Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)

Part 46

Chapter 461,589 wordsPublic domain

[411] _Ep. Rodulphi_, ap. RAYNALDI.

[412] _Jactatis inanibus verborum lenociniis, oratorem, quam, rapto contra Tartaros exercitu, Christianum imperatorem agere malebat._ Ep. di Gregorio IX, ap. M. PARIS.

[413] VILLANI, lib. VI. 36.

[414] Giaciono negli archivj massimamente di Genova i contratti dei signori francesi che davano in pegno le loro terre; e per cura di re Luigi Filippo ne fu tratta la serie de’ signori che parteciparono a quelle imprese, e i cui nomi e gli stemmi ornarono poi la sala delle crociate nel palazzo di Versailles.

[415] Lettera del 27 maggio 1267, ap. MARTENE, nº 471.

[416] Carlo d’Angiò e suo nipote Filippo re di Francia erano andati a Viterbo per sollecitare i cardinali a nominare il nuovo papa. Ivi stava pure Enrico figliuolo di Ricardo di Cornovaglia imperatore eletto; e vi capitò anche Guido di Monforte, vicario di Carlo in Toscana. Per vendicare il conte Simone suo padre, ucciso in Inghilterra come ribelle, costui entrò in chiesa, mentre dicevasi messa, scannò Enrico ed uscì. Ma alcuno gli disse: — Non ti ricordi che tuo padre fu anche strascinato per le vie?» Ed egli rientrato prese pe’ capelli il cadavere, e lo trasse fuori; e i due re stettero a vedere, senza impedire nè risentirsi. Più tardi l’omicida fu côlto, e terminò la vita nelle carceri di Sicilia.

[417] DA CANALE, _Cronaca veneta_, in francese, CLIX.

[418] _Istorie pistolesi_ ad ann.; BILIOTTI, _Cron._, cap. XXXV.

[419] QUARESMIUS, _Elucidatio Terræsanctæ_. — Gli atti di re Roberto sono riferiti nella bolla _Gratias agimus_ data da Clemente VI il 2 dicembre 1342 da Avignone.

[420] — Se la santità vostra (dic’egli al papa) volesse informarsi quanto costerà ogni bisogno, e quali pratiche da imprendersi coi Tartari, rispondo che in tre anni quella spesa ascenderebbe a ventuna volte centomila fiorini, contando il fiorino a due soldi di grossi di Venezia; cioè settecentomila fiorini di rimbuono ogni anno per stipendj, munizioni, e mantener buono accordo coi Tartari; e per vascelli, armamento, castrametazione, rimonte, trecentomila fiorini in tre anni; in tutto settecentomila fiorini all’anno». _Secreta_, lib. II. p. i. c. 4.

Questo cenno ajuta a conoscere i valori d’allora. Poniamo che l’uomo a cavallo costi tre volte il pedone: se un esercito di quindicimila fanti e trecento cavalieri costa 600,000 fiorini annui, uno di diecimila fanti con millequattrocento cavalli deve costarne 535,849: aggiungi 300,000 fiorini per le prime spese della spedizione, saranno 835,849 fiorini. Il Sanuto ragguaglia il fiorino a due soldi di grossi di Venezia; onde questa spedizione dovea costare 1,671,789 soldi di grossi. Il soldo era la ventesima parte della lira, e la lira valeva dieci ducati, i quali allora doveano conguagliare a diciassette franchi d’oggi. Tale esercito dovea dunque costare 14,210,282, cioè ogni uomo annui mille franchi.

Si può avere la riprova di questa stima comparandola ai valori fissi delle grasce. Il Sanuto ce ne porge il mezzo, dicendo: — La libbra di biscotto costa quattro denari e un terzo. La razione giornaliera di un uomo essendo una libbra e mezzo, costerà denari sei e mezzo; quarantacinque libbre consumate da un uomo in trenta giorni costeranno sedici soldi e tre denari, moneta piccola: e in dodici mesi, cinquecentoquaranta libbre di biscotto saranno costate sei soldi di grossi, un grosso e quattro denaretti». Quest’ultima somma dunque rappresentava a que’ tempi 540 libbre di pane; 1,671,790 soldi dovevano rappresentarne 149,218,334. Tale quantità equivaleva a 17,177,145 libbre metriche. Ponendo quel pane a 20 centesimi, darebbero 14,235,409. I due computi servono dunque di riprova un all’altro.

Potrebbe tentarsi lo stesso calcolo sul vino, le carni salate, i legumi, e così via; ma la variabilità di valore di tali comestibili e l’incertezza sulle misure antiche renderebbero troppo ipotetica la stima. Al sommar dei conti però avremo che per nutrire un uomo a pane, vino, carne salata, fave, cacio voleansi l’anno dodici soldi di grossi, cioè lire 102.

[421] _Thesaurus regis Franciæ acquisitionis Terræsanctæ de ultra mare, nec non sanitatis corporis ejus, et vitae ipsius prolungationis, ac etiam cum custodia propter venenum._

[422] _Ad Nicolaum V pontificem strategicon adversus Turcas._

[423] _Par._, IX. 126; e nel XV,

Dietro gli andai incontro alla nequizia Di quella legge, il cui popolo usurpa, Per colpa de’ pastor, vostra giustizia.

[424] Sta negli archivj di corte a Torino il conto del viaggio di esso duca in Oriente.

Amedeo III di Savoja nel 1147 volendo crociarsi, prese a prestito dal monastero di San Maurizio d’Agaceno una tavola doro del peso di sessantacinque marchi, guarnita di pietre preziose.

[425] GHIRARDACCI, _St. di Bologna_, lib. IV.

[426] MAFFEI, _Notizie generali sopra Verona_.

