Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)

Part 31

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Testando lasciava il regno a suo figlio Corrado; mancando questo senza prole, gli surrogava il suo figlio naturale Manfredi, che intanto destinava balio in Italia: si rendano in libertà tutti i prigioni, eccetto quelli presi per la congiura contro di lui; anzi a nessuno dei felloni del regno sia permesso tornarvi, e gli eredi suoi siano obbligati a trarne vendetta: alla Chiesa si restituiscano i diritti, se essa restituisca quelli dell’Impero: ai baroni o feudatarj ripristinava i privilegi e le franchigie che godeano al tempo di Guglielmo II, col che annichilava la fatica di tutto il suo regno, cioè il restringimento delle giurisdizioni feudali, quasi credesse che tutta la riazione fosse venuta da loro, e volesse evitarla a’ suoi figliuoli. La storia non dovrebbe ammirare che la grandezza morale; e Federico nulla fondò; operava per passioni personali e intenti domestici, e nè tampoco la propria famiglia potè assodare. Il popolo, guardando tra meraviglia e compassione il suo sepolcro, conchiudeva come il cronista Salimbeni, che sarebbe stato senza pari sulla terra _se avesse amato l’anima sua_.

Dopo sei secoli di progresso un altro imperatore doveva elevarsi colla medesima assolutezza, la medesima nimicizia alla libertà, il medesimo conto della religione come stromento di politica e ordigno di Stato, la medesima ostilità ai papi; e come lui trionfare colla violenza, e come lui soccombere alla voce di Dio e del popolo.

CAPITOLO XCII.

Fine degli Svevi e della seconda guerra delle Investiture.

«Esultino i cieli, giubili la terra, poichè in freschi zefiri e in fecondatrici rugiade si risolsero il fulmine e la burrasca, da Dio sospesi sul vostro capo»[379], esclamava Innocenzo IV all’udire la morte di Federico II; ma non parevagli perfetta l’impresa finchè restasse razza o seme degli Hohenstaufen. Scrisse ai baroni delle Due Sicilie, non riconoscessero altro re dal papa in fuori; e alle città e ai principi di Germania cessassero ogni devozione verso Corrado IV, scaduto, non che dal trono, fin dal ducato di Svevia; e favorissero invece Guglielmo d’Olanda, eletto imperatore; non fosse accettato alla comunione o a dar testimonianza se non chi si segregasse dagli Hohenstaufen. Poi, ad invito de’ Guelfi, da Lione suo ricovero venne alla patria Genova, traversò la Lombardia benedicendo e scomunicando, spegnendo e attizzando guerre. Le città, che la benedizione sua avea tanto francheggiate nel tener testa al Tedesco, tripudiavano ora nel nome di lui: tutti i Milanesi gli uscirono incontro, formandogli doppia siepe per dieci miglia di strada, e inventarono un cielone di seta portato da cittadini di rispetto, il quale poi fu detto baldacchino; e per due mesi che vi dimorò, gli accumularono dimostrazioni e n’ottennero grazie spirituali. Essi Milanesi sconfiggevano i Lodigiani, vi collocavano un podestà di loro scelta, e vinceano i Tortonesi in modo da farli quasi tutti prigionieri: Firenze rimetteva in città i Guelfi, i quali ben tosto furono in grado di cacciarne i Ghibellini: molte città del Regno insorsero, e fin Capua, Napoli, Messina, e i conti d’Acerra, d’Aquino, di Caserta.

Solo in Roma prevalevano i Ghibellini; e non che accogliere il papa con feste o calma, si volle scegliere un senatore non più paesano, ma forestiero come soleansi i podestà. E fu Brancaleone d’Andalo bolognese, conte di Casalecchia (1253), legato con Ezelino, col Pelavicino e cogli altri di quella risma; il quale accettò solo a patto di durare tre anni, e di mandare nella sua patria come ostaggi trenta giovani di famiglie primarie; con giustizia inflessibile e governo di sangue tenne tranquilla la città, distrusse cenquaranta torri de’ nobili, molti ne mandò al supplizio o in esiglio; ad Innocenzo, ch’erasi collocato in Assisi, intimò di restituirsi alla sua sede se voleva essere riconosciuto, minacciando diroccare la città che il ricoverava, come già avea fatto colle riottose Ostia, Porto, Alba, Tivoli, Sabina, Tusculano. Tanta severità irritò il popolo, che cacciollo; ma presto lo rivolle, e quando morì ne collocò la testa in un vaso d’alabastro sopra una colonna.

