Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)

Part 38

Chapter 383,173 wordsPublic domain

[89] «In nome de Dio amen: in mille e triscento e LXV adi VXII de feurer, in la strouilea in caxa mia de mi Symon da Imola e de Marco Bon de Viniexia e de Zorzi Fustagner da Coron, e de mi Symon noder infrascripto, lo sauio et discreto homo ser Andriolo Bragadin, fyolo de mis. Jacomo Bragadin de Viniexia de la contrada de sento Zemignan, se eno qui convegnudi insembre cum mis. Tantardido de Mezo da Viniexia in honorando consylier de Coron, et ali uendudo uno so sclauo lo quale elo aueua comprado in la Tana da uno Sarayni per cento e cinquanta aspri de arzento cum lazo (_agio_), segondo la confession del dito sclauo, et a dato infrascripto mis. Tantardido a lo sourascripto ser Andriolo in pagamento per lo dito sclauo ducati de oro uinti et uno in moneda cum lazo, lo quale sclauo a nome Piero Rosso et in presencia de li sourascripti testimoni e de lo dito sclauo fo fatto lo pagamento, e siando pagado e contento lo dito ser Andriolo dal dito mis. Tantardido, lo dito ser Andriolo pygla per la man lo dito Piero Rosso so sclauo e si lo de in man de lo sourascripto mis. Tantardido e de tutto questo fe contento lo dito sclauo Piero Rosso et inclinato per so signor lo dito mis. Tantardido. Oblegandose lo dito sclauo de auerlo per so signor cusi como elo aueua lo dito ser Andriolo, lo dito ser Andriolo se oblega de defenderlilo in tute le parti del mondo e in ogni zudixio, et lo dito mis. Tantardido per lo sclauo de ogno dano et interesse che interuegnisse a mis. Tantardido infrascripto per lo pagamento de lo dicto sclauo quando elo podesse prouar che elo non fosse so sclauo, lo dito ser Andriolo se oblega de refarli lo dito pagamento a ducati de oro XXI de bon pexo.

«Et io Symon figliolo mis. Jacomo de li Bruni da Imola per la imperiale autoritate not. publico e zudexe ordenario fui presente a tutto. Una cum li sourascripti testimonj mmss».

Il notajo non segna il luogo dove rogò l’istromento; ma puossi arguire si facesse appunto in Corone o nelle sue vicinanze. _Serie degli scritti in dialetto veneziano, di_ BARTOL. GAMBA, pag. 35.

[90] FONTANINI, _Diss. de masnadis_.

[91] _Quod sclavi super navigiis non leventur; quod aliqua persona januensis non possit deferre mamaluchos mares et fœminas in Alexandriam ultra mare vel ad aliquem locum subditum soldano Babiloniæ_ (cioè del Cairo).

[92] Lib. II. 20. 55. 93. Nel succitato volume II dei _Monum. Hist. patriæ_ occorrono moltissimi ricordi di vendite e d’emancipazione di schiavi a Genova, fra cui ne scegliamo alcuni:

Nel 1156 Guglielmo Zulenio vende per otto lire la sua serva Agnese _non fugitivam, neque furem, sed boni moris_. — L’anno stesso, Simone di Mongiardino emancipa Girardo figlio di Ubaldo suo servo, pel prezzo di lire otto pavesi, senza ritener nulla del peculio che abbia o possa avere.

1158, 16 agosto. Mosso e sua moglie Marsibilia per lire cinquanta danno a Frederzone loro servo _omnimodam facultatem vivendi, standi, agendi et faciendi quod velit utpote liber homo_.

1159, 12 maggio. Malovriere _tum amore Dei, tum pro solidis vigintiquinque_ libera Alvarda sua serva; pena dieci libbre d’oro se egli o i suoi eredi vi attentino.

1160, 25 novembre. Guglielmo da Castenollo vende un servo Saracino per cinquantanove soldi.

1161, 23 febbrajo. Amico di Mirto dona a Lanfranco la porzione di proprietà che ha sopra Angelica sua serva e la figlia di lei. — 10 giugno seg. Guglielmo Moraga di Narbona vende per cinquantacinque soldi a prezzo finito un suo Saracino. — 28 luglio. Filippo Aradello libera il suo servo Giovanni per amore dell’anima sua: e gli dice: _Proficiscere liber in Deo_; e Giovanni in ricambio promette stare al suo servigio per quattro anni. — 17 settembre. Ribaldo de Curia libera il servo Pasquale col suo peculio per venticinque lire e per salute dell’anima.

1162, 9 ottobre. Senebaldo regala a suo figlio Alberto metà de’ proprj beni feudali e allodiali, _excepta tantum Boneta ancilla mea et filiam ejus_. — 19 novembre seg. Ogerio Vento nel testamento dichiara liberi tutti i servi e le ancelle sue se il Signore lo chiami a sè in quella malattia. Non morì, e un altro testamento fece l’11 maggio seg., colla stessa clausola, eccettuando però il peculio d’essi servi.

1163, 4 agosto. Giulia Bulferico per mercede dell’anima sua e del marito manomette l’ancella Adelusia e il suo peculio.

1164, 1º maggio. Pier Cappellano e Stanfilla jugali manomettono Guglielmo servo con venti libbre di suo peculio. — Nell’inventario dell’eredità abbandonata da Guglielmo Scarsuria, del 17 giugno seg., è noverata _Saracenam unam cum libertatis condicione testamento defuncti insercta_.

1165, 21 giugno. Lanfranco Arzema per quattro lire e mezzo libera e manomette Aidelina sua ancella. Luca, figlia emancipata di lui, rinunzia pure ogni diritto che v’avesse. Giovanni Tossico, a un cui servo la Aidelina erasi unita (_adhesisset_), dichiara liberi i due primi figli che ne nascessero.

1192. Pietro re d’Arborea promette ai Genovesi che, se si ottenga di porre una chiesa in Oristano, darà al vescovo di Genova una curia con tanti possessi e _servi_ quanti ne ha in Arborea il vescovo di Pisa.

Luigi Cibrario produsse carte genovesi di più tarde vendite di schiavi. Nel 1378 Benvegnuda vende _quandam servam suam sclavam de progenie Tartarorum_ per ventidue lire di Barcellona, _sanam ab omnibus magagnis occultis_. Una pure _de progenie Tartarorum_ è venduta il 1389 da Antonio di San Pier d’Arena; un’altra il 1391; un’altra di venticinque anni nel 1484, per sessanta lire di genovini, che sarebbero oggi fr. 1033.

Nel 1851 Giovanni Zucchetti pubblicava a Mantova una carta dell’archivio Arconati di Milano, secondo la quale, nel 1434, il nobile Giacomo de’ Bigli di Milano vendeva al nobile Giovanni da Castelletto, pur di Milano, una Tartara di anni diciannove per cinquantotto ducati d’oro; l’atto fu rogato a Recanati.

Nel testamento del famoso Filippo Strozzi, 14 maggio 1491, si legge: «Item a Giovanni Grande _nero_, mio schiavo, lascio e lego la liberatione, e che lui sia libero e franco da ogni servitù dopo la vita mia, et per detto effetto et per a quel tempo da hora lo libero et absolvo da la mia potestà et da ogni servitù a che lui mi fosse tenuto; et bisognandoli, per effecto di dicta sua liberatione o per cautela alcuna sua intorno a ciò, voglio che gli heredi mie gliene faccino quella cautela che lui vorrà, per potere dicta sua liberatione sempre mostrare et farne fede». Nella _Cronaca fiorentina_ del Cambi trovo che nel 1529, quando Genova fu presa, i Franzesi ebber l’arte di togliere tutti gli schiavi, i quali rivelarono dove stessero riposte le ricchezze dei padroni.

Melchior Gioja (_Nuovo prospetto delle scienze economiche_, par. III) asserisce che «non è la religione che abbia fatto sparire la schiavitù dalla maggior parte dell’Europa, ma il lento progresso delle arti e del lusso». Guglielmo Libri (_Histoire des sciences mathém. en Italie_) s’arrabatta a provare che la Chiesa non fece nulla per la liberazione dei servi, anzi il contrario. L’argomento suo contro la Chiesa equivale precisamente a quest’altro: «Non è vero che il codice Albertino proibisca il furto, giacchè ladri vi ha dov’esso è in vigore». Fra i libri che costui dovette compulsare per la sua storia, sono quelli di Girolamo Cardano, del quale noi parliamo più avanti. Nel vol. X dell’edizione di Lione sta il trattato _De arcanis æternitatis_, che a pag. 31 vuol sostenere la legittimità degli schiavi naturali, confutando la Chiesa che dichiara gli uomini eguali. «Questo genere di servi, acciocchè nessuno potesse riguardarlo come propagato dalla natura, e perciò legittimo, fu tolto affatto da la religione nostra, ossia da quelli che pubblicarono costituzioni, interpretando quel detto che _appo Dio non v’è nè servo nè libero_. Sarebbe come se alcuno, interpretando quel di Cristo _In quel giorno nè sposeranno, nè saranno sposati_, dicesse inutile il matrimonio. Che una servitù moderata e giusta sia utile allo Stato, è così certo, che anche la ingiusta e smodata è più utile che il non esserne alcuna; giacchè i paesi dei Gentili furono più felici, ed ora quei de’ Maomettani, che non i Cristiani». Questo passo è decisivo a mostrare le due influenze sempre in contrasto, del paganesimo con Aristotele, e della religione col Vangelo.

[93] _Anno Domini MXCVIII cepit guerra de Cremona, magnum frixorium Cremonensium._ SICARDUS.

[94] _Quæque meis oculis vidi, potius reserabo._ Anon. Cumanus, nei _Rer. it. Script._, V.

[95]

_Mittunt ad cunctas legatos agmina partes_ _Ducere; Cremonæ Papiæque mittere curant;_ _Cum quibus et veniunt cum Brixia Pergama; totas_ _Ducere jussa suas simul et Liguria gentes;_ _Nec non adveniunt Vercellæ, cum quibus Astum,_ _Et comitissa suum gestando brachia natum;_ _Sponte sua tota cum gente Novaria venit;_ _Aspera cum multis venit et Verona vocata;_ _Docta suas secum duxit Bononia leges;_ _Attulit inde suas Ferraria nempe sagittas;_ _Mantua cum rigidis nimium studiosa sagittis;_ _Venit et ipsa simul quæ Guardastalla vocatur;_ _Parma suos equites conduxit Garfanienses._ Anon. Cumanus.

[96] Gli sono confermati in un diploma di Federico I, 29 settembre 1164.

[97] Ap. BALUZIO, _Miscel._, lib. V. p. 64.

[98] Ildeberto, vescovo di Reims nell’XI secolo, cantava:

_Par tibi, Roma, nihil, cum sis prope tota ruina;_ _Quam magni fueris integra, fracta doces._ _Urbs cecidit, de qua si quicquam dicere dignum_ _Moliar, hoc potero dicere, Roma fuit._ _Non tamen annorum series, non flamma, nec ensis_ _Ad plenum potuit hoc abolere decus._ _Tantum restat adhuc, tantum ruit, ut neque pars stans_ _Æquari possit, diruta nec refici_.....

[99] Che nei secoli dell’ignoranza e del fanatismo si facesse colpa a costui di discendere da Ebrei, e san Bernardo stesso il chiamasse _judaica soboles_, poca meraviglia. Ma Voltaire, accoppiando al solito la leggerezza e l’intolleranza, non rifina di ridere di un _papa ebreo_. La storia, se avesse voluto consultarla, gli avrebbe detto ch’e’ non era _ebreo_ e non fu _papa_.

[100] Questo fatto si rappresentò in un quadro del palazzo di Laterano, ove Lotario riceve la corona di man del papa, colla leggenda:

_Rex venit ante fores, jurans prius urbis honores,_ _Post homo fit papæ, recipit quo dante coronam._

[101] Con queste insegne sono effigiati re Ruggero nel tempio di Monreale e Guglielmo nella Martorana a Palermo: il cadavere di Federico II si trovò rivestito di abiti pontificali. Sin a Filippo II le suppliche per affari ecclesiastici dirigeansi al re col titolo di _beatissimo padre_.

[102] _Concedimus, donamus et auctorizamus tibi, filio tuo Rogerio, et aliis filiis tuis secundum tuam ordinationem in regno substituendis, et hæredibus suis, coronam regni Siciliæ et Calabriæ et Apuliæ etc. Tu autem et hæredes tui censum, videlicet sexcentos schifatos, annis singulis Romanæ Ecclesiæ persolvere debes etc._

[103] _Ep._ 31. lib. V.

[104]

...... _Arnoldus, quem Brixia protulit ortu_ _Pestifero, tenui nutrivit Gallia sumtu_.... ..... _assumpta sapientis fronte, diserto_ _Fallebat sermone rudes, clerumque procaci_ _Insectans odio, monachorum acerrimus hostis,_ _Plebis adulator, gaudens popularibus auris,_ _Pontifices, ipsum que gravi corrodere lingua_ _Audebat papam_..... _Articulos etiam fidei, certumque tenorem_ _Non satis exacta stolidus pietate fovebat,_ _Impia mellifluis admiscens toxica verbis._ GUNTHERI _Ligur. Carmina_, lib. III.

Vedi la nota 7 del capo seguente.

[105] San Bernardo diresse a Eugenio III i suoi libri _De consideratione_, nel IV de’ quali gli dice: — Qual cosa è più nota ai secoli, che la protervia e il fasto de’ Romani? gente disavvezza dalla pace, avvezza al tumulto; gente immite e intrattabile finora, che non sa star sottomessa se non quando non vale a resistere. Quest’è la piaga, e a te spetta il curarla. Ridi forse di me, credendola incurabile? non diffidare».

[106] OTTO FRISING., _De gestis Frid._, lib. I. cc. 27. 28. — Le proposizioni de’ Romani a Corrado furono compendiate in questi versi:

_Rex valeat: quidquid cupit obtineat; super hostes_ _Imperium teneat; Romæ sedeat; regat orbem_ _Princeps terrarum, ceu fecit Justinianus;_ _Cæsaris accipiat Cæsar, quæ sunt sua præsul,_ _Ut Christus jussit Petro solvente tributum._

[107] AMAND, _De primis actibus Friderici_. — OTTO FRISING., _De gestis Friderici_. Ottone morì nel 1158, e lo continuò Radevico canonico di Frisinga, molto inferiore pel dettato e più pei concetti. Le loro storie furono ridotte in versi dal Guntero, tedesco contemporaneo, in un poema intitolato _Ligurinus_.

[108]

_Ductus ab antiquo priscorum tempore regum_ _Mos habet, ut, quoties regnator teutonus Alpem_ _Transit, et italicas invisere destinat oras,_ _Qui repetant fisco fiscalia jura fideles_ _Per quoscumque suos præmittere debeat urbes:_ _At quæcumque ream se perfida fecerit ausu_ _Sacrilego, regique suo sua jura negarit,_ _Strata luat meritas fraudato principe pœnas:_ _Inde fit ut fractis deformiter horrida muris_ _Nunc quoque per totam videas loca plurima terram._ _Hoc quoque per cunctas regnator teutonus urbes,_ _Non modo teutonicas, sed et hic et ubique jacentes,_ _Jus habet, ut præsens quasi maximus omnia judex_ _Claudere jura manu, cunctasque recidere lites_ _Debeat, atque omnis judex, omnisque potestas_ _Atque magistratus, ipso præsente, quiescant._ _Hunc etiam regi priscarum sanctio legum_ _Longævique vigor moris profitetur honorem,_ _Ut cunctos fœtus, quos educat itala tellus_ _(His modo, quæ poscit terræ cultura, retentis)_ _Principis ad nutum fisco præstare colonus_ _Debeat, in regni sumptus et militis usum._ GUNTERI _Ligurinus_, lib. II.

[109] _De gestis Frid._, lib. II. c. 3. Guntero chiama i Lombardi

_Gens astuta, sagax, prudens, industria solers,_ _Provida consilio, legum jurisque perita._

[110] _Guilhelmus marchio de Monteferrato, vir nobilis et magnus, qui, pene solus ex Italiæ baronibus, civitatum effugere potuit imperium._ OTTO FRISING., lib. II. c. 13.

[111] _Ne, si Mediolanensium partem amplexus esset, altera parte Longobardiæ subjugatæ, Mediolanenses, quia fortiores erant, rebelles existerent._ SIRE RAUL.

[112] La strada più consueta e più breve dalla Lombardia a Roma era la così detta via Romea o Francesca, che dal territorio di Parma e Piacenza varcava l’Appennino del monte Bardone per scendere a Pontremoli, indi a Villafranca, Sarzana, Luni, il Frigido, il Salto della Cervia, Lucca, Altopascio, il Galleno; passato l’Arno sotto Fucecchio, mettevasi sulla via traversa di Castel Fiorentino, donde a Certaldo, Poggibonsi, Staggia, Siena, Buonconvento, Sanquirico, Spedaletto di Bricole, Radicofani, Acquapendente, Bolsena, Montefiascone, Viterbo, Sutri, Portacastello di Roma. È divisata nell’itinerario di Filippo Augusto re di Francia, quando nel 1191 tornava dalla crociata.

[113] «Fu impiccato e bruciato, e le sue ceneri sparse nel Tevere, acciocchè la stolida plebe non venerasse il corpo di questo infame», dice il buon Muratori.

* Arnaldo è divenuto un mito, e in conseguenza la storia di lui fu peggio che mai alterata. I Giansenisti nel secolo passato magnificavano Arnaldo, poi nel nostro i demolitori dell’autorità temporale dei papi. La tragedia del Niccolini è mera declamazione, ove Arnaldo è fatto eretico, mentre nella prefazione si vuole purgarlo di questa taccia. Cesare Balbo lo imputa di avere sollevato il popolo romano contro il papa, quando il papa e il popolo sarebbero dovuti unirsi ai Lombardi per difendere l’indipendenza: e così ritardò la lega di Pontida e cagionò la distruzione di Milano.

Il mettere un Lutero o un Ciciruacchio nel secolo XII è un anacronismo, quanto il mettere ai giorni nostri un Pietro Martire o un Francesco d’Assisi. Ci fu sempre, fino ai giorni nostri, chi sperò sbalzare il papa mediante l’ajuto degli stranieri, e così meditava Arnaldo. Ma il prefetto di Roma, che, in occasione delle prediche di Arnaldo, era stato insultato e peggio, lo fece prendere e impiccare, valendosi della piena podestà che gli conferiva la presenza dell’imperatore. Onde Goffredo da Viterbo canta:

_Arnoldus capitur, quem Brixia sensit alumnum,_ _Dogmata cujus erant quasi pervertentia mundum:_ _Strangulat hunc laqueus, ignis et unda vehunt._ Pantheon, 464.

Anche il Guntero lo dice fatto reo d’ambe le maestà:

_Sic læsus stultus utraque_ _Majestate reum geminæ se fecerat aulæ._

Gerhochus di Reichersperg contemporaneo ne porta questo giudizio: _Quem ego vellem, pro tali doctrina sua, quamvis prava, vel exilio, vel carcere aut alia pœna præter mortem punitum esse, vel saltem taliter occisum ut romana Ecclesia, sive curia ejus necis quæstione caveret! Nam, ut ajunt, absque ipsorum scientia et consensu a præfecto urbis Romæ, de eorum custodia in qua tenebatur ereptus, ac pro speciali causa occisus ab ejus servis est. Maximam siquidem cladem ex occasione ejusdem doctrinæ idem præfectus a romanis civibus perpessus fuerat: quare non saltem ab occisi crematione et submersione ejus occisores metuerunt quatenus a domo sacerdotali quæstio sanguinis remota esset. Sed de his ipsi viderint. Sane de doctrina et nece Arnaldi idcirco inserere præsenti loco volui, ne vel doctrinæ ejus pravæ, quæ, etsi zelo forte bono, sed minori scientia prolata est, vel ejus necis perperam actæ videar assensum præbere._ Nel libro I _De investigat. antichrist._, apud GRETSER, _Prolegomena ad scriptores adversus Waldenses_, cap. 4.

[114] _Hospes eras, civem feci: advena fuisti ex transalpinis partibus, principem constitui._ OTTO FRISING., 721. E gli fa rispondere: _Legitimus possessor sum.... Principem populo, non populum principi leges præscribere oportet._ E narrate le stragi, con atroce ironia soggiunge: _Hæc est pecunia, quam tibi princeps tuus pro tua offert corona._

[115]

_Roma ferax febrium, necis et uberrima frugum:_ _Romanæ febres stabili sunt jure fideles._ PIER DAMIANI.

[116] Il Sismondi ed altri snaturano questo fatto, in modo che paja con Federico stare la ragione, e Adriano aver fatto umili scuse. Il torto del primo era in tanto maggiore, in quanto la lettera diceva in plurale _majora beneficia_, nè feudo superiore all’Impero avrebbe potuto immaginarsi. Il papa poi si ritrattò, ma dichiarando che quella espressione _utique nedum tanti viri, sed ne cujuslibet minoris animum merito commovisset_. È bizzarro a vedere come il Sismondi dipinga Federico per un mostro di crudeltà, e micidiale d’ogni franchigia quando lotta colle repubbliche; poi ne faccia un portento di ragionevolezza quando contrasta coi papi.

[117] RADEVICUS FRISING., lib. I. c. 26.

[118] Da Lodi vecchio i Lodigiani trasferirono allora al nuovo il corpo del loro patrono san Bassiano, uno de’ primi vescovi, e speciale protettore contro la lebbra.

[119] È nominato Lodovico nella scomunica del papa.

[120] OTTO FRISING., lib. I. cc. 27. 28.

[121] SIRE RAUL. Radevico dice centomila armati.

[122] SIRE RAUL. Delira il Giulini ragguagliandoli a venti milioni.

[123] Il Guntero, lib. VIII, dice che

_Tum demum victus Federicus ab urbe recessit,_ _Modoicumgue petens, prisco dignatus honore_ _Illustrare locum, sacro diademate crines_ _Induit, et dextra gestavit sceptra potenti._ _Hanc fortuna diu, Ligurumque potentia dives_ _Eximiam regni proavorum tempore sedem_ _Presserat, et longa victam ditione tenebat:_ _Sed placidus princeps primævo cuncta decori_ _Restituenda putans, injustis legibus illam_ _Exemit, priscumque loco reparavit honorem._

Non vuol dire che si facesse coronare a Monza, ma che vi comparve solennemente colla corona. Federico stette a Monza cinque giorni, nei quali si consumarono mille carri di legna per la sua cucina, e cento lire imperiali. GIULINI.

Bonincontro riferisce questi versi in lode di Monza:

_Monzia terra bona, civili digna corona._ _Monzia cunctorum dives et plena bonorum._ _Monzia dat drappos cunctis mercantibus aptos._ _Monzia stat damnis precibus defensa Johannis._

[124] _Scias omne jus populi in condendis legibus tibi concessum: tua voluntas jus est, sicuti dicitur. Quod principi placuit, legis habet vigorem, cum populus ei et in eo omne suum imperium et potestatem concesserit._ RADEVIC., lib. II. c. 4.

La cronaca soggiunge che, cavalcando il Barbarossa fra Bulgaro e Martino, domandò loro chi fosse padrone del mondo. Martino asserì l’imperatore; ma Bulgaro sostenne non essere lui padrone quanto alla proprietà. L’imperatore regalò a Martino il proprio cavallo; onde Bulgaro disse: _Amisi equum, quia dixi æquum quod non fuit æquum_. OTTO MORENA.

[125] Radevico trova orrenda iniquità, non quella del Tedesco che esponeva gli ostaggi, ma quella de’ nostri che li colpivano: _Seditiosi, quod etiam Barbaris incognitum et dictu quidem horrendum, auditu vero incredibile, non minus crebris ictibus turres impellebant, neque eos sanguinis et naturalis vinculi communio, neque ætatis movebat miseratio. Sicque aliquot ex pueris, lapidibus icti, miserabiliter interierunt; alii, miserabilius adhuc vivi superstites, crudelissimam necem, et diræ calamitatis horrorem penduli expectabant: oh facinus!_

[126] _Propter destructionem Mediolani, omnes dederunt imperatori præsto copiosam et immensam pecuniam._ SIRE RAUL, pag. 1187.

[127] Tra i fautori del Barbarossa era Algiso abate del monastero di Clivate, fondato da Desiderio re. Nel 1162 _Papie post destructionem Mediolani_, Federico gli dava un ampio privilegio, che comincia: _Cum ad promovendum imperii honorem et ad debellandos hostes Imperii, præcipue Mediolanenses, Italiam cum exercitu intraverimus, inter multos quidem fideles, qui nobis in laboribus nostris fideliter adstiterunt, invenimus venerabilem Algisum, Clivatensis ecclesiæ abbatem, quem devotissimum nobis ac fidelissimum certis argumentis experti sumus. Multis enim retrorsum abeuntibus, prædictus abbas fuit vir fidelis, et constans nobis firmiter adhesit, et immobilis nobiscum perseveravit etc._ Credo che ivi sia per la prima volta nominata la Brianza.

Le vittorie di Federico furono celebrate da un poeta popolare innominato, da cui scegliamo poche strofe: