Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)
Part 29
Grandi paci conchiuse il santo d’Assisi; grandi il seguace suo Antonio da Padova. Nel 1176 i cardinali di Santa Cecilia e di Santa Maria in via Lata per delegazione pontifizia componeano molte quistioni, agitate fra le repubbliche di Pisa e Genova rispetto ai loro diritti sopra la Sardegna[355]. Sui cui esempio frà Guala da Bergamo, che fu poi vescovo di Brescia, riamicò i Bolognesi coi Modenesi, i Trevisani coi Bellunesi. In Cremona il popolo della città nuova viveva in cagnesco con quel della vecchia, e il vescovo Sicardo li riconciliò; e così coi Vicentini il beato Giordano da Forzatè, coi Milanesi frà Leon da Perego. Sta manoscritto nella biblioteca Ambrosiana un prolisso discorso d’un ecclesiastico che esortava alla concordia, e diceva: — Popolo milanese, tu cerchi soppiantare il cremonese, sovvertire il pavese, distruggere il novarese; le tue mani contro tutti, e le mani di tutti contro te... Oh quando fia quel giorno che il Pavese dica al Milanese, _Il popolo tuo è popol mio_; e il Cremasco al Cremonese, _La città tua è mia città!_»
I Genovesi aveano contaminato le loro vie di molto sangue civile, massime per l’odio tra li Avogadri e i marchesi della Volta; quando si pensò porvi fine. Innanzi giorno ecco toccar la campana a parlamento: e i cittadini accorrendo attoniti, videro il vecchio arcivescovo Ugo in pontificale tra il clero con candele accese, e tra cittadini notevoli con croci alla mano, attorno alle venerate reliquie del Battista; scongiurava a deporre gli odj e gli sdegni, e giurare sui vangeli la concordia, che sola poteva salvare la patria. Rolando, capo degli Avogadri, non poteva indursi a perdonare il sangue di tanti parenti suoi, de’ quali aveva promesso vendetta; ma tanto insistettero i preti e i savj, che l’ebbero indotto: poi corsero alla casa dei Volta, che non erano voluti presentarsi, e li trassero a dare il bacio ai nemici; e campane a festa e _Tedeum_ celebrarono l’evento[356].
Ambrogio de’ Sansedoni di Siena, che fu poi canonizzato, venne spedito a predicar la pace in Germania, quindi tornò in patria per riconciliarla col papa che l’aveva interdetta come fautrice di Federico, e volle si cominciasse l’emenda dal perdono reciproco. Un magnate, sazio de’ suoi consigli, lo cacciava come impostore e vanaglorioso; ed egli: — Dio si chiama re della pace, ma non la dà se non a chi di buon cuore la conceda altrui. Quel che fo, lo fo per volontà di Colui che può sopra di me. Se v’irritai, ve ne chiedo scusa, e se merito supplizio, lo sosterrò di buon cuore per isconto delle mie colpe». Il forte a tanta umiltà venne a resipiscenza. Ambrogio predicava continuo che la vendetta è peccato d’idolatria, perchè usurpa la parte di Dio che a sè la riservò. Non riuscì mai a calmare un di Siena, sicchè gli disse: — Pregherò per voi», e insegnò una preghiera siffatta: — Signor Gesù, interponete la podestà vostra a queste vendette, e riserbatele a voi, acciocchè tutti conoscano che a voi solo spetta il punire gli offensori»; ed esortava a dirla avanti quelli che si ostinassero nelle ire. Anche quel pertinace, mentre ordiva co’ suoi consorti di non fare mai pace, la udì, ne fu compunto, e passati due giorni nella riflessione e nel digiuno, va e prega il santo a perdonargli e a rimetterlo in pace[357].
Continuò anche in appresso questa pia intromissione, e nel luglio 1273 Gregorio X conciliò una solenne pace in Firenze tra Guelfi e Ghibellini, e cencinquanta sindaci per parte si baciarono in bocca in sul greto d’Arno, dove esso papa volle si edificasse una chiesa che i Mozzi, suoi ospiti e grandi mercanti, dedicarono a san Gregorio[358]. Ma essendo il giorno stesso tornati a sospetti e a risse, un’altra concordia fu solennissimamente celebrata il 1280 per mezzo del cardinale Latino nunzio, rogandone atto, e volendo trecensessantasei mallevadori de’ Ghibellini, trecentottantaquattro dei Guelfi, e alquanti castelli[359]. L’anno precedente, esso Latino in Bologna riamicava i Lambertazzi co’ Geremei, in Faenza gli Acarisi coi Manfredi, in Ravenna i Polenta coi Traversari; e frà Bartolomeo di Vicenza instituì l’Ordine militare di Santa Maria Gloriosa, per mantenere in calma le città italiane. Nel 1266 il sartore Giacomo Barisello a Parma inalbera il segno della redenzione, e forma la compagnia della Croce di cinquecento seguaci, co’ quali va di casa in casa riconciliando Guelfi e Ghibellini, e facendoli giurar fede al pontefice. La compagnia ebbe tale successo, che ottenne uffiziali proprj, con autorità di giudicare, e d’intervenire negli affari del Comune, esercitandovi importanza principale per mezzo secolo[360].
Di nuovo il cardinale Nicolò da Prato rappacificò Firenze; e «a dì 26 aprile 1304, raunato il popolo sulla piazza di Santa Maria Novella, nella presenzia dei signori, fatte molte paci, si baciarono in bocca per pace fatta, e contratti se ne fece, e puosono pene a chi contrafacesse, e con rami d’ulivo in mano pacificarono i Gherardini con gli Almieri; e tanto parea che la pace piacesse a ognuno, che vegnendo quel dì una gran piova, niuno si partì, e non parea la sentissono. I fuochi furono grandi, le chiese sonavano, rallegrandosi ciascuno» (COMPAGNI).
In Milano, contrastandosi nobili e popolani, si fece compromesso in quattro frati, e si stette al loro lodo; poi nimicatisi di nuovo, si accolsero in Parabiago, ove due frati dettarono condizioni d’accordo. Nel secolo seguente andò a predicarvi pace il beato Amedeo cavaliere portoghese, che di limosine fabbricò Santa Maria della Pace. Molte resie private e pubbliche in Valtellina e pel Comasco racconciò frà Venturino da Bergamo, che indusse diecimila Lombardi a pellegrinare penitenti a Roma, gridando pace e misericordia, e mantenendosi di carità. Molto profittarono pure in Lombardia san Bernardino e fra Silvestro da Siena.
Certamente anche allora potea dirsi, — Perchè frati e preti s’hanno a mescolare d’interessi mondani?
Ai tempi del nostro racconto, Gregorio IX, struggendosi di acconciare in buona pace gl’Italiani, sì per dovere di papa, sì per agevolare la crociata, mandava Nicolò vescovo di Reggio a ricomporre i Modenesi co’ Bolognesi; il cardinale Giovanni della Colonna a calmare i Perugini inveleniti fra loro, e ripatriarvi gli sbanditi; il cardinale Tommaso a Viterbo; il cardinale Giacomo da Preneste a Verona a concordare i Capuleti e i Montecchi, fazioni note per le compiante avventure di Giulietta e Romeo; frà Gherardo di Modena nella sua patria e a Parma, dove fu anche costituito podestà per riformare gli statuti; a Piacenza frà Orlando da Cremona.
Principale in queste missioni fu Giovanni da Schio domenicano, ch’e’ destinò in varj luoghi e nominatamente a Bologna, avvezza gli anni passati ad ascoltare Francesco, Domenico, Antonio già santi, poi venuta in urto col papa per le giurisdizioni vescovili, e perciò fin privata dell’università. Alla voce del frate da Schio si compromisero i litigi, si scarcerarono i debitori, si rintegrarono gli esuli; ed esso riformò a suo senno gli statuti, frenò le usure, indusse le donne a vestire più composto, e tutti a salutarsi col _Sia lodato Gesù Cristo_; e più nol voleano lasciar partire, tanto che il papa dovette fin minacciarli d’interdetto. Allora lo inviò a Siena; ma poichè a questa non potè rappacificare i Fiorentini, il papa li proferì interdetti; ed essi per capriccio d’incomposta libertà sprezzarono quel castigo.
Frà Giovanni fu destinato principalmente a disacerbare i furori della Marca Trevisana; e a Feltre, a Belluno, a Treviso, a Conegliano, a Vicenza, a Padova, per tutto operò prodigi di riconciliazioni; incontrato come santo fra le bandiere sciorinate, richiamava gli sbanditi, liberava i prigioni; e quando in Prato della valle a Padova predicava di stando sul carroccio e contornato dai carrocci delle altre città accorse, prorompeva dai cuori l’evangelico _Son pur belli i piedi di chi evangelizza la pace_. Tutto predisposto, frà Giovanni ordinò un generale ritrovo a Paquara, vasta pianura sull’Adige, tre miglia sotto Verona. Al cenno d’un frate, tutte le città e le ville accorsero coi carrocci cantando laudi al Signore; e quindici vescovi, tutti i baroni delle vicinanze, i conti di Sanbonifazio, i signori Camino, i Camposampiero, il tremendo Salinguerra di Ferrara, e più tremendi ancora Ezelino ed Alberico da Romano, vennero per udire predicarsi carità. Giovanni, salito in pergolo, e preso per testo _La pace mia vi do, la pace mia vi lascio_, parlò con una eloquenza, la cui efficacia veniva tutta dallo spettacolo e dalla persuasione della santità. A parole che ben pochi poteano intendere, ma che tutti sentivano, e a cui ciascuno sottoponeva quel che il cuore e la fantasia gli dettavano, avresti veduto quegli iracondi per penitenza picchiarsi i petti, poi gettarsi un al collo dell’altro, e chiedersi perdono, e promettersi amicizia. Il frate si valse dell’autorità concedutagli dal papa per assolvere da interdetti e scomuniche; e alzato il crocifisso, esclamava: — Benedetto chi conserverà questa pace», e centomila voci echeggiavano _Benedetto_; — Maledetto chi tornerà sulle risse», e centomila voci, _Maledetto_.
Se non che queste paci, indotte per impeto di sentimento, combinate in nome della universale carità, non isvelleano veruna delle cause delle nimicizie, talchè fra breve si era di ricapo alle armi. Pochi giorni dopo la spettacolosa concordia di Paquara, gli sdegni erano riarsi, le spade tinte di nuovo sangue, tutto tornato a peggio che mai per l’addietro si fosse; e i popolani che aveano inneggiato il frate santo, lo bestemmiavano uom di parte, venduto ai Guelfi, zimbello del papa. Egli stesso provocò quegli sdegni colla severità adoprata verso gli eretici, di cui ben sessanta bruciò nella piazza di Verona; poi a Vicenza, appoggiato dal popolo minuto, si dichiarò signore e conte, distribuì a suo senno le magistrature, riformò gli statuti; e colla solita volubilità popolesca fu cacciato prigione e respinto da un paese che lasciava in peggiori discordie di prima[361].
Il pontefice, offertosi arbitro tra Federico e la Lega Lombarda, proferì che l’imperatore dimenticasse ogni offesa, revocasse la proscrizione, compensasse chi n’avea sofferto pregiudizio; per ricambio i Lombardi rifacessero i danni all’imperatore ed a’ suoi, e per due anni mantenessero cinquecento cavalli in Terrasanta. Federico trovò parziale quel lodo, e lesivo della maestà regia: ma pel papa quelle repubbliche erano corpi politici legittimi e riconosciuti, nè aveano peggiorato verun diritto imperiale col rannodare la Lega, a cui erano stati autorizzati dal patto di Costanza.