Ai Ghibellini s’appoggiò pure Corrado quando con iscarsissimi mezzi venne in Italia (1251), e a Goito sul Mantovano convocò i Cremonesi, Pavesi, Piacentini, Padovani, e il caporione della parte imperiale, Ezelino, il quale era a un punto di costituire una potenza indipendente, se troppo lubrico fondamento non fosse il sangue. Invano dal papa tentato con promesse e minaccie, costui seguitò la strada della violenza, e con questa sostenea l’imperatore: sicchè le città guelfe rinnovavano la lega, che aveano imparato esser modo di salvamento; e il papa vi promise trecento lancie mantenute.

Corrado si tragittò per mare nel Regno, ove tutto andava a subuglio, perchè pretendeano governarlo gli uni a nome del pontefice, gli altri de’ figli di Federico. Uno n’avea questi lasciato d’Isabella d’Inghilterra, per nome Enrico; ma finendo solo i tredici anni, non bastava a tali procelle: dell’altro Enrico, che era stato re, avanzavano due bambini. Ma la figlia di Bonifazio Guttuario signore d’Anglano presso Asti e d’una Napoletana di casa Maletta, vedova del marchese Lancia, a Federico avea generato Manfredi, che fu intitolato principe di Taranto. Nel vigore dei diciott’anni, tutto spiriti cavallereschi ed ambizione, alla morte del padre naturale egli si recò in mano le cose, e sanguinosamente reprimeva la Sicilia e le città che, confortate anche dal papa a quella libertà _che godeano quelli direttamente soggetti alla Chiesa_[380], aspiravano a saldare il governo municipale, forse non mai perito colà, ed eleggevano un consiglio invece de’ bajuli regj. Manfredi coi Saracini di Nocera e di Sicilia ajutò Corrado a sottometterle; il quale, avuta Napoli stessa dopo lunga resistenza, la mandò a sacco, costrinse i cittadini a smantellarla, e fece _gran giustizia_, cioè esterminio de’ capi ribelli. Queste ed altre severità e le rincarite imposizioni faceano che i popoli dicessero di lui «Gli è un tedesco», mentre di Manfredi ripeteano «È un italiano».

Per quanto Manfredi si fosse buon’ora addestrato nell’arte di fingere e inchinarsi, l’attività e la benevolenza il posero in sospetto a Corrado, il quale, dopo che gli nacque un figlio nominato Corradino (1252), cessò d’avergli riguardi; per fargli smacco abolì le donazioni fatte dopo morto Federico, depose il gran giustiziere di Taranto ed altre creature di esso, ne cacciò i parenti materni, lui stesso privò del ricco appanaggio di cui l’avea provveduto. Al tempo di loro amicizia aveali la pubblica voce accusati d’avere avvelenato il giovane lor fratello Enrico e il nipote Federico: dopo la loro scissura si imputò a Manfredi il morire di Corrado (1254). Costui, finendo sul fiore de’ ventisei anni, temea il veleno in ogni posizione, e rimordeasi d’aver disgustato la Chiesa, prevedendo ch’essa trionferebbe d’una Casa ridotta a una cuna. Allora Guglielmo d’Olanda non ebbe più emuli nel regno di Germania: ma, benchè giovane ardimentoso, non potè mai ispirare nè amore nè rispetto; e prima di cingersi la corona in Italia, morì osteggiando i Frisoni.

Sì abjette erano le condizioni dell’Impero (1256), che nessun principe nazionale vi aspirò, ma gli uni facevano guerra agli altri in universale anarchia. Alfonso X re di Castiglia comprò con grosse somme (1257) il voto d’alcuni elettori; d’altri con somme maggiori Ricardo di Cornovaglia, non conosciuto per altro merito che per isfondolate ricchezze: sicchè l’impero di Carlo Magno tornava, come ai tempi di Didio Giuliano, a vendersi al migliore offerente. Ricardo, appena coronato, dovette tornare in Inghilterra, ove morì; Alfonso dai domestici affari e dagli studj astronomici fu trattenuto in Ispagna, nè cinse mai la corona di re de’ Romani: sicchè quel tempo chiamossi _il grande interregno_, non perchè mancassero imperatori, ma perchè di nessuno fu riconosciuta ed efficace l’autorità. Tempo deplorabile per la Germania, dove rivisse peggio che mai il diritto del pugno, cioè delle guerre private; e dove alle antiche, nuove occasioni di battaglia aggiungevano le investiture date dagli emuli imperatori; nè ai popoli restava cui ricorrere contro le angherie dei signori, i quali faceansi unica legge il proprio talento.

