Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)

Part 41

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In tal anno gli uomini delle valli d’Arocia, d’Andoria, d’Oneglia, di Petralata, di Rezio, di Nasco fecero alleanza coi Genovesi; e i primi, per mezzo de’ loro consoli, promettevano salvare e custodire gli uomini di Genova e del distretto per mare e per terra; «non proibiremo si porti a Genova grano o altra vivanda o merce; se quel Comune faccia oste o cavalcata, daremo all’esercito mercato di grano e vettovaglie; richiesti faremo esercito a nostre spese, e campeggeremo per tutto il contado di Ventimiglia, la marca d’Albenga, il vescovado di Savona, a comando de’ consoli o podestà; se il Comune di Genova guerreggi da Gavi o da Palodo fin a Portovenere, terremo nell’esercito cento arcieri; se alcuna città, vescovo o persona della riviera e del contado citerà in giudizio alcuna di esse valli, gli faremo giustizia nella curia di Genova; per custodia di Porto Bonifacio daremo ogni anno due uomini a spese nostre, come ordineranno il podestà e i consoli di Genova; se il podestà o i consoli ci richiedano di consiglio, gli daremo il migliore, e gli terremo credenza de’ secreti affidatici; ogni anno a san Giambattista, in segno di devozione e fedeltà, manderemo alla chiesa di San Lorenzo un cero di venticinque libbre; non faremo patto o giuro con verun luogo o terra o persona senza salvare ed eccettuare questa convenzione, la quale farem giurare da tutti gli uomini di esse valli e luoghi dai quindici ai settant’anni, e rinnovare ogni cinque anni». Di rimpatto il podestà di Genova prometteva protezione e salvezza agli uomini di que’ Comuni; «darò un mercato ad Andoria il primo d’agosto, e l’altro ad Oneglia l’Ognissanti, dove se nasca alcuna controversia, sarà definita da quelli che Genova deputerà all’uopo; vi correranno i pesi e le misure della città, come negli altri mercati del contado e della riviera; se alcuno di Ventimiglia, d’Albenga, di Savona voglia forzarvi contro giustizia, appellerete alla curia di Genova, e noi li citeremo, e se non compajono, vi difenderemo e manterremo nel diritto vostro; vi concediamo che possiate comprare ed estrarre da Genova qualunque merce vi occorra, salvi i diritti della città e dei cittadini». Il cintraco, vogliam dire il gastaldo, a nome e sull’anima del popolo giurò queste convenzioni in un parlamento, ove ad essi fu data l’insegna del Comune di Genova, perchè appaja che meritarono la piena grazia della città. — _Liber jurium_, tom. I. pag. 473.

Segue una stipulazione molto più particolareggiata coi consoli di Naulo.

[193] _Monum. Hist. patriæ_, Chart., I. 861. Il 1183 i consoli di Casale rimettono ogni pretensione per danni recati al loro Comune da Vercellesi, confermandolo tutti i cittadini maggiori e minori, radunati nella solita piazza al campanile di Sant’Evasio.

[194] Ivi, 20 aprile 1212.

[195] _Monum. Hist. patriæ_, Chart. I. 1040, 1231.

[196] DANIEL, _Chron. ms._ ap. _Antichità longobardiche milanesi_, diss. XXI; _Archivio storico_, tom. XV. D’altre più recenti si trova esempio in Romagna fin nel secolo XVI, come i Pacifici estesi per tatto il paese, e la Santa Unione a Fano. V. AMIANI, _Mem. di Fano_, II. 146.

[197] CIBRARIO, _St. della monarchia di Savoja_, tom. I. doc. 2º.

[198] CIBRARIO, _Economia politica del medioevo_, 392.

[199] I documenti sono pubblicati dal Minutoli nel vol. X dell’_Archivio storico_.