Esso papa era tergiversato dai Romani, che gli negavano il diritto di sbandire un cittadino, esigevano una retribuzione che da immemorabile la Chiesa dava alla città, infine gli contestavano la sovranità temporale. Quello a cui s’incurvava tutto il mondo, si trovò costretto rifuggire in Perugia (1234); Roma tornò repubblica e Luca Savelli senatore ideò di fondare la Toscana e la media Italia in una confederazione, che togliesse di mezzo il dominio pontifizio, come dell’imperiale avevano fatto i Lombardi. Le fazioni scrupoleggiano mai sui mezzi? Questi repubblicani solleticarono le antipatie di Federico, chiedendo li sostenesse; ma egli, temendo ancor più la libertà che il pontefice, esibì soccorsi a questo per tornare al dovere Roma. In riconoscenza, e perchè la guerra che prevedeva inevitabile non avesse a frastornare i soccorsi a Terrasanta, Gregorio IX dichiarava gl’interessi di Federico essere interessi suoi, atteso i grandi servigi che rese alla Chiesa[362]: s’industriava di tirare i Longobardi a più larghe condizioni; ma essi indugiarono oltre il termine prefisso, e la mediazione fu mandata a vuoto dagli avvenimenti di Germania.
Colà sentivasi il ricolpo de’ fatti italiani: ed Enrico lasciato a governarla, non che difettare della necessaria robustezza, si abbandonò alle proterve inclinazioni, oltraggiando la moglie, invidiando il fratello, tradendo il padre, fino a rompere ad aperta ribellione; e mal sostenuto dai Tedeschi, si drizzò alle città lombarde. Milano, Brescia, Bologna, Novara, Lodi, il marchese di Monferrato gli esibirono quella corona (1235) che sempre avevano negata a Federico[363]; e n’ottennero conferma a tutti i loro privilegi, e che accettasse per amici e nemici quei della Lega. Pertanto guerra civile e domestica. Federico soleva menare nel suo esercito come trofeo camelli ed elefanti che avea condotti dalla sua spedizione in Asia; e i Milanesi saputo che ne inviava alcuno a’ Cremonesi in segno di benevolenza, assalgono quel popolo, e a Zenevolta lo sconfiggono: ma Parmigiani, Reggiani, Pavesi, Modenesi vengono a sostegno di quello, talchè il combattimento si fa generale, e città e principati si sbranano in fazioni. Dalla Sicilia, dove sanguinosamente avea chetato i tentativi dei Comuni di recuperare le fraudate franchigie, Federico traversa inerme la Lombardia, che non volle profittare della sua umiliazione; e fatto da settanta prelati e principi dichiarar fellone Enrico, che altamente era disapprovato anche dal papa[364], lo fa arrestare e tradurre nel forte di San Felice in Puglia, e ve lo lascia stentare fin alla morte.
Nella dieta da Federico radunata a Magonza, numerosa di ottanta principi e prelati e di milleducento signori, furono pubblicati molti savj provvedimenti e una pace pubblica; terminata la lunga lite tra la famiglia guelfa e la ghibellina, col dare a Ottone il Fanciullo, unico guelfo superstite, le terre di cui si formò il ducato di Brunswick, e sulle quali Federico rinunziava ad ogni pretensione. Costui vi sfoggiò una grandezza, alla quale non mancava se non il sapere moderarla; e con istraordinaria maestà solennizzò un nuovo matrimonio con Isabella, figlia del re inglese Giovanni Senzaterra. Una nobiltà di cavalieri e baroni incontrò la sposa alle frontiere; dappertutto il clero usciva a suon di campane; a Colonia diecimila borghesi a cavallo, splendidi d’armi e di vesti, la corteggiarono; minnesingeri in tedesco, trovadori in provenzale, forse anche siculi in italiano osannavano; mentre da carri, festonati di tappeti e porpora, mirabile armonia diffondeano gli organi nascosi; e la notte cori di fanciulle non interruppero mai le serenate sotto ai balconi della sposa. Quattro re, undici duchi, trenta conti e marchesi assistevano, e pari alla dignità furono i regali di Federico; una corona d’oro, collane, giojelli, scrigni, un intero servizio d’oro e d’argento a ceselli, fin gli utensili da cucina e le pentole erano d’argento; fra i quali Federico presentò al regio suocero tre leopardi menati d’Oriente, allusivi allo stemma d’Inghilterra. Isabella fu sposata per procura da Pier delle Vigne, poi dal re quando gli astrologi trovarono opportuno l’istante; portava in dote trentamila sterline, che oggi rappresenterebbero 1,140,000 lire; ebbe in dominio tutto il val di Màzara, e nel palazzo era servita da eunuchi mori e siciliani[365].