Pensate se ai Tedeschi rimaneva agio di badare all’Italia, dove la lite fra l’Impero e il Sacerdozio invelenivasi per nazionali rancori. Cotesta razza sveva innestata sul tronco normanno, che appoggiavasi unicamente sopra guerrieri saracini o tedeschi, che fra gli Arabi avea scelto quasi tutti i giustizieri del Regno e i principali provvisionati, spiaceva agli Italiani, gelosi dell’indipendenza patria; spiaceva alle Repubbliche, come ereditaria nemica delle loro franchigie; spiaceva ai papi, che l’aveano perpetua contradditrice. Corrado lasciò, unico fiato di quella stirpe, un bambolo di tre anni, Corradino, partoritogli da Isabella di Baviera; e diffidando di Manfredi, gli avea destinato tutore Bertoldo di Hohenburg, signore bavarese di molta ambizione e scarsa capacità. Conformandosi all’intenzione del defunto, questo lo raccomandò al papa, il quale rispose gli lascerebbe il ducato di Svevia e il titolo di re di Gerusalemme; quando fosse cresciuto, farebbe esaminare i diritti di esso sulla Sicilia, che era ricaduta alla Chiesa. E la esibì al suddetto Ricardo di Cornovaglia, che ricusò, paragonandolo a chi gli esibisse la luna: Enrico III d’Inghilterra l’accettò per suo figlio Edmondo, tanto perchè anche questo gobbo avesse un appanaggio, e spedì qualche denaro per alimentare la guerra, ma null’altro ne fece.

In tali incertezze ognuno ghermiva qualche brano di potere, chi a nome del papa, chi del re, chi del Comune, chi di nessuno; gli ordinamenti municipali allargavansi in repubblica; e Bertoldo, vedendo gl’italiani mal intalentati verso lui straniero, rimise la reggenza in man di Manfredi.

Federico lo aveva in testamento sostituito a succedergli, caso che Corrado morisse senza prole; e chi conosce le ambizioni umane, non si recherà difficile a credere ch’egli aspirasse ad acquistare quel regno come suo, pur mostrando faticare pel nipote. Di forme ben assortite, nobile portamento, discreto trattare, si era coltivato colle lettere; e robustezza, valore, grazia attrattiva, senno, scaltrimenti avea quanto bisognava al riuscire. Sulle prime, quando mancava di denaro, e i baroni vedeva nojati della dominazione tedesca, s’umiliò al papa, gli consegnò le rôcche, e lo riconobbe non solo come caposignore, ma come vero sovrano del Regno: al qual patto Innocenzo gli consentì il principato di Taranto e l’altre terre qual feudo della Chiesa, col peso di dare ad ogni richiesta cinquanta cavalieri per quaranta giorni; e il deputò suo vicario di qua dal Faro, coll’assegno d’ottomila once d’oro, mentre la Sicilia restava a governo di Pietro Rufo, speditovi da Corrado IV. Innocenzo entrò nel Regno, accompagnato dagli esuli cui restituiva la patria, e accolto ad onoranza dal popolo e dai signori.