[200] Pubblicati nei _Monum. Hist. patriæ_. Vedi pure CIBRARIO, _Storia di Chieri. — Si quis, qui non sit de societate Sancti Georgii, percusserit aliquem dicte societatis, vel manum posuerit in persona alicujus dicte societatis, podestas vel rector dicte societatis, vel consules teneantur et debeant precise et sine tenore facere sonari stremitam, et se armare et currere ad arma omnes illos predicte societatis, et ad se venire armatos facere, et facere cum ipsis ultionem de maleficio commisso secundum qualitatem maleficii et personæ; et si incontinenti ultionem non fecerit, potestas vel rector vel consules habeant plenam licentiam et bayliam ad suam voluntatem faciendi ultionem in illo qui malificium commiserit, vel coadjutoribus suis, ita quod ultio fiat, et non possit remanere ullo modo q.... Item statutum est quod si contingeret (quod absit) quod rumor sive rixa moveretur in aliquo loco inter aliquas personas, quod quilibet supradicte societatis qui hoc audiverit vel viderit illuc, currat omni obmisso negocio: et si viderit quod dicta rixa esset inter aliquos qui essent de dicta societate, quod ille et illi qui ibi erunt de dicta societate debeant fortiter et robuste prestare illi vel illis qui essent de dicta societate qui rixam haberent, auxilium, consilium et favorem totis viribus atque posse cum armis vel sine armis etc._ Statuta Cherii, pag. 774. 776.

[201] _Cronaca di Neri di Donato_. Rer. It. Scrip., XV. 224-294.

[202] Vedi, per Genova, CUNEO, _Mem. sopra l’antico debito pubblico ecc._, pag. 258; per Firenze G. VILLANI, lib. XI; per Napoli ANDREA D’ISERNIA, _Commento alle Costituz._, I. — In Bologna ogni forestiere che entrasse dovea farsi porre un suggello di cera rossa sull’ugna del pollice. Michelangelo non conoscendo quest’uso, fu multato in cinquanta lire di bolognini, come narra A. Condivi nella Vita di esso.

[203] In Milano la prima menzione di tale gabella è del 1271; poi Filippo Maria Visconti sostituì il sale forzato alla tassa dei focolari. In Genova la gabella del sale è accennata nel 1214 (CAFFARO, IV. 406); in Reggio nel 1261 (_Mem. potest. reg._ Rer. It. Scrip., VIII. 1172); in Parma il 1292 (_Chron. parm._, ib. IX. 823).

[204] Stima il Giulini che l’imposta diretta sui fondi siasi primamente stabilita sotto il duca Filippo Maria, circa il 1423; e che nell’immunità accordata al convento di Pontida (ann. 1129 ap. TRISTANO CALCO, _quibus pergravari interdum prædia solent_) quell’_interdum_ mostri appunto che non era costante. Il fatto da noi riferito secondo il Fiamma e il Corio al 1240, lo contraddice. Vedi CORIO e GIULINI, _passim._; G. VILLANI, X. 17; CAFFARO, IV. 17; PAGNINI, _Della decima fiorentina_, I. 25.

[205] GIULINI, lib. LIV — INNOCENTII IV, _Ep._ 24 settembre 1250 — CAFFARO, VIII. 541 — _Ant. M. Æ._, diss. XL.

[206] Fra i Turchi d’oggi i pesi pubblici decretati sono più leggeri che in qualunque dipendenza europea: ma noi, pagata l’imposta, siam garantiti del resto, e possiamo goderlo o accumularlo a volontà; colà invece può venire il bascià o un suo satellite a spogliarvi. Manca dunque la sicurezza: perciò si fabbrica il men possibile; non si restaura; se un muro minaccia cadere, si puntella; se cade, è una camera di meno; se cade tutta la casa, si ritirano il più presso che possono per valersi dei materiali ed erigerne un’altra.

[207] _Nullus audiatur de jure suo, qui dare aliquid teneatur communi_. Stat. Fior., lib. IV. _Tract. de extimis_, rubr. 33. Altrettanto portavano gli statuti di Chieri, di Casale, ecc.

[208] Vedine gli statuti nei _Monum. hist. patriæ. — Anno etc. presentia etc. Rainerius de Monbello obligavit consulibus Vercellarum nomine communis casam quam emit a Manifredo Caroso, ita quod sit aperta communi si ullo tempore habitaculum Vercellarum relinquerent_. Chart. I. 995. E prima e dopo vi ha moltissimi patti di cittadinanza assunta in Vercelli, sempre con questa convenzione della casa. I Vercellesi, volendo avere il cittadinatico in Milano, vi comprarono una casa nel 1221 al prezzo di 210 lire di terzoli. Nei tante volte citati _Monum. Hist. patriæ_, Chart. I al 1199 e seguenti, stanno le divisioni degli uomini di Biandrate, fatte tra i Comuni di Vercelli e Novara; poi nel 1201 divisero i territorj di Biandrate, Vicolungo, Casalbertrando; e gli uomini ammessi al Comune danno tutti la garanzia d’una casa.

[209] Il diritto di zecca era talmente ritenuto regio, che Venezia nel 1285, cioè quando era indipendente da otto secoli, chiese al papa ed all’imperatore il diritto di battere gli zecchini (SANUTO, _Vite dei dogi_; ZANETTI, _Delle monete e zecche d’Italia_; CARLI e ARGELATI, _Delle monete d’Italia_). Vecchie sono le monete di Napoli col solo tipo di san Gennaro. I Normanni ne coniarono, s’ignora dove. Venezia neppur si sa quando n’ebbe il diritto; la più vecchia sua moneta è del 972. Nè si sa quando cominciasse Ancona col tipo di san Ciriaco. Dopo l’XI secolo Aquila, Aquileja, Rimini, Arezzo, Ascoli, Asti, Bergamo, Messina 1139, Piacenza 1140, Bologna 1191, Brescia 1162, forse Cortona, certo Cremona 1115, Tortona da Federico I, Ferrara 1164, Fermo dai papi all’entrare del secolo XIII, Firenze, Genova e Piacenza da Corrado II. Monete si citano di Mantova avanti l’XI secolo, di Modena, Parma, Padova, Perugia e Reggio nel XIII, di Pisa fin dal 1175: dubbie sono quelle dei conti di Savoja salenti fin al 1048: Siena vantane il privilegio del 1086; forse Spoleto sotto i Longobardi, e Torino a mezzo il secolo XIII, Verona nell’XI, Volterra al 1231. Più recenti sono quelle di Urbino, Vigevano, Vicenza, Sinigaglia, Saluzzo, Recanati, Pesaro, Macerata, Forlì. Dopo il 1500 ebbero zecca Lecco e Musso, durante il dominio di Gian Giacomo Medici. Il Carli, leggendo _genenses_ per _ticinenses_ credette la zecca di Genova esistesse nel 769. Giovan Gandolfi (_Della moneta antica di Genova_) prova che Genova battea monete prima del 1139, in cui n’ebbe diploma da Corrado II; e certo fin dal 1102, però col tipo di Pavia; inoltre, che un anno prima di Firenze coniò la moneta d’oro, la quale, secondo lui, potè servir d’esempio al fiorino.

[210] Allora 72 grani d’oro equivalevano a 770 d’argento. Sarebbe stato opportunissimo tener per legale un solo metallo, e non alterare la proporzione fra i due col variare le parti aliquote dell’argento come si fece. La moneta d’argento chiamata _lira_ non fu battuta che da Cosimo I nel 1531, della bontà di 90-3/4, e del taglio di 72 la libbra. Tre sorta di ducati avevano i Veneziani: quello d’oro di circa lire 17; d’argento, valuta effettiva da lire 4 a 4,50; di conto da lire 3,25 a lire 4. Nell’amministrazione contavasi per ducati effettivi; in commercio, per ducati di conto: l’effettivo valeva 8 lire venete, l’altro lire 6 e denari 4. Vedi CARLI, diss. VII.

