Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)

Part 42

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[258] Dalle storie bolognesi ricaviamo che nel 1123 i consoli col vescovo ricevono in protezione i castelli di Rudiliano, Sanguineta, Cavriglia; nel 1131 quei di Nonantola come cittadini d’una delle quattro porte, ed essi giurano fare due spedizioni all’anno fin ai confini, una con cavalli, l’altra pedoni; nel 1144 quei di Savignano e Cetola si fanno cittadini, cedendo la rôcca e la curia; nel 1157 quei di Monteveglio, Moreto, Caneto giurano, obbligandosi militare pei Bolognesi anche contro l’Impero; nel 1164 i castelli di Bedolo, Battidizio, Gesso, Trifane giurano obbedienza al popolo maggiore e minore di Bologna, e pagargli il fitto e il feudo ecc.

[259] «Et che nullo nobile.... undunque sia, possa u debbia in alcuna cauza criminale in alcuna Corte contro alcuno di popolo rendere testimonia, e se la rendrà la testimonia non vaglia, ne tegna ipso jure, et nondimeno sia condannato dal capitano del populo da lire X. in lire C ad suo arbitrio, _Statuti di Pisa, ms_. § 162. — Et che nullo nobile della cita di Pisa u daltronde, ad tempo d’alcuno romore, durante lo romore ardisca u presuma d’escire con arme u sensa arme della casa in de la quale elli abita sotto pena del avere et della persona ad arbitrio del capitano. _Ivi_, § 165».

Con bel decreto, dato da Parma il luglio 1226, Federico II manda suo podestà alla ghibellina Pavia Villano Aldighieri di Ferrara, perchè severamente mantenga la concordia fra’ cittadini: a tal uopo ordina si sciolga qualunque società di popolani o di militi; nè gli uni nè gli altri abbiano podestà o consoli speciali, ma vengano tutti governati dal rettore del Comune, dal quale solo dipendano gli armati; statuarj, consiglieri, uffiziali sieno eletti come faceasi da dieci anni in poi; annullata la libertà dai militi data ad alcuni borghi od abitanti del distretto; non si ponga ostacolo al portar vittovaglie in città; non si faccia adunanza di nobili o di popolo a suon di campana; bando e infamia a chi contraffà.

[260] _Statut._, lib. III. c. 168. 169. Lo statuto 170, _de cerna potentium_, fa il catalogo delle famiglie nobili, _ne sub velamine popularium defendantur_.

[261] _Croniche_, IV. 78. — Ai Guelfi rende giustizia persino Voltaire, dicendo che l’imperatore _voulait régner sur l’Italie sans borne et sans partage_ (Essai, cap. 66); e chiama i Guelfi _partisans de la papauté, et encore plus de la liberté_ (cap. 52). Guelfi e Ghibellini erano come i Tories e Whigs dell’odierna Inghilterra; bisogna essere di quel partito, e conservarlo quand’anche cambia; i Tories del 1843 fecero tutto quello che voleano i Whigs nel 1830. Così i Guelfi di Firenze divengono fautori dell’Impero e nemici del papa; non cambiano nome, ma diconsi _bianchi e neri_; Dante era guelfo, come testè fu tory Roberto Peel.

Vedi il trattato di Bártolo sui Guelfi e Ghibellini. Una storia de’ Guelfi e Ghibellini nostri sarebbe la più bella spiegazione delle vicende italiane.

[262] Nelle _Memorie e documenti per servire alla storia di Lucca_, vol. III. p. 47, leggesi: _Orlandinus notarius, filius domini Lanfranchi, et Chele filius Lamberti, sindici et procuratores hominum partis guelfæ, eorum terræ.... volentes se et alios eorum partis ab erroris tramite revocare, et Lucanam civitatem recognoscere tamquam eorum matrem, et ad hoc ut tota provincia vallis Neubulæ_ (val di Nievole) _bonum statum sortiatur, promiserunt et concenerunt... quod ipsi et alii eorum partis guelfæ de dictis communitatibus perpetuo erunt in devotione Lucani communis etc._

In Milano il colore de’ Guelfi era il bianco, de’ Ghibellini il rosso. In Valtellina i Guelfi portavano piume bianche alla tempia destra e un fiore all’orecchio destro; i Ghibellini piume rosse o un fiore alla sinistra. Tutti i palazzi di Firenze hanno merli quadrati, eccetto uno. Brescia nel 1212 avea tre podestà, eletti da tre fazioni.

