Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)

Part 32

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Urbano, incalzato più sempre dai Ghibellini e da Manfredi fin nella sua Roma, morì (1263); e Clemente IV suo successore si professò avverso al nepotismo, e ad un suo nipote scrisse: — Non t’inorgogliare d’un’elevazione che noi umilia a’ nostri occhi, e che svanirà come la rugiada del mattino. Non uscire dal tuo stato; nè tu o tuo fratello e altri nostri parenti vengano alla corte senz’esservi chiamati, se non vogliano partirne colmi di confusione. Non cercare alle tue sorelle mariti di condizione superiore, chè ci troveresti repugnanti: ma se si mariteranno a semplici cavalieri, daremo loro trecento lire tornesi, purchè ciò sia noto solo a te e tua madre. Le figlie nostre (egli era stato ammogliato) non prendano altri mariti che se noi fossimo rimasti semplici preti. Niuno ardisca venirci a sollecitare, nè accettar regali; le vostre istanze sarebbero anzi nocevoli che vantaggiose»[393].

Come provenzale egli pendea verso Carlo, e più quando, nella guerra politica e insieme religiosa di tutta Italia, vide Manfredi assicurare prevalenza agli avversarj de’ papi. Carlo, a malgrado delle flotte combinate di Sicilia e di Pisa, con mille cavalieri scelti sbarcò a Roma, i cui cittadini lo chiesero senatore, e lo ricevettero con feste quali a nessun principe mai. Egli pattuì col pontefice sotto fede giurata di conseguire le Due Sicilie per sè e pe’ maschi suoi discendenti, o nati da figlie secondo l’ordine delle geniture; non dividerebbe o estenderebbe que’ dominj, nè s’intrometterebbe agli affari di Lombardia e Toscana; pagherebbe una somma allor allora, poi ottomila once d’oro l’anno, sotto pena di decadenza; darebbe al papa ad ogni richiesta trecento lancie da almeno tre cavalli ciascuna per tre mesi; ogn’anno gli presenterebbe un palafreno bianco, bello e di buona razza, in segno di omaggio[394]; non accetterebbe mai la dignità imperiale; quella di senatore di Roma deporrebbe appena stabilito in trono; del resto rispetterebbe la costituzione che il papa fosse per dare alla Sicilia, restituirebbe alla Chiesa ogni bene o titolo usurpatole, e lascerebbe la piena libertà delle elezioni e provvisioni prelatizie, sicchè nè prima nè dopo fosse necessario il regio assenso; i chierici e le cause ecclesiastiche si tratterebbero al tribunale de’ vescovi.

Fra ciò, pei colli dell’Argentiera e di Tenda veniva di Francia l’esercito di Carlo. Pietro conte di Savoja e Guglielmo marchese di Monferrato, disertati dalla parte ghibellina, favorivano i nuovi vincitori; Acqui e Novi ne provarono le vendette; Torino, Vercelli, Novara gli accolsero lietamente; donde voltarono al Milanese, ai Guelfi dando il sopravvento, e cacciando i Ghibellini. Questi, e principalmente i Del Carretto e il marchese Pelavicino, ch’erasi formato uno Stato poderoso fra Cremona e Brescia, si opposero; ma, fors’anche per tradimento di Buoso da Dovara, i crocesignati poterono fendere il Bresciano, poi spingersi a Ferrara e al Bolognese, evitando la Toscana ancor fedele a Manfredi, indi raggiungere Carlo a Roma. Quivi arrivavano stanchi, poveri, nudi, affamati delle ricchezze romane; ma Carlo le aveva esauste, prestiti non si trovavano più perchè non si restituivano, e il paese era manomesso come una conquista.

Clemente non voleva andare a Roma per non mettersi in balìa di Carlo, che allora egli conosceva ambizioso insieme ed egoisto, gran pezzo inferiore all’aspettazione e alle pompose promesse, e che incessantemente chiedeva denaro, «quasi (scrive il papa) noi avessimo montagne d’oro e fiumi di ricchezze»: tanto per ismorbare la città s’affrettò a fargli dare la corona di Sicilia e il gonfalone della Chiesa (1266), dopo nuovi giuramenti di ligezza; e lo sollecitò a rompere gl’indugi, benchè di fitto verno. Il papa levava decime e centesime per tutta la cristianità, dava in ipoteca i beni proprj e de’ cardinali per ottenere prestiti da Senesi e Fiorentini, moltiplicava indulgenze, assolveva incendiarj e sacrileghi purchè pigliassero la croce bianca e rossa; e col re mandò il suo legato Pignatelli vescovo di Cosenza, portatore d’assoluzioni e di scomuniche.

