Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)
Part 44
[332] SARTI, tom. II. p. 153. — Nelle Assise di Gerusalemme, adottate nei possessi degl’Italiani in Levante, e che del resto rappresentano le consuetudini de’ paesi europei, è stabilito che se uno schiavo s’ammali, e un medico pattuisca col padrone di esso di guarirlo, e gli dia cose calde e mollificanti mentre dovea darne di fredde e restringenti, sicchè muoja, il medico sia obbligato dare un servo simile, o il prezzo che costò fin al giorno della morte: così se gli cavi sangue non a proposito o troppo; o se, essendo idropico, gli tagli il ventre (praticavasi dunque la paracentesi), poi non sappia trargli l’umore, e s’indebolisca e muoja; o se, soffrendo di febbre quotidiana, lo purghi, e gli dia troppa scamonea, e svuoti il ventre sin a morire. Se uno schiavo abbia la lebbra o rogna o altra malattia, e il medico s’accordi di guarirlo a patto che metà del valor di esso sia del medico, metà del padrone, e faccia quanto sa ma nol guarisca, non è obbligato a pagarlo, avendo perduto le proprie fatiche. Se così avvenga a un libero o a una libera, il medico sarà impiccato, dopo mandatolo per la terra frustandolo _con un urinal in man per spaurir li altri de simel caso_, e i suoi beni confiscati dal signore del luogo. Nessun medico venuto di fuori possa esercitare l’arte sua se non riconosciuto abile dagli altri medici e dal vescovo; altrimenti sia frustato per la terra.
[333] SABA MALASPINA, _Hist._, cap. II.
Federico II, fra gli altri spauracchi alla Corte romana, credette opporvi pure l’astrologia, e fe circolare tali versi:
_Fata monent, stellæque docent, aviumque volatus_ _Quod Federicus ego malleus orbis ero._ _Roma diu titubans, variis erroribus acta,_ _Concidet et mundi desinet esse caput._
Colla calma della ragione gli fu risposto:
_Fata silent, stellæeque tacent, nil predicat ales;_ _Solius est proprium scire futura Dei._ _Niteris incassum navem submergere Petri;_ _Fluctuat et nunquam mergitur ista ratis._ _Quid divina manus possit, sensit Julianus;_ _Tu succedis ei: te tenet ira Dei._ JORDANI, _Chron._, cap. 221.
[334] Negli _Atti dell’Accademia de’ nuovi Lincei_, 1851, trovo notizie intorno a Gherardo Cremonese, per B. Boncompagni, raccolta paziente di quanto di lui si ha o si disse, ma nè esame nè giudizio. Importante è un brano inedito di traduzione d’un trattato d’algebra che, se non il più antico, è de’ primi ove fosse insegnata agli Europei questa scienza del raziocinio generale per via della lingua simbolica. Ivi si trova anche il segno negativo, mentre gli Arabi, e così il Fibonacci, non conosceano che quantità positive; eppure si tardò trecento anni a dedurne l’utilissima applicazione, cioè fino a Michele Stifel. La soluzione delle equazioni di secondo grado vi è espressa con questi versi:
_Cum rebus censum si quis dragmis dabis equum_ _Res quadra medias quadratum adjice dragmas,_ _Radici quorum medias res excipe demum,_ _Residuum quæsti census radicem ostendet._
Non v’è chi non sappia che dagli algebristi per _cosa_ s’intendeva l’incognita, per _censo_ il quadrato, per _numero_ il noto; onde coi simboli moderni si costruirebbe:
x^2 + px = q
Donde x = -1/2 p + √(1/4 p^2 + q).
Seguono gli altri casi: e ognuno vede che con ciò trovasi prevenuto frà Luca Paciolo.
Ai dilettanti di tale scienza non isgarberà veder qui un problema e la sua soluzione.