[263] Vedasi in capo ai vol. I e II dei _Monumenta historica ad provincias Parmensem et Placentinam pertinentia_ (Parma 1857) un discorso del cav. Ronchini, che dà la storia civile del paese. L’ultimo degli statuti di Parma, stampati nel 1858, è tale: _Nullus de civitate vel episcopatu Parmæ de cetero contrahat aliquam parentelam vel matrimonium cum aliquo vel cum aliqua, qui vel quæ non sit de parte Ecclesiæ: nec aliquis sit mediator nec proxeneta nec relator verborum aliquorum dictæ parentelæ faciendæ, nec testis, nec instrumentum celebret seu scribat, nec promissionem, nec securitatem, nec tractatum faciat, vel recipiat ullo modo alicujus parentelæ faciendæ, in aliquo tempore. Et si aliqua promissio vel securitas facta est de aliqua parentela facienda, sit nullius momenti. Et si qui vel si qua de cetero contra prædicta vel aliquod prædictorum fecerit vel facere præsumserit, in tantum puniatur. Mediator vero, sive proxeneta puniatur in trecentis libris parm.; et testis in trecentis libris parm., et tabellio puniatur in tantumdem, et perpetuo ab officio notariatus sit remotus: fratres nihilominus mulierum, si patrem mulier non habet, in mille libris parm. quilibet puniantur._

[264]

Non s’attien fede nè a comun nè a parte, Chè Guelfo e Ghibellino Veggio andar pellegrino, E dal principe suo esser deserto. Misera Italia! tu l’hai bene esperto Che in te non è latino Che non strugga il vicino Quando per forza e quando per mal arte. GRAZIOLO, cancelliere bolognese nel 1220.

Ed ora in te non stanno senza guerra Li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode Di quei che un muro ed una fossa serra. Cerca, misera, intorno dalle prode Le tue marine, e poi ti guarda in seno Se alcuna parte in te di pace gode. DANTE, _Purg._, VI.

Benchè non fossero costanti nel parteggiare, offriamo alquanti dei nomi che assumeano le fazioni in varie città:

GUELFI GHIBELLINI Milano Torriani Visconti Firenze Neri Bianchi Arezzo Verdi Secchi Genova Rampini Mascherati Grimaldi e Fieschi Doria e Spinola Como Vitani Rusca Pistoja Cancellieri Panciatichi Modena Aigoni Grasolfi Bologna Scacchesi (Geremei) Maltraversi (Lambertazzi) Verona San Bonifazio Tegio Piacenza Cattanei Landi Pisa Pergolini (Visconti) Raspanti (Conti) Roma Orsini Savelli Siena Tolomei Salimbeni Orvieto Malcorini Beffati Asti Solari Rotari

A Roma i due fratelli Stefano e Sciarra Colonna erano capi, uno dei Guelfi, l’altro de’ Ghibellini. Inoltre erano emuli nelle varie città, senza star saldi a una parte sola, Beccaria e Langosco in Pavia; Tornielli e Cavalazzi o Brusati in Novara; in Ferrara Salinguerra e Adelardi; in Vercelli Avvocati e Tizzoni; in Lodi, Vignati e Vistarini; in Genova, Doria e Adorni; in Asti, Isnardi e Gottuari; in Perugia, Oddi e Baglioni; in Bergamo, Suardi e Colleoni, Bongi e Rivoli; in Brescia, Casalalta e Bruzella; in Perugia, Bettona, Assisi la parte di sopra e quella di sotto; in Padova, Carrara e Macaruffo; in Sicilia, Palizzi, Alagona, Ventimiglia, Chiaramonti; in Ravenna, Polenta e Bagnacavallo; in Imola, Mendoli e Brizi; in Faenza, Manfredi e Acarisi; in Rimini, Gambacari e Amadei; in Forlì, Ordelaffi e Galboli; in Cesena, Righizzi e Popolo; in Sangeminiano, Ardinghelli e Salvucci; in Sansepolcro, Graziani e Goracci contro Pichi e Righi; in Acqui, i Blesi e i Bellingeri.... A Savigliano erano ghibellini i Cambiano, i Soleri, i Galateri; in Alba, capi dei Guelfi i Graffagnini; e così via.

[265] G. VILLANI, V. 9. — _In diebus meis vidi plusquam quinquies expulsos stare milites de Papia, quia populus fortior illis erat_. _Ventura_, _Chron. Astense_, cap. VIII. Rer. It. Scrip., XI.