In un istromento del 1265 nell’Archivio diplomatico di Firenze, rogato in Passignano, un debitore di lire quattro cede a un suo fratello creditore un pezzo di terra al Poggio a vento, perchè si rimborsi coi frutti di questo, valutati ai prezzi seguenti:

Lo stajo del grano soldi 2 » dell’orzo e delle fave » 2 denari 4 Il congio del vino » 8 L’orcio dell’olio » 10 La mannella del lino a saggio » — » 10

[211] Il barbaro _budget_ è di origine italiana, derivando dalla _bolgetta_ o tasca, in cui il massajo o ministro delle finanze portava i conti al parlamento.

[212] Leggi del 10 dicembre 1268, e 21 luglio 1296.

[213] È stampato nella storia di Giugurta Tommaso.

[214] _Quosdam montes et nemora quæ sunt circa Panormum, muro fecit lapideo circumcludi, et parcum deliciosum satis et amœnum diversis arboribus insitum et plantatum construi jussit, et in eo damas, capreolos, porcos sylvestres jussit includi: fecit et in hoc parco palatium, ad quod aquam de fonte lucidissimo per condiictus subterraneos jussit adduci._ Chron. Salern. in _Rer. It. Scrip._, vol. VII. pag. 194.

Ancora la campagna di Palermo è sparsa di guglie (ivi dicono all’arabica _giarre_), che sono sfiatatoj degli acquedotti sotterranei fabbricativi al tempo degli emiri, e che ricreano di fontane la città, ed elevano l’acqua anche ai piani superiori delle case.

[215] Un quartiere di Palermo serba tuttora il nome di Papireto. Non è della natura dell’egizio, bensì di quello di Siria, e differisce da quello che germoglia a Siracusa.

[216] _Nec vero illas palatio adhærentes silentio præterire convenit officinas, ubi in fila, variis distincta coloribus, serum vella tenuantur, et sibi invicem multiplici texendi genere coaptantur. Hinc enim videas amita, damitaque et trimita minori peritia perfici_ (cioè di uno, due, tre licci): _hinc examita_ (sciamito) _uberioris materia condensari: heic diarhodon igneo fulgore visum reverberat; heic diapisti color subviridis intuentium oculos grato blanditur aspectu; hinc exantosmata_ (a fiori) _circulorum varietatibus insignita, majorem quidem artificum industriam et materia ubertatem desiderant, majori nihilominus pretio distrahenda. Multa quidem et alia videas ibi varii coloris ac diversi generis ornamenta, in quibus ex sericis aurum intexitur, et multiformis picturæ varietas, gemmis interlucentibus illustratur. Margaritæ quoque aut integræ cistulis aureis includuntur, aut perforatæ filo tenui connectuntur, et eleganti quadam dispositionis industria, picturati jubentur formam operis exhibere._ UGO FALCANDO, in _Rer. It. Scrip._, vol. VII.

[217] ROSARIO DE GREGORIO, _Discorso intorno alla Sicilia_, Palermo 1826.

[218] ROMUALDI SALERNITANI _Chron. ad_ 1153.

[219] Frammento pubblicato da M. Amari. Parigi 1846.

[220] PELLEGRINI, _Ad Falcandum Benevent._ ad an. 1140.

[221] _Quoscumque viros aut consiliis utiles, aut bello claros compererat, cumulatis eos ad virtutem beneficiis invitabat, transalpinos maxime._ UGO FALCANDO.

[222] GIANNONE, lib. XI, c. 4.

[223] Dicevasi che costei fosse monaca, e allora se ne sciogliessero i voti:

Sorella fu, e così le fu tolta Di capo l’ombra delle sacre bende. Ma poi che pur al mondo fu rivolta Contro suo grado e contro buona usanza, Non fu dal vel del cor giammai disciolta. DANTE, _Parad._, III.