_Quæritur quænam sint illæ partes denarii, quarum differentia, juncta tetragonis earundem, collige 54._
_Sit una partium res, altera 10 minus re_ (cioè x, e 10 - x). _Differentia 10 minus duabus rebus, ex qua 2 partium tetragonis conjunctis colligantur 100, et 2 census minus 20 rebus, quæ data sunt æqualia 54_ (cioè x^2 + (10 - x^2) + 10 - 2 x = 54). _Per restaurationem itaque rerum, 2 census cum 100 equivalent 54 et 22 rebus_ (cioè 3 x^2 + 110 = 54 + 22 x). _Per ejectionem vero abundantis numeri 56 et 2 census, 22 rebus adæquantur_ (cioè 2 x^2 + 56 = 22 x). _Et per conversionem unus census cum 28 æquentur 11 rebus_ (cioè x^2 + 28 = 11 x). _Resolve per quintum modum, et re erit 4._
Cioè x = 1/2 × 11 ± √9/4
= 5/2 ± 3/2
onde i due valori x = ^2 x = 4.
L’autore indica solo quest’ultimo.
Se non isbaglio, ivi è un tentativo di rappresentare le quantità per lettere, come noi usiamo. Perocchè, dove cerca _qualiter figurentur census radices et dragmæ_, insegna: _Numero censum litera _c_, numero radicum litera _r_; deorsum virgulas habentes, subterius apponantur. Dragmæ vero sine literis virgulas habeant, quotiens hæc sine diminutione proponuntur. Verbi gratia, duo census, tres radices, quatuor dragmæ sic figurentur_
+———————+ | 2 3 4 | | | | c r d | +———————+
2 Qui c equivale al nostro 2 x^2
3 » r » a 3 x
4 » d » al numero 4
Chasles aveva asserito che l’algebra numerica fu introdotta in Europa dai traduttori del XII secolo. Guglielmo Libri lo impugnò acerbamente. Ecco chi avesse ragione. (_Questa nota è tolta dall’_Ezelino da Romano, storia d’un ghibellino esumata da CESARE CANTÙ, Milano 1854).
[335] GUIDO BONATUS _de Forlivio, decem continens tractatus astronomiæ_. Venezia 1506.
Questi anni si litigò sulla patria sua; titolo d’onore, direbbero i pedanti, senza ricordare che, vivi noi, si è disputato con tutto il calore ammoniacale delle gazzette, se una cantatrice, viva e nata nel paese ove se ne disputava, appartenesse a una provincia o alla sua vicina. Filippo Villani, nella vita del Bonatto, che sta inedita nella biblioteca Barberini di Roma, dice: _Guido Bonatti iratus, cum esset florentinus origine, de Foro Livii se maluit appellari... Fuit sane, quidquid ipse iratus loquatur, de oppido Casciæ oriundus._ Cascia è terra del Valdarno superiore.
Non è d’onor poco argomento l’essersi, ai cominciamenti della tipografia, fatte tre edizioni del _Liber introductorius ad indicia stellarum_ del Bonatto: la prima ad Augusta il 1491; l’altra a Basilea il 1550; l’altra a Venezia il 1506, che io ho sott’occhio, col titolo _Guido Bonattus de Forlivio decem continens tractatus Astronomiæ_. È in carattere quadro in foglio di 191 carte, con incisionette. In fronte v’è Urania e l’astronomia coi dodici segni dello zodiaco, e in mezzo seduto Guido, avvolto in un vestone coll’ermellino arrovesciato sulle spalle, barbuto, in testa il berretto aguzzo, in mano un globo ed un quadrante. Il Mazzuchelli dice una copia manoscritta trovarsene nella biblioteca Ambrosiana, ma in fatto non è che la copia di 169 considerazioni de’ _Giudizj dell’astronomia_. Francesco Sirigatti (che nel 1500 fu astrologo della Signoria di Firenze) tradusse in italiano quest’opera, per conforti di quel valentuomo che fu Gino Capponi, e sta manoscritta nella Laurenziana. Il 1572 fu stampato in tedesco a Basilea col titolo di _Auslegung des menschlichen Geburt-Stunden_. Fu pur messo in francese, e certo anche in altre lingue, chi avesse voglia di cercarlo. Giacchè ho nominato il Sirigatti, aggiungerò che nel copia-lettere di monsignor Gore Gheri, conservato nella biblioteca Capponi, n’è una del 1º marzo 1516 al duca Lorenzo de’ Medici, siffatta: «El Sirigatto mi è venuto a trovare, et decto ch’io ricordi alla Ex. V. che non faccia fatto d’arme da V a XII di questo mese. Ma quando venisse uno bel tracto che con ragione si vedesse da vincere e’ nemici, io attenderei a quello che io vedessi in terra et non in cielo». (_Questa nota è tolta anch’essa dall’_Ezelino da Romano).