[266] _Chron. Astense_, cap. XVII. — SAVIOLI, _Ann. bologn. ad ann._ — G. VILLANI, IX. 213.

[267] Dicevansi i Senesi il popolo più orgoglioso della Toscana e vendicativo; di malafede i Romagnuoli; volubili e impazienti i Genovesi: i Milanesi pacchioni ecc. San Bernardo nel 1152 scriveva: _Quid tam notum sæculis quam protervia et fastus Romanorum? gens insueta paci, tumultui assueta, gens immitis et intractabilis usque adhuc, subdi nescia nisi quum non valet resistere._ De consideratione, IV. 2. Basta legger Dante per raccorvi ingiurie contro ciascuno de’ nostri popoli.

[268] Avverti la distinzione tra i Ferraresi e il Comune di Ferrara. _Ant. Estensi_, part. I. c. 39.

[269] Il carroccio di Cremona chiamavasi Gajardo; quel di Padova, Berta; quel di Parma, Crepacuore o Regoglio ecc.

[270] Vedi spesso il Machiavelli, che dice come le guerre prima de’ suoi dì «si cominciavano senza paura, trattavansi senza pericolo, finivansi senza danno»; lib. V. Anche il Guicciardini dice la battaglia del Taro «memorabile, perchè fu la prima che da lunghissimo tempo in qua si combattesse con occisione e col sangue in Italia». E più umanamente il buon Muratori narra d’una battaglia del 1469, importante «ma con uccisione di pochi perchè in questi tempi gli Italiani faceano guerra non da barbari ma da cristiani, e davano quartiere a chiunque non potendo resistere si arrendeva».

[271] _Chron. Ferrariæ_, Rer. It. Scrip., VIII.

[272] Chi ricorda le colonie civilizzanti e lavoratrici che proponevano i Sansimoniani nel 1833, e i Falansteri di Fourier predicati dopo il 1840, ne troverà già il modello nei Cistercensi. Dove era il grosso dei loro possessi doveva porsi una colonia di frati conversi, diretti da un professo, il quale era come il fattore di tutta la grancia o cascina. Egli dava il segno quando dovessero uscire al lavoro, egli distribuiva ad essi i ferri del mestiere, egli ne fissava le funzioni di armentiero, carrettiere, zappatore, boaro, e così via. Non doveva accettarsi frate se non chi potesse guadagnarsi il vivere colle proprie mani. I conversi non doveano tenere alcun libro, nè imparar altre preci che il _pater_, il _credo_ e il _miserere_. Chi avesse dei fondi male andati chiamava una colonia di Cistercensi a rimetterli in essere: così Rainaldo arcivescovo di Colonia, ch’era venuto a portarci guerra col Barbarossa, avendo trovato la sua prebenda in disordine, chiamò di tali frati, _qui et curtibus præessent, et annuos redditus reformarent_.

Il monastero di Chiaravalle fu fondato nel 1135 con tenuissime rendite, ma i monaci lavorando, comprando principalmente i _zerbi_ cioè incolti, e prendendo a livello, ebber in breve quattro buone possessioni: indi acquistarono il fondo di Cerreto nel Lodigiano, e Morimondo nel Pavese, e altri. A Chiaravalle, sopra uno spazio di tre pertiche appena, si incrocicchiano ben sette acquedotti artifiziali. Fin del 1138 ci resta un contratto, ove quei monaci compravano alquanti zerbi da un Giovan Villano col diritto di trarre acqua dalla Vetabia, e di potere all’uopo fare fossati traverso ai poderi d’esso Villano e una chiusa: _ut monasterium possit ex Vectabia trahere lectum, ubi ipsum monasterium voluerit: et si fuerit opus, liceat facere eidem monasterio fossata super terram ipsius Johannis ab una parte vie et ab alia, et possit firmare et habere clusam in prato ipsius Johannis, etc._ Di simil tenore molte carte sono addotte nelle _Memorie Longobardiche Milanesi_, e massime per l’acquisto delle acque d’un fosso che i Milanesi aveano fatto attorno alla città, obbligandosi di tenerlo spurgato. Fin d’allora vi riscontriamo tutti gli artifizj presenti di paratoje, stravacatori, salti di gatto, bocchelli, incastri; insegnarono essi l’economica distribuzione per ore, vendendo e affittandone il diritto. Coltivavano anche la vigna, e tutti gli storici nostri menzionano una botte di 500 brente di vino, ch’essi distribuivano in elemosina. _Prati marcidi_ son mentovati in carte del 1233 e 35 e 54.