Conciliazione apparente, ove gareggiavano qual dei due meglio simulasse. Manfredi secondava or le pretensioni del pontefice, or le esigenze de’ Tedeschi e de’ Saracini che si vedevano sbancati per la dominazione papale[381]; tradimenti e battaglie aperte ricorrevano fra le due fazioni. In una di queste perì Borello d’Anglone, creatura pontifizia; e Manfredi, citato a scagionarsi della costui morte, invece pensò resistere, e adottò la politica paterna di confidare sulla forza e sui mercenarj forestieri. Attraversando dunque il paese, tutto malvolto a lui scomunicato (1254 — 9bre), giunse nella Capitanata fra gravi pericoli. Giovanni il Moro, nato da una schiava nel palazzo reale, brutto, sconcio, ma astutissimo, era stato allevato con gran finezza per cura di Federico, che lo pose fra’ suoi secretarj, il fece persino gran cameriere del regno, e insieme capitano de’ Saracini di Lucera. Manfredi gli lasciò le dignità; eppure colui patteggiò col pontefice, che lo ricevette come feudatario e sotto la protezione speciale della chiesa di San Pietro[382]. Fortunatamente egli era andato a ricevere l’investitura quando Manfredi arrivò a Lucera, dove i Saracini lo accolsero festosi, e posero a discrezione di lui i tesori depostivi da suo padre e da Corrado, coi quali soldò mercenarj di qual fossero nazione o colore; e avendo i baroni protestato di non tenersi obbligati a militare fuori del Regno, Manfredi ne li dispensò, e in quella vece condusse duemila Tedeschi per sei mesi a paga doppia: e ai capitani di cotesti forestieri, o ai conti rurali, gente anch’essa forestiera, e agli Arabi affidava la guardia e il governo delle città guelfe che sottomettesse, o delle ghibelline che gli si unissero.

Innocenzo IV, inesorabile alla casa sveva, era morto (7 xbre) a Napoli, e fra l’agonia udendo i parenti suoi piangere e singhiozzare, esclamò: — Miserabili! non v’ho io abbastanza arricchiti?»[383]. Gli succedette Alessandro IV, dei Conti di Segni, donde in sessant’anni erano venuti alla tiara Innocenzo III e Gregorio IX; tutto pietà, ma raggirato dai cortigiani. Manfredi, inebbriato sul prosperare delle sue armi, gli ricusò omaggio, sicchè la guerra divampò, e il legato Ottaviano degli Ubaldini raccolse quanti erano avversarj a Manfredi, e nominatamente il marchese Bertoldo, disgustato dal vedere che costui operava per sè, non più per Corradino, il quale anche con diploma reale avealo nominato reggente «come quello che per prudenza, fedeltà, alto senno ben meritava la sua confidenza, oltre che aveva diritto»[384]: ma poi Manfredi trionfava in ogni parte, coll’operosità mostravasi degno di regnare; adunato il parlamento, distribuì i feudi a’ suoi fidati, spogliò gli avversi, e avuto in mano Bertoldo e i fratelli suoi, li mandò a morire in prigione. Divulgò o lasciò divulgare che Corradino fosse morto; in conseguenza si fece coronare a Palermo. Il papa lo scomunica co’ suoi aderenti (1258 — 11 agosto); ed egli si costituisce centro de’ Ghibellini di tutta Italia; occupa Napoli, e se la concilia col perdono e l’oblio; trovandosi come padrone nelle marche d’Ancona e di Spoleto, piglia in mezzo gli Stati papali; essendogli morta Beatrice di Savoja, sposa Elena Comneno figlia del despoto dell’Epiro, e la festeggia con magnificenza; ama le caccie, ama le canzoni di poeti tedeschi, i serventesi di provenzali, gli strambotti d’italiani[385]; circondasi di dotti, giocolieri, concubine, e corte all’orientale; intanto spedisce truppe sia in Grecia a sostenere lo suocero, sia nella Marca e in Toscana a fiancheggiare i Ghibellini, i quali lo favorivano perchè non tanto forte da metterli al freno, e perchè altro Tedesco non venisse in Italia[386]. In quattro anni era egli riuscito a ritogliere dalla mano dei papi quello scettro che suo padre avea con tanto vigore impugnato; carezzava baroni, prometteva rintegrare le franchigie municipali, distribuiva onori e contee, dava risalto al valor suo personale a fronte delle codarde fughe dei preti, e non mancava di punire atrocemente le città contumaci.