[336] SAVONAROLA, _De laud. Patavii_, pag. 1155.
[337] Vide una statua coll’indice teso, e scrittovi al capo _Qui percuoti_. I cercatori avevano percosso delle volte assai quel capo; ma l’accorto monaco fissò dove l’ombra dell’indice cadeva al mezzodì, e nottetempo, con solo un compagno, sterrò e rinvenne un’ampia reggia tutta d’oro: i soldati facevano ai dadi, re e regina sedevano a mensa, da costa un damigello teneva teso l’arco; e tutto ciò d’oro, e illuminato da un tizzone ardente nel mezzo; e se si voleva toccare l’arciero, moveansi belle fanciulle in danza. Gerberto, non ben fidandosi del compagno, tolse soltanto dal desco un coltello di mirabile lavoro; ed ecco sorgere frementi le danzatrici, l’arciere saettar il lume, tornando bujo, ed obbligando così a lasciare ogni cosa intatta, senz’altro raccogliere se non vaticinj che poi furono avverati. JORDANI, _Chron._, cap. 220 e 222.
[338] Molte odierne ubbie, che si sogliono attribuire a ignoranza del medioevo, ci vennero dagli antichi; verbigrazia, che il tintinnire degli orecchi sia indizio che altri parli di noi; che bevuto l’uovo, debba schiacciarsi il guscio (OVIDIO, _Fasti_). Sant’Agostino (_Expositio epistolæ ad Galatas_, c. IV) dice: _Vulgatissimus est error Gentilium iste, ut vel in agendis rebus, vel in expectandis eventibus vitæ ac negotiorum suorum, ab astrologis notatos dies et menses et annos et tempora observent_. Così il mangiar ceci alla Commemorazione dei morti faceasi dai Romani nelle feste Lemurali in maggio, nel qual tempo si astenevano dalle nozze (_Fasti_, V); l’augurare al Capodanno; il dir _Dio t’ajuti_ quand’uno starnuta (PLINIO, lib. II. c. 2. § 11); l’affiggere sulle porte gufi e barbagianni (_Quid quod istas nocturnas aves, cum penetraverint larem quempiam; sollicite prehensas, foribus_ _videmus affigi?_ APULEJO, _Metam._, lib. III). Nei _Cesti_ di Giulio Africano, vissuto sotto Alessandro Severo, tra tant’altre follie si dà il _modo di disfarsi dei nemici_: — Preparate dei pani a questo modo. Prendete sul fin del giorno una rana di campo o rospo e una vipera, quali vedete designati nel pentagono perfetto al sito della figura dove si trovano i segni della proslambanomene del tropo lidio, cioè, un ζητα senza coda o un ταυ sdraiato (è la nota musicale _fa di sis_): chiudete questi animali insieme in un vaso di terra, turandolo ermeticamente con argilla, affinchè non ricevano nè aria nè luce. Ciò fatto, dopo un tempo convenevole spezzate il vaso, e i resti che vi troverete stemprate in acqua, nella quale impasterete il pane: di più, ungete le tegghie in cui cocerete esso pane con tale composizione, pericolosa fino a chi l’adopera. Preparata così questa pastura, datela ai vostri nemici come potrete».