L’imperatore fece eleggere re de’ Romani suo figlio Corrado; ma più che il trionfare in Germania lo lusingava il lottare in Italia. La Germania vedea come gloria nazionale le spedizioni contro la penisola; ma gli Svevi le ripeterono e prolungarono in modo, che sì gravi sagrifizj e infruttuosi rincrebbero, non si volle più decretare i sussidj, e Federico si trovò ridotto ai mezzi che gli offrivano il proprio regno e i Ghibellini, ed ai mercenarj. Ai pesanti e ferrati cavalieri tedeschi associò gli scorridori saracini, le rapide evoluzioni moderandone colle lente mosse di un elefante, che portava una torre sulla quale spiegavasi lo stendardo, tenendo vece del carroccio e della croce. Ad esercito così bene assortito e diretto i Lombardi non aveano ad opporre che milizie d’artieri e contadini raccolti al momento del bisogno, nè addestrati alla fredda costanza di regolari battaglie. Schivavano dunque gli scontri in campagna rasa, preferendo aspettarlo in chiuse mura; e poichè dall’Alpi al Po seguitava una tela di fortezze, lungo e penoso riusciva il prenderle una dopo una, quanto pericoloso il lasciarle alle spalle: onde Federico doveva logorare dei mesi sotto a povere bicocche, come Carcano, Roncarello o Crevalcuore.
Rinserrata l’alleanza (1237), e costituita una cassa comune, noi attendemmo il Tedesco, il quale confidava principalmente nei castellani. Schiusagli Verona da Ezelino, uniti a diecimila Arabi i Ghibellini di Cremona, Parma, Reggio, Modena, sconfisse gli Estensi, prese Vicenza, costrinse a patti Mantova, orribilmente stramenò il Bresciano. I Milanesi, accorsi coi Guelfi di Brescia, Bologna, Vercelli, Novara, Alessandria, Vicenza, lo pettoreggiarono valorosamente, ma poi lasciatisi sorprendere a Cortenova nel Cremasco (27 9bre), n’andavano colla peggio. La compagnia de’ Gagliardi avea però tenuto saldo attorno al carroccio: ma vedendo che al domani non potrebbero reggere a nuovo assalto, provvidero a ritirarsi, ed essendo difficile trarre quel pesante carro in terreno molliccio per natura e per le pioggie, ivi lo abbandonarono sguarnito. Allora sì che Federico menò vampo! scrisse a tutti i potentati avere ucciso diecimila Lombardi; fe trascinare quel trofeo dietro al suo elefante per le città, poi riporre sovra cinque colonne in Campidoglio a Roma, ove si legge ancora la pomposa iscrizione con cui volle eternare questa sua vittoria, mentre eternava la sua paura e la nostra prodezza[366]. Avendo côlto fra’ prigionieri Pietro Tiepolo podestà di Milano e figlio del doge di Venezia, lo fece strozzare.
Se molti Lombardi tentennarono dalla paura, non Milano; non Brescia, che sembra predestinata a feroci oppugnazioni e a magnanime resistenze, e che per sessanta giorni resse l’assedio postole dall’imperatore, ajutata dalle macchine dell’ingegnere Clamendrino, sicchè Federico bruciò le proprie, e voltò a Cremona. Allora i Guelfi ripigliano cuore, Genova li sostiene; Venezia, indignata dal supplizio