Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)
Part 5
Monza, posseditrice della corona ferrea, la improntò sul suo suggello, nel quale già da antico leggevasi _Est sedes Italiæ regni Modæcia magni_. Lucca portava _Luca potens sternit sibi quæ contraria cernit_. Verona, _Est justi latrix urbs hæc et laudis amatrix_. Padova, i proprj confini, _Muson, Mons, Athesis, Mare certos dant mihi fines_. Bologna, un san Pietro in pontificale, e _Petrus ubique pater, legum Bononia mater_; e così _Urbs hec Aquilegie capud est Italie; — Est aquilejensis fides hec urbs Utinensis; — Ferrariam cordi teneas, o sante Georgi; — Salvet Virgo Senam quam signat amenam; — Herculea clava domat Florentia prava_ e _Det tibi florere Christus Florentia vere_. Messina dopo i Vespri siciliani alzò lo stendardo colla croce portata da un leone, e il motto _Fert leo vexillum Messana cum cruce signum_. Pistoja scrive attorno agli scacchi del suo stemma _Quæ volo tantillo Pistoria celo sigillo_. Firenze ebbe da principio la bandiera partita bianca e rossa, cui unì la luna rossa di Fiesole; dappoi il giglio, o piuttosto il fior di giuggiolo (_ireos florentina_): e quando i Guelfi prevalsero, si adottò il giglio rosso in campo bianco, mentre i Ghibellini tennero il giglio bianco, unendovi l’aquila nera imperiale. Inalberava anche il leone, il quale pure sta nel sigillo di Cortona colla scritta _Tutor Cortonæ sis semper Marce patrone_.
Spesso l’arma era parlante: come a Torino il toro rampante; a Monsumano e Montecatino, un monte sormontato da una mano o da un catino; a Barga una barca; a Pescia un pesce coronato. Gli animali stessi dello stemma si mantenevano vivi nelle città, come a Venezia e Firenze i leoni, una lionessa a Parma, gli orsi a Berna, Appenzell e Sangallo. Quando i tirannetti s’impadronivano d’un Comune, vi univano il proprio stemma, come i Visconti diedero a Milano la vipera; la quale poi insieme col leone veneto entrò nel petto dell’aquila bicipite austriaca.
Nati dal bisogno sentito di esimersi da ingiuste gravezze, non determinati da mutua fiducia ma da mutuo timore, de’ loro poteri non trovandosi in verun luogo la definizione e il confine, i Comuni, siccome si erano congiurati per la difesa, congiuravansi di nuovo per sostenere o una fazione o un capriccio; i signori per ricuperare le giurisdizioni; i mestieri e le università per sottrarsi ai pesi ed agli abusi: donde reciproca diffidenza, sfrenato egoismo, gelosia che induceva a ricorrere a particolari aggregazioni di classe o di sella, le quali generano il sentimento di corpo, tanto micidiale al sentimento di patria. Mancando un legame universale fra tanti parziali, si perpetuava la lotta de’ vassalli colle corporazioni tra sè, de’ confratelli di ciascuna corporazione, delle suddivisioni di ciascun Comune: mancando un freno e una direzione centrale, rompevano a guerre, tenevansi armati nel cuor della pace, edificavano le case a foggia di torri, e l’amministrazione era esercitata in mezzo e coll’aspetto d’un perpetuo stato di guerra.
Fondati non su libertà generali, ma su privilegi esclusivi e reciproca gelosia, tutti i Comuni cercavano prerogative a scapito degli altri; ciò che un tempo avevano praticato i feudatarj, allora lo facevano essi, imponendo pedaggi e taglie ad arbitrio, servizj gravissimi ed obbrobriosi: i magistrati municipali operavano con altrettanta prepotenza che i feudali; i prevalenti voleano soperchiare: gli oppressi se ne rifaceano sopra chi non fosse cittadino: l’oligarchia rinnovava le scene dell’aristocrazia antica; anzi, nel mentre i tiranni opprimevano l’uomo, qui toglievasi qualche volta la vita civile a classi intere; e uno statuto milanese del Comune aristocratico, al nobile che uccidesse un plebeo non comminava che tenue multa.
Mal si andrebbero dunque a cercare fra quei Comuni gli esempj della libertà politica, come oggi la intendiamo; alla quale nulla è più avverso che lo spirito di famiglia e di paese. Onde sottrarsi all’anarchia di piazza, i possessori cercavano stabilire qualche ordine restringendosi col re o coll’antico feudatario, donde i partiti interni, fomite di nuove dissensioni. Altre volte ricorsero a que’ signorotti medesimi da cui s’erano emancipati, e questi, unita la forza all’abilità, riuscirono a costituirsi tiranni. E tanto più che bastavano bensì a frangere l’ingrata soggezione, e prevalere al barone e al vescovo; ma allorchè que’ signori si collegassero, o venisse contro di loro il re o l’imperatore, l’impeto, comunque volonteroso, di borghesi e mercanti non valeva contro eserciti agguerriti, e bisognava ricorrere a capitani addestrati.
I Comuni dunque a principio crebbero a grande importanza, poi cozzarono tra loro; e se in paesi stranieri, annodatisi intorno al monarca, ebbero meno splendore, ma condussero all’unità nazionale, qui la impedirono. Come in fatto si sarebbe potuto maturare la coscienza nazionale ove ciascuna comunità avendo l’occhio soltanto a sè, nella sua piccola indipendenza per nulla brigavasi del ben generale? anche quando nell’universale pericolo le città s’allearono, come vedremo nella Lega Lombarda o nella Toscana, il vincolo era troppo lasso, troppo scarsa la civile sperienza, sicchè potessero costituire una regolata federazione.
Nei patimenti aveano i borghesi invigorito il carattere per modo, da sdegnare la servitù: ma è mai possibile arricchirsi a un tratto di civile sperienza? Furono dunque costretti procedere tentoni, parte servendo alle idee rimaste delle antiche istituzioni municipali, parte imitando l’ecclesiastica gerarchia, poi innovando via via che il bisogno si sentiva o cadeva l’opportunità. Ma se non riuscirono a coronare l’edifizio civile, niuno corra ad incolparli prima di riflettere che costoro erano un pugno di popolani inermi e disorganati, ignari della guerra come della politica, circondati da villani rozzissimi e incalliti al servire, contrastati dall’autorità regia, dalla signorile, dalla sacerdotale; talchè ci dee piuttosto toccare di grata meraviglia che essi abbiano osato ripudiare la servitù e aprire la nuova era del popolo.
E immensi furono i vantaggi venuti dai Comuni, chi li guardi meno come rivoluzione politica, che come sociale. Mentre la scala degli antichi proprietarj scendeva dal barone o valvassore fino al semplice fittajuolo, quella dei redenti si elevava dal servo della gleba al semplice libero, talchè le razze servili poterono sottrarsi dalle nobili, per arrivare ad un’amministrazione propria e indipendente. In siffatta comunanza d’uffizj e di servigi ribattezzavansi nel nome di cittadini, disimparavano a tenere come unico diritto la conquista e la forza, e obbligati ad uscire dall’angusto circolo de’ personali interessi per provvedere ai pubblici, ripigliavano la coscienza delle magnanime cose.
Coi Comuni crebbe l’importanza delle famiglie e degli individui, e in conseguenza si dovette notarli e distinguerli meglio che non si facesse quando l’uomo non era nulla se non per la terra che possedesse, o pel signore cui apparteneva. L’uso latino de’ nomi, prenomi, cognomi e soprannomi, accumulati all’eccesso negli ultimi tempi[76], cadde coll’Impero; giacchè non rimasero quasi che schiavi d’un nome solo, e stranieri che un solo pure ne usavano. I nomi dei santi ebraici o cristiani prevalsero ben presto, e si applicavano o mutavano nel battesimo, il quale soleasi conferire in età già fatta, ovvero nella cresima; talora le donne lo cangiavano al matrimonio, e frati e monache conservarono fin ad oggi di cangiarlo all’atto del professarsi. E poichè ai costumi antichi sta tenace la Chiesa, oggi medesimo i vescovi non soscrivono che col nome di battesimo, e i frati si distinguono solo dalla patria, come usava al tempo della loro istituzione.
Per quanto scarse fossero le relazioni, è facile scorgere quanta confusione dovesse produrre l’indicarsi l’uomo col nome soltanto[77]; tanto più che, nelle scritture, il nome stesso ci si presenta mozzo, diminuito, accresciuto, storpiato[78]. Vi si rimediava in parte coi soprannomi, dedotti da qualità personali, dal luogo d’abitazione o di provenienza, dall’impiego[79], e spesso anche beffardi[80].