È un dovere il rammentare al secolo gaudente le opere di quei poltroni di frati (nota tratta dalla _Storia di Milano_ del Cantù).

[273] AFFÒ, _Storia di Parma_, tom. II. p. 249. Anche più tardi Amedeo VIII di Savoja faceva doni a un eremita che s’occupava di mantenere le strade presso Ginevra, ed altri a un canonico che fondò la strada da Meillery a Bret. V. CIBRARIO, _Economia polit._, 363. Una supplica sporta il 5 aprile 1317 alla Signoria di Firenze comincia: _Cum fratres Sancti Salvatoris de Septimo et fratres Humiliatorum omnium Sanctorum de Florentia, olim et hodie multipliciter servierint et quotidie serviant communi et populo florentino in omnibus quæ ipsi communi expediunt etc._

[274] «E tutte le creature appellava fratelli e sirocchie, dicendo che tutti aveano uno cominciamento da un medesimo creatore e padre». _Vite de’ Santi Padri._ — _Fratres mei aves, multum debetis laudare Creatorem.... Sorores meæ hirundines... Segetes, vineas, lapides et silvas, et omnia speciosa camporum, terramque et ignem, aerem et ventum, ad divinum movebat amorem.... Omnes creaturas fratris nomine nuncupabat, frater cinis, soror musca._ TOM. CELANO suo discepolo. _Acta SS. octobris_. Vedi i _Fioretti_ di san Francesco, uno de’ più ingenui libri del nostro Trecento.

[275] È particolarità notevole nei frati questa venerazione per le opere di Dio, e la custodia delle piante storiche. Abbiamo già accennato l’albero di san Benedetto a Napoli: a Roma si sta volentieri al rezzo di quello ove san Filippo Neri col bello educava alla virtù i giovani del suo Oratorio: ivi pure a Santa Sabina additano un arancio piantato da san Domenico: uno da san Tommaso d’Aquino a Fondi. Se Aristotele o Teofrasto scrivessero ora la storia naturale, non dimenticherebbero queste particolarità.

[276]

Nullo donca oramai più mi riprenda, Se tal amore mi fa pazzo gire. Già non è core che più si difenda... Pensi ciascun come cor non si fenda, Fornace tal come possa patire.... Data m’è la sentenza Che d’amore io sia morto; Già non voglio conforto Se non morir d’amore.... Amore, amore, grida tutto il mondo; Amore, amore, ogni cosa clama... Amore, amor, tanto pensar mi fai; Amore, amore, nol posso patire; Amore, amore, tanto mi ti dai; Amore, amore, ben credo morire; Amore, amore, tanto preso m’hai; Amore, amore, fammi in te transire; Amor, dolce languire; Amor mio desioso, Amor mio dilettoso, Annegami d’amore. Amor, amor, Jesù son zonto a porto; Amor, amor, Jesù dammi conforto; Amor, amor, Jesù sì m’ha infiammato; Amor, amor, Jesù io sono morto... Amor, amor, per te sono rapita; Amor, amor, viva, non me dispregia; Amor, amor, l’anima teco unita; Amor, tu sei sua vita, Jam non se po’ partire, Perchè la fai languire, Tanto struggendo amore.

[277] _Ap_. JOH. LUCIUM, _De regno Dalmatiæ_, pag. 338; e GHIRARDACCI, _Storia di Bologna_, lib. V.

[278] _Impugnationis arma secum fratres non deferant nisi pro defensione romanæ ecclesiæ, christianæ fidei, vel etiam terræ ipsorum_. Cap. VII.

[279] Guitton d’Arezzo scriveva di san Francesco:

Cieco era il mondo, tu failo visare; Lebbroso, hailo mondato; Morto, l’hai suscitato; Sceso ad inferno, failo al ciel montare.

Dante ne pone un magnifico elogio in bocca a san Tommaso e san Bonaventura nel X e XI del _Paradiso_.

[280] LANDULFI SENIORIS _Historia Mediolani_, II. 27.

[281] _Multa petebant instantia prædicationis auctoritatem sibi confirmari._ Stefano di Borbon ap. GIESLER, pag. 510.

Che il nome di Valdesi derivi da Pietro Valdo, lo smentirebbe il trovarlo in un manoscritto della _Noble leçon_ di Cambridge che si suppone del 1100, cioè prima di esso Valdo, ove leggesi in provenzale:

_Que non vollìa maudire, ni jurar, ni mentire,_ _Ni ahountar, ni ancire, ni prenre de l’autrui,_ _Ni venjar se de li sio ennemie,_ _Illi disent quel és Vaudés, e degne de murir._

Forse viene dal tedesco _wald_ foresta. — Cataro in greco vuol dire _puro_, e forse presero tal nome per la pretesa innocente vita. Sant’Agostino già chiama _cataristi_ i Manichei, _De hær. Manich._ I Tedeschi chiamano ancora _ketzer_ gli eretici. — _Patarini_ furon detti da _pati_, perchè ostentavano penitenza; o dal _pater_, che era la loro preghiera. In una costituzione di Federico II leggesi: _In exemplum martyrum, qui pro fide catholica marthyria subierunt, Patarenos se nominant, veluti expositos passioni._ Ed anche le _Assise_ di Carlo I portano nel francese d’allora: _Li vice de ceaus son coneu par leur anciens nons, et ne veulent mie qu’il soient apelé par leur propres nons, mais s’apellent Patalins par aucune excellence, et entendent que Patalins vaut autant comme chose abandonnée à soufrir passion en l’essemble des martyrs, qui souffrirent torment pour la sainte foy._

Con infiniti nomi se ne indicavano le varie sêtte, de’ _Gazari_, _Arnaldisti_, _Giuseppini_, _Leonisti_, _Bulgari_ (da cui il _bougre_ dei Francesi, e il _bolgiron_ de’ Lombardi), _Circoncisi_, _Publicani_, _Insabbatati_, _Comisti_ (che alcuno volle chiamati così da Como), _Credenti di Milano_, _di Bagnolo_, _di Concorezzo_, _Vanni_, _Fursci_, _Romulari_, _Carantani_....

[282] Così il Vignerio, reputato dai Protestanti restauratore della storia ecclesiastica. _Bibliotheca historica_, addiz. alla P. II. p. 313. Anche frà Ranerio Saccone dà per origine delle chiese di Francia e d’Italia quelle di Bulgaria e Drungaria.

«Quando i Valdesi si separarono da noi, ben pochi dogmi avevano contrarj ai nostri, o forse nessuno». BOSSUET, _Hist. des variations_, lib. XI. — E fra Ranerio Saccone: _Cum omnes aliæ sectæ immanitate blasphemiarum in Deum audientibus horrorem inducant, hæc magnam habet speciem pietatis, eo quod coram hominibus juste vivant, et bene omnia de Deo credant, et omnes articulos qui in symbolo continentur observent; solummodo romanam ecclesiam blasphemant et clerum_. Corrado Uspergense dice che papa Lucio li condannò per alcuni dogmi ed osservazioni superstiziose. Claudio di Seyssel arcivescovo di Torino dichiarò irriprovevole la loro vita: locchè a Bossuet pare una nuova seduzione del demonio.

Moltissimi autori ne scrissero: e dopo tornati i suoi re al Piemonte nel 1814, qualche inquietudine fu data ai Valdesi rifuggiti nelle valli subalpine; onde i re di Prussia ed Inghilterra porsero ad essi soccorso. Allora varj Inglesi andarono a visitarli, e ne uscirono diversi scritti, quali sono _Authentic details of the Valdenses in Piedmont and other countries, with abridged translations of_ L’histoire des Vaudois par Bresse, _and_ La rentrée glorieuse d’Henri Armand; _with the ancient Valdesian catechism; to which is subjoined original letters, written during a residence among the Vaudois of Piedmont and Würtemberg in_ 1825. Londra.

GILLY, _Narrative of an excursion to the mountains of Piedmont in the year 1823, and researches among the Vaudois or Waldenses protestants inhabitants of the Cottien alpes. With maps_. Londra 1820.

JONES, _The history of the Christian Church, including the very interesting account of the Waldenses and Albigenses_, 2 vol.

LOWTHEC’S _Brief observations on the present state of the Waldenses_. 1825.

ACLAND, _A brief sketch of the history and present situation of the Vaudois_. 1826.

ALLIX, _Some remarks upon the ecclesiastical history of the ancient churches of Piedmont_.

_Recherches historiques sur la véritable origine des Vaudois_. Parigi 1836. È cattolico.

