Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)

Part 33

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Clemente IV domandò Corradino, che, come scomunicato, doveva giudicarsi dalla Chiesa[407]; e avendo preso malavoglia dell’ambizione e della violenza di re Carlo, in quel giovane vedeva forse un pegno e uno spauracchio prezioso. Per ciò stesso doveva rifuggire Carlo dal consegnarglielo; e pare trovasse modo di sgomentare Corradino sul trattamento che gli destinerebbero questi preti, inesorabili alla sua casa, e di persuaderlo ad affidarsi alla sua reale clemenza. Di fatto il giovinetto confessò d’aver peccato contro la santa madre Chiesa; Ambrogio Sansedoni di Siena, predicatore nominato e santo, andò al pontefice, e sebbene avesse preparato un eloquente discorso, s’avvide dell’efficacia della semplicità, e non fece che prostrarsi, ricordargli la parabola del Figliuol prodigo, poi: — Santità, Corradino manda a dirvi, _Padre, ho peccato avanti ai cieli e a te_, e chiede umilmente la remissione del suo fallo per la misericordia ch’è in te». Il pontefice, tocco nel cuore dalle parole del frate e dall’alito di Dio, rispose subito: — Ambrogio, io ti dico in verità, la misericordia vogl’io, non il sagrifizio». E rivoltosi agli astanti: — Non è lui che parlò, ma lo spirito di Dio onnipotente». Clemente e tutti gli astanti stupirono della dolcezza che Dio avea fatta passare dalla bocca di Ambrogio ne’ loro cuori; e così Corradino fu assolto da ogni censura e dallo sdegno del pontefice[408].

La Chiesa ribenediva, il re esultava di vedersi assicurata la sua preda[409], perocchè, cessato coll’assoluzione ogni conflitto di giurisdizione, potè disporre il processo a suo senno. Convocò a Napoli due sindaci di ciascuna delle città del Principato e della Terra di Lavoro a lui devote, e innanzi a loro e a magistrati, tutti francesi, propose l’accusa di Corradino. Eppure i più lo tennero come un re che tenta ricuperare il toltogli dominio; vinto, dovere considerarsi come prigione di guerra: e perchè Carlo insisteva sull’essere quello colpevole di sacrilegio per gli arsi monasteri, Guido di Suzara valente giurista seppe rammentargli come un capo non possa farsi responsale dei trascorsi de’ suoi seguaci, e come l’esercito stesso di Carlo se ne fosse contaminato nella prima conquista. Mandato ai voti, tutti furono per l’assoluzione: unico Roberto di Bari provenzale, protonotaro del regno, opinò per la morte, e bastò perchè Carlo la decretasse.

Giocava Corradino agli scacchi col cugino Federico (8bre) quando ebbero avviso della sentenza: e impetrati tre giorni per prepararsi alla morte e far testamento[410], dal castello di San Salvadore furono con dieci compagni condotti alla piazza del Mercato, ov’era disposto il patibolo. Carlo volle darsi il fiero gusto d’osservare dal castello lo spettacolo. Roberto di Bari lesse la sentenza motivata, e Corradino, uditala, levossi il mantello, si pose a ginocchi, esclamò: — O madre, madre mia, qual notizia avete a sentire!» e posata la testa sul ceppo, giunte le mani verso il cielo, aspettò il colpo. Federico invece, urlando, bestemmiando, imprecando, senza chiedere mercè a Dio lasciossi strappar la vita. Gli altri lo seguirono.

Il popolo affollato guardava stupidamente e stupidamente piangeva; e alcuni Francesi, tardi indignati di essere stromenti alle vendette d’un conquistatore, esalavano la collera con que’ paroloni, di cui fa scialacquo quella nazione dopo i fatti consumati. Non in terra sacra, ma sul luogo stesso del supplizio furono sepolti i cadaveri sotto un cumulo di pietre. Nessun re fece reclamo a questo primo regio sangue versato dal carnefice: i più, scorgendo il dito di Dio che punisce fino alla quarta generazione, pure disapprovarono l’abuso della vittoria, e Giovan Villani scriveva: «Si vede per esperienza che chiunque si leva contro santa Chiesa ed è scomunicato, conviene che la fine sua sia rea per l’anima e per lo corpo: ma della sentenza lo re Carlo ne fu molto ripreso dal papa e dai suoi cardinali e da chiunque fu savio».

La morte di due giovani principi era un bel soggetto per canti, e in tedesco e in provenzale se ne fecero: Saba Malaspina diede loro l’omaggio che uno storico può, la patetica narrazione della loro fine, e un compianto su quel cadavere che «giaceva come un fiore purpureo da improvvida falce succiso»: il vulgo narrò che un’aquila scesa dalle nubi intrise l’ala destra in quel sangue, e tosto risali al cielo. Era sangue di re, che un re avea fatto scorrere, giustificato dal diritto della vittoria, e dimenticando che la vittoria non è sempre pei re. Più grossolane baje inventarono i letterati, e la storia le raccolse con irragionevole compiacenza.

Se a chiamare Carlo furono determinati i papi dal voler impedire che la Sicilia venisse congiunta all’Impero, e che unendo il settentrione col mezzodì dell’Italia si togliesse a questa l’indipendenza, lo scopo era raggiunto. Se della libertà i Guelfi aveano idee non più larghe de’ liberali moderni, e la poneano nello sbrattarsi da’ Tedeschi, eccoli soddisfatti, giacchè cogli Svevi terminano gl’imperatori che diretta efficacia esercitassero sopra l’ancor libera Italia, e per cinquant’anni nessun esercito di quella gente calpestò la sacra nostra terra.

Lo sterminio degli Svevi lasciava trionfante il papato: ma Clemente IV non vide ricomposta la pace coll’Impero, atteso che, mentre accingevasi a pronunziare fra i competenti al trono di Germania, morì a Viterbo. Quivi stesso accoltisi i cardinali alla nuova elezione, per tre anni non seppero mettersi d’accordo, finchè compromessala in sei di essi, restò proclamato Tibaldo Visconti di Piacenza (1271), allora legato in Palestina, che volle nominarsi Gregorio X. Onde prevenire il tristo spettacolo delle ultime elezioni e le lunghe vacanze, regolò la forma del conclave, i cardinali si chiudessero con un solo conclavista, ridotti a molte privazioni e a non comunicare con altri di fuori sinchè non eleggessero il pontefice.

Radunato il XV concilio ecumenico a Lione (1274 — 7 maggio) affine di sollecitare una nuova crociata, e ricomporre lo scisma de’ Greci, vi si presentò Ottone, vicecancelliere di Rodolfo di Habsburg, povero conte dell’Argovia, che era stato poco prima eletto imperatore di Germania, e che nuovo s’un trono inaspettato, senza beni nè interessi in Italia, della quale non conosceva tampoco la geografia, e amando assodarsi in Germania più che guerreggiare per un regno lontano e quasi nominale, volle finire il litigio d’omai settant’anni, giurando adempirebbe le promesse d’Ottone IV e di Federico II; rinunzierebbe affatto alle terre disputate fra l’Impero e la Chiesa; non accetterebbe alcuna tenuta ecclesiastica quand’anche offertagli, nè cariche nello Stato romano senza assenso del papa; non turberebbe il re di Sicilia od altri vassalli della Chiesa, nè procurerebbe vendetta di Corradino. Poi, con atti che fece sottoscrivere anche dagli elettori, confermava al pontefice le antiche donazioni di quanti paesi sono da Radicofani a Ceprano, oltre l’Emilia, la marca d’Ancona, la Pentapoli e i possessi della contessa Matilde, Spoleto, il contado di Bertinoro, Massa, e quanto mai con diplomi fosse stato concesso a’ successori di san Pietro[411]; inoltre il dominio sulla Sicilia, la Corsica e la Sardegna. Così restava emancipata la Chiesa, e ottenuto il lungo intento dei Guelfi.

Mentre, dalla prima guerra coll’Impero, la Chiesa, vinta in apparenza, era nel fatto uscita potentissima, da questa pace, coll’aspetto di vincitrice, cominciò la sua decadenza. Non che un palmo di terra acquistassero, i papi si trovavano sempre contrariati nella loro propria città; e dei nove che pontificarono in trentasei anni dopo la morte di Gregorio IX, sei non v’entrarono, gli altri solo per brevissimo. L’importanza che traevano dall’opporsi alla dominazione straniera, scadde dacchè per abbattere i Tedeschi si buttarono in braccio ai Francesi; onde i Guelfi, così devoti all’indipendenza, si convertirono in fautori de’ forestieri, ai quali facevano opposizione i Ghibellini.

Sempre più copiose dovizie avea potuto accumulare la Chiesa, vuoi in fondi per signorie e contadi interi avuti in dono o compri dai baroni che passavano oltremare, vuoi in denaro per le decime, estese fin sul commercio, sul bottino da guerra, che più? sul meschino guadagno de’ mendicanti e sul turpe delle meretrici. Ma se i beni ecclesiastici godevano immunità dai tributi al par degli altri feudali, i Comuni chiamarono anche il clero a parte dei pesi, com’era dei vantaggi di quel governo. Sulle prime non vi si trovò sconvenienza; poi, o fosse iniquo il riparto, o divenisse soverchio l’aggravio, spesse lamentanze ne mossero gli ecclesiastici; secondando ai quali, i concilj III e IV Lateranesi vietarono alle autorità di aggravezzare il clero, il quale dovea contribuirvi sol quando l’avesse trovato spediente al pubblico bene: ma i papi facilmente concedeano ai principi di tassarlo.

Anche l’immunità del foro venne ristretta, procurando i governi intervenire alle decisioni delle curie, che quasi mai non punendo nel corpo, debolmente reprimevano il delitto. Gli stessi tribunali dell’Inquisizione posero la Chiesa in qualche dipendenza dai laici, di cui avevano ad invocare il braccio per eseguire le loro sentenze.

Le armi spirituali, usate e abusate in interessi mondani, rimasero rintuzzate: quelle scomuniche motivate su odj che pareano personali, quelle indulgenze profuse a chi combattesse i nemici temporali della santa Sede, quelle decime imposte a titolo di redimere Terrasanta e adoprate invece a guerreggiar Federico o Corradino, quei prelati che accampavano e benedicevano la strage, sminuivano l’efficacia de’ pontefici anche quando a favore del popolo frenassero i regj arbitrj, reprimessero le esazioni di Carlo, proclamassero la pace. Nella contesa poi aveano dovuto chiamare il popolo a bilanciare le mutue ragioni; e questo revocò ad esame atti, cui fin allora si era sottomesso venerabondo: e un potere inerme, quand’è discusso, è caduto.

CAPITOLO XCIII.

I Mongoli. — Fine delle crociate, e loro effetti. Gli stemmi.

Nel mezzo di questi accadimenti anche le cose di Terrasanta erano tornate a peggio che mai per l’addietro si fossero. In quelle colonie, che avrebbero potuto esser tanto profittevoli alla civiltà, la discordia imbaldanziva non meno che in Europa, di modo che non si domandava se vincessero i Cristiani o i Saracini, ma se i Templari o gli Spedalieri, se i Genovesi o i Veneziani; i quali disputandosi l’imperio del mare e i frutti del commercio col Levante, impinguavano di sangue italico i mari e le terre straniere, e fin nelle chiese portavano il sacrilegio di uccisioni fraterne. Presa che fu Costantinopoli, vedemmo l’impero greco uscire di letargo, e rotta quella stupefacente sua unità, suddividersi in un centinajo di principati, ciascuno dei quali focolajo di nuova vita (pag. 265). Oltre gli Occidentali, anche signori greci aveano costituito particolari dominj, come Alessio Comneno a Trebisonda, Michele Comneno a Durazzo, Teodoro Láscari a Nicea di Bitinia. Michele Paleologo, tutore d’un fanciullo di quest’ultimo, ne usurpò la corona, e mentre la fortuna gli dava buono, assalse Costantinopoli (1260). Quivi imperava Baldovino II, sostentato colle limosine della cristianità, e in tali strettezze che, non bastando impegnare gli ori del palazzo e delle chiese, vendette fino il piombo e il rame de’ tetti. Michele di sorpresa gli tolse la città e il trono, e ristabilì l’impero greco (1261) con una nuova dinastia. I Genovesi che, per umiliare i Veneziani, gli aveano dato ajuto, ottennero larghe concessioni e il sobborgo di Pera: nè però Venezia e Pisa furono spogliate degli antichi privilegi e d’avere giudizj proprj: e il console de’ Pisani, il podestà de’ Genovesi, il balio de’ Veneziani tennero posto fra i grandi uffiziali di quella corona. Michele poi non aveva ripigliato che le coste a scirocco del Peloponneso, restando in essere i principati stabiliti al centro e al mezzodì della Grecia dai Crociati.

L’Occidente dava scarsa attenzione a questi mutamenti: se non che un nuovo flagello venne a minacciare non solo Terrasanta, ma tutta la cristianità, l’irruzione dei Mongoli o Tartari. Gengis-kan, una di quelle terribili incarnazioni della forza che sembrerebbero finzioni mitiche se troppo accertata non ne fosse e compianta l’esistenza, raccolse e dal cuor dell’Asia mosse questi Barbari, che con una rapidità appena credibile occuparono da una parte l’immenso impero della Cina, dall’altra minacciarono soggettare la Persia, conquistarono la Russia, e ridotta a deserto l’Ungheria, giunsero fin nella Dalmazia, cioè in vista dell’Italia.

Tetro sgomento si diffuse per l’universa Europa all’accostarsi di questa gente _tartarea_, che non conoscea legge nè fede. Gregorio IX moltiplicava promesse, indulgenze, minaccie, assoluzioni per riunire tutta cristianità a resistervi, e perchè Federico II si facesse capo dell’impresa; ma questi se ne fingeva in ispasimo, e largheggiava in promesse retoriche[412]; poi operava tanto a rilento, che i suoi malevoli sparsero fosse d’accordo coi Tartari, e per onta al papa e alla religione gli avesse egli medesimo chiamati. Certo essi mandarono a lui, come soleano, l’intimata, perchè facesse omaggio dei suoi dominj al gran kan, in ricompensa offrendogli di scegliere qual carica gli garbasse alla corte di questo; al che Federico celiando, — Sceglierei l’uffizio di falconiere; si bene m’intendo d’uccelli di rapina».

Ma quando i Mongoli ruppero guerra ai Turchi Selgiucidi, che allora signoreggiavano la Palestina, i Franchi vennero in isperanza che i nuovi Barbari li libererebbero dai loro oppressori, mossi da quella illusione tanto consueta, che fa guardare per amici nostri i nemici de’ nostri nemici. Si cercò dunque la loro alleanza, e a papa Innocenzo IV sorrise lusinga di trarli al cristianesimo. L’acquistare alla fede un popolo che erasi dilagato dal Mar Giallo al Danubio, sarebbe stato un avvenimento decisivo nella civiltà del mondo; ma per isperarlo nessun argomento umano s’aveva se non l’essere quelli avversi ai Musulmani. Però i pontefici quali prodigi non erano avvezzi a vedere dalle missioni? le crociate non erano una serie di miracoli? D’altra parte sapeasi così in confuso che quei popoli, tuffati in grossolane superstizioni, senza entusiasmo nè sacerdozio, eransi adagiati alla religione de’ popoli tra cui arrivavano; e se si fecero buddisti nella Cina, musulmani nella Persia, perchè non diverrebbero cristiani in Europa? Era indifferenza, nata da ignoranza, ma interpretavasi per propensione alla verità.

Adunque Innocenzo divisò spedire missionarj ai Tartari, e i nuovi frati Domenicani e Francescani si offersero a gara. Furono prescelti i frati Minori Lorenzo di Portogallo, Benedetto Polacco discepolo di san Francesco, e Giovanni di Piano Carpino, il quale è il primo europeo che intorno a quel popolo desse ragguagli, quantunque grossieri e parabolani. Non muniti che della croce, questi intrepidi, attraverso all’Europa, non corsa allora che da pellegrini e da combattenti, in riva al Volga raggiunsero Batù generale de’ Mongoli (1245), mentre a Basciù Nuyan, altro generale in Persia, arrivavano i Domenicani Simone da San Quintino francese, e gl’italiani Alessandro e Alberto Ascellino, Guiscardo da Cremona, Andrea da Longiumello. A que’ barbari, non conoscenti altro diritto che la forza, riuscì ridicola questa spedizione di frati, che in una lingua ignota e per sì lunga strada venivano rimproverarli perchè distruggessero le altre nazioni, ed invitarli a sottoporsi ad una religione, fuor della quale non vi sarebbe per essi che dannazione eterna. I nostri non fecero alla prima come scoraggiati, perchè non si ripromettevano premj o lodi umane; e procedettero fino alla corte del gran kan mongolo, e insieme coi messi di tutto il mondo gli fecero omaggio: ma non ne riportarono che spregio.

Nè per questo i papi cessarono d’inviare missionarj ai Mongoli, e tra essi i frati Girardo da Prato, Antonio da Parma, Giovanni da Sant’Agata, Andrea da Firenze, Matteo d’Arezzo, eroi di nuovo genere, che la storia trascura perchè non uccisero nè devastarono. Più tardi vi fu destinato Giovanni da Montecorvino, che, corsa la Persia e l’India, predicò nella capitale dell’impero mongolo, vi fondò due chiese, e battezzò in pochi anni da seimila persone. Anzi l’avere il gran kan tollerato alla sua corte i riti nostri come quelli della Cina e della Persia, lasciò correr voce ch’e’ fosse cristiano. Più durò la credenza che un principe di quei paesi si fosse battezzato, e col nome di Prete Janni restò famoso ne’ racconti de’ nostri e nelle imposture di chi tratto tratto fingeasi da lui spedito.

Il fatto è che allora primamente Europei penetrarono nell’estremo Oriente: un Francescano di Napoli sedette arcivescovo a Peking capitale della Cina; il beato Oderico da Pordenone minore osservante (1318-30), traversata l’Asia da Costantinopoli a Trebisonda, ad Erzerum, alla commerciante Tebriz, per l’Indo arrivò alla costa del Malabar, donde i nostri tiravano il pepe, al Carnatico, a Giava feconda de’ garofani, delle noci moscade, dell’altre spezie ed aromi che Genovesi e Veneziani diffondeano per tutta Europa: volse poi alla Cina e al Tibet, e dimorò tre anni a Peking, dove trovava un convento di Francescani, e due a Zaitun. Reduce a Padova, a Guglielmo da Solana dettò una relazione del suo viaggio, senz’ordine nè discernimento, ma come gliel’affacciava la memoria; e fra tante ignoranze e corrività piace il vedere come tutto riferisca a cose italiane: in Tartaria non mangiano che datteri, de’ quali quarantadue libbre compransi a meno d’un grosso veneziano; il regno di Mangy ha duemila città, grandi ciascuna come Treviso insieme e Vicenza: Soustalay è come tre Venezie, Zaitun come due Bologne, e vi ha un idolo alto come un san Cristoforo: Chamsana è presso un fiume come Ferrara al Po.

Non meno che la devozione, il commercio portava Italiani dappertutto, e non ne mancarono alla corte dei Mongoli. Biscarello di Gisulfo genovese fu ambasciadore del mongolo Argum signore della Persia: e la lettera di questo, ch’egli portò al re di Francia per esibirgli ajuti a ricuperare Terrasanta, è il più vetusto documento di lingua mongola, e v’è apposto un sigillo con caratteri cinesi, i primi che vedesse Europa. Più celebrati andarono i viaggi di Marco Polo, dei quali altrove ragioneremo (Cap. CXXIV). Oltre diffondere la fede e la civiltà nostra, portavano di là cognizioni od arti, e la vista de’ costumi stranieri allargava il campo al limitato spirito europeo; nè andrebbe fuori di buona congettura chi pensasse che da que’ viaggi derivasse all’Europa la cognizione del carbon fossile, della carta, della polvere tonante e della stampa.

Ma le imprese de’ Mongoli, non che spargere qualche rugiada sulla Palestina, aveanle dato l’ultimo tuffo. Gli abitanti di Carism, snidati da quelli, piombarono sovr’essa a istigazione del sultano del Cairo (1244), con una ferocia non più udita; e dopo un combattimento a Gaza, donde non si salvarono che ottantatre Templari, ventisei Spedalieri, tre Teutonici, presero Gerusalemme, distruggendo il sepolcro di Cristo e quello dei re, sterminando gli abitanti, e tutto occuparono il paese, eccetto Giaffa, che rimase in signoria degli Egizj. Nell’universale amaritudine più dolorò il santo re di Francia Luigi; e risoluto a ogni costo rialzarvi la croce, ricorse per navicellaj e piloti alla Spagna e all’Italia, e due Genovesi sosteneano persona d’ammiragli (1248) della flotta francese ch’egli voltò sopra l’Egitto: ma il purissimo suo zelo e i ben meditati preparativi non furono sorrisi dal cielo, ed il re medesimo restò prigioniero dei Mamelucchi. Joinville, l’ingenuo biografo di quel re, appunta d’egoismo mercantile Genovesi e Pisani, che, per non partecipare alle sofferenze de’ Crociati, voleano abbandonarli appena li videro infelici; nè la regina li potè rattenere a Damiata se non promettendo mantenerli a spese della corona.

Quando poi si udì la prigionia di Luigi, l’Italia, non che gemerne come tutta cristianità, ne esultò, per stimolo de’ Ghibellini che allora aveano il sopravvento, e che godeano de’ disastri del fratello di Carlo d’Angiò[413]; e corsari di Genova, Venezia e Pisa profittarono di quelle sventure per ispogliare i Cristiani che tornavano in Europa.

Reso alla patria, e istruito non disanimato dal cattivo successo, Luigi volle ritentare l’impresa (1267), e domandò ajuto alle repubbliche italiane. Genova ne prestò a buoni patti[414]; ma Venezia rifiutò, timorosa di pregiudicare ai banchi e agli scali suoi in Levante, e più gelosa di Genova che zelante della causa di Cristo. Carlo d’Angiò fratello avea promesso passare anch’egli con quindici vascelli, ma non fece che spedire ambascerie a Bibars sultano del Cairo per raccomandargli le colonie di Siria; e il papa si lagnava perchè «lo zelo di Carlo si sfogasse in vane promesse, e lasciasse temere di non venire a nulla»[415].

Neppure il Paleologo aveva attenuta la promessa di riconciliare la Chiesa greca colla latina, onde il papa gli cercava nemici, e carezzò le ambizioni di Carlo, inducendo il deposto Baldovino a cedergli i diritti imperiali sull’Acaja, sulla Morea e sulle terre ch’erano state assegnate in dote a Elena moglie di re Manfredi, oltre l’aspettativa al trono di Costantinopoli. Carlo dunque cercò voltare la crociata sopra l’impero bisantino, onde dar fondamento a queste pretensioni; poi indusse ad assalire non più l’Egitto, bensì Tunisi, col pretesto che i pirati di questa faceano pericoloso il tragitto in Palestina, ma realmente perchè egli preferiva vedere conquistata l’Africa, posta rimpetto alla sua Sicilia, e che perciò gli sarebbe d’appoggio alla dominazione e di comodo al commercio.

I Crociati si lasciarono persuadere, e lo precedettero: ma la caldura e le privazioni svilupparono ben presto lo scorbuto nell’esercito; e sui luoghi ove quindici secoli prima era perita Cartagine, Luigi morì rassegnato (1270), fra calde preghiere e savj consigli. Carlo arrivò a tempo di vederlo cadavere, e assunto il comando, menò l’esercito a vittoria, tanto che il bey di Tunisi propose una pace, dove Carlo stipulò fossero date ducentomila once d’oro all’esercito per le spese, e a lui quarantamila scudi d’oro l’anno. Allora egli propose ai Crociati la conquista della Grecia e dell’impero d’Oriente; e perchè ricusarono seguirlo, apprese le navi e le robe che una fiera procella spinse sulle coste di Sicilia, ed impinguò il fisco colle spoglie dei proprj commilitoni.

Le viscere di Luigi furono deposte nella badia di Monreale presso Palermo; il suo corpo traversò l’Italia, fra universale venerazione; le madri cercavano le monete coll’effigie di lui per appenderle al collo de’ figli; e pochi anni dopo Bonifazio VIII lo santificava esclamando: — Esulta, Casa di Francia, d’aver dato al mondo un principe sì grande; esulta, popolo di Francia, d’avere avuto un re sì buono».

Gregorio X, ch’era nunzio in Palestina quando fu eletto pontefice[416], adoprò il breve suo regno a ricomporre in pace i Cristiani perchè recuperassero Terrasanta; a tutti i sovrani consentì di levare le decime ecclesiastiche per sei anni onde armare; Filippo di Francia, Edoardo d’Inghilterra, Giacomo d’Aragona, Carlo di Sicilia aveano promesso crociarsi, e Rodolfo imperatore guidarli; Gregorio radunò all’uopo anche il concilio generale di Lione che dicemmo, ma tutta la macchina cadde colla sua morte (1276).