Il nuovo papa Urbano IV (1261), uom di robusto petto[387], sulle vetriate di Troyes sua patria fe ritrarre suo padre intento allo spago di ciabattino; si cinse di buoni cardinali; e degl’interdetti allora prodigati mitigò il rigore, permettendo la messa e i sacramenti purchè a porte chiuse. Ordinò che il corpo di Saracini stanziatosi sugli Stati papali sgombrasse, o bandirebbe la crociata; e fu obbedito da Manfredi, fors’anche per paura d’un nuovo entusiasmo che erasi diffuso. Una dirotta di battuti, uomini, donne, fanciulli, a lunghe file in disordine seguendo un crocifisso, flagellandosi a sangue, e cantando lo _Stabat Mater_, tragittavansi di città a città, intimando penitenza e concordando paci. Allorchè si accostavano ad una, podestà e clero uscivano ad incontrarli colle croci e il gonfalone, i campagnuoli interrompevano i lavori, ognuno voleva sorpassare i precedenti in austerità di penitenze e asprezza di flagellazione, e le donne si radunavano la notte per applicarsi la disciplina, e tutti gli abitanti si metteano dietro alle croci. A questa clamorosa devozione, non promulgata da predicatori, non istituita dal pontefice, diffusa rapidamente da un capo all’altro d’Europa senza che si sapesse da chi e perchè, entrava negli animi la persuasione d’alcuna grave sventura, con cui Dio fosse per risciacquare la terra peccatrice; tacquero le danze e le canzoni d’amore, per far luogo a pellegrinaggi e a devote cantilene; usurieri e ladri restituivano il mal tolto, peccatori inveterati si confessavano e ravvedevano, le violente ire ammorzavansi come un incendio sotto un mucchio di terra.

Il marchese Oberto Pelavicino piantò delle forche al confine del suo Stato, minacciando appendervi quanti Flagellanti lo passassero. Manfredi egualmente gli escluse dal Regno; ma comprese che guaj a lui se il papa avesse cavato pro da quell’entusiasmo per dirigerlo contr’esso.

Anche in Sicilia un paltoniero finse d’essere Federico, che per espiazione fosse rimasto dieci anni in miseria; e trovò seguaci e denari, e fu forza mandar l’esercito per dissiparli e appiccare i capi. Manfredi, ito in persona a chetar l’isola, raccolse il parlamento generale a Palermo, dove i nobili vennero offrendo doni, fra cui un cavaliere di val di Mazzara cento muli condotti da altrettanti schiavi negri[388]. Gratificarsi il popolo con largheggiare libertà e istituir Comuni non osava, egli erede de’ rancori degli Svevi; anzi era costretto gravare sempre peggio le imposte, oltre esigere trentamila once d’oro pel matrimonio di sua figlia Costanza con Pietro infante d’Aragona, sul che dicevasi profittasse per la propria borsa[389]. Altre spese cagionavano le feste, a cui tanto si piaceva Manfredi: e di segnalate ne diede in occasione che sbarcò a Bari Baldovino spossessato imperatore di Costantinopoli, quando tra banchetti e balli v’ebbe un torneo ove ruppero le lancie venti cavalieri cristiani e due musulmani di Lucera, e premio era una collana d’oro coll’effigie di Manfredi. «Ogni jorno se fecero balli, dove erano donne bellissime, d’onne sorte; e lo re presentava egualmente a tutte, e non sapea qual chiù li piaceva» (SPINELLI).

Questi cercò anche d’accordarsi col papa, fin mettendo di mezzo il famoso giurista Raimondo di Pegnafort, ma senza niun degno pro; anzi Manfredi ricusò rilasciare il vescovo di Verona, che diceva arrestato a capo d’insorgenti; e inveendo contro il pontefice, — Cessi (esclamava) una volta di metter la falce nella messe altrui; obbedisca al divino precetto di rendere a Cesare quel ch’è di Cesare, a Dio quel che di Dio»; e scrisse ai Romani che non al papa ma al senato e alla città loro spettava il diritto di dare e togliere la corona imperiale, e mandò mercenarj tedeschi a ripigliare le ostilità[390].

Di questa lotta erano stanchi i principi d’Europa, giacchè per sostenerla i pontefici imponevano continue decime e annate sui beni ecclesiastici; e vedendo che quelli ostinavansi a volere sbalzata la casa Sveva, s’acconciarono essi pure a questo partito, e si diede nerbo alla guerra coll’opporre a Manfredi un altro campione.