PEYRUN, _Notice sur l’état actuel des églises vaudoises_. Ivi, 1822. Li sostiene coevi del cristianesimo.

A. MUSTON, _Hist. des Vaudois des vallées du Piémont_. 1834.

_L’Israel des Alpes, ou les Martyrs vaudois_ li fa oriundi da Leone, che nel IV secolo si separò da papa Silvestro, quando questi accettò beni temporali da Costantino.

[283] Abbiamo consultato in proposito moltissime opere e diversi manoscritti e processi. Il cremonese Moneta, uom dissoluto, sentendo predicare in Bologna Reginaldo d’Orléans, si convertì, e fatto inquisitor della fede a Milano il 1220, _tamquam leo rugiens_ si scagliò contro le eresie, e scrisse una _Summa theologica_, grosso volume in-foglio, edito a Roma il 1743 dal padre Tommaso Agostino Richino col titolo _Venerabilis patris Monetæ Cremonensis, ordinis Prædicatorum, sancto patri Dominico æqualis, adversus Catharos et Valdenses libri quinque._ Il Saccone, dopo stato cataro diciassett’anni, si convertì, e li perseguitò come vedremo; e la sua _Summa de Catharis et Leonistis, sive Pauperibus de Lugduno_ fu inserita nel _Thesaurus novus anecdotorum_ dei PP. Martène e Durand, Parigi 1717, tom. V. In questa _Summa_ trovo menzionato un volume di dieci quaderni, in cui Giovanni di Lugio avea deposti i suoi errori. Buonaccorso, già vescovo dei Catari in Milano, li confutò nella _Manifestatio hæreseos Catharorum_: è nello _Spicilegio_ del padre d’Achery, tom. I. p. 208 del 1723. Nel suddetto _Thesaurus_ vedasi pure una _dissertatio inter Catholicum et Patarinum_; e l’opera di frà Stefano di Bellavilla inquisitore.

Questo punto si attacca a opinioni ridestatesi ai giorni nostri sul comunismo, onde molto se ne parlò di recente, e noi di proposito ne abbiamo trattato negli _Eretici d’Italia_.

[284] Il domenicano Sandrini, che potè a sua posta indagare gli archivj del Sant’Uffizio in Toscana, scrive: — Per quanto io abbia cercato ne’ processi eretti da’ nostri frati, non ho trovato che gli eretici Consolati in Toscana passassero ad atti enormi, e che si commettesse mai da loro, massime tra uomini e donne, eccesso di senso; onde, se i frati non si tacquero per modestia, il che non mi par credibile in uomini che abbadavano a tutto, i loro errori erano, più che di sensualità, d’intelletto». Ap. LANZI, _Lezioni di antichità toscane_, XVII.

[285] MONETÆ _Summa_.

[286] Due ne pubblicò Costantino contro gli eretici, uno Valentiniano I, due Graziano, quindici Teodosio I, tre Valentiniano II, dodici Arcadio, diciotto Onorio, dieci Teodosio II, e tre Valentiniano III, tutti inseriti nel codice Giustinianeo.

[287] _Late patet Dei clementia, qui, pulso infidelitatis errore, veritatem fidei suis fidelibus patefecit: justus enim ex fide vivit, qui vero non credit, jam judicatus est. Nos igitur, qui gratiam fidei in vanum non recipimus, omnes non recte credentes, qui lumen fidei catholicæ hæretica pravitate in imperio nostro conantur extinguere, imperiali volumus severitate puniri, et a consortio fidelium per totum imperium separari; præsentium tibi auctoritate mandantes, quatenus hæreticos Valdenses et omnes qui in Taurinensi diœcesi zizaniam seminant falsitatis, et fidem catholicam alicujus erroris seu pravitatis doctrina impugnant, a toto Taurinensi episcopatu imperiali auctoritate expellas; licentiam enim, auctoritatem omnimodam, et plenam tibi conferimus potestatem, ut, per tuæ studium sollicitudinis, Taurinensis episcopatus area ventiletur, et omnis pravitas, quæ fidei catholicæ contradicit, penitus expurgetur_. Ap. GIOFFREDO, Storia delle Alpi Marittime al 1209.

[288] Höffler pubblicò (_Kaiser Friedrich II, ein Beytrag etc._ Monaco 1844) nuove lettere di Federico II, fra cui la seguente a papa Gregorio IX, relativa all’inquisizione ereticale: