fatto che partire Bernardo, e gli sdegni ribollirono; e Cremona e Pavia, dove l’eloquenza di lui poco aveva approdato, si ritorsero contro Milano. Il vescovo pavese guidò le milizie; e i Milanesi non solo lo sconfissero, ma lui stesso fecero prigioniero con molti de’ suoi, i quali rimandarono colle mani legate al tergo, e attaccato un fascetto di fieno acceso tra i fischi plebei. Tornarono i Pavesi alla riscossa, ma a Maconago furono rotti ancora. I Milanesi portarono pur guerra a Novara e Cremona, la quale oppose loro il castello di Pizzighettone sull’Adda. Violenze che partorivano violenze, e colle violenze doveano finire.
Quel che intitolavasi regno d’Italia era diviso tra molti feudatarj, quali il marchese di Monferrato tra gli Appennini, il Po e il Tànaro; il marchese del Vasto, che poi fu detto di Saluzzo, fra il Po e le alpi Marittime; ai quali due s’interponeva il contado d’Asti, e accanto quel di Biandrate che dominava il Canavese fra la Dora Riparia e la Baltea. Gl’imperatori, per assicurarsi il passo in Italia, aveano sottoposto a duchi tedeschi anche il pendio meridionale dell’Alpi; onde la Baviera stendeasi fin a Bolzano, cioè di qua dall’alpi Retiche che ci separano dai Tedeschi; i Guelfi e il ducato d’Alemagna fino a Bellinzona, di qua dalle Lepontine; quel di Svevia fino a Chiavenna, di qua dalle Retiche; le alpi Giulie erano a dominio del duca di Carintia, al quale furono recate la contea di Trento, e le marche di Verona, d’Aquileja, d’Istria, tenendo in rispetto la Lombardia da un lato, dall’altro gli Ungheresi. Ma i re tedeschi, intenti ad assicurare la prevalenza della gente germanica sopra la slava, vollero estenuare la Carintia, sicchè abbondarono di concessioni col Veronese, che poi da quella restò separato del tutto quando i patriarchi d’Aquileja ebbero la sovranità del Friúli, poi dell’intera Istria, succedendo alle famiglie ereditarie degli Eppenstein, Sponheim, Andechs. Allora Verona, tornata italiana, maturò pur essa i germi repubblicani, sotto un vescovo cui dava importanza il custodire gli sbocchi dell’Alpi e il passo del fiume, che coprono l’Italia dai Tedeschi.
Il marchese Obizzo Malaspina, oltre la Lunigiana, avea possessi nel confine di Cremona, e da Massa presso il Lucchese fino a Nazzano presso Pavia: tratto di settanta miglia[96]. La Casa savojarda di Morienna usciva dalle sue valli allobroghe per allargarsi sempre più di qua dall’Alpi, occupando i marchesati d’Ivrea e di Susa; e Ulrico Manfredi, al tempo d’Enrico I, possedeva dall’alpi Cozie fin alla riviera di Genova, e da Mondovì ad Asti: la qual città era signoreggiata da un suo fratello vescovo. Ma troppo spesso suddivisa per eredità, la casa di Savoja non accennava all’importanza che trasse più tardi dalla sua postura.
Nell’Appennino toscano avanzavano conti e marchesi e molti dominj immuni di nobili; ovvero monasteri, badie, beni vescovili isolati, sceveri dal movimento repubblicano. La potenza dei marchesi, poi della contessa Matilde, avea nell’Etruria frenato le fazioni, e assicurato il predominio papale, sicchè rado o non mai s’era veduto un vescovado diviso fra due competitori. I governi liberi vi tardarono dunque a svolgersi fin quando, disputandosi fra il papa e l’imperatore la successione a quella signoria, i popoli, incerti a chi obbedire, furono men soggetti ad entrambi i competitori, e nella negligenza di questi provvidero da sè al proprio ordinamento.
