Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)
Part 4
Più tardi si riscosse la campagna. La conquista dei Barbari aveva arrestato lo spopolamento, prodotto dall’affluire della gente nelle città; poi collo stabilirsi dei feudi la politica prevalenza fu trasferita dalle città alla campagna[57]. Attorno al castello del barone o al sagrato della chiesa accoglievasi una gente laboriosa, manufattrice, mercadante, che presto cresceva in borgate. I signori, accortisi come potessero vantaggiarne d’entrate e di forza materiale, concessero alcuni privilegi, che non li facevano indipendenti, ma ne cresceano le ricchezze e gli abitanti; e quest’incremento rendeva necessarj nuovi privilegi, per quanto poco garantiti contro la prepotenza. Alcuni anche per bisogno li vendevano, nè denaro mancava ai sudditi per tale acquisto, avessero pur dovuto togliersi il pane di bocca. Altrove non erano concessi ma pretesi, e l’esempio delle città ispirava ai campagnuoli desiderio di scuotere la dipendenza, e fiducia di riuscirvi. Rifuggiti in un bosco, sovra un colle, dietro un terrato, sfidavano di colà lo sdegno del signore finchè egli non calasse a ragionevole componimento.
Del come si formassero le borgate attorno alle chiese un bel documento ci resta. Compita nel 1093 la chiesa di Empoli, una delle più antiche collegiate di Toscana, prete Rolando ne divenne _custode e prevosto_, al quale nel 1119 la contessa Emilia promise quel che il marito suo Guido Guerra signore di Empoli già aveva giurato, cioè che a tutti gli uomini del distretto empolitano, o vivessero sparpagliati o riuniti in castelli e ville, imporrebbe di stabilirsi attorno alla chiesa matrice di Sant’Andrea, donando a tutte le famiglie un appezzamento di terra per costruirvi le abitazioni, oltre uno per erigere il castello: prometteva pure difendere esse case, di modo che, se mai, per guerra o per violenza dei ministri regj o per altro, fossero abbattute, i conjugi Guido le rifarebbero a loro spese[58]. Di poi nel 1182 i Fiorentini obbligarono gli Empolitani a giurar loro obbedienza e fedeltà contro chicchefosse, eccetto i conti Guido antichi loro signori, pagar cinquanta lire annue nel giorno del Battista, un cero più grosso di quel che gli uomini di Pontormo offerivano quand’erano vassalli del conte Guido Borgognone di Capraja.
Il parabolano frà Jacopo d’Acqui ricorda che, al tempo del Barbarossa, molte terre grosse si formarono in Piemonte coll’unire ville: e prima Chivasso, per opera de’ Milanesi: poi alquanti rustici, congregati in opposizione ai marchesi di Saluzzo, edificarono Savigliano, che vuol dire savio-villano, per venire dalla servitù di essi marchesi a libertà: altri coll’ajuto de’ Milanesi fra la Stura e il Gesso fecero una città detta Cuneo, perchè avea tal forma: così furono costituiti Fossano, Mondovì, Cherasco, per tenere in freno quei di Asti e di Alba[59]. Nel 1251 molte famiglie di Marmirolo nel Mantovano, trovandosi angariate da Guidone Gonzaga, abbandonarono in unanime concorso la patria, e si mutarono nel paese di Imola: il qual Comune donò loro molte terre colte e incolte, che essi obbligaronsi di mettere a frutto, pagandone annuo censo, e abitando uniti in un villaggio che Imola fabbricherebbe apposta, e che fu Massa Lombarda[60]. Fin dal 1157 il popolo di Marti e quello di Montopoli nel Valdarno inferiore discutevano de’ proprj confini, e si citarono i consoli a far dichiarare dai più vecchi e probi quali fossero veramente[61]. Firenze, l’anno 1300, decretava si facessero tre terre nel Valdarno superiore, per frenare gli Libertini di Gavelle e quei di Soffena e i Pazzi; le quali furono Terranova, Castelfranco di Sopra e San Giovanni.
Ad emanciparsi erano i borghi ajutati dalle medesime città, cui giovava l’aversi in giro consenso di liberi, anzichè minaccia di tiranni. Perciò i fuggiaschi s’accoglievano sopra le terre suburbane, che anticamente erano appartenute al vescovo, o, come allora dicevasi, al santo patrono, e perciò si chiamavano _corpi santi_ in Lombardia, e _appodiato_ a Bologna, _camperie_ nella Toscana, sottoposte alle leggi e al podestà medesimo della città. Se i Comuni cittadini avessero dichiarato sciolti i feudi, tutti i campagnuoli sarebbero affluiti nelle città: ma queste non aveano mai avuto mente a costituire un diritto nuovo demolendo il preesistente, onde non attentavano ai legami che tenevano l’uomo alla terra ed al padrone, sebbene volentieri aprissero ricovero a’ fuggiaschi, e sostenessero chi si ribellava ai conti rurali.
Milano nel 1211 concedeva a tutti i contadini e borghesi di accasarsi in città, e li faceva esenti da ogni gravezza rurale, e accomunati ai diritti di cittadini, purchè non lavorassero di propria mano la terra, abitassero in città trent’anni, eccetto il tempo del ricolto. Imola nel 1221 prometteva la quinta parte degli uffizj a quei di Castello Imolese che andassero accasarsi in città. L’anno stesso Bologna prometteva immunità ai forestieri, e il consolato ad ogni venti famiglie che venissero a formar villa nel territorio bolognese.
I signori si opponevano a che i loro dipendenti _giurassero il Comune_; ed essendosi i terrazzani di Limonta e Civenna accomandati al Comune di Bellagio sul lago di Como, l’abate di Sant’Ambrogio, che n’era feudatario, protestò non averne mai dato concessione, e chiese sentenza, per la quale furono assolti dalla vicinanza dei Bellagini, dal contribuire il fodro, e venire al placito e alla giurisdizione[62].
Ad alcuni signori le comunità indissero guerra, poichè il diritto della personale vendetta, allora universalmente riconosciuto, rendeva alle città legittimo l’osteggiare i baroni, che fin sotto le loro mura aveano piantato fortifizj; e bandivasi pace alle capanne e guerra ai castelli. I conti d’Acquesena dominavano sei popolose terre in val di Belbo, e sorretti dal marchese di Monferrato e dalle armi, mille soprusi si permettevano sopra i vassalli, ed esigevano una oscena primizia. I terrieri soffersero un pezzo come sbigottiti; poi fecero popolo, e al tocco della campana di Belmonte assalsero determinatissimi le rôcche dei signori, questi uccisero, quelle diroccarono; e difesisi dal marchese Bonifazio mediante l’ajuto degli Alessandrini, trasferirono le proprie abitazioni là dove la Nizza sbocca nel Belbo, e vi edificarono Nizza della Paglia[63].
Altre volte non colla forza, ma otteneasi cogli accordi: come i conti Guido cedettero a Firenze i loro castelli per cinquecento fiorini; e come troveremo spesso nel procedere. Ma gli abitanti di Montegiavello, scontenti della dominazione d’essi conti Guido, scesero a stormo dall’altura, e compro un prato sul Bisenzio, vi costituirono il Comune, che poi fu la cittadina di Prato[64].
Nel 1200 la città d’Asti dai molti consignori comprava il castello e il territorio di Manzano, obbligando gli uomini a trasferirsi nel nuovo paese di Cherasco. Nel 1228 Genova comprava dai marchesi di Clavesana i castelli e le ville di Diano, Portomaurizio, Castellaro, Taggia, San Giorgio, Dolcedo, per l’annua prestazione di lire ducencinquantadue genovesi: nel 1233 faceva altrettanto con Laigueglia. Nel 1180 il Comune di Vercelli comprava in moltissime porzioni il castello di Casalvolone.
Converrebbe fare la storia di ciascuna borgata chi volesse dire come le città crescevano dalle ruine della feudalità campagnuola. Alcuni signori abbracciarono spontanei lo stato civile, fosse per maggior sicurezza o per godere l’autorità che l’opulenza, il dominio antico, le aderenze procacciano sempre in una comunità; sicchè discendendo dalle minacciose rôcche, giuravano il Comune e fedeltà ai magistrati cittadini, sottoporre i loro terreni alle tasse, servire alla patria colla persona e coi vassalli, e parte almeno dell’anno fissar dimora nelle città[65].