Queste però erano denominazioni personali, che non si trasmetteano alla parentela. Solo quando i feudi si resero ereditarj verso il Mille, da questi si dedusse il titolo delle famiglie; donde quelli di Ro, di Este, di Romano, di Muntecuccoli: e poichè talora veniva da paesi tedeschi, alterandosi nel tragitto in Italia, n’è scomparsa l’etimologia[81]. Non è però sicuro indizio d’antico possesso d’un paese l’averne il cognome, attesochè spesso plebeamente traevasi dalla terra da cui uno si fosse mutato in un’altra. Ma le famiglie che spingono l’albero genealogico più indietro del Mille, e que’ cataloghi di vescovi, di cui si nota il casato fin in antichissimo, sono vanità e imposture.
I Veneziani, reliquia latina, aveano ritenuto i cognomi antichi, e tali pajono que’ Crassi, Memmi, Cornelj, Querini, Balbi, Curzj; fin nell’800 troviamo i dogi indicati col cognome de’ Particiaci, Candiani, Giustiniani e simili; e in una scritta del 1090 sono firmate cencinquanta persone, a nessuna delle quali manca il cognome[82]: Cornuinda Molino, Stefano Logavessi, Bonfilio Pepo, Giovanni de Arbore, Sebastiano Cancanino, Manifredo Mauroceni, Stadio Praciolani, Domenico Contareno, e così via. Anche Genova conservò molti cognomi latini: Apronj, Asprenate, Balbi, Bassi, Bibulini, Calvini, Camilli, Carboni, Cerchi, Clementi, Costa, Crarsi, Erminj, Fabiani, Forti, Galerj, Galli, Galleni, Gavi, Gemelli, Giusti, Graziani, Laberj, Lena, Longhi, Lupi, Mari, Marciani, Marini, Massa, Montani, Muzj, Natta, Nigri, Ottoni, Palma, Pansa, Persi, Persici, Pisani, Ponzj, Ruffini, Sabini, Salvi, Serrani, Settimj, Sertorj, Staieni, Stella, Valenti, Veri, Viviani; non gliene mancano di greci: Bisio, Cybo, Grillo, Macarj, Medoni, Parodi, Partenopei; e in una carta del 1117 vi si trovano nominati i buoni uomini che presero parte a un laudo, fra’ quali Lanfranco Roca, Oberto Maluccello, Lamberto Gezone, Uggero Capra, ed altri _quorum nomina sunt difficilia scribere_.
Era consuetudine nei nobili di rifare l’avo nel nipote, talora anche il padre nel figlio, o riducendolo a diminutivo, o aggiungendo _juniore, novello_ o simile; onde Guido Novello da Polenta, Malatestino, Ezelino da Etzel. Siffatto nome di predilezione si trasformò spesso in casato, onde i Pieri, i Ludovisi, i Carli, i Mattei, gli Agnesi: o adottavasi quel d’un personaggio che si fosse distinto, come i Degiorgi, i Delpietro: talvolta anche vi si prefisse la parola _figlio_ sincopata, onde i Figiovanni, i Fighinelli, i Firidolfi; o il titolo, come i Serangeli, i Serrislori. Talora nella bassa Italia, ad esempio degli Arabi, enumeravasi tutta l’ascendenza[83].
A molti venne il nomignolo dalla nazione, come Franceschi, Lombardi, Milanesi: a molti più dal soprannome d’alcuno, ridotto ereditario, ovvero dalla sua professione o dignità; onde i Grossi, i Grassi, i Villani, i Caligaj, i Molinari, i Calzolaj, i Sartorj, i Malatesta, i Balbi, i Cavalieri, i Barattieri, i Fabbri, i Cacciatori, i Ferrari, i Cancellieri, i Medici, i Visconti, gli Avvocati, e i tanti Confalonieri e Capitanei o Cattanei. La bella moglie acquistò il titolo ai Dellabella; ai Dellacroce un crociato; il pellegrinaggio a Roma ai Romei e Bonromei: l’amore di re Enzo prigioniero per una fanciulla bolognese è ricordato nei Ben-ti-voglio; un’invenzione preziosa nei Dondi dell’Orologio. Poi il carretto, la rovere, il tizzone, la colonna, la spada, la luna, la stella che uno assumeva per impresa del torneo o per stemma nelle spedizioni, diventava nomignolo; come il colore bianco, rosso, verde, nero, di cui si divisava nelle comparse, o che distingueva la fazione.
Son dunque i cognomi o aristocratici, dedotti dalla terra o dallo stemma; o borghesi, derivati dal mestiero; o popoleschi, tratti dai soprannomi; e molti rustici, dalla località o dalla coltivazione, come i Demonte, Dell’era, Dellavalle, Delprato, Delpero, Dellavernaccia. Si sbizzarrì poi assumendo nomi che consonassero o contrastassero col cognome, onde Castruccio Castracani, Spinello Spinelli, Nero Neri, Buontraverso de’ Maltraversi, e somiglianti.
I Latini usavano lo schietto _tu_, dicevano semplicemente _Cesare saluta Mecenate_, ed Augusto ricusò fermamente il titolo di _dominus_, e s’adontò quando si volle offrirlo a’ suoi nipoti. Tosto però l’accettarono i successori suoi, e fin nelle medaglie trovasi surrogato a quel di _divus_: indi irruppero titoli più pomposi, di _nobilissimo, felicissimo, piissimo: religiosissimo_ fu intitolato Costante da un concilio, dopo convertiti i Donatisti dell’Africa: poi nelle acclamazioni il senato fe gara di aggettivi encomiastici agl’imperatori. Allora pure invalse di non parlar più alla persona loro direttamente, ma alla _clemenza_, alla _celsitudine_, all’_eternità_ di essi. Nell’ordinamento del Basso Impero, la gerarchia delle cariche vedemmo distinta coi titoli d’_illustre, illustrissimo, eccelso, chiaro_.
Coi Barbari tornò la semplicità antica, ma al _tu_ fu sorrogato il _voi_; il titolo di _domnus_, proprio di vescovi, abati e re, s’accomunò a tutti i monaci; più tardi se l’arrogarono anche i laici, raccorciato in _don_. Ambito era il nome di _cherico_, che sonava uom di lettere, per contrapposto di _laico_ od illetterato[84]; indizio di tempi, in cui la scienza era tutta ristretta ne’ sacri recinti.
Nel secolo XIV, _monsignore_ intitolavasi un principe della Chiesa, _messere_ un cavaliero e gentiluomo, e _madonna_ la moglie sua; _maestro_ l’avvocato o magistrato o chi sapesse, il che continuano gl’Inglesi. Nelle legazioni del Cinquecento vediamo col _tu_ trattati ancora gli ambasciadori dalle repubbliche e dai principi; e «s’usa comunemente (dice il Varchi de’ Fiorentini nel XVI secolo) se non è distinzione di grado e di molta età, dire _tu_ e non _voi_ ad un solo; e solo a cavalieri e canonici si dà del messere, come a’ medici del maestro, e ai frati del padre». Dagli Spagnuoli ci fu poi attaccata la prurigine dei titoli; quando Carlo V s’intitolò maestà, moltiplicaronsi le _altezze_, e colle aggiunte di _serenissima_ e di _reale_; l’_eccellenza_ restò ai nobili, tanto che Urbano VIII nel 1631 trovò pei cardinali il nuovo titolo d’_eminenza_: quelli di cavaliere, dottore, notajo, conte del sacro romano imperio furono pascolo della vanità borghese.
Nell’attuazione dei Comuni, tra i fatti isolati se ne consumava uno grandissimo, l’emancipazione del servo. Sempre la religione vi si era adoperata, e molti per pietà e per salvezza dell’anima propria affrancavano i loro schiavi[85]. I Comuni, appena costituitisi, aprivano asilo ai servi cui riuscisse importabile il giogo del padrone, o a denaro li ricompravano; e quando movessero in armi contro i baroni del contorno, li sollecitavano a vendicarsi in libertà, sicchè fuggendo lasciavano questi indeboliti, mentre invigorivano la città. Si estesero le manomessioni, e talvolta vennero affrancati tutti gli abitanti d’un borgo, o certe professioni. Così a Bologna nell’anno 1256 il prefetto Bonacursio raduna anziani, consoli, maestri dell’arti e dell’armi, e tutti i membri del grande e del piccolo Consiglio, e propone si liberino i servi e le serve del Comune tutto. Passato il partito, si stanzia chi ne possiede li venda al prefetto e al pretore, per soldi dieci se di quattordici anni, otto se meno, sborsati dall’erario; e furono annoverati tra i fumanti, coll’obbligo di dare certa quantità di grano[86]. Erano descritti in un libro chiamato _Paradisum_ dalla parola con cui cominciava, e dove esponeasi la creazione dell’uomo, il peccato, la redenzione, per la quale gli uomini son rifatti liberi: laonde _Civitas Bononiæ quæ semper pro libertate pugnavit_, avea redenti a prezzo i servi, _statuens ne quis, adstrictus aliqua servitute, in civitate vel episcopatu Bononiensi deinceps audeat commorari, ne massa tam naturalis libertatis, quæ redempta pretio, ulterius corrumpi possit fermento aliquo servitutis, cum modicum fermentum totam massam corrumpit, et consortium unius mali bonos plurimos dehonestet_. Un atto solenne del 1289 appella a uno statuto del Comune di Firenze, pel quale, essendo di naturale diritto la libertà individuale e il non dipendere ciascuno che dal proprio arbitrio, laonde le città pure e i popoli si schermiscono dall’oppressione, e i proprj diritti difendono e sviluppano, veniva provveduto che nessuno, di qual paese o condizione si fosse, potesse comprare, o altrimenti acquistare coloni, servi, censiti, nè angherie o altro vincolo alla libertà delle persone[87]. Due anni dopo, la legge fu confermata, perdonando a quei che l’avessero trasgredita per lo addietro.