È nota la storiella dell’asino che condusse Maria in Egitto, e infine capitò a Verona, o chi dice a Genova.

Lo statuto di Verona del 1228 porta che il podestà giura: _Eum peregrinorum post crucem, qui ivit vel ibit ultra mare, defendam in suis possessionibus rerum mobilium et immobilium vel sese moventium, quas detinuit vel detinebit sine litis inquietudine usque ad crucem susceptam; si tamen reliquerit procuratorem, qui possit agere et conveniri de quasi re mobili... De rebus vero immobilibus eis absentibus jus non dicatur._

[427] Nella _Storia d’Incisa e del celebre suo marchesato_ (Asti 1810) è riferita una carta del 1204 fatta colà, ove dicesi che Bonifazio marchese di Monferrato regalò al Comune un pezzo della santa croce e l’ottava parte d’uno stajo d’un grano color d’oro e parte bianco, non prima usato e portato dalla Natolia, e detto _melica_. Il documento dev’essere spurio, nè del grano turco appare memoria prima della scoperta dell’America. Però nell’archivio vescovile di Bergamo trovo un atto rogato da Montenario de’ Papi _die IV exeunte octobri_ del 1249, ove Alberto di Terza vescovo investe a titolo di perpetua enfiteusi i sindaci del comune di Sorisole di tutta la decima appartenente al vescovado ne’ territorj di Sorisole e Poscante, un sestario di vino, una _corbam de loa panici quæ extimatur duo sextaria_, etc. Anche oggi chiamasi _loa_ lo spigone del turco, il quale pure è detto _panico_ in molti luoghi. Questo documento, da niuno osservato, ch’io sappia, merita dunque qualche attenzione.

[428] Delle navi spedite da Venezia in ajuto di san Luigi una era lunga centotto piedi, larga settanta; una centodieci per settanta; nessuna meno di ottanta. MARIN SANUTO.

[429] L’_Iter siriacum_ del Petrarca è una descrizione del viaggio a Gerusalemme, diretta a Giovanni da Milano, che probabilmente era un Mandelli.

Lionardo di Nicolò Frescobaldi fiorentino (il cui viaggio fu edito dal Manzi il 1817) nel 1384 passava in Palestina, per tutto venerando e cercando reliquie, e noverando quelle che vide a Venezia, in Egitto, poi in Palestina; finchè «in capo d’undici mesi e mezzo rientrammo in casa nostra, dando consolazione alle nostre famiglie. Trovammo a Vinegia molti pellegrini franceschi e alquanti viniziani, fra’ quali fu messer Remigi Soranzi di Vinegia, il quale convitò una sera a cena tutti quelli che doveano andare al Sepolcro, e fecesi grande onore, e la sua casa parea una casa d’oro, ed avvi più camere che poco vi si vede altro che oro e azzurro fino; e costògli da duemila ducati, e bene tremila ve ne spese poi lui». Andò con lui Simone Sigoli, del quale pure fu nel 1822 trovato il viaggio, di schiettissima dettatura, e col lungo catalogo di tutti i perdoni che si aveano in Terrasanta. Del 1431 vi tornò la terza volta fra Mariano da Siena, del quale parimenti teniamo la descrizione: — In sulla terza, col nome dello sviscerato ed innamorato Gesù entrammo nella santa città, e nella prima entrata, chi vi va in atto di peregrinazione confesso e pentito, si ha plenaria indulgenza e remissione di tutti i peccati; e chi vuole piaceri e consolazioni spirituali, faccia questo cammino. Io per me lo dico, che mai non seppi che consolazione spirituale si fosse se non qui, e passa tutti i cammini, sia qual si vuole». Egli assicura che «il mezzo del mondo _ad literam_ viene in mezzo fra ’l luogo dove Cristo fu crocifisso e dove resuscitò... Rimpetto alla natività, scendendo tre scaglioni, si è quello santo presepio, nel quale la dolcissima Madre riposò il suo dolcissimo Figliuolo Gesù piccolino; e qui il bue e l’asino l’adorarono, e feciongli buona compagnia. Questo è il più devoto luogo che io mai vedessi; ogni cosa è un sasso; la mangiatoja è tutta foderata di bellissimi marmi; allato si ha un altare. Dissivi messa... ed ebbine la maggior consolazione del mondo. Tuttavia mi parea avere quell’amoroso Bambino dinanzi gli occhi nella mangiatoja; e così tutti gli altri peregrini si comunicano. Tutta la notte non possono stare i peregrini in chiesa nè nessun cristiano, perchè vi stanno que’ Saracini che ci accompagnano, ed hanno grandissima devozione al luogo della natività di Cristo».

Francesco Baldelli nel 1551 tradusse in italiano la _Prima Crociata_ di Roberto Monaco; ed è commovente l’entusiasmo de’ pellegrini al primo vedere la città santa: — O quante lagrime, pietosissimo Dio e giustissimo Signore, sparsero gli occhi dell’esercito tuo fedelissimo, allorachè per loro si videro le mura della terrena Gerusalemme! Quindi tosto chinandosi verso la terra, con la bocca e col capo salutarono divotamente il santissimo sepolcro del corpo suo sacratissimo, ed appresso adoraron te, che morto in esso giacesti, come quello che siedi alla destra del Padre, come quel giudice che venir dèi a giudicar le cose tutte. Ora sì che si può veramente dire che per te fosse addolcito il cuore di ciascuno, e che dove prima era di pietra, da te levato, fu dato loro di carne; e nel mezzo di loro mandasti lo Spirito Santo».

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. In particolare il testo in greco è stato trascritto tal quale, senza alcuna correzione; si è proceduto in modo analogo per l'equazione nella nota 334 pag. 403.