Un cronista la fa zoppa e guercia, mentre Goffredo di Viterbo canta:

_Sponsa fuit speciosa nimis, Constantia dicta._

[224] _Chr. Placent._ Rer. It. Scrip., XVI.

[225] _Omnes cœperunt inter se de majoritate contendere, et ad regni solium aspirare_. RICARDI S. GERMANI, _Rer. It. Scrip._, VI.

[226] _Hist. Sicula_, pag. 252 e seg.

[227] Ruggero Hoveden cronista inglese racconta che il papa pose in testa all’imperatore e all’imperatrice la corona coi piedi, e subito pur coi piedi ne la sbalzò, per significare la sua autorità di dare e togliere i regni. Ha poco del probabile.

Il giuramento era: _Ego N. futurus imperator, juro me servaturum Romanis bonas consuetudines, et firmo chartas totius generis et libelli sine fraude et malo ingenio. Sic me Deus adjuvet et hæc sancta Evangelia._ Le cerimonie della coronazione sono descritte dal cardinale Cencio, che poi fu papa Onorio III, e ch’era stato presente alla coronazione di Enrico; e furono pubblicate da PERTZ, _Monum. germ. hist._, tom. IV. p. 187.

[228] _Imperium in hoc non mediocriter dehonestavit._ OTTO DE S. BLASIO, pag. 889.

[229] _Imperator ipse regnum intrat, papa prohibente et contradicente_. RICARDI S. GERMANI, pag. 972.

[230] Il marco di Colonia pesa gramme 233.87. Il franco contiene gramme 4-1/2 di fino; sicchè il marco di Colonia vale fr. 51.97. Dunque centomila marchi fanno franchi 5,197,100. In Sicilia correvano gli _schifati_, moneta greca, detta così perchè formati a barca. Una col nome di Guglielmo II in arabo, pesa 16 grani d’oro fino, sicchè oggi varrebbe franchi 2.88. Altra moneta siciliana erano i _tarì_, dei quali, sul fine del XII secolo, si tagliavano 24 da un’oncia d’oro, cioè pesavano gramme 0.8792, valenti oggi franchi 2.63. Poco dopo se ne tagliavano 29-1/2, e spesso il peso variò; giacchè l’impronta garantiva il titolo, ma del resto si contrattavano a peso.

[231] _Omne aurum et argentum, quod de regno ad manus habere potuit, congregavit, et in Alemanniam misit._ Chron. Fossæ Novæ, pag. 880. Vedi OTTO DE S. BLASIO, pag. 897.

[232] Le cronache raccontano le precauzioni con cui essa ne dimostrò ai popoli la realità: il papa stesso dovette intervenirvi, e le fece dar giuramento che quel figlio era procreato da Enrico.

[233] FAZELLI, _Storia di Sicilia_, lib. VIII. c. 1.

[234] Nella rotta data in Sicilia a Markwaldo si trovò il testamento di Enrico VI, ove imponeva a Federico suo figlio di riconoscere dal papa il regno di Sicilia, il quale tornasse alla Chiesa qualora mancassero eredi; se il papa confermasse al figlio l’Impero, ne fosse ricompensato col restituirgli tutta l’eredità della contessa Matilde; Markwaldo riconosca dal papa e dalla Chiesa il ducato di Ravenna, la terra di Bertinoro, la marca d’Ancona, Medicina e Argelata sul Bolognese, i quali ricadano alla Chiesa s’egli muore senza eredi. Il testamento è stampato dal Muratori.

Giovanni da Ceccano esclama: — È pur morto quel leone feroce, quel lupo sterminatore delle agnelle, quell’orrido serpente che tanti immolò. Apuli, Calabri, Toscani, Liguri, tutti i popoli partecipano alla gioja del sommo pontefice, ed esultano di vedersi finalmente liberati dal tiranno che la mano di Dio colpì». E Ottone di San Biagio: — I Tedeschi devono eternamente deplorare il lamentabile fine dell’imperatore Enrico, perchè egli arricchì la Germania e la rese terror delle nazioni. Col coraggio e l’abilità avrebbe rimesso l’impero romano nel primitivo splendore se morte nol preveniva».