I Transalpini, avvezzi ancora a non vedere nei loro paesi che dominio de’ baroni, meravigliavano allo scorgere che le città di Lombardia aveano ridotto tutti i signori della diocesi a coabitare; talmente che a fatica si trovava alcun nobile o grande che non obbedisse alle leggi della città[66]. Alquanti duravano ancora nei loro castelli, massime ove li francheggiava la montagna, circondandosi di armigeri e di donzelli, per conservare l’antico potere: ma sebbene dissoggetti dai Comuni, non poterono mai costituire una salda aristocrazia, attraversati com’erano dalle altre classi. Restava dunque che sfoggiassero in lusso e in finte prodezze, assaltando un pagliajo od una grancia, o ferendo torneamenti, ovvero empiendo il tempo con giocare alle palle, agli aliossi, alla quintana, e mettersi attorno buffoni, nani, cantastorie, sonatori: finchè impararono a vendere ai pacifici Comuni il valore, cui si erano educati ed esercitati.
A tal modo formaronsi i Comuni; e combinando le idee classiche colle nuove, definivano la città essere un convegno di popolo, raccolto a vivere secondo il diritto; e che tutti gli uomini d’una città, e massimamente delle principali, devono operare civilmente e onestamente[67].
CAPITOLO LXXXII.
Effetti dei Comuni. Nomi e titoli. Emancipazione dei servi.
Se dunque ricapitoliamo la storia del popolo, dopo Carlo Magno ci occorre anarchia e scompaginamento universale; città e stirpi discordi; ogni barone, ogni guerriero animato da interessi diversi; non un pensiero della povera plebe. La feudalità comincia a collegare duchi e conti col vincolo di devozione allo stesso capo e di servizj reciproci; i possessori di allodj, franchi di ogni carico pubblico, indipendenti fra loro e quindi antisociali, consentono o sono forzati a divenire vassalli, cioè a prestare ligezza ad un signore, nella cui protezione trovano un compenso alle servitù, all’omaggio, agli obblighi. L’uomo preferisce sempre lo stato socievole all’isolamento, e il governo feudale offriva la combinazione per allora migliore di sforzi materiali onde organizzare la pace e dirigere la guerra.
Nelle città non v’era modo come uno potesse distinguersi: ignote le lettere; a soli nobili le ricchezze; dei gregarj le armi. In conseguenza le plebi rimanevano ancora fuori della società, e ad insinuarvele s’industriarono i Comuni, dove conquistati e conquistatori, uomini dipendenti dal re o dal vescovo o dai signori, venivano fondendosi in una stessa cittadinanza, a giurisdizione dei vescovi; poi anche da questi si emanciparono, istituendo il Comune laico. Nè era un tremuoto popolare che diroccasse i castelli: essi non domandavano la libertà, ma l’eguaglianza sotto un signore, un freno alla gerarchia feudale, o di potere in questa pigliar posto. Per tal modo la gente bassa diventa un ordine; la ricchezza mobile si erige a fianco alla fondiaria; e il feudalismo, che dianzi era la società intera, si restringe a sola la nobiltà.
L’Italia non avea di quei duchi o conti, poderosi quasi piccoli re: l’autorità regia, annessa all’imperiale, restava lontana e controversa; sicchè le città trovarono minori ostacoli a costituirsi, tanto più che avevano sugli occhi l’esempio delle marittime. Perciò, caduta la Casa Salica, i Comuni lombardi muovono guerra ai capitanei, togliendo loro le entrate e la giurisdizione di conti, e la esercitano in vece loro. I Comuni si valgono degli imperatori e dei papi per cacciar le picche più a fondo nelle viscere de’ nemici; e li strascinano nelle microscopiche loro inimicizie; laonde queste parziali associazioni, combinate per salvarsi dalle baronali prepotenze e dal politico scompiglio, vennero ottenendo o conquistando giurisdizione particolare, diritto di guerra e di moneta[68], governo proprio, insomma a farsi piccole repubbliche. Gli uffiziali, non più dai vassalli, ma sono scelti fra’ comunisti; onde sottentra l’abitudine agli affari, e ne vengono magistrati da far fronte allo Impero, giuristi che in parlamento potranno pettoreggiare i capi della feudalità, e dottori alle cattedre, e cherici che saliranno ai vescovadi e alla tiara.
