Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)

Part 34

Chapter 343,667 wordsPublic domain

E qui finiscono le crociate. Le ampie conquiste in Oriente trovavansi compendiate nella città di Acri, nella quale accoglievansi i rappresentanti de’ re di Gerusalemme, di Cipro, di Sicilia, di Francia, d’Inghilterra, d’Armenia, i principi d’Antiochia e di Galilea, i conti di Giaffa e di Tripoli, il duca d’Atene, il patriarca gerosolimitano, i cavalieri del santo Sepolcro, del Tempio, di san Lazzaro, il nunzio del papa, e Genovesi, Veneti, Pisani. Ognuno aveva palazzi e quartiere, dove vivea indipendente e colle proprie leggi ritornate personali, sicchè ben cinquantotto tribunali esercitavano diritto di sangue; pel qual tenore ciascuno comandava, nessuno obbediva. Opposti anche d’interessi, agitavano incessanti discordie: spesso un litigio nato a Pisa o in Ancona, combattevasi da una all’altra delle case d’Acri, ridotte in fortezze.

Un Veneziano batte un ragazzo genovese, i Genovesi l’han per pubblico oltraggio, e assalito il quartiere dei Veneziani, quali feriscono, quali fugano. Questi preparavansi alla rappresaglia, ma qualche prudente sopì quel fuoco. Però, come se ne intese in Genova: «dissero tutti: _Ora ne sia preso tale vendicamento, che mai non sia obliato;_ le donne dissero ai loro mariti: _Noi non vogliamo più niente di nostre doti, nè per morte nè per vita; spendetelo per la vendetta;_ e le pulcelle dissero ai loro padri, ai loro fratelli ed agli altri parenti loro: _Noi non vogliamo mariti: tutto ciò che ci dovreste donare per dote, spendetelo per vendicarci de’ Veneziani, e voi sdebitatevene portandoci le loro teste_»[417]. Fu dunque armata una spedizione: una nave veneta, che un Genovese avea compra dai pirati, è presa e ripresa, e tutto va a chi peggio: tredici navi arrivate da Venezia bruciano le genovesi sprovvedute nel porto, e ajutate da’ Pisani e Marsigliesi respingono altre galee venute in soccorso de’ nemici, ne guastano le canove, i palazzi e una mirabile loro torre, di cui molte pietre spedirono in patria. Il papa s’intromise di pace; ma le ire coperte non estinte divamparono allorquando i Genovesi ebbero ottenuto nella ripigliata Costantinopoli i quartieri e i privilegi che prima erano goduti dai Veneziani. I quali tanto fecero, che stornarono dai Genovesi l’animo di Michele Paleologo, e rinnovarono con esso amicizia.

Lottanti fra sè, tutti si trovavano deboli a fronte de’ Musulmani; mentre Europa, disingannata da tanti tentativi falliti, assorta in interessi _più positivi_, cioè egoistici, pensava a tutt’altro che soccorrerli. Frattanto i Musulmani procedevano, e l’emir Kalif Ashraf pose assedio ad Acri, ultimo asilo della croce. Papa Nicola IV raddoppiò di zelo in provocare a soccorrerla; Parma vi spedì seicento persone, alquante le altre città, e per trasportarle Venezia dispose venti galee, sette ne prometteva Giacomo re di Sicilia; soccorsi parziali e perciò inadequati; e dopo lunga resistenza anche Acri fu espugnata (1291). Vuolsi che trentamila Cristiani vi fossero sgozzati; la badessa di Santa Chiara, veneziana, persuase le sue monache di troncarsi le narici per sottrarsi alla libidine e ai harem de’ Musulmani; le navi genovesi poterono salvare alquanti, fra cui il re di Cipro; altri rifuggirono a Venezia, che gli accoglieva nella nobiltà; e ne’ paesi consacrati dalle memorie di Cristo più non risonò se non — Non v’è altro dio che Dio, e Maometto è suo profeta».

All’annunzio di quella disgrazia, che pur doveasi aspettare e poteasi prevenire, gli Europei e massime gl’italiani ulularono di tardo dolore e sgomento, e Bonifazio VIII ritentò una crociata. Ma più non erano i tempi quando la pietà e la speranza del paradiso eccitavano l’entusiasmo; quando i papi parlavano ai monarchi in nome del Cielo sdegnato, rinfacciandone le colpe, e imponendo prendessero la croce per espiarle; anzi i re, tutt’assorti nel grande impegno di mozzare l’autorità pontifizia, rifuggivano dal secondare imprese che l’avrebbero accresciuta o almeno attestata. Solo i Genovesi, per redimersi dall’interdetto, gli diedero ascolto, e le donne, quasi a raffaccio degli uomini, assunsero la croce e l’armi. L’impresa svampò, ma Genova conservava fin testè nel suo arsenale le armadure di quelle eroine, e nell’archivio le congratulazioni del papa.

Dopo d’allora, alla crociata, come impresa comune dell’Europa, più non si pensò da senno. Bensì i Genovesi verso il 1300 ne prepararono una contro i corsari barbareschi, ma fu uno stuzzicarli; e moltissimi navigli uscirono d’Africa alla vendetta, e intercettarono lungamente il commercio. Qualche parziale tentativo si rinnovò, e nel 1345 specialmente si eccitarono i Cristiani contro i Saracini, e molti miracoli vennero raccontati. Dicevasi che presso la città d’Aquila fosse apparsa Nostra Donna col Bambino in grembo avente in mano una croce, e ciascuno potè vederlo più fulgido del sole, e tutti i fanciulli che in quel giorno vi nacquero erano segnati d’una crocetta sulla spalla diritta. Ciò mosse molti a voler combattere gl’Infedeli, e frà Ubertino de Filippi vi rinfocava la gioventù fiorentina, e molti lo seguirono in Siria, tra cui frà Francesco da Carmignano ingegnere e dieci altri Domenicani. Ivi oppugnarono non sappiam bene quale città, e sostennero fra altre una battaglia presso Tiberiade contro più d’un milione di Musulmani: s’aggiunge che un’apparizione di san Giovanni Battista confortò i Cristiani al vincere: e i cadaveri de’ nostri si riconosceano dall’apparire sul capo di ciascuno un fuscelletto portante un fiore bianco a modo d’ostia, attorno al quale si leggea cristiano; e sopra di loro si udirono cantar versi dolcissimi e _Venite, benedicti patris mei_[418].

Di buon’ora i frati Francescani eransi piantati in Terrasanta, e vi si mantennero a custodia del santo sepolcro anche dopo ricaduto in man dei Turchi: nel 1212 Ahmed-scià sultano dava loro il diritto di rimanervi, e l’anno appresso Omer permetteva ristaurassero la chiesa di Betlem. Roberto re di Napoli volle che questa loro dimora divenisse legittima, e a denari nel 1342 comprò dal sultano il diritto che i Francescani dimorassero in perpetuo nella chiesa del santo sepolcro, e vi celebrassero gli uffizj divini: del che si fece carta, ove ad esso re e a Sancia moglie sua son pure conceduti il cenacolo e la cappella dove Cristo si mostrò a san Tommaso; la qual Sancia sul monte Sion fe costruire una casa, in cui mantenere a sue spese dodici Francescani[419].

Nel 1386 il re di Cipro, d’accordo col granmaestro di Rodi, volendo metter fine alle piraterie degli emiri di Siria e del sultano, stanziò d’assalire Alessandria; e i Veneziani lo secondarono, sì per le istanze del papa, che per la speranza di assicurarsi quel commercio senza le umiliazioni cui erano ridotti. Di fatto Alessandria fu presa, arsa la flotta egizia; ma il sultano ricomparve ben tosto, sicchè i Cristiani furono costretti ritirarsi, poche ricchezze trasportando seco, e lasciandovi acerbissimo odio, che si sfogò sui nostri colà dimoranti e sulle merci di Venezia, la quale così ebbe guasti i proprj traffichi.

Soli i pontefici mai non gettarono ogni speranza di liberare Terrasanta, e questo fu il tema di declamazioni poetiche e qualche volta di ragionate scritture. Fra gli altri, Marin Sanuto, cronista veneto, vide il vero quando annunziò che ruina degli stabilimenti cristiani in Palestina erano i sultani d’Egitto, e che potenza di questi era il commercio nell’India, lo perchè consigliava ad esaurirne la fonte. A tal uopo viaggiò cinque volte nell’India, e se altro non potè, trasse notizie sui paesi del Mezzodì e del Levante. Il suo libro _Secreta fidelium Crucis_ (1321), cui aggiunse un planisfero, divise in tre parti ad onore della Trinità, e perchè tre sono le maniere efficaci di rimettersi in salute, il siroppo preparatorio, la medicina opportuna, il regime. Alla crociata vuole egli persuadere, non più per entusiasmi devoti, ma da mercante ed economista; onde ai testi soggiunge la lista delle spezie che traggonsi per via di Terrasanta, quanto costino, quanto il trasporto: la migliore opportunità gli sembra uno sbarco in Egitto, che con dieci galee crede potersi bloccare; e chiuso quello, l’islam è ferito nel cuore. Divisa appienissimo uomini, viveri, denaro, sempre intento a ringrandire Venezia, di cui dev’essere tutta la flotta, e i cui marinaj crede soli capaci a guidar le navi tra i bassi canali del Nilo: designa la forma e struttura delle galee imbattagliate e delle navi da trasporto, alcune incamattate, o come oggi diciamo, mantellate: descrive minutamente i mangani colle dimensioni e proporzioni, e le balestre lontanarie; l’esercito di sbarco sommi a quindicimila fanti, trecento cavalieri. I precetti circa gli accampamenti desume da Vegezio e da Cesare: dimostra pratica nell’arte delle fortezze, secondo l’età sua, e ne dà saggio in una graziosa parabola. La spesa sarebbe tornata a quattordici milioni[420]; e tale disegno offrì alla sua patria e a tutte le corti, e n’ebbe lode e trascuranza.

Guido da Vigevano, medico di Enrico VII imperatore, nel 1335 stese precetti igienici e militari per difendersi dai Saracini e assalirli[421]. Frà Filippo Bruserio da Savona, professore di teologia a Parigi, da Benedetto XII spedito nel 1340 ambasciadore a Usbek kan del Capciac, con Pietro dall’Orto e con Alberto della colonia di Caffa, per impetrare la libera predicazione del cristianesimo attorno al mar Nero, scrisse il _Sepolcro di Terrasanta_, esponendo i mezzi di ricuperarlo. È notevole che i primi trattatisti d’arte militare ne davano per titolo il ricupero della Palestina, quasi il solo che potesse scusare quel feroce sviluppo della forza e dell’ingegno: Antonio da Archiburgo trentino nel 1391 stese su ciò un trattato, or manoscritto nella biblioteca nazionale di Parigi; Lampo Birago milanese, protetto da Francesco Sforza, propose una crociata tutta d’italiani, con milleducento cavalli, quindicimila fanti e cinquemila cavalleggieri forestieri, che sbarcata in Morea suscitasse i popoli, e in due o tre anni compirebbe l’impresa[422].

Dante querelava i suoi contemporanei che il sepolcro di Cristo lasciassero in man de’ cani, e che esso «poco toccasse ai papi la memoria»[423]; e colloca in paradiso Goffredo, Cacciaguida ed altri Crociati. Petrarca esortò alla crociata nella canzone — O aspettata in ciel, beata e bella». Annio da Viterbo nel 1480 predicò a Genova con immenso applauso le future vittorie de’ Cristiani sui Turchi, dedotte da passi dell’Apocalisse. L’Ariosto fra le inesauribili sue celie trovava un accento elevato per mostrare quanto meglio varrebbe il combattere i Turchi che non il nocersi a vicenda i Cristiani. Il Tasso dirigeva a ciò tutto il nobile suo poema, sperando pure che _il buon popolo di Cristo_, tornato una volta in pace, tenterebbe _ritogliere l’ingiusta preda_ al Musulmano. Altri pure innalzavano esortazioni generose e inascoltate.

Chi realmente continuò la guerra contro i Musulmani furono da una parte i Veneziani, fattisi antimurale dell’Europa, che negligeva di sostenerne allora gli sforzi, salvo poi a codardamente vilipenderli; dall’altra i cavalieri del santo Sepolcro, che si ricovrarono prima a Cipro, poi a Rodi, infine a Malta, sempre col voto di non cessar guerra agl’Infedeli. Dappoi la generosità si ridusse negativa e beffarda, fu moda il declamare contro quelle spedizioni che fecero perire tanti uomini inutilmente. Lasciam via che non perirono quanti per le epiche guerre di Roma o per le ambiziose di Napoleone; ma colà morivano volenti e persuasi, non divelti alle case per ordine d’un re, ma lieti di dar la vita in servigio di Dio ed espiazione delle colpe, e affrontare una morte che apriva il paradiso.

I Musulmani erano nemici d’ogni civiltà; conveniva respingerli: sterminavano ferocemente i Cristiani; conveniva punirli: minacciavano di nuova barbarie l’Europa; conveniva prevenirli, assalendoli ne’ loro paesi: e se l’intento fosse riuscito, chi non vede quanto diverse sarebbero procedute le sorti della civiltà?

Già era stato vantaggio il mandare in Asia a sfogare l’umor battagliero que’ tanti che turbavano la patria; predicatori e papi volendo concordare i Cristiani alla santa impresa, condussero qualche pace fra tante battaglie, e la tregua di Dio copriva chiunque avesse preso la croce. Mentre il castellano era ito in Palestina, il villano rimasto a casa respirava dalle oppressioni; ricorreva all’autorità del Comune o del re, invece di quella del feudatario; benchè incatenato alla gleba, il signore non potea vietargli di crociarsi; anzi tanti servi passavano oltremare, che fu imposta la _decima saladina_ a quei che il facessero senza beneplacito del padrone. Anche quelli che v’andavano per obbedire a questo, svincolati dalla schiavitù locale, disabituavansi dalla ereditaria servilità; aveano diviso i pericoli, gli stenti, la gloria del padrone, forse aveanlo salvato dal pugnale d’un Assassino tra le convalli del Libano, o dalla scimitarra di un Turco, o diviso con esso una ciotola d’acqua che gli valse la vita; erano dormiti al suo fianco nell’accampamento, pericolati nella lotta; l’avoltojo del castello erasi fatto vicino al lepre della valle non per isbranarlo ma per congiungere le forze.

Nell’assenza dei baroni, i Comuni s’invigorivano, e strappavano a quelli la prepotenza di qualche antico abuso; o il barone stesso dava in pegno o vendeva il feudo o qualche privilegio per far denari, o morendo li lasciava vacanti. La giustizia era resa con maggior regolarità dal clero, la campagna avea pace, e l’abbassarsi dei nobili spianava la strada ai cittadini: sicchè quelle imprese, spinte dal clero, eseguite dalla nobiltà, realmente fruttarono pel popolo. Esse poi indicavano un miglioramento nella società, poichè non si trattava di conquistare e far servi, ma di procacciarsi la vita eterna e di salvare dall’inferno tanti Infedeli. Di mezzo alle parziali agitazioni della feudalità nasceva un pensiero di gloria, d’avvenire, di santità; lampeggiavano il bello e l’ideale fra i popoli e gli eserciti, i quali correvano a morte per dar trionfo alla verità: preludio dei tempi quando la guerra non si farà che per la pace.

Ambizione, avarizia, altri vizj accompagnarono e rovinarono quelle imprese, ma pure nessun esercito fu più generalmente preoccupato dall’idea morale; il popolo era spinto da sentimento religioso, bene o male interpretato, ma superiore a calcoli personali; nei cavalieri videsi un’umiltà, un’abnegazione, mirabili fra la superbia e l’avidità d’imprese di quel tempo, non gloriandone sè ma Dio; tutti i combattenti riconosceano per fratelli, dacchè tutti la croce segnava. Quando il villano e il signore, il re e il vassallo, il Milanese, il Bretone, il Veneto si associavano nel nome di Cristiani, costumavansi a idee d’uguaglianza. Accanto ai baroni radicati al terreno sorgeva la nobiltà mobile de’ cavalieri chiamati per professione a quanto v’ha di generoso e disinteressato: come in imprese sante, molte paci si facevano in occasione di esse, molte colpe si riparavano: v’andavano anime straziate dai rimorsi a rigenerarsi, o spossate dai disinganni a ripigliar coraggio.

Amedeo VI, nell’atto di salpare da Venezia per Terrasanta, esaminò la propria vita, e si risovvenne d’un Ansermeto Barberi che lungo tempo avea tenuto prigione per furto e che poi fu scoperto innocente, e gli fece dare ducento fiorini d’oro[424]. Veleggiò poi in una galea vagamente dipinta, colla poppa a foglie d’oro e argento; sull’azzurra bandiera di Savoja sventolava l’effigie della Madonna, e su altre la croce d’argento in campo rosso, coi nodi d’amore, emblema d’esso principe, e il teschio del leone, e il cimiero.

Lucia, monaca in Santa Caterina di Bologna, s’avvide che un giovane veniva ogni giorno a mirarla alla tribuna ove sentiva messa, onde non si presentò più che dietro la gelosia. L’innamorato giurò consacrarsi a Dio come la sua cara, e passato in Palestina, s’avventò nelle battaglie. Fatto prigione, e messo ai tormenti perchè rinnegasse la fede, esclamò: — Santa vergine, casta Lucia, se vivi ancora, sorreggi colle tue preghiere chi tanto ti amò; se in cielo ti bei, propiziami il Signore». Appena detto, fu preso da sonno profondo, e allo svegliarsi trovossi catenato, ma in patria e vicino al monastero della sua donna, la quale gli stava allato sfolgorante di bellezza. — Sei tu viva ancora, Lucia?» domandò egli; e quella — Viva sì, ma della vita vera; va e deponi i tuoi ferri sul mio sepolcro, ringraziando Iddio». La casta era morta il giorno ch’egli abbandonò l’Europa[425].

Federico Barbarossa, giovinetto ancora, innamorò di Gela figlia d’un suo vassallo; ed ella rispose di verecondo amore, e non si tenendo degna d’averlo sposo, l’indusse a crociarsi. Sull’addio egli esclamò: — L’amor nostro è eterno. — Eterno», rispose ella, lasciando cascar la testa su quella dell’amante. Egli va, vince e ritorna, e per la morte del padre trovatosi duca, vola alla casa di Gela; ma non vi trova che un viglietto, iscritto: — Tu sei duca, e devi scegliere una sposa da par tuo. Della memoria di essere stata tua un anno, mi godrà l’animo tutta la vita. L’amor nostro è eterno». Erasi resa monaca; e Federico, nel boschetto ove si era congedato da lei, pose la prima pietra della città di Gelnhausen.

A Torre San Donato in val d’Arno fu predicata la croce, e consegnato lo stendardo del popolo a Pazzino de’ Pazzi, il quale raccontano montasse primo sulle mura di Gerusalemme, e da Goffredo avesse in dono tre scaglie del santo sepolcro, colle quali in patria accese il fuoco benedetto, e si conservarono poi ne’ Santi Apostoli, e ne derivò a Firenze la festa dello scoppio del carro (vol. V, pag. 554). Anche nel 1220, «quando fu presa Damiata, l’insegna del Comune di Firenze, il campo rosso e il giglio bianco, fu la prima che si vide in sulle mura per virtù de’ pellegrini toscani, che furono de’ primi combattendo a vincere la terra; e ancora per ricordanza il detto gonfalone si mostra in Firenze per le feste nella chiesa di San Giovanni al Duomo» (VILLANI). A Verona si vuole che i reduci Crociati applicassero i nomi alla montuosa vicinanza verso nordovest, che diconsi Calvaria (_Monte San Rocco_) e Valdomia (_Val Domini_); e dentro Nazaret, Betlem, Monte Oliveto[426]. Alberto vescovo di Brescia portava da Terrasanta un grosso pezzo della santa croce, che chiuso in teca ornata di lamine argentee istoriate, conservasi nel duomo di quella città, dove anche la _croce del campo_, che credesi fosse portata in cima a un vessillo dai crociati in quella spedizione. A San Geminiano in Toscana pretendono che i Baccinelli andassero con altri alla prima crociata, e ritornando, colle spoglie de’ nemici, ergessero una magione di Templari sotto l’invocazione di San Jacobo.

Della credulità si abusò per moltiplicare reliquie, e non fu paese che non volesse averne di Terrasanta; e ciascuna fu autenticata da miracoli, certo non meno credibili delle mille baje che la critica moderna raccoglie ogni dì dalle gazzette, e dalle storie che sulle gazzette si compilano.

Alcuni monaci portarono da Gerusalemme a Montecassino un pezzo del tovagliuolo con cui Cristo asciugò i piedi agli apostoli; e vedendosi poco creduti, il posero in un turibolo, e all’istante divenne color di fuoco, e ne fu tolto intatto, e riposto fra oro, argento e gemme. Altri pellegrini navigando con uno de’ santi chiodi, giunti davanti a Torno sul lago di Como, non poterono più progredire, e dovettero lasciarlo colà, dove si venera ancora. Allorchè Saladino spediva in dono all’imperatore di Costantinopoli la vera croce, un Pisano trovò modo d’involarla, e traversando i mari a piede asciutto, la recò alla sua patria: ma un Dondadio Bo Fornaro genovese diceasi aver trovato in una nave di Veneziani essa croce, e toltala per arricchirne la sua città; e questi doppj sono vulgare soggetto d’epigrammi. L’anno che Acri fu presa, parve che la santa casa dove Cristo era cresciuto sdegnasse rimanere in una terra contaminata da Infedeli, e da Nazaret fu dagli Angeli trasportata a Tersacto di Dalmazia: statavi tre anni, eccola trasferita di qua dall’Adriatico, e deposta in una macchia sui poderi di una Lauretta di Recanati: i pastori la mattina trovarono quest’edifizio dove mai non n’aveano veduto, e tosto cominciò affluenza di forestieri e di doni, tanto che là presso si fondò una città detta Loreto.

Roma fu piena di devoti cimelj, ed oggi ancora i sacristani vi riportano continuamente coi loro racconti ai tempi delle crociate e ai portenti compilati nel libro de’ _Sette Viaggi_. Padova tiene le spoglie di tre degli Innocenti, di Levante portate dal beato Giuliano in Santa Giustina. L’altare di santo Stefano a Cremona fu consacrato il 1141 col porvi alcun che de’ vestiti di Maria Vergine, della porpora onde fu beffeggiato Cristo, del legno della croce, del santo sepolcro. A Bologna fra Vitale Avanzi depose una delle idrie in cui Cristo mutò in vino l’acqua, e ogn’anno esponevasi nella chiesa de’ Servi la prima domenica dopo l’Epifania: un altro di quei vasi era nella certosa di Firenze. Genova nella crociata dalla Licia portò il corpo del Battista, e da Cesarea il sacro catino in cui fu operata la consacrazione nell’ultima cena; dal prode Montaldo, che l’avea ottenuta dall’imperatore Giovanni Paleologo, ebbe in dono l’effigie di Cristo, fatta fare da Abgaro re di Edessa, veneratissima in San Bartolomeo, benchè anche Roma si vanti tenerla. A un Lucchese ito a Gerusalemme vien rivelato in estasi che il volto santo ed altre reliquie del Salvatore giaciono ignorate nella cattedrale di Lucca, dove rinvenute, furono poste in devota venerazione. Non taciamo il santo latte a Montevarchi, donato a Guido Guerra da Carlo d’Angiò; sul quale diceva un valente scrittore che «la fede è buona, e salva ciascuno che l’ha; e chi archimia sì fatte cose, ne porta pena in questo e nell’altro mondo».

I Pisani vollero dormire dopo morti entro terra della Palestina, e ne trasportarono di che empire il loro cimitero. I Veneziani recarono da Scio il corpo di sant’Isidoro, collocandolo in San Marco, dove anche la pietra dell’altare della cappella del battistero; da Cefalonia san Donato, ch’è in Santa Maria di Murano; da Costantinopoli santo Stefano, san Pantalèone, san Giacomo, e l’altre reliquie onde sono ricchissimi San Giorgio e San Marco. Il cardinale Ugolino, che poi fu papa Gregorio IX, persuase il doge a fabbricare nelle lagune Santa Maria Nuova di Gerusalemme, a memoria d’altra del titolo stesso, allora occupata dai Musulmani.

D’altro genere reliquie piacquero agl’italiani, i capi d’arte della Grecia e dell’Asia. Già era costume a Veneziani, Pisani e Genovesi trasportarne; e le loro cattedrali, cominciando fin dalla vetustissima di Torcello, furono, si può dire, fabbricate con avanzi antichi. Si estese quest’usanza nelle crociate, e massime da Costantinopoli i Veneziani trassero insigni lavori, fra i tanti che andarono perduti in quel fatto; e i cavalli della facciata di San Marco, e i leoni dell’arsenale, le colonne di San Marco e Teodoro sono trofei di buon gusto e di violenza.

Alle crociate si riferiscono pure molte fondazioni di spedali per lebbrosi e pellegrini; e buon numero ne alloggiava in Genova la commenda di San Giovanni in Pre, del pari che l’ospedale di San Lazzaro, cui arrivavasi per l’unica via che allora sboccasse in Polcevera, e un altro in Savona.