Manfredi facea côlta di gente, di moneta, di coraggio, chiese il contingente de’ feudatarj, chiamò nuovi Saracini d’Africa; una flotta di legni siculi, genovesi, pisani postò fra la Sardegna e l’Italia, ed assalì il patrimonio pontifizio, sperando sterminare i Francesi prima che sopravenisse l’esercito grosso; ma tutto gli facea sentire che la nazione non era con lui: i Napoletani, stanchi dell’interdetto, lo supplicavano a far pace col papa, ed egli protestava non averne colpa; prometteva mandare trecento Saracini, che obbligherebbero i preti a riaprire le chiese e cantar messe; colle congiure ribellò Roma ai papi, ma altre congiure lo costrinsero a ritirarsi dal territorio della Chiesa. Munì gagliardamente quelle gole, che sarebbero accessibili soltanto per tradimento o per vigliaccheria dei difensori: ma con tutto ciò la paura stringeva i cuori[395]; poi dicono che il conte di Caserta, messo a guardia del fiume Garigliano, per vendicarsi dell’oltraggio fattogli da Manfredi nella moglie, lasciasse il varco ai Francesi. Manfredi, sentendosi preso fra le spire del tradimento, colle parlate e coi manifesti non ottenendo che promesse o quella compassione che nobilita ma non prospera le bandiere, propose un accordo; ma Carlo rispose: — Dite al soldano di Nocera che seco nè pace nè tregua; oggi io manderò lui all’inferno, od egli me in paradiso».

Altre volte vedemmo la disperanza del vincere infondere una smania di azzuffarsi e finirla; e mentre col ricoverare nelle fortezze poteva prolungare la resistenza, Manfredi volle tutto avventurare in una giornata campale a Grandella presso Benevento (1266 — 26 febbr.). Quivi da una parte gl’indovini arabi prendeano dagli astri il punto favorevole a ingaggiare la mischia[396]; dall’altra il vescovo d’Auxerre tutto in arme compartiva l’assoluzione ai Francesi, e — Per penitenza vi do di ferire molto forte e a colpi raddoppiati». Si mescola la battaglia; i Guelfi, massime toscani, fanno meraviglie di valore; di maggiori e con più arte ne fanno Manfredi, i suoi Arabi e i cavalieri tedeschi, che alti e vigorosi, le lunghe spade rotando a due mani, prevaleano ai Francesi, le cui spade corte e dritte si rintuzzavano battendo il taglio sulle armadure temprate a tutta botta. Carlo allora getta da banda le delicatezze cavalleresche, e ordina _Di stocco, di stocco_, e di dare colla punta sotto le ascelle de’ Tedeschi come alzano le braccia, e di ferire ai destrieri[397]; sicchè i Tedeschi scavalcati non possono rialzarsi di sotto la poderosa armadura. Manfredi vuole allora avanzare i Pugliesi tenuti in riserva, ma li trova renitenti: suo zio conte di Maletta gran cameriere dà il segno della defezione: lo seguono il conte d’Acerra cognato di Manfredi, e altri cavalieri, già d’intesa col nemico. Fremente all’abbandono del fior dei prodi, e risoluto a morire da re piuttosto che campare esule e compassionevole[398], Manfredi getta le insegne vistose e prende un elmo senza corona; ma l’aquila che ne formava il cimiero casca. _Hoc est signum Dei_, esclama egli, e avventatosi disperatamente nella mischia, cade trafitto. Il cadavere suo, trovato fra un mucchio di uccisi, fu riconosciuto al pianto dei suoi fedeli; i baroni francesi gli voleano rendere gli onori militari, ma Carlo riflettè che, come scomunicato, doveva essere escluso dalla sepoltura sacra: onde deposto in una fossa, i soldati vi gettarono ciascuno una pietra, elevando così un tumulo come ai prischi eroi. Nè quella tomba tampoco gli assentì il legato pontifizio, e lo fe gettare sulla dritta del fiume Verde, che fra Ceprano e Sora contermina il Reame e la Romagna.

Noi non graveremo la memoria di Manfredi quanto fece l’ira de’ Guelfi; anzi ci alletta quel far suo cavalleresco, generoso, ameno, e la costanza con cui affrontò la sventura: pure, incominciata la carriera della usurpazione, dovette procedere per vie oblique e finzioni; come i suoi padri, badò a sè anzi che ai popoli e ai loro bisogni e desiderj, e non ne cercò l’amore; combattè col braccio di stranieri, gravi anche quando non fossero rapaci; e i tradimenti de’ suoi più vicini ci fanno orrore, ma suppongono forti motivi.

Elena moglie di lui cercò fuggire a suo padre in Epiro, ma a Trani restò côlta a tradimento, e mandata prigione a Nocera; tra lei e i figli assegnatile sei carlini, di stento e di cruccio morì cinque anni dappoi: sua figlia Beatrice sol dopo diciotto anni fu rimessa in libertà; i tre maschi vissero tapini di prigione in prigione. I fautori di Manfredi furono mandati in Provenza o nelle fortezze del regno o profughi: i traditori ottennero scarsi premj e disprezzo. I Saracini, assediati nei loro ricoveri, dopo orrida fame dovettero rendersi a discrezione, e abbandonare ai supplizj i Ghibellini che aveano ricoverati; alcuni abjurarono, altri furono dispersi nel Regno; pochi durarono a Lucera, fatta nido de’ malcontenti, sicchè Carlo li rivinse, poi li tollerò, e se ne valse in guerra; infine Carlo II dissipò quella colonia, e ne mutò il nome in Santa Maria (1303), e Benedetto XI lo felicitava d’avere annichilata in Italia la fede eterodossa.

Coll’annunzio della vittoria di Benevento Carlo di Angiò spedì al papa due preziosissimi candelabri d’oro, molti giojelli e un trono gemmato; pure non impedì che Benevento, città pontifizia, fosse mandata al peggiore saccheggio. Napoli andò in gongolo vedendo entrar la regina Beatrice con carrozze dorate e quantità di damigelle e un lusso inusato[399], e coi leoni, gli elefanti e i dromedarj ch’erano stati dell’imperatore Federico I. I tesori che Manfredi avea deposti nel castello di Porta Capuana sarebbero dovuti spartirsi fra i compagni dell’impresa, al qual uopo Carlo domandò le bilancie. — Che bilancie?» proruppe Ugo del Balzo cavaliere provenzale; e coi piedi fattone tre mucchi, — Questo vada a monsignore il re, questo alla regina, questo ai vostri cavalieri». Carlo rimunerollo colla contea d’Avellino; poi dappertutto stabilì baroni, magistrati, giustizieri di sua gente, volendo a cose nuove persone nuove, e portando tutti i guaj d’un’altra conquista e d’una vantata liberazione. Il sistema fiscale introdotto da Federico II fu mantenuto non solo, ma applicato con rigore insolito; e perchè Roma voleva immuni i beni ecclesiastici, succhiavansi il sangue e le midolle degli altri[400]. I nascosti amici della casa Sveva gemeano; quei troppi che sogliono ripromettersi ogni bene dai liberatori, delusi levavano lamento, ed — O buon re Manfredi, mal ti conoscemmo da vivo, morto ti deploriamo. Ci sembravi un lupo rapace fra noi pecore; ma dacchè la volubilità nostra ci mutò al presente dominio, comprendiamo ch’eri un agnello. Già c’incresceva che parte delle nostre sostanze venisse alle tue mani; ed ecco i beni tutti e fin le persone sono in balìa d’una gente straniera».

Antica canzone, che i popoli ripetono ad ogni cangiare di dominio, ma che non profitta nè per risparmiarsi i disinganni prima, nè per fare tolleranti delle conseguenze. Anche il pontefice, tratto alla necessità di appoggiarsi sugli stranieri, di lanciare scomuniche a città anticamente fedeli alla sua bandiera, di concitare le passioni popolari, tanto difficili a calmare dopo che proruppe l’egoistica esasperazione de’ partiti; caricatosi di debiti, avea sperato pagarli tostochè Carlo sedesse in trono, e poter così rientrare a Roma: ma dov’erasi creduto avere in costui un devoto, trovava un despoto; aveva cercato le franchigie de’ Siciliani, e vedea di avervi piantato un tiranno. Non cessava dunque di fargli rimproveri, e — Se tuoi ministri (scrivevagli) spogliano il regno, a te si ascrive la colpa, che gli uffizj empisti di ladri e assassini, i quali si permettono azioni, di cui non può Iddio sopportare la vista... ratti, adulterj, estorsioni, ladronecci... M’alleghi a scusa la povertà! non ti basta dunque un regno, colle cui entrate un grand’uomo qual fu Federico sosteneva ben maggiori spese, saziava l’avidità della Lombardia, della Toscana, delle Marche, della Germania, eppure accumulò immense ricchezze?»[401].

Il papa, vedendo rannodarsi brighe in senso ghibellino, mandò come paciere in Toscana Carlo (1267), con giuramento che non terrebbe l’autorità più di tre anni, e la cederebbe tosto che un imperatore fosse riconosciuto. Firenze gli si assoggetta per dieci anni, ed il paciere vi eccita guerra di sterminio: anche molte città lombarde chiedono da lui i podestà; ond’egli osa perfino domandare lo eleggano lor signore; ma le più risposero: — Amico sì, ma non padrone». Dichiarato dal papa vicario dell’Impero vacante, estende la giurisdizione sovra il Piemonte, che gl’importava come vicino alla Provenza sua; e con titolo di rabbonacciare, assoda pertutto la dominazione propria e de’ Guelfi.

Allora rinacque compassione e desiderio di quella stirpe che pur dianzi erasi maledetta; e gli occhi volgevansi di là dall’Alpi, ove ne sopravivea l’unico rampollo. Corradino, spoglio de’ beni e delle dignità avite, proscritto prima di nascere colla discendenza tutta di Federico II, cresceva a Landshut presso il duca Lodovico di Baviera sotto gli occhi della madre Elisabetta: a sedici anni, bellissimo di persona, liberale comunque povero, dato alla caccia e all’armeggiare, colto nel latino, nel tedesco componeva poesie che ebbero lode fra le prime di quella lingua. Balocco di tutti i partiti, mira di tutti i malcontenti, erasi fin pensato crearlo imperatore di Germania: la taccia d’infingardaggine inflittagli dai Tedeschi[402], le sollecitazioni degl’Italiani, le esagerazioni de’ vicini alimentavangli i sogni di risorgimento, abituali ai discendenti di razze scoronate, cui la nebbia degl’incensi toglie di vedere la situazione e di calcolare i mezzi e le probabilità. I Lancia, parenti per madre di Manfredi e fedelissimi a questo nella gloria e nelle sventure, riusciti a fuggire dalle carceri di re Carlo, furono principali in sollecitar Corradino a rivendicare la corona, portandogli centomila fiorini, i voti di Pisa e Siena, e offerte pompose; potrebbe soldare mercenarj; cavalieri di ventura sarebbero accorsi a sì nobile impresa; si mostrasse appena, e gl’Italiani, stanchi de’ Guelfi, de’ papi, degli Angioini, volerebbero tutti al suo stendardo.

Coll’ardore d’un giovane e la cecità d’un pretendente, mosse egli dunque verso l’Italia, per quanto sua madre lo disortasse: i duchi di Baviera suoi zii lo accompagnarono fino a Verona con diecimila combattenti; ma poichè a lui venne meno il denaro da soldarli, questi diedero volta, e soli tremila potè ritenerne impegnando il proprio patrimonio. Che importa? gli amici di suo avo, i Ghibellini di tutta Italia, i malcontenti di Sicilia gli largheggiavano promesse, merce di poco costo; uomini e denari affluirebbero; il solo Maletta, quel che dicemmo aver tradito Manfredi a Benevento, e che era divenuto gran tesoriere di Carlo, lo aveva assicurato di sedicimila once d’oro e mille cavalieri stipendiati. Vero è che nè uomini nè denaro comparivano: ma intanto Corradino componeva manifesti, arma di chi è debole nelle altre; incorava gl’italiani a venire incontro a lui, che rialzerebbe l’onore dell’Italia e la dignità del nome tedesco[403]; ai principi d’Europa si lagnava dei papi: — Innocente ha nociuto a me innocente, Urbano mi si è mostro inurbano, Clemente mi usò inclemenza, e Roma mi odia a segno, da non volermi pur vivo, me rampollo di magnifica stirpe, che sì lungamente imperò, e dalla quale non voglio dirazzar io, eletto e creato alla sublimità dell’impero sulle orme de’ miei progenitori».

Fra ciò gli Astigiani, che, per seguire l’andazzo, si erano sottomessi a pagar tributo a Carlo, vedendo che neppure con ciò poteano schermirsi dalle prepotenze dei marescialli che per lui tenevano Torino, Alba, Alessandria, Savigliano, soldarono millecinquecento uomini, e collegatisi coi Pavesi e col marchese di Monferrato (genero di Alfonso di Castiglia imperatore eletto e vicario di questo in Italia), ribellarono a Carlo le città soggette: del che incoraggiati anche i Genovesi batterono le flotte di lui; come i Pisani con ventiquattro galee, comandate da Federico Lancia, sconfissero a Melazzo la flotta provenzale. Ne prendeva lieto augurio Corradino, e prevenendo la resistenza delle repubbliche guelfe raccoltesi nuovamente in lega, e sostenuto dalle ghibelline, da Pavia con ardita marcia varcò i gioghi liguri (1268); ad un piccolo porto presso Savona trovò galee che lo trasportarono a Pisa; e non contrastato nè sulle Alpi nè ai grossi fiumi, poteva ormai portare le armi nel paese stesso dei nemici, agitato dalle memorie e dalle trame.

Clemente IV, tuttochè scontento di re Carlo, più si adombrava di questo fanciullo, che pretendeva ancora congiungere l’Impero e la Sicilia; onde lo dichiarò scomunicato co’ suoi aderenti, e decaduto non solo da qualsifosse diritto sopra il regno di Sicilia, ma anche sopra il ducato di Svevia e il nominale reame di Gerusalemme; e insultava a questo «reatino, uscito dalla razza velenosa del tortuoso serpente, che aspirando all’esterminio della romana madre Chiesa, col suo fiato appesta le contrade toscane, e manda traditori nelle diverse città dell’Impero vacante e del nostro regno di Sicilia»[404].

Tali parole già indicano come non mancassero al pretendente que’ partigiani che facilmente trova chiunque venga a sommovere regno nuovo. I baroni, che in Lombardia e in Toscana teneano feudi dell’Impero, e all’ombra di questo aveano esercitato la tirannia, bramavano un nuovo imperatore, massime se giovane e fiacco, sotto il cui nome velassero le superbe loro voglie. Corrado Capece, penetrato in Sicilia con un corpo d’Africani, vi avea ridestato l’immortale rancore contro Napoli, e sostenendo i _Fetenti_ contro i _Ferracani_, come eransi colà intitolati i Ghibellini e i Guelfi, sollevò tutti i paesi, eccetto Siracusa e Messina. A Roma, sempre ricalcitrante al dominio papale, parteggiava apertamente per lui Enrico di Castiglia, che segnalatosi per vittorie sui Mori, e lungamente dimorato fra i Barbareschi di Tunisi, di cui aveva contratto i vizj, fatto senatore di Roma, vi esercitò indegna tirannide, perseguitando molti primati. Favorevole da principio a Carlo suo parente, se gli avversò dacchè questo l’impedì di ottenere l’ambito regno di Sardegna, e non gli restituiva i denari prestatigli; e non meno ritroso al papa, promise a Corradino la propria spada e un corpo di combattenti.

Con tali lusinghe Corradino mosse da Pisa, traversò Siena, e spiegò le sue bandiere sotto le mura di Viterbo, nelle quali stava ricoverato il pontefice profugo da Roma, e che ai cardinali disse: — Non v’incuta paura questo giovane, trascinato dai malvagi come una pecora al macello», e tranquillamente celebrò la solennità della Pentecoste.