Erano tentativi isolati, come ogn’altra cosa di quel tempo; nè un generale provvedimento per abolire la schiavitù mai fu preso: pure si vedono scemare i servi personali nel XII e XIII secolo, succedendovi i famigli o servi moderni, i quali a volontà possono togliere congedo dal padrone. Le chiese, che erano state di tanto sollievo agli schiavi, furono di ritardo alla totale loro affrancazione, atteso che non credeansi in diritto d’alienare le proprietà, delle quali l’attuale investito si considera solo utente: la stessa larghezza con cui li trattavano, facea non si trovasse tale schiavitù ripugnante all’umanità e alla religione. Perciò servi della gleba in Italia trovanti ancora nel secolo XIV.
Nei capitoli del 1296 di Federico I d’Aragona pel legno di Sicilia, frequente memoria ricorre di schiavi anche cristiani; del qual tempo anche lettere papali e contratti ne menzionano: tra i Veneziani ne incontriamo eziandio nel seguente, come nel Friuli sottoposto al patriarca d’Aquileja[88]. Del 1365 abbiamo un contratto, ove uno schiavo consente di passare da uno ad altro padrone[89]. Fra i provvedimenti fatti per sostenere la guerra di Chioggia, s’imposero tre lire d’argento il mese per ogni testa di schiavo; anzi nel 1463 i Triestini obbligavansi a restituire ai Veneziani i loro schiavi disertori[90].
A contatto con paesi non cristiani, i nostri poterono trarne di là, o imparare a tenerne per lusso, talchè la schiavitù si prolungò sotto la forma domestica. Gli statuti di Lucca fin nel 1537 dichiarano che il padrone d’una schiava può costringere il violatore di essa a comprarla pel doppio valsente, oltr’essere multato in cento lire. Le leggi genovesi opponeansi al trasportare gli schiavi in terra d’Egitto[91]; ma il divieto si eludeva col recarli a Caffa, dove il soldano spediva a farne accatto, giovandosi della franchigia di quel porto. Lo statuto criminale di Genova del 1556 pronunzia pene contro chi ruba schiavi, e considera il servo qual proprietà del padrone[92]: quello dell’88 lo tiene qual mercanzia, e caso che devasi far getto, si riparta il danno _per æs et libram_ all’antica, _comprehensis pecuniis, auro, argento, jocatibus, _servis masculis et fœminis, equis et aliis animalibus_. Probabilmente questi tardi servi erano di gente infedele, e massime prigionieri musulmani, quando la tolleranza religiosa neppur di nome si conosceva. Altre volte i soldati per abuso della vittoria vendevano schiavi i vinti, come i ribaldi dello Sforza fecero nel 1447 coi Piacentini: alla schiavitù condannavano pure le scomuniche. N’era però sempre tenuissimo il numero: come eccezione si notavano nel catasto delle città; e voglionsi intendere piuttosto come dipendenti, giacchè il famoso Bartolo a’ suoi tempi già dichiarava che servi propriamente detti non v’erano più.
Nei Comuni adunque non s’ebbero i vantaggi rapidi d’una subitanea e radicale rivoluzione; ma neppure la terribile responsalità d’un’insurrezione fallita. Riuniti per la resistenza, ponendo questa per primo dovere e mezzo e scopo, invece di sistemare aveano a distruggere, invece di fondare sconnetteano. Nella lotta si vince, ma l’odio sopravive e diventa seme di discordie; i dinasti mal frenati si rialzano per soggiogare i Comuni; i re ingrandiscono favorendo questi; la spada prolunga la guerra contro l’industria e la capacità. Que’ mali passarono, ma restano gli effetti; resta la rivoluzione da loro operata, perpetua e legittima come quelle che migliorano la sorte delle classi numerose: lo schiavo non è più cosa, ma uomo, dall’impersonalità sollevato ad avere nome proprio e responsalità: nè sforzi e sangue e rovine pajono soverchi a questo fine sacrosanto. Dove a pochi è data la forza e l’intelligenza, facile è guidar la moltitudine: dove tanti esercizj s’aprono alle facoltà morali e intellettive, come avviene nelle fazioni, grandemente sono eccitati gl’ingegni, e ne esce una gente operosa, accorta, che cerca e trova mille occasioni di segnalarsi: e l’uomo dall’angustia degl’interessi domestici volgendosi alle pubbliche cose, mentre cresce di pratica, nobilita le passioni, dilata l’accorgimento, scopre e pondera i diritti. Che se a noi Italiani i Comuni non lasciarono una patria, lasciarono la dignità d’uomini; ed offrono nella storia moderna le prime di quelle pagine, tanto attraenti, dove si vede un popolo travagliarsi contro i suoi oppressori, ingrandire col proprio coraggio, rassodarsi con opportune se non sempre savie istituzioni.
CAPITOLO LXXXIII.
I Comuni lombardi. Lotario II e Corrado III imperatori. Ruggero re di Sicilia. Arnaldo da Brescia.
Sciolta la servitù della gleba, raccolti sotto un’amministrazione e una giudicatura sola i tre ordini ridetti cittadini, e da tutti scegliendo i consoli, e una specie di unità ricevendo dalla supremazia del papa, l’Italia trovavasi in essere di nazione assai più che non la Francia o la Germania. Non condensata, è vero, intorno ad una reggia, ma vigorosamente ripartita attorno ai tre centri d’autorità, il castello, la chiesa, il palazzo comunale, sarebbe camminata ad altissime fortune se gl’imperatori non l’avessero scompigliata col crearsi un partito.
Deboli erano questi, in Germania osteggiati dai maggiori feudatarj, che aspiravano alla sovranità territoriale; e in Italia dai papi nel lungo certame delle Investiture. Enrico V, ambizioso ed avido ma operoso, accorto, sprezzatore della pubblica opinione, poco sopravisse all’accordo di Worms col papa, e in lui si estinse la stirpe francona, che avea per un secolo dominato la Germania. Lotario II datogli successore (1125), rassegnò il suo ducato di Sassonia, e molt’altri possedimenti al genero Enrico di Baviera, della casa Guelfa: glieli disputò Federico il Losco di Hohenstaufen duca di Svevia, uno degli aspiranti al trono germanico: sicchè fra le due case cominciò l’inimicizia, che, dopo mutato natura ed oggetto, sconvolse Germania e Italia sotto il nome di Guelfi e Ghibellini.
Questi ultimi traevano il nome dal castello di Waiblingen nella diocesi di Augusta, appartenente agli Hohenstaufen; gli altri dalla famiglia bavarese dei Guelfi d’Altdorf. Azzo, marchese di Lombardia, morendo centenario nel 1097, avea lasciato tre figli: Guelfo, che, come nato da Cunegonda erede dei Guelfi di Baviera, andò a ducare questo paese, e divenne stipite della casa di Brunswick, salita poi al trono d’Inghilterra; Ugo si condusse alla peggio, e vendè le proprie ragioni all’altro fratello Folco figlio di Garsenda principessa del Maine, e progenitore dei marchesi d’Este in Italia. Signoreggiava egli il paese dal Mincio fin al mare, cioè Este, Rovigo col Polesine, Montagnana, Badia, oltre molte terre nella Lunigiana e nella Toscana. Guelfo ne pretendeva una porzione; e venuto a ripeterla coll’esercito, collegandosi al duca di Carintia e al patriarca d’Aquileja, di molti paesi s’impadroni: infine fu stipulato che la linea di Germania tenesse un terzo della città di Rovigo e la terra d’Este, senza pregiudicare alle pretensioni che ostentava sull’eredità della contessa Matilde.