_Consoli_ era l’antico nome de’ magistrati civili, detti alla tedesca _scabini_ o giudici perchè principale loro uffizio il giudicare. Altri consoli erano i capi delle maestranze e delle compagnie mercantili, la cui efficacia nella istituzione de’ Comuni fu maggiore che non soglia credersi. Man mano che si affrancassero, le città attribuivano i poteri a questi magistrati, che allora dalle funzioni giuridiche fecero tragitto alle amministrative, dalle particolari alle pubbliche. Il vescovo di Luni avea guerra col marchese di Malaspina, che compose nel 1124 coll’interposto dei consoli di Lucca[69].
I consoli erano due o più: Perugia, che vuolsi già facesse guerra a Chiusi nel 1012, a Cortona nel 49, a Foligno nell’80 e 90, ad Assisi nel 94, era governata da dieci consoli nel 1130, quando in piazza San Lorenzo gli uomini dell’isola Palvese fecero la loro sommessione[70]: Bergamo n’avea dodici: Milano sei o sette per ciascuno dei tre ordini di capitanei, valvassori e cittadini[71]: probabilmente anche altrove erano scelti in questa proporzione, ovvero da cittadini e nobili, dove questi costituissero un unico stato, o anche da uno stato solo, che fosse agli altri prevalso. A Firenze furono quattro, poi sei, secondo la città era divisa per quartieri o sestieri; ma uno godeva maggior fama e stato, e dal nome di esso qualche cronista notava l’anno.
Nè le sole città, ma anche borghi e castellari ebbero consoli proprj: e per mille esempj valga Pescia, non ancora città, i cui consoli e consiglieri nel 1202 concordavano con quelli delle limitrofe comunità di Uzzano e Vivinaja intorno all’elezione e alle attribuzioni dei consoli, per evitare le controversie[72].
Niuno confonda i Comuni del medioevo coi municipj che trovammo fra gli antichi. Questi ultimi erano formati da coloni venuti da Roma, che, sostenuti dalle armi della metropoli, si piantavano sopra il territorio conquistato per tenere i vinti in soggezione: nel medioevo sono i vinti stessi che aspirano ad esser pareggiati ai vincitori, acquistando i diritti, prima d’uomini, poi di cittadini. Nel Comune romano il padre è in casa sua magistrato e sacerdote: nel nuovo, il clero costituisce classe distinta e indipendente, e l’autorità paterna rimane circoscritta entro i limiti della pietà. Alla comunanza romana non partecipava propriamente che l’_ordo_, vogliam dire le prosapie senatorie iscritte nell’_album_, per eredità trasmettendo il potere e l’amministrazione; che se una si estinguesse, l’Ordine medesimo sceglieva tra le megliostanti della città quella che dovesse empiere il vuoto: pochi ricchi, in possesso della piena cittadinanza, erano circondati da una turba di schiavi, alle cui mani abbandonavano tutti i servizj. Nel nuovo Comune invece, per la prima volta al mondo, l’industria si esercita libera, e frutta ricchezze e franchigie. In quello gli uomini di miglior diritto stanno adunati nelle città, rimanendo alla campagna i servi: nel medioevo i prepotenti vivono ne’ castelletti foresi, mentre le città sono di gente industriosa, che poc’a poco e a forza di lavoro si affranca. Colà insomma è aristocrazia, qua democrazia: quello provvede alla politica potenza d’una classe eccezionale, questo ai diritti dell’intera popolazione: in quello i privilegiati si conservano col gelosamente escludere le classi inferiori; nel moderno ognuno si travaglia verso miglior condizione, e nella lotta invigorisce la personalità.