Raimondo Berengario, conte della Provenza che molta parte avea avuto nelle vicende di Nizza, di Genova e delle alpi Marittime, sposò Beatrice figlia di Tommaso conte di Savoja, bellissima, letterata, e protettrice del sapere, che tenea spesso corti bandite e corti d’amore, favoriva trovadori, circondavasi di donne nominate fra le poetesse, quali Beatrice sua cugina, Agnesina di Saluzzo, Massa dei Malaspina, la contessa Del Carretto, la principessa Barbossa. Di lei Raimondo generò quattro figliuole, di cui maritò una al re di Francia, una a quel d’Inghilterra, una al duca di Cornovaglia eletto re de’ Romani, e morendo lasciava nubile Beatrice in tutela della madre. La quale, per sottrarla agli Aragonesi che aspiravano a quel dominio, la menò alla corte di Luigi IX di Francia suo genero, e quivi la fidanzò a Carlo d’Angiò, il minore fratello di lui. Voleva poi continuare in uffizio di contessa della Provenza, ma Carlo tergiversolla; del che abbiamo una lettera consolatoria che le scriveva l’altro genero Enrico d’Inghilterra[391]: e infine essa dovette abbandonare il paese e restituirsi in Savoja, dove fondò alle Scale uno spedale, e vi fu sepolta in un mausoleo di ventidue statue, distrutto poi nelle guerre del Seicento.

Dispiacere e sgomento risentì la Provenza, che subito si vide allagata d’uffiziali francesi; e mozze le libertà di quel gran Comune, ordinato alla foggia dei nostri, si moltiplicarono imposte, confische, prigionie, supplizj arbitrarj. Carlo, allora sui quarantasei anni, oltre questo possesso della moglie, teneva, come figlio di Francia, la contea d’Angiò; sicchè era il più ricco e potente de’ principi non coronati; educato austeramente dalla regina Bianca, di valore avea fatto splendide prove alla crociata e ne’ tornei, de’ quali vivamente si piaceva; credea perduto il tempo dato al dormire, amava le suntuosità e le cortesie non meno che le avventure e le prodezze, cupo di naturale, non scrupoloso sui mezzi, implacabile coi nemici, pertinace nelle risoluzioni e paziente ad aspettarne la riuscita, fedifrago quando occorresse. Colla spada assodò e ingrandì il dominio, sottomettendo, fra altre, le importanti città di Arles e Marsiglia, strettamente collegate per commercio con Pisa e Genova; e allungandosi verso l’Italia, ebbe Ventimiglia e Nizza.

Qual meraviglia ch’egli ambisse di non essere da meno del regio fratello? Sua moglie poi struggevasi di portare onore di corona e di reame come le tre sorelle, colle quali trovatasi ad una corte bandita, fu obbligata prendere un posto inferiore. Quando dunque il papa gli offrì il regno delle Sicilie, volontieri l’accettò Carlo; ma Bianca, allora reggente di Francia, non gli consentì l’impresa. Egli però non distaccava gli occhi dall’Italia, e di qua dai monti acquistò Alba, Cuneo, Mondovì Piano, Cherasco; poi venuto alla tiara Urbano IV, rinnovò la pratica, e tolti gli scrupoli che nasceano a san Luigi sopra i diritti di Corradino, s’accinse ad acquistare il Reame. Prima di moversi acconciò i suoi affari in Provenza, compromise le discordie che avea con Tommaso marchese di Saluzzo pel possesso di Busca e della val di Stura, e fece costruir navi nell’arsenale di Nizza, traendovi legname dai monti vicini per opera degli uomini di Peglia[392].

Ma la Provenza non dava guerrieri che per quaranta giorni e per brevi distanze; sicchè fu forza ricorrere a venturieri, stipendiandoli in parte colle decime imposte alle chiese di Francia, in parte colle gioje della contessa poste in pegno: vi si unirono i migliori campioni di Francia e di Provenza, volendo, per amore cavalleresco verso Beatrice, _farla reina_; altri per ingordigia di bottino; altri per acquistare le indulgenze che il papa prometteva, quasi fosse una crociata per chiudere il varco che agli Arabi aveano riaperto gli Svevi annidandoli in Italia. Così furono messi in acconcio quindicimila fanti, cinquemila lancie, diecimila balestrieri; sostenuto dai quali e dagli indulti, Carlo s’avviò all’Italia.

Ad altri forti erano ricorsi i pontefici fin dal tempo de’ Pepini; vi ricorsero dappoi fino a’ dì nostri, per sostenere buone cause e sciagurate: e i frutti furono sì differenti, che non si osa misurar la lode o il biasimo sopra gli effetti. Solo possiam francamente desiderare che la podestà sovreminente si trovi costretta il men possibile a implicarsi in interessi mondani, dai quali trasse sovente contaminazione, sempre il disgusto di qualche parte di coloro che tutti le sono figli in Cristo.