I Romani festeggiarono Corradino come popolo che ha bisogno dello spettacolo; il terreno coperto d’abiti e di stoffe, le vie parate a ricchi tappeti, a pelliccie, a drappi di seta e d’oro, e tese di corde alle quali ciascuno avea sospeso quel che più vistoso possedesse di vesti, d’armi, di galanterie; e dappertutto suon di tamburi, di viole, di pifferi, e cori allegramente cantanti[405]. Corradino, gridato liberatore del popolo, spada d’Italia, e quegli altri titoli che d’età in età sono echeggiati dal vulgo di piazza e di gabinetto, ascese al Campidoglio, e tenne un discorso, ove il popolo romano avrà trovato tutte le bellezze di sentimento e di forma, perchè v’era adulato. Urli di gioja ridestarono l’eco dei sette colli, e in poesia e in prosa si inneggiò al legittimo successore di tanti Cesari. Quei che lo contrariarono ebbero prigione, saccheggio, confisca; il senatore, per far denari, spogliò le chiese e le sacristie, dove allora solevano anche i privati deporre le ricchezze; e stipendiato soldati, mosse a un conquisto, di cui forse sperava il miglior frutto.

Ebbro di speranze, il giovane Svevo mosse per Tivoli e Vicovaro onde penetrare negli Abruzzi, monti così opportuni ad accamparsi, e dove verrebbero a raggiungiungerlo tutti i fazionieri suoi del Regno, e principalmente i Pagani di Lucera. Ma non dormiva Carlo, e a Tagliacozzo (23 agosto), presso gli antichi _Campi Palentini_, trasformati in piano di San Valentino, pettoreggiò il rivale. Alle armi del re benediva il legato pontifizio, imprecava a quelle di Corradino: ma questi menava buon numero di Tedeschi, d’Italiani Galvano Lancia, di Spagnuoli Enrico di Castiglia. Ai Ghibellini parve assicurata la superiorità, sicchè Carlo disperavasi nel vedere i suoi sparpagliati e uccisi. Ma a consiglio di Erardo sire di Valery, canuto cavaliere francese reduce allora di Terrasanta, avea tenuto in riserva un corpo, col quale assalendo i Ghibellini già inebbriati sulla vittoria, li mise in pieno sbaratto con tale strage, che quella di Benevento parve un nulla[406].

A Roma i Ghibellini aveano annunziato la vittoria di Corradino, occasione di nuove feste: ma ben tosto coi fuggiaschi giunse la verità; che Enrico senatore era in man del nemico; che Carlo ai prigionieri romani fece troncare i piedi, poi chiuderli in un recinto e quivi bruciare. I Guelfi, rialzatisi alla vendetta, con nuovi tripudj accolsero Carlo, che alla sua volta salì in Campidoglio fra apparati ed inni, ripigliò la dignità di senatore, e sedette giudicando: ma non perdette tempo ne’ trionfi.

Corradino, così subitamente caduto dal vertice delle speranze nell’abisso della realtà, era corso a Roma, quasi a ripetere le promesse fattegli nella prosperità, ma non trovò che scherni e insidie, pane dei vinti; talchè vestito da villano fuggì con Galvano Lancia, il costui figlio e poc’altri, fedeli alla sventura, e specialmente Federico di Baden suo cugino, che spossessato del ducato d’Austria, era venuto a ricuperare il retaggio dell’amico, perchè poi l’ajutasse a ricuperare il suo. Presero la via del mare, cercando qualche legno che li tragittasse in Sicilia, ove il Capece teneva elevata la loro bandiera, e giunsero al fiumicello che la Campagna di Roma separa dalle Paludi Pontine, presso la rôcca d’Astura, ond’era castellano Giovanni Frangipane romano, che facendo guerra alle strade e al mar vicino, cercava d’ogni parte o preda o riscatti. Come gli altri baroni, aveva costui sposata la parte di Corradino; ed ora già imbarcato lo raggiunse e rimenò nel suo castello, in tentenno se cavar oro dal salvarlo o dal venderlo. Invano il papa mandò a chieder costoro, arrestati su terre sue: il Frangipane li consegnò agli Angioini: Carlo, venuto in persona a Gensano con un corpo di cavalleria per riceverli, senz’altro fece decapitare il Lancia, suo figlio ed altri di Puglia, vassalli ribelli.