Roma offriva sempre gran mescolanza d’antichissimo e di novissimo, e dei tre elementi di popolo, di feudo, di sacerdozio. Prefetto, consoli, senato offrivano una costituzione repubblicana, i feudatarj e i castelli rappresentavano il diritto della spada, il papa la sovranità; e si urtavano e prevaleano a vicenda. Nel X secolo, tutto forza, sormontarono i feudatarj, oligarchia turbolenta, che quasi assorbì la ecclesiastica. Colla restaurazione degli Ottoni la nobiltà fu repressa e il papato rialzossi, appoggiandosi però allo straniero, che riservava a sè la moneta e la giustizia.
I pontefici, mentre aveano assodata l’autorità su tutto il mondo, pochissima ne godevano nella città di loro residenza. Per le ripetute donazioni imperiali dominavano l’antico ducato di Roma, l’Esarcato e la Pentapoli: ma erano cinti da robusti signori, quali il duca di Spoleto nell’Ombria meridionale, nel Piceno e in parte del Sannio; a mezzodì il marchesato di Guarnerio fra gli Appennini e l’Adriatico, da Pésaro ad Osimo; di qui alla Pescàra quel di Camerino e di Fermo; quel di Teate dalla Pescàra a Trivento: principi indipendenti non appena l’imperatore avesse vôlto le spalle all’Italia. Le città poi a levante del Lazio e a maestro della Toscana formavano altrettanti ducati sotto vescovi e signori. La stessa campagna romana era sparsa di signorotti, che da Palestrina, da Tùsculo, da Bracciano ne faceano infelice governo, impedivano la coltura de’ campi, e perfino nei sepolcri di Cecilia Metella e di Nerone, o nelle terme di Caracalla fortificandosi, teneano serva ai loro capricci l’antica capitale del mondo: fra le sue mura stesse, sovente una fazione dal Coliseo, un’altra dalla torre di Crescenzio, una terza dal Pincio venivano a provocarsi.
_Urbs_, cioè la città per eccellenza, chiamavasi Roma, e senato il suo consiglio comunale come ai tempi di Cesare e di Scipione. Dieci elettori di ciascuno dei tredici rioni della città, ogn’anno sceglievano cinquantasei senatori; è probabile fossero tutti nobili, e che alcuni formassero per turno il consiglio secreto del patrizio, rappresentante della repubblica. Geroo, prevosto di Reichersperg, nel 1100, scrive ad Enrico prete cardinale: — I senatori romani giudicano delle cause civili; le maggiori e universali spettano al pontefice o al suo vicario, ed all’imperatore o al vicario di lui prefetto della città; il quale la dignità propria rileva da entrambi, cioè dal papa a cui fa omaggio, e dall’imperatore da cui riceve le insegne della dignità, cioè la spada sguainata. E come coloro cui spetta guidar l’esercito sono investiti col vessillo, così per lungo uso il prefetto della città è investito colla spada, sguainata contro i malfattori. Il prefetto della città poi della spada usa legittimamente a sgomento de’ malvagi e conforto dei buoni, a onor del sacerdozio ed a servizio dell’Impero»[97].
I nomi pomposi mal mascheravano il decadimento, giacchè i palazzi si sfasciavano[98]; la liberazione di Roberto Guiscardo avea ridotto deserti i quartieri fra il Coliseo e il Laterano, che la mal’aria finì di spopolare; il suo territorio abbracciava angusto circuito, di là del quale Roma trovava nemici i Comuni di Albano e di Tusculo come ai tempi di Romolo, ed ogni primavera bisognava uscire a combatterli, e devastare la già povera campagna. Unica ricchezza della città erano il denaro e i forestieri che vi traeva la presenza del papa: ma mentre questo nella restante Italia era venerato come capo del partito nazionale e tutore della libertà, quivi era esoso come principe; spesso n’era cacciato dai signori che ricusavano stargli dipendenti; ma il popolo che, con vezzo non più disimparato, avea gridato _Morte_ e _Fuori_, ben tosto ne sentiva bisogno e desiderio, e gridava _Viva_ e _Torna_, con quegli schiamazzi plateali che stoltamente si giudicano pubblico voto.
Dividevano allora la città due fazioni, guidate l’una da Leone de’ Frangipani, l’altra da Pier di Leone; e con violenze e tranelli faticarono a dare un successore a Calisto II. I Frangipani portavano Lamberto vescovo d’Ostia (1124), che prevalse col nome di Onorio II: ma alla costui morte si rinnovano bucheramenti e tumulti a favore d’un figliuolo di Pier di Leone: e sebbene i migliori s’accordino ad eleggere Gregorio cardinal di Sant’Angelo (1130), che volle chiamarsi Innocenzo II, gli altri vi oppongono il loro creato col nome di Anacleto II[99], e ne nasce uno scisma scandaloso. Anacleto colle spoglie della basilica Vaticana compra fautori ed armi; Innocenzo, che non poteva se non tenersi nei palazzi muniti dei Frangipani, stabilisce andarsene, e dalle navi pisane portato in Francia, in Inghilterra, in Germania, ricevette omaggio e riverenza, giovato dall’eloquenza di San Bernardo. La cella di questo, al concilio di Pisa, vedeasi affollata di prelati, ansiosi di trattar seco degli affari del mondo e dell’anima.
Per assistere Innocenzo contro l’antipapa e per frenare le città emancipate, Lotario imperatore (1133) calò dall’Alpi, non accompagnato da verun cavaliere di Svevia nè di Franconia, ed avendo per portastendardo quel Corrado, che dianzi aveva accettato la corona d’Italia. Ma a Milano si vide chiuse le porte in faccia, essendosi Anacleto amicato quell’arcivescovo Anselmo, scomunicato da Onorio II, talchè non potè farsi coronare re d’Italia; a Roma Anacleto respinse il competitore, fortificandosi in Vaticano, mentre Innocenzo doveva munire il Laterano, ove coronò Lotario.
Messa allora in campo la controversia dell’eredità della contessa Matilde, fu conciliata con questo patto, che Innocenzo investisse Lotario vita sua durante, e dopo lui il duca di Baviera genero di esso imperatore, siccome di feudi della Chiesa, alla quale dovessero retribuire cento marchi d’argento l’anno, poi al morire dell’ultimo tornerebbero alla santa sede. Con quest’atto l’imperatore veniva a riconoscersi vassallo e tributario del pontefice[100].
La fazione d’Anacleto rialzò ben presto il capo, sicchè Innocenzo invocò Lotario, il quale, riconciliatosi colla casa di Hohenstaufen, tornò con maggiori forze: ma gli effetti furono poco meglio felici che la prima volta; perchè, se Milano il favorì, gli si avversarono Cremona, Parma, Piacenza, che egli dovette per forza ridurre ad obbedienza.
Restavano sempre avversi all’Impero nelle parti meridionali i Normanni, che avendo ormai sottratte tutte le città greche ai catapani, e occupata la nuova Longobardia, eccetto Benevento che rimaneva ai papi, e Napoli che di nome dipendeva dai Greci, viepiù sentivano il bisogno dei forti, l’indipendenza. Quantunque sostenitori del pontefice contro gli stranieri, poca mostravangli condiscendenza nell’interno loro dominio, nè si tenevano in dovere di ricevere legati papali in paesi che essi col proprio braccio aveano sottratti agl’Infedeli o ai Greci, e restituiti alla vera Chiesa. Urbano II erasi guadagnato Ruggero, nominandolo legato in Sicilia (1098), cosa mai più concessa a verun regnante, e donde derivò quel che chiamarono poi _tribunale della monarchia di Sicilia_, cioè che esso e i suoi discendenti godessero il titolo ed esercitassero i diritti di legati ereditarj e perpetui della santa sede, per ciò portando nelle solennità mitra, anello, sandali, dalmatica, pastorale[101]. Morto poi Guglielmo II duca di Puglia, anche il dominio di qua dal Faro restò a Ruggero (1127), che così possedeva tutto quel che fu poi regno di Napoli.