[235] RICARDI S. GERMANI, pag. 978.

[236] A Verona v’ha questo epitafio lambiccato:

_Luca dedit lucem tibi Luci, pontificatum_ _Ostia, papatum Roma, Verona mori;_ _Immo Verona dedit lucis tibi gaudia, Roma_ _Exilium, curas Ostia, Luca mori._

[237] _In qua plus timebatur ipse quam papa_. Gesta Innocentii III, § 8.

[238] Scossa dal tremuoto del 1319, fu poi demolita sotto Urbano III.

[239] Vedi il 2º e l’8º can. del IV concilio Lateranese _de probatione_.

[240] Antonio Vitale scrisse la _Storia de’ senatori di Roma_: ma è opera che meriterebbe essere rifatta. La storia di Roma fu sempre confusa con quella dei papi.

[241] Il testo della lega Toscana fu pubblicato da Scipione Ammirato juniore nella _Storia dei conti Guidi_.

[242] _Suppositus partus, quod testibus adstruere promittebat_. Gesta Innocentii III, § 23.

[243] Ce lo racconta il francese Villehardouin, che v’assisteva in persona. A Paolo Ramusio il giovane, figlio del cosmografo Giovan Battista, il senato veneto diede incarico di tradurre in latino la storia della conquista di Costantinopoli di esso Villehardouin. Esso svolse altre memorie intorno a que’ fatti, e in sedici anni formò l’opera _De bello Constantinopolitano_, finita il 1573, ma stampata solo nel 1609.

[244] Fu allora che i Veneziani acquistarono i cavalli di Lisippo, che ornano ora il pronao di San Marco. Narra il Sanuto che nel trasportarli a Venezia si spezzò la gamba di un cavallo: Domenico Morosini, che comandava il vascello di trasporto, impetrò di conservarla come un ricordo; e il consiglio assentì, e ne fece mettere una nuova, _ed io ho veduto il detto piede_. Questo fatto sfuggì ai descrittori di quel trofeo di tante vittorie.

[245] Allora Cremona spedì mille persone per arricchirsi delle spoglie di Costantinopoli, come mandò una gran nave sotto Acri.

[246] SANDI, _Storia civile_, pag. 620.

[247] I patti per la imposta di Costantinopoli, stipulati nel marzo 1204 fra la Signoria veneta da una parte, e dall’altra il marchese Bonifazio di Monferrato e i conti di Fiandra, di Blois, di San Paolo, sono stampati nei _Monum. Hist. patriæ_, Chart. I. 1109, dove pure la cessione che esso Bonifazio fa ai Veneziani dell’isola di Creta e d’altre terre in Levante.

[248] _Decretum venetum_ ap. CANCIANI, v. 124.

[249] La lettera d’Innocenzo III è importantissima per conoscere le pretensioni e il modo di vedere della santa Sede. _Regesta Imperii_, nota 20 e seg.

[250] Nel 1160 Uguccione, vescovo di Vercelli, con un legno che teneva in mano, investe gli uomini di Biella del monte Piazzo come feudo, a patto che quei di loro che vogliano abitarvi devano ciascuno far fedeltà a maniera di vassallo; poi maschi e femmine possiedano essa terra finchè vivono, indi abbiano podestà di venderla tra sè, ma non a chi non sia abitante di esso luogo. Il vescovo permette che godano in esso monte i buoni usi che godevano da antico in Biella (_omnibus bonis usis, quos erant usi habere in loco Bugelle in veteri tempore_); onde rimette i bandi che egli soleva avere in essa Biella, salvo i seguenti: spergiuro, adulterio, furto, omicidio o ferita, pesche e caccie. Essi uomini devano salire quel monte, edificarvi, non impedire che il vescovo vi salga con suo seguito; ma egli non vi porrà castellano se non con loro consenso. MULLATERA, _St. di Biella_, pag. 36.

