Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)
Part 35
Le genealogie vollero tutte innestarsi sopra le crociate, e fu vanto l’ostentare nel proprio blasone la croce. Anzi il blasone ci venne dalle crociate e dalla cavalleria, con tutta la raffinatezza degli stemmi e delle divise. Finchè il cavaliero combatteva attorno al suo castello, qual mestieri avea di distintivo? uscendo lontano, ciascuno assumeva una divisa, cioè esprimeva l’affetto o l’intento particolare, mediante il colore della sopraveste e del cimiero, o qualche disegno fatto sul pezzo più insigne dell’armadura, qual era lo scudo. Quegli scudi poi si sospendeano nelle sale avite, testimonianza ai fasti e vanto ai figli che si piacquero di adottare l’insegna paterna, e così gli stemmi diventarono ereditarj, e distintivo non più dell’individuo ma delle famiglie. Nella presente uguaglianza più non è di verun conto l’araldica: ma lungamente fu arte di arguto studio il disporre gli stemmi, combinarne gli elementi, cioè i colori e le figure, e leggerli, e assicurarli come titoli domestici. Se ne moltiplicarono poi gli elementi e la disposizione, ma sempre i più vantati furono quelli che mostravano la croce, come indizio che un avo era stato a combattere in Palestina. I Michieli di Venezia portavano sopra una fascia d’argento i bisanti d’oro, perchè il doge Domenico Michiel alla crociata, venutogli meno il denaro, pagò con pezzi di cuojo, che poi al ritorno cambiò in sonanti. I Visconti di Milano vantavano che Ottone di loro famiglia avesse, alla prima crociata, ucciso un gigante che portava per cimiero un serpe con un fanciullo in gola; figura ch’essi adottarono. Il cardinale Giovanni, legato in Terrasanta, ne riportò la colonna della flagellazione, che la famiglia Colonna assunse per stemma, d’argento in campo azzurro; aggiungendovi la corona quando Stefano ebbe coronato l’imperatore Lodovico il Bavaro, e le quattordici bandiere turche che Marcantonio acquistò alla battaglia di Lépanto.
Ed altre famiglie dallo stemma dedussero il nome; mentre d’alcune dietro al nome fu inventato lo stemma, con quelle che si dissero armi parlanti, come un orso per gli Orsini di Roma e gli Orseoli di Venezia, un gelso pe’ Moroni, un majale pe’ Porcelletti, un gambaro pei Gambara, un bove pei Vitelleschi, i Bossi, i Boselli, i Cavalcabò, le coste pei Costanzo, la carretta pei Del Carretto, pei Canossi un cane coll’osso in bocca, per gli Scaligeri la scala portante un’aquila. Il vulgo pure volle avere i suoi stemmi, e il tesserandolo e il merciajo adottava un’insegna che di padre in figlio trasmetteasi con sollecita cura di conservarla incontaminata.
I nostri videro il lusso orientale, e si proposero imitarlo; la seta si propagò, e i tessuti serici di Damasco e quelli di pelo di camello ne eccitarono l’emulazione; a Venezia s’imitarono i Vetri di Tiro, e ben presto si fabbricarono specchi di cristallo e conterie; si conobbero i lavori a cesello e all’agiamina, l’applicazione dello smalto; e l’oreficeria ebbe grande esercizio nello incastonare le tante gemme e ornare le tante reliquie tolte all’Oriente.
Esteso il viaggiare non a soli negozianti ma a moltitudini innumere, vennero sotto gli occhi altri costumi, la qual cosa chi non sa quanto serva a digrossare i proprj? I Settentrionali in Italia trovavano civiltà ben più raffinata; a Bologna udivano leggere le Pandette, in Salerno e a Montecassino scuole mediche, in Sicilia e a Venezia regolati governi, e i cittadini congregati dar l’assenso alle deliberazioni del doge; e Giacomo di Vitry, storico di quelle imprese, ammirava questi Italiani, segreti ne’ consigli, diligenti, studiosi nel procurare le pubbliche cose, provvidi del futuro, repugnanti da ogni giogo, di loro libertà acerrimi difensori. Anche i nostri avevano di che imparare sia dalla civiltà greca ancora in piedi, sia dall’araba allora fiorente, sia anche dal regolare governo istituito dalle Assise di Gerusalemme.
I metodi allora introdotti dalla Chiesa per raccorre la decima e le limosine servirono di scuola per esigere le tasse meno arbitrariamente. E poichè a queste aveano dovuto sottoporsi anche gli ecclesiastici, s’imparò a farli coadjuvare alle pubbliche gravezze.
Romanzi e novelle a josa passarono dall’Asia in Europa, eccitando e pascendo le giovani immaginazioni. La filosofia si valse di quanto le aveano aggiunto le scuole arabe; la medicina, se non metodi, adottò farmachi orientali, droghe nuove, nuovi composti; razze di cavalli arabi, cani da caccia vennero portati; e se Federico II ebbe elefanti a sola pompa, i Pisani si valsero dei camelli per coltivare la fattoria di San Rossore, dove ancora non sono dismessi. La cannamele avea ristorato la sete de’ Crociati, che la trapiantarono in Sicilia, donde passò in Ispagna, e di quivi a Madera e all’America, per procacciarci uno de’ condimenti oggi più usitati, lo zuccaro. Certe cipolle di Ascalona, certe prugne di Damasco allora arricchirono i nostri giardini; e se a torto si crede venuto di là il granoturco[427], v’imparammo l’uso dell’allume, dello zafferano, dell’indaco. Vorrebbe credersi che la vista degli aerei edifizj orientali e degli emisferici greci producesse l’ordine gotico, certo esteso in quel tempo; e i furti fatti da Pisa, Genova, Sicilia, Venezia ridestarono l’amore delle arti belle, che, compostesi a quegli esemplari, s’accostarono ai segni dell’eleganza.
Tanto movimento di popolo aumentò la marineria, del che principale vantaggio trassero gl’italiani, i quali lautamente guadagnarono dal trasportare i Crociati, poi stabilirono banchi su tutte le coste della Siria, del mar Jonio e del Nero, e convennero di vantaggiosi privilegi nelle terre sottomesse. Le navi si migliorarono[428], e a’ lenti tragitti per terra si surrogarono i viaggi per acqua. A vantaggio de’ pellegrini si stesero itinerarj, che, se erano dettati dall’entusiasmo, valsero però tanto quanto a migliorare la geografia[429].
Continue relazioni mantenne l’Italia coll’Oriente, e ne sono piene le cronache piemontesi di Benvenuto da San Giorgio; le famiglie più insigni legarono parentadi coi principi levantini, e sei ne avvennero tra i marchesi di Monferrato e gli imperiali di Costantinopoli; il titolo di re di Gerusalemme e di Cipro ornava i duchi di Savoja prima che altro regio acquistassero. Gli stabilimenti italiani colà durarono più che quelli d’altra qualsiasi gente, e in modo si diffusero, che l’italiano era lingua comune de’ traffici sulle coste.
Lasciam dunque ad altri deridere ciò che eccitò l’entusiasmo di due secoli; e non crediamo inutili queste imprese, che diedero tanto stimolo al sentimento, alla curiosità, all’immaginazione.
FINE DEL TOMO SESTO E DEL LIBRO OTTAVO
INDICE
LIBRO OTTAVO
Capitolo LXXXI. Origine dei Comuni pag. 1 » LXXXII. Effetti dei Comuni. Nomi e titoli. Emancipazione dei servi » 60 » LXXXIII. I Comuni lombardi. Lotario II e Corrado III imperatori. Ruggero re di Sicilia. Arnaldo da Brescia » 88 » LXXXIV. Federico Barbarossa » 112 » LXXXV. Ordinamento e governo delle Repubbliche » 153 » LXXXVI. Ultimi Normanni in Sicilia. Enrico VI » 218 » LXXXVII. Innocenzo III. Quarta crociata. L’impero latino in Oriente » 242 » LXXXVIII. Ottone IV. Sviluppo delle Repubbliche, e secondo loro stadio. Nobili e plebei in lotta. Guelfi e Ghibellini » 268 » LXXXIX. Frati. Eresie. Patarini. Inquisizione » 313 » XC. La Scolastica. Efficacia civile del Diritto romano e del canonico. Le Università. Le Scienze occulte » 356 » XCI. Federico II. Seconda guerra dell’investitura » 415 » XCII. Fine degli Svevi e della seconda guerra dell’investitura » 472 » XCIII. I Mongoli. — Fine delle crociate e loro effetti. Gli stemmi » 507
NOTE:
[1] SAVIGNY, _Storia del Diritto romano_; — PAGNONCELLI, _Dell’antica origine e continuazione dei governi municipali in Italia_, 1823 — RAYNOUARD, _Histoire du droit municipal en France_, 1838.
[2] È l’opinione del Leo, _Entwickelung der Verfassung der lombardischen Städte bis zu Friedrich I_, 1824; del RAUMER, _Ueber die staatsrehtlichen Verhältnisse der italienischen Städte_; dell’EICHHORN, di EKSTEIN, di BEHLMANN-HOLWEG, _Ursprung der lombardischen Städte Freiheit_, 1846, in confutazione del Savigny, dell’Hegel ecc. Fra i nostri la sostennero Cesare Balbo e Carlo Troya. Secondo questo, i Romani spossessati da Autari mai più non entrarono nel Comune; bensì i Romani giustinianei e teodosiani, cioè quelli sopravissuti in paesi ove si mantennero in vigore il diritto giustinianeo e il teodosiano; ma neppur questi mai non si pareggiarono ai dominatori, fin al tempo di Ottone I, quando tolsero la superiorità ai Franchi; talchè non ricuperarono i diritti antichi, ma acquistarono quelli dei vincitori.
[3] Dissi _quasi_, acciocchè non ci si opponga qualche menzione di comunità. Nel 764, un Crispino fonda e dota la chiesa di San Martino d’Ussiano, lasciandone il patronato ai vescovi di Lucca; e nel descrivere i confini dei beni dice: _Alia petiola de terra mea, qui est similiter tenente capite uno in via publica et in ipso rivo Caprio, et vocitatur ad Campora _communalia__. Ma era il Comune de’ vinti, o quel de’ vincitori? Più conchiuderebbe il diploma dell’imperatore Lamberto (_Antiq. M. Æ._, VI. 341) che a Gamenulfo vescovo di Modena nell’898 concede e conferma tutti i beni, e la giurisdizione sui medesimi anche nella città, soggiungendo: _Sancimus etiam pretaxate ecclesie, juxta antecessorum nostrorum decreta, loca in quibus predicta civitas constructa est, stabilia maneant cum cancellariis, quos prisca consuetudo prefate ecclesie de clericis sui ordinis ad scribendos sue potestatis libellos et feothecarios habeat; vias quoque, portas, pontes, et _quicquid antiquo jure eidem civitati ac curatoribus reipublice solvebantur_, nostra vice liberam capiendi debitum ex eis censum habeat potestatem..._ Qui respublica parmi abbia il senso che sotto gl’imperatori romani, ed equivalga al fisco. Anche Lodovico II nell’852, confermando alla chiesa di San Lorenzo di Giovenalta nel Cremonese il mercato, l’acquedotto e altri diritti, comanda che _nulla quelibet persona aut quislibet reipublice minister ullam contrarietatem facere presumat_ (Antiq. M. Æ., II. 868). Merita pure riflesso la costituzione di Carlo Magno del 787, dove conferma il dazio da pagarsi ai porti, già istituito da re Liutprando, stabilendo quel che dovranno pagare il vescovo di Comacchio, _et ceteri homines fideles nostri Comaclo civitate commanentes_, sottraendoli dalle eccessive esigenze dei Mantovani: ivi i Comacchiesi sono sempre trattati in corpo, non come individui, nè come spettanti a un signore.
[4] Vedilo nel Canciani; e giudicato dal Savigny, V. 132. Hennel ne scoperse una nuova copia nella biblioteca di Sangallo, che è desiderabile venga pubblicata. Il signor Bunturini promise una nuova lezione assai migliorata del testo udinese, che noi potemmo esaminare. C. HEGEL (_Gesch. der italienischen Städtefreiheit_, Lipsia 1847) attribuisce quel documento alla Curia Retiense cioè al paese de’ Grigioni.
[5] Uno de’ più antichi esempj raccolgo dal _Codice diplomatico bresciano_, ove nel 781 Carlo Magno a Radoara badessa di San Salvadore in Brescia conferma i possessi _sub immunitatis nomine; quatenus nullus judex publicus ibidem ad causas audiendas, vel freda exigenda, seu mansiones vel paratas faciendum, nec fidejussores tollendum, nec nullas redibitiones publicas requirendum, judiciaria potestas quoquo tempore ingredere nec exactare non presumat_.
Poi nell’822 Lodovico imperatore alle monache stesse, conforme alla carta d’immunità concessa da suo padre, ordina che _nullus judex publicus, vel quislibet ex judiciaria potestate in ecclesias aut agros et loca et reliquas possessiones, ad causas audiendas, vel freda exigenda... ingredi audeat; sed liceat conjugi nostrae_ (Giuditta) _atque successores ejus cum omnes fredos concessos, et cum rebus_ VEL HOMINIBUS LIBERIS _seu comendatis ad idem monasterium pertinentes, sub immunitatis nostrae defensione quieto ordine possidere_.
[6] Vedi qui sopra la nota 3.
[7] Espone che il vescovo mandò a lui dicendo, _eandem urbem hostili quadam impugnatione devictam, unde nunc maxime sævorum Ungarorum incursione et ingenti comitum, suorumque ministrorum oppressione tenebatur, postulantes ut turres et muri ipsius civitatis rehedificentur studio et labore præfati episcopi, suorumque _concivium_, et ibi confugentium sub defensione ecclesiæ beati Alexandri in pristinum rehedificentur, et deducantur in statum_. Alle quali suppliche annuendo, egli stabilisce che sia ricostrutta _civitas ipsa pergamensis, ubicumque prædictus episcopus et _concives_ necessarium duxerint... Turres quoque et muri, seu portæ urbis... sub potestate et defensione supradictæ ecclesiæ et prænominati episcopi suorumque successorum perpetuis consistant temporibus; domos quoque in turribus, et supra muros ubi necesse fuerit, potestatem habeat aedificandi, ut vigiliæ et propugnacula non minuantur, et sint sub potestate ejusdem ecclesiæ beati Alexandri. Districta vero omnia ipsius civitatis, quæ ad regis pertinent potestatem, sub ejusdem ecclesiæ tuitione, defensione et potestate predestinamus permanere etc._ Ap. LUPO, lib. II. Merita troppo poca fede l’Odorici perchè si accolga il documento del 13 maggio 909 da lui pubblicato, ove re Berengario riferisce che Troilo Volungo e Pamfilo de Lanternis(?) _legati_ COMUNITATIS NOSTRÆ _de Lonato comitatus Brixiæ_ gli esposero i danni recati dagli Ungheri, e a nome dell’arciprete Lupo, del clero, di tutta la plebe di quel luogo, imploravano che, sovrastando ancora la rabbia de’ Barbari, possano costruire fortezze e mura a difesa de’ fedeli e delle cose sante; il che egli concede.
[8] Vedi MORIONDI, _Monum. Aquensia_, I. 7. 9. 14. 21. 26; — GIULINI, II. 340. 353; — LEO, _Vicende delle costituzioni delle città lombarde_, part. III. § 2.
[9] Ottone I al vescovo Anpaldo di Novara nel 969 concedeva la giurisdizione della città e d’un circuito di 24 stadj, vietando _ne aliquis ejusdem civitatis quandocumque habitator, murum ipsius civitatis ad portas vel pusterulas faciendas sine episcopi jussu frangere præsumat_.
Nel 1013 già Novara era in grado di resistere ad Arduino marchese d’Ivrea, e nel 1110 ad Enrico V, e Ottone di Frisinga al tempo di Barbarossa la qualificava _non magna, sed muro novo et vallo non modico munita_.
[10] _Monumenta Historiæ patriæ_, Chartarum II. 49.
[11] _Antiq. M. Æ._, VI. 47; AFFÒ, II. 13.
Del 1037 Corrado conferma al vescovo d’Ascoli la donazione di Ottone: _Omnem terram sui episcopii, tam ad matricam ecclesiam pertinentem infra et extra civitatem suam, quam ad ceteras capellas sive monasteria... Monetam etiam in civitate construere... et quidquid ad regiam censuram et potestatem nostram pertinet, transfundimus in ejus et successorum illius jus et dominium._ Lo conferma nel 1045 Enrico re ad altri. _Archivio capitolare d’Ascoli._ Vedi _Giornale Arcadico_, vol. XLIII.
[12] TIRABOSCHI, Storia della badia di Nonantola, II. 188: _Confirmamus tam mutinensi ecclesiæ quam ejus civibus universos bonos usus quos antiquitus habuerunt._
[13] _Prædictum districtum et aquam ac ripam Padicam omni theloneo seu curatura atque ripatico a Dulpariolo usque ad caput Adduæ, cunctasque piscationes cum molendinorum molitura et navium debito censu, et omnes rectitudines et redibitiones et forum seu ceteras consuetudines, et vias publicas, et cætera quæ in præceptis et notitiis antecessorum nostrorum continentur._ Ap. CAMPI, _Hist. eccl._, I.
[14] _Antiq. M. Æ._, I. 708. E nel 1084 concedeva al monastero di San Zenone a Verona _liberos homines, quos vulgo arimannos vocant... cum omni debito, districtu, actione atque placito_.
Al 2 luglio 1070 Enrico IV re dona alla chiesa di Vercelli il Casale coll’arimannia, e con tutto il servizio del contado Odalingo con tutti gli arimanni, e del contado Albalingo con tutti gli arimanni, Ocesingo con tutti gli arimanni, e così Momelerio, Selvolina, Redingo _cum omnibus arimannis_. _Monum. hist. patr._, Chartarum I. p. 622.
[15] _Nullam deinceps vel eorum filii aut descendentes publicam functionem vel angariam, seu ullum servitium aut ullam districtionem cuique hominum faciant, vel usque in perpetuum persolvant; sed sub potestate pretaxati monasterii perenniter permaneant, præter nostrum regale fodrum quando in regnum istum devenerimus, et sculdassiam quam comitibus suis singulis annis debent._ Ap. LUPO, lib. II.
[16] D’ARCO, _Nuovi studj intorno all’economia politica del municipio di Mantova_, 1846.
[17] Paragonisi la nota 12.
[18] Di fatto Lotario II nel 1133 attribuiva a questa città _arimanniam cum rebus communibus ad mantuanam civitatem pertinentibus_. Del 1056 si ha l’investitura _Elisei episcopi Mantuæ facta communi et universitati et hominibus Mutuæ de tota aqua Padi_: al qual uopo due _sindaci et procuratores communis_ pagarono ad esso vescovo quaranta lire imperiali per essere investiti di quel diritto. Altrove i nobili erano detti Lombardi; per es. negli statuti di Pisa, lib. I. rubr. 109: _Non patiemur aliquem vel filium militis vel nobilem vel lambardum etc._; nel registro dei censi della chiesa romana: _Quidam milites, qui dicuntur Lambardi_; e ap. TARGIONI TOZZETTI, _Viaggi_, I. 89, ove _Cattani et Lambardi de la Quercinola, Lambardi de Aquaviva etc._
[19] _Legge_ XXXI delle aggiunte alla Longobarda, e la IV delle _Leggi longobarde_.
[20] CAMPI, _Hist. eccl._, I. 480.
[21] _Antiq. M. Æ._, I. 1020 e 493.
[22] _Monum. Hist. patriæ_, Chart. II. 191.
[23] _Ut omnes homines possint cum fiducia cambiare et vendere et emere, juraverunt omnes cambiarii et speciarii, qui ad cambium vel species stare voluerint, quod ab illa hora in antea non furtum faciant nec treccamentum aut falsitatem, infra curtem Sancti Martini, nec in domibus illis in quibus homines hospitantur... Sunt etiam insuper qui curtem istam custodiunt, et quicquid male factum fuerit, emendare faciunt._
[24] LUPO, _Cod. dipl. Berg._, tom. II. 621 e 773.
[25] TARGIONI TOZZETTI, _Viaggi_, I. 143.
[26] _Breve recordacionis de concordia hominum Clavennatum et Pluriensium. Jurare debent quatuor homines de Clavenna et de Pìuri de guidare comune de Clavenna et de Pluri et eorum bona et personas bona fide, sine fraude in pace et in guerra; et de illis rebus quæ venient eis inter manus _per istam consulariam_ non facient furtum, nec consentient facienti; et illud quod remanebit in fine suæ consulariæ de quæstu quod ipsi fecerint, partientur inter Clavennates et Plurienses, ita scilicet ut Clavennates habeant tres partes, et Plurienses quartam sine fraude: et si dispendium fuerit factum pro comuni de Clavenna, sine fraude illi de Pluri solvere debeant quartam partem et Clavennates tres partes etc._
È citato nella decisione che Anselmo Dell’Orto, console di Milano nel 1155, diede sopra una quistione fra i consoli di quei due luoghi; riportata dal padre Allegranza, _Dell’antico fonte battesimale di Chiavenna_. Venezia 1765.
[27] Il più antico statuto che si conosca fatto da una corporazione in Lombardia sarebbe dell’835, con cui alla corte imperiale di Castelvetere, donata a Santa Maria di Cremona, i canonici di questa dettano statuti; che nessun uomo di quella venda o tenga albergo o taverna senza licenza loro, pena trenta soldi: non tener giuoco o bisca o meretrice; non rubare; non accoglier pubblico bandito o ladro; e si stabilisce la pena per chi ferisca in rissa, tiri pei capelli, faccia adulterio, guasti una fanciulla. I quali statuti furon letti in presenza di molti uomini di Castelvetere, e ricevuti e giurati da essi. — È pubblicato dall’Odorici nell’_Archivio storico_, nuova serie, tom. II., pag. 39, ma potrebbe esser falso come altri di quella provenienza.
Un de’ primi atti di Comune sarebbe quello che cita esso Odorici al 969, in cui re Ottone al Comune ed università di Maderno, nel Bresciano presso al Benáco, che aveangli mandato deputati per chieder la conferma della loro immunità, rimette tutti gli ossequj, usi, dazj che ai predecessori suoi soleano retribuire, assolvendo i Madernesi da ogni nodo di servitù, dando facoltà di pesca e caccia per tutto il lago e di farvi quel che credono, e considerandoli liberi con tutte le loro adjacenze, vigne, oliveti, campi colti e incolti, mobili ed immobili, telonei, ripatici, ostiatici; volendo che tutte queste cose vengano in diritto e proprietà d’esso Comune e università di Maderno in perpetuo. Peccato che l’Odorici non garantisca abbastanza i documenti che produce: affinchè, s’egli non è uomo da ingannare, assicurasse pure che non venne ingannato.
[28] Sotto l’896, Landolfo seniore indica che ad ognuna delle sei porte di Milano i Romani avessero formato di quelle opere di difesa, che essi chiamavano _procestre_ o _clavicule_, e noi _rivellini_; e li dice altissimi e di pianta triangolare. Senza credere appartengano ai Romani, se ne induce, primo, l’antichità di tali fortificazioni, che alcuni vorrebbero inventate solo nel XV secolo; secondo, che la città non doveva essere stata rasa affatto da Uraja, come ci vogliono dare a credere, se trecent’anni dipoi v’aveva mura sì antiche da non ricordarsene la costruzione.
[29] DANDOLI, _Chron._, lib. VIII. c. 16.
[30] _Antiq. M. Æ._, diss. II.
[31] _Monum. Hist. patriæ_, Chart. II.
[32] _Monum. Hist, patriæ_, 998.
[33] _Arch. diplom. sienese, Pergamene_, n. 14 e 21.
[34] _Constitutiones quas habent de mari sic iis observabimus, sicut illorum est consuetudo. Nec marchionem aliquem in Tuscia mittemus sine laudatione hominum duodecim, electorum in colloquio facto sonantibus campants._ Antiq. M. Æ., diss. XLV.
_Incipit prologus constitutionum Pisanæ civitatis. Nobis Pisanorum consulibus, constituta facientibus æquitashortando suasit, omnibus ea scire atque intelligere volentibus, originem ipsorum et causam atque nomen exponere, ne, ut ita dixerimus, quasi illotis manibus, nulla præfatione facta, ex improvisu ad ipsa perveniant._