Si sa che Caligola spese somme pel segreto di far l’oro; e sotto Diocleziano v’ebbe una specie di persecuzione contro gli alchimisti. Forse qualcuno avendo, così fra il tentare, ricotto del borace e del cremor di tartaro con mercurio sublimato, e fattolo svaporare sopra la superficie d’un vaso d’argento, trovò questo indorato. Ebbe dunque a credere d’avere scoperto la pietra filosofale, e andò ritentando quelle combinazioni, in cui, sotto gli strani nomi d’allora, vediam sempre ritornare il borace, il tartaro, il mercurio, il sal marino; i quali si sa che danno all’argento una tinta gialla, ma che se ne va con una semplice lavatura d’acido nitrico diluito.
[339] Gl’Indiani adopravano, da quattromila anni fa, pei sette suoni della loro scala, le lettere _s_, _r_, _g_, _m_, _p_, _d_, _n_; i Tibetani, le cifre numeriche; i Greci, le lettere del loro alfabeto dall’Α alla Ω, variando secondo i modi. Anche gl’Italiani ebbero una notazione alfabetica, composta delle prime quindici lettere, che Gregorio Magno ridusse alle sette prime per la scala diatonica, distinguendo le ottave colle lettere majuscole per l’inferiore, e colle minuscole per la superiore. Da poi si surrogarono i punti, collocandoli sui righi: ma consisteva qui l’invenzione di Guido? Egli trasse i nomi delle note dalle sillabe iniziali dell’inno del Battista:
UT _queant laxis_ RE_sonare fibris_ MI_ra gestorum_ FA_muli tuorum_ SOL_ve polluti_ LA_bii reatum_, _Sancte Joannes_.
Il _si_ fu aggiunto nel secolo XVI da Van der Putten (_Erycius Puteanus_). Kircher asserisce di aver veduto nella biblioteca dei Gesuiti a Messina un ms. greco antico, con varj inni notati al modo che si dice inventato da Guido. La corda grave ch’egli aggiunse, fu segnata col gamma greco; e poichè questa lettera si trovava così collocata in capo alla scala al modo usato allora, la scala ne prese il nome di _gamma_. Le prime stampe di note musicali si fecero a Milano, e ognun sa che le diverse espressioni del linguaggio musicale sono italiane.
[340] I canonisti soggiungevano che, come la terra è sette volte maggiore della luna, e il sole otto volte maggiore della terra, il papato era cinquantasei volte più grande dell’imperatore. Laurentius il fa millesettecentoquattro volte più alto che l’imperatore e i re. Non conosco gli elementi di questi calcoli.
[341] _Regesta_, 32. Egli definiva il papa _vicarius Jesus Christi, successor Petri, Christus Domini, Deus Pharaonis, citra Deum, ultra hominem, minor Deo, major homine_: Serm. de consecr. pont.
I diritti degl’imperatori sono distintamente formolati nello _Specchio di Svevia_. Tacendo molte altre cose, ivi è prefisso che il re eletto perde il diritto di sua nazione, e deve vivere secondo la legge dei Franchi: nessuno può scomunicare l’imperatore, fuorchè il papa, e questo per tre cause: se dubita della fede ortodossa, se ripudia la moglie, se turba le chiese e le case di Dio. Cristo principe della pace lasciò in terra due spade per difesa della cristianità, entrambe affidate a san Pietro, una pel giudizio secolare, una pel giudizio ecclesiastico: la prima è dal papa prestata all’imperatore (_Des weltlichen Gerichtes schwert darlihet der Papst dem Kaiser_); l’altra rimane al papa, per giudicare montato su bianco palafreno, e l’imperatore dee tenergli la staffa acciocchè la sella non si scomponga: ciò significa che, se alcuno resiste ostinatamente al papa, l’imperatore e gli altri principi devono costringerlo colla proscrizione. Se si trovano eretici, bisogna procedere contro di essi ai tribunali ecclesiastico e secolare; la pena è il fuoco. Ogni principe che non punisce gli eretici, sarà scomunicato; e se fra un anno non venga a resipiscenza, il papa lo priverà dell’uffizio principesco e di tutte le sue dignità. Si giudicheranno alla pari i poveri ed i signori. SCHILTER, _Antiq. Teuton._, tom. II.
[342] _Ita quod ex tunc nec habebimus nec nominabimus nos regem Siciliæ... ne forte aliquid unionis regnum ad imperium quovis tempore putaretur habere._ LUNIG, _Cod. dipl. ital._, tom. II. p. 866.
[343] Guglielmo marchese di Monferrato, dolente che Teodoro Làscari avesse tolto a Demetrio suo fratello il regno di Tessalonica, allestì una spedizione, e non avendo denari, ne chiese a Federico II, dandogli in pegno la più parte delle terre e de’ vassalli suoi in Monferrato. Passato il mare, ricuperò Tessalonica, ma poi morì avvelenato; l’esercito andò scomposto, e non si sa come i beni del Monferrato fossero poi redenti. L’istromento è addotto da Benvenuto di San Giorgio, _Cr. del Monferrato_ sotto il 24 marzo 1224.
[344] Lib. I. tit. 30, rubr. _Quod nullus prælatus, comes, baro officium justitiæ gerat._
[345] GREGORIO, _Consider. sopra la storia della Sicilia_, vol. III. — Huillard Bréholles pubblica i registri di Federico II; ma finora non uscirono che quelli concernenti la prima metà della sua vita, cioè la meno rilevante. Fra i documenti inediti v’ha molte lettere di Gregorio IX alla Lega Lombarda; altre relative alla crociata, cui pure appella un itinerario di Federico, e una relazione tolta dalla biblioteca imperiale di Parigi; inoltre una cronaca sicula da Roberto Guiscardo al 1250, tratta dall’archivio vaticano.
[346] Le città del dominio reale, convocate direttamente dalla corona, erano: in Sicilia, Palermo, Messina, Catania, Siracusa, Augusta, Lentini, Calata Gironi, Platia, Castrogiovanni, Trapani, Nicosia; in terraferma, Gaeta, Napoli, Aversa, Montefuscolo, Avellino, Eboli, Ariano, Policastro, Amalfi, Sorrento, Salerno, Termoli, Troja, Civitella, Siponto, Monte Sant’Angelo, Potenza, Melfi, Molfetta, Vigiliano, Giovenazzo, Bitonto, Monopoli, Bari, Trani, Barletta, Gravina, Matera, Taranto, Brindisi, Otranto, Cosenza, Cotrone, Nicastro, Reggio. La prima intervenzione di buoni uomini fu nel 1241. Solo nel 1265 trovansi chiamati i borghesi al parlamento d’Inghilterra.
[347] _Qua pœna universitates teneantur, quæ creant potestates et alios officiales_. Tit. 47.
[348] BIANCHINI, _St. delle finanze nel regno di Napoli_. Il _Regestum Friderici II_, ann. 1239 e 40, edito dal Carcani nel 1786, contiene mille e otto lettere di Federico, desunte dall’archivio di Napoli, e che concernono principalmente le finanze, dove l’imperatore mostra molta intelligenza, sebbene costretto dalle continue guerre a smungere il paese ch’e’ volea rifiorire.
Non è superfluo l’esaminare con quali fornimenti Federico e i suoi nemici nutricavano la guerra in tempo che scarsissimo era il contante:
Federico guastò il bel sistema d’imposte della Sicilia con espedienti rovinosi, che appajono dalle sue lettere: ordinò una colletta generale; pose ingenti contribuzioni sui beni degli ecclesiastici, e fece amministrare da economi regj i vacanti; chiedeva ogni tratto tutto il denaro che fosse entrato nelle casse regie, lasciando così a scoperto le spese cui era destinato, e persino il vestire e nutrire Rinaldo d’Este e re Enrico suoi prigionieri od ostaggi. Una volta il giustiziere di Terra di Bari avendogli recate sole once d’oro cinquecento (lire 31,500), Federico volea farlo precipitare dalle mura, poi s’accontentò di destituirlo, surrogandogli il saracino Raasch; e ai sopportanti ordinò fra quindici giorni soddisfacessero, pena la galera (MATTEO SPINELLI DI GIOVENAZZO, _Diurnali_, § 44). Limitò gl’interessi al dieci per cento, eppure tolse a prestanza fin al tre cadun mese; poi alla scadenza, mancandogli fondi, pagava il quattro e il cinque d’aggiunta. Avendo preso per tre mesi da diversi mercanti settemila ottocensessantatre once al tre e fin al cinque per cento il mese, alla scadenza capitalizzò l’interesse, crescendo così a undicimila seicentotre once. Queste somme erano contate in moneta di Venezia, sulle quali i mercanti guadagnavano ancora pel giro del cambio. All’assedio di Faenza non solo fuse tutto il suo vasellame e impegnò le gioje, ma battè una moneta di cuojo, avente da una parte un chiodetto d’argento, dall’altra l’effigie dell’imperatore, e dovea valere un agostaro d’oro, colla promessa di cambiarla in moneta buona, come fece. Le truppe, per regola, non avevano soldo, onde variavasi a norma delle circostanze: Federico dava ai pedoni da tre a cinque tarì e il vivere; a un cavaliere tre once d’oro al mese, coll’obbligo di provvedersi uno scudiere, un valletto, cavalli ed armi. L’oncia d’oro, pesante gramme 21.10, divideasi in trenta tarì: e quella valea lire 63.30, questi lire 2.11: onde il medio di un pedone era lire 8.44, d’un cavaliere 190; e il valore sta al quintuplo dell’odierno.
Le rendite del papa consistevano nelle regalie, e in un tanto per fuoco che pagavasi dai Comuni di dominio diretto, ch’era di nove denari ogni fumante, eccettuati ecclesiastici, militi, giudici, avvocati, notaj, e chi non avesse alcuna proprietà aggravezzata. I comuni però solean ridurla a un tanto fisso, che era per Fano, Pesaro, Camerino di cinquanta libbre d’argento ciascuna, cioè lire cinquemila; di quaranta per Jesi. L’imperatore poi occupava la maggior parte del territorio, sicchè ben poco da questo poteasi ricavare. Suppliva la decima del cinque, del dieci, fin dei venti per cento sulle rendite ecclesiastiche di tutto l’orbe cattolico, oltre le collette che si esigevano a titolo di crociata. Quando Gregorio IX noleggiò le navi di Genova per trasportare i cardinali al concilio di Roma, tolse a prestito mille marchi, ipotecati sui beni del clero, e pagò ducento libbre genovesi per un mese d’interesse. Il totale armamento costò cinquemila marchi, cioè lire ducencinquantamila, che alcuni mercanti si obbligarono di far pagare a Genova, a trenta giorni, mediante lo sconto di cinquantasette marchi (_Regesta_, lib. XIV, nº 3, 4). Esso Gregorio lasciò un debito di quarantamila marchi, pel quale i mercanti molestarono assai il suo successore.
I Milanesi emisero una carta monetata, con cui poteasi pagare le pene pecuniarie; nessun creditore era obbligato riceverla in pagamento, ma il debitore non andava soggetto a sequestro se avesse in cedole di banco tanto di che soddisfarlo. Per ritirarla poi di corso, si formò il catasto delle rendite, sulle quali si stabilì una tassa che in otto anni rimborsò quel debito.
[349] _Ep. Petri de Vineis_, lib. III. Preside all’università era il celebre giureconsulto Pietro d’Isernia con dodici oncie d’oro all’anno.
[350] In testa al ponte v’avea un castello con due torri; era ornato di marmi, bassorilievi, statue, fra cui quelle dell’imperatore, di Pier delle Vigne, di Taddeo di Suessa. Il monumento costò ventimila once d’oro.
[351] SIGONIO, _De regno ital._, I. pag. 80: _Nec enim ob aliud credimus quod providentia Salvatoris sic magnifice, imo mirifice dirigit gressus nostros, dum ab orientali zona regnum hierosolimitanum, Conradi clarissimi nati nostri materna successio, ac deinde regnum Siciliæ, præclara materna nostræ successionis hereditas, et præpotens Germaniæ principatus sic nutu cælestis arbitrii, pacatis undique populis, sub devotione nostri nominis perseverat, nisi ut illud Italiæ medium, quod nostris undique viribus circumdatur, ad nostræ serenitatis obsequia redeat et imperii unitatem_.
Il volere che la Sicilia non appartenesse a un principe il quale dominasse altrove, è imputato ai papi come un sentimento antitaliano, figlio della barbarie del medioevo e della stupida ambizione pretina. Ma nell’anno del riscatto dell’italianità, nel 1848, i Siciliani, insorti come tutto il resto della penisola, davansi una costituzione, il cui § 2 diceva: — Il re de’ Siciliani non potrà regnare o governare su verun altro paese. Ciò avvenendo, sarà decaduto _ipso facto_».
[352] RICARDO DA SAN GERMANO, pag. 1039. — GODI, _Chron_., pag. 82.
[353] È curioso una specie di atto verbale, per cui nel 1216, dovendo passar d’Italia in Germania re Enrico figlio di Federico II, il podestà di Modena con gran comitiva gli andò incontro per riceverlo, e con sicurezza e libertà condurlo traverso al dominio modenese; cioè all’ospedale di San Pellegrino gli fu consegnato dall’arcivescovo di Palermo, che promise condurlo e custodirlo per le Alpi e sin al ponte di Guiligua in mezzo all’alveo del fiume, dove lo consegnò agli ambasciatori di Parma e Reggio. _Antiq. M. Æ._, IV. 224.
[354] Quelle trattative sono esposte dagli autori arabi, raccolti nel IV. vol. della _Bibliothèque des Croisades_ di Michaud, pag. 427; e a pag. 249 le corrispondenze loro e i sentimenti degli scrittori musulmani in proposito.
[355] _Monum. Hist. patriæ_, Chart. I. 881.
[356] CAFFARO, _Ann. Gen._, lib. IV. Al 1217 dice che _ob multas discordias quæ vertebantur inter civitates Lombardiæ, quum multæ religiosæ personæ se intromitterent de pace et concordia componenda, tandem, auxilio Dei, inter Papiam, Mediolanum, Placentiam, Tordonam et Alexandriam pax firma fuit et firmata mense junii_.
[357] _Acta SS_., 20 _martii_.
[358] È bellissimo il discorso di papa Gregorio X ai Fiorentini perchè accogliessero gli scacciati Ghibellini: _Gibellinus est, at christianus, at civis, at proximus. Ergo hæc tot et tam valida conjunctionis nomina Gibellino succumbent? et id unum atque inane nomen, quod quid significet nemo intelligit, plus valebit ad odium, quam ista omnia tam clara et tam solide expressa ad charitatem? Sed quoniam hæc vestra partium studia pro romanis pontificibus contra eorum inimicos suscepisse asseveratis, ego romanus pontifex hos vestros cives, etsi hactenus offenderint, redeuntes tamen ad gremium recepi, ac remissis injuriis pro filiis habeo._
La lapide posta a quella chiesa diceva:
_Gregorio X papa sancti sub honore_ _Gregorii primi pro Christi fundor amore._ _Hic ghibelline cum guelfis pace patrata_ _Cessavere mine sub qua sum luce creata...._ _Gregorio bella decima fuit ista cappella_ _Pacis fundata Mozzis edificata._