Bongiovanni, nunzio del vescovo di Vercelli, imponeva che i possessori di un tal manso portassero ogni anno i rami di olivo per la domenica delle Palme, e metà del crisma, ed empissero metà delle fonti; e quei dell’altro, portassero l’altra metà del crisma, ed empissero il resto delle fonti, e facessero il fuoco a Natale e a Santo Stefano, e scuotesserlo alla Candelara e al sabbato santo. _Monum. Hist. patriæ_, Chart. II. 1294.

Gualterio vescovo di Luni nel 1200 questi patti faceva agli uomini di sua giurisdizione. Se molti siano consorti in un villaggio, ed uno o più facciano tradimento, sieno privati d’esso villaggio, ed aprasi ai loro eredi; o se non n’abbiano, vi sottentrino i consorti. Se alcuno tardi due anni il fitto o livello, paghi il doppio, oppure sia privato dell’ente per cui paga. Nessuno acquisti casa o campo o vigna senza istromento. Se alcuno depone querela contro un altro, anticipi quattro lire imperiali al giudice o ai consoli; e questi non ricevano più di sedici denari per lira, da pagarsi da chi perde la causa. Così determina il prezzo degli atti notarili. Se alcuno mena moglie, non dia come antefatto più d’un terzo della dote. Nessuna vedova si mariti durante il lutto, ecc. _Ivi_, 1203.

[251] LUPO, _Cod. diplom._, tom. II, passim; RONCHETTI, _Mem. stor. della città e chiesa di Bergamo_, cap. IV. p. 27.

[252] _Et sic civitas Mediolani, quæ territorio trium milliariorum extra civitatem contenta fuerat, longe lateque alas suas expandit. Nam ducatus Burgariæ, marchionatus Marthexanæ, comitatus Seprii, comitatus Parabiagi, et comitatus Leuci, qui omnes quasi domestici inimici terram istam semper invaserant...., facti sunt subjecti et servi perpetui civitatis Mediolani._ GALV. FIAMMA, Manip. florum.

[253] _Breve istoria dell’origine e fondazione della città del Borgo di Sansepolcro_, per ALESSANDRO GORACCI, 1636. Gli storici del secolo XVI e XVII non intendono nulla degli ordinamenti municipali; pure aveano sottocchio carte che poi si smarrirono, e tradizioni non ancora spente. In tutti vedi una città che si redime dai conti, compra privilegi dagli imperatori, abbatte i castellani vicini, i quali poi venuti in città, vi portano resìe.

[254]

_Et nunc iste comes, consors et conscius ante,_ _Ille potens princeps, sub quo romana securis_ _Italice punire reos, de more vetusto,_ _Debuit injustitiæ, victrici cogitur urbi_ _Et modicus servire cliens, nulloque relicto_ _Jure sibi, dominicæ metuit mandata superbæ._ GUNTERO, lib. III.

[255] Nei _Monum. Hist. patriæ_, Chart. I. 708. 807. 865. 910.

[256] _Bertoldus princeps Aquilejæ est amicatus cum Paduanis, et factus est paduanus civis; et in cittadinantiæ firmitatem et signum fecit de sua camera quædam in Padua ædificari palatia, et se poni fecit cum aliis civibus Paduæ in coltam sive datiam. Tunc quoque incepit mittere, et adhuc mittit hodie omni anno de suis melioribus militibus duodecim, qui jurant, in principio potestariæ cujuslibet, præcepta et sequentia potestatis pro domino patriarca et suis. Quod videns feltrensis et belunensis episcopus, fecit et ipse similiter, non tamen in quantitate eadem._ ROLANDINO.

[257] SAVIOLI, _Ann. bologn._, I. dipl. CLVI.