Ma la prima rivoluzione dei Comuni può considerarsi come aristocratica, tanti elementi signorili abbondarono nella sua composizione, i quali vedremo poi sistemare i governi, dettar leggi a tutto loro pro, combattere più valorosamente che non avrebbe saputo una plebe inesercitata. Dipoi si ampliò il Comune a segno, che chiunque avesse pane e vino proprio, esercitasse mestiere d’importanza, o si trovasse agiato di sue fortune, ebbe parte almeno indiretta alla municipale autorità, e contribuiva ad eleggere i magistrati nel generale convegno degli abitanti. Allora nella classe degli uomini liberi si trovarono accomunati gli antichi arimanni, liberi quantunque non possessori; gli abitanti delle città municipali, sempre rimasti indipendenti; i borghesi affrancati delle città feudali; gli abitanti sollevati dei Comuni; alfine anche i servi emancipati della campagna.
Ma dalla libertà civile e dall’equità suprema, ch’è ora il fondamento d’ogni Stato, stavano ben lontane. Dappertutto le persone rimaneano libere in grado diverso; sopra viveva qualche antico arimanno; in alcuni Comuni, sebbene già redenti, sussistevano borghesi del re e borghesi dei signori, i primi più alteri e in migliore stato, gli altri affrancati sì, ma in mezzo a parenti ed amici tuttavia servili; poi i nobili, i liberi uomini del Comune, del barone, dei privati; ecclesiastici privilegiati, guerrieri assoldati, viventi con diritto straniero.
Tutto ciò derivava dal sistema feudale, che non fu già distrutto, come sarebbe avvenuto in una rivoluzione radicale, ma in esso presero posto i Comuni, che perciò si potrebbero chiamare repubbliche feudali; carattere che non vuolsi dimenticare da chi brami intenderne la storia e le evoluzioni. I Comuni entravano nella feudale società, traendo a sè i diritti già proprj de’ signori, come giudizj, imposte, zecca, guerra, e via discorrete: e conseguivano un grado in quella gerarchia, rilevando da re o dall’imperatore, e tenendo sotto di sè altre persone o corpi morali. Il concetto feudale non ammette esistenza indipendente; e però i Comuni si consideravano vassalli d’un signore, ed obbligati verso lui a certi doveri pattuiti, siccome un uomo. Tale dipendenza non era più del cittadino, bensì del Comune; ma coloro che a questo non appartenessero, restavano quasi iloti, senza impiego, nè nomi, nè le esenzioni o i privilegi degli altri. Come membri della società feudale, i Comuni aveano il diritto della vendetta privata, in conseguenza la guerra. Ciascuno era poi tenuto a quel solo per cui si era personalmente obbligato; donde una grande indipendenza personale; e il Comune provvedeva non al meglio degli individui, bensì all’oggetto di sua formazione, cioè a francarsi dalle vessazioni.
In conseguenza voleasi garantire la sicurezza o la prosperità col costituire altri Comuni nel Comune, fossero quelli di nobili, d’ecclesiastici, di borghesi, o i minori di ciascun’arte, o de’ singoli quartieri. E ogni Comune avea vita propria, con magistrati, borsa, leggi, tutto ordinato sempre alla propria conservazione, nè cooperante al ben generale se non in gravi contingenze.
Gli elementi stessi ond’eransi formati, doveano sfiancare i Comuni, uscendo da una società costituita guerrescamente, e da una sovrapposizione di conquiste. Da ciò confusione e mistura nei diritti; e per tradizione o per usurpamento o concessione o pietà, chi l’uno assumeva, chi l’altro; e v’avea possessi e contratti ed eredità a legge romana, a salica, a longobarda[73]. Il signore feudale o il vescovo a cui eransi sottratti, conservava diritto ad alcune tasse o a privilegi, e a nominare il magistrato coll’assistenza dei deputati comunali. All’arcivescovo di Milano rimaneva sottomessa la parte di città che si chiamava il Brolo; in nome di lui si proferivano le sentenze, quantunque non vi prendesse più parte; suo un pedaggio alle porte, sua la zecca: privilegi ottenuti dagl’imperatori, o che forse erasi riservati quando volontario o costretto depose l’autorità principesca di conte della città. Quel di Genova partecipava al governo insieme coi consoli, anche in suo nome faceansi i trattati e si segnavano gli atti, e nel suo palazzo s’adunava il consiglio[74].
Volta veniva che, nel medesimo Comune, sopra certi reati avesse giurisdizione il conte, sopra altri il vescovo; a questo pagavasi una taglia, a quello una dogana; alla tal chiesa un canone speciale, un altro alla comunità, un terzo all’imperatore, forse il quarto ad un privato od al Comune confinante. Chi dunque dalla città uscisse al territorio, passava sopra uno Stato diverso: da una città all’altra v’era la differenza che oggi da regno a regno: che più? una città era qualche volta divisa in due o fin tre giurisdizioni; una ecclesiastica intorno al vescovado, una regia intorno al palazzo o al castello, una comunale; nè di rado ciascuna era cinta di mura proprie, con porte che si custodivano gelosamente. Qualche villaggio era diviso fra due o più condomini, aventi ciascuno diverse gabelle, giurisdizioni distinte: l’università godeva privilegio di foro pe’ suoi scolari, le maestranze una giurisdizione sopra i loro consociati, il monastero sopra la tal fiera da esso istituita: poi diritti d’asilo, poi immunità personali. A Como il vescovo riscoteva il teloneo da’ fornaj: a Pisa la pubblica pesa era privilegio dei Casapieri della Stadera. Talora diversi Comuni costituivano una sola repubblica senza reciproca dipendenza, com’era in Piemonte la Valsesia, e così i dodici cantoni della val di Maira, sottopostisi poi ai marchesi di Saluzzo[75], e come fin oggi vediamo ne’ Comuni de’ Grigioni. Talora un Comune ne soggiogava altri, formando più estesa signoria.
Uniformandosi a questa natura feudale, anche i Comuni, divenuti persone con privilegi e rappresentanza, assunsero una bandiera propria e uno stemma. I più dei nostri ebbero la croce, variamente colorata, partita, campeggiata: Venezia adottò il leone del santo suo patrono; Napoli la sirena; Sicilia le tre gambe che ricordano la forma triquetra dell’isola; Empoli la facciata del tempio di Sant’Andrea, attorno a cui si formò la nuova città. Milano aveva l’insegna bianca colla croce rossa; poi ogni quartiere spiegava insegna propria, cioè porta Romana rosso, la Ticinese bianco, la Comacina scaccato rosso e bianco, la Vercellina rosso sopra e bianco sotto, la Nuova un leone a scacchi rossi e bianchi, la Orientale un leon nero. Delle regioni di Roma, quella de’ Monti ebbe per insegna tre monti in campo bianco; Trevi, tre spade in campo rosso; Campo Marzio, la mezzaluna in rosso; Ponte, il ponte Sant’Angelo in rosso; Parione, l’ippogrifo in campo bianco; Regolo, un cervo in campo azzurro; Sant’Eustachio, una testa di cervo portante la croce; Pigna, una pigna. Così delle otto compagne di Genova quella di Castello avea per arma un castello sopra archi sormontato da una bandiera, avente in campo bianco croce vermiglia; di Maccagnana, partito di azzurro e bianco; Piazzalunga, scudo terzato in palo d’azzurro; San Lorenzo, campo ondato rosso; Portoria, orlo di rosso, e in campo un P; Sosiglia, banda di rosso in campo bianco; Portanuova, inquartato d’azzurro e bianco; Borgo, palato in otto pezzi d’azzurro e argento. Altrettanto dicasi dell’altre città.
Sul vago e artistico pavimento della cattedrale di Siena vedesi, fatto nel 1373 a pietre tessellate, un rosone, artifiziosamente intrecciato di nove, oltre quattro tondi agli angoli del quadrato circoscritto; e figura lo stemma di questa città, cioè una lupa che allatta due gemelli, e attorno ad essa il nome e i simboli di dodici città amiche; il leone per Firenze, il lupo cerviero o pantera per Lucca, il lepre per Pisa, l’unicorno per Viterbo, la cicogna per Perugia, l’elefante colla torre per Roma, l’oca per Orvieto, il cavallo per Arezzo, il leone rampante con rastrello per Massa, il grifone per Grosseto, l’avoltojo per Volterra, il drago per Pistoja; animali diversi da quelli che esse città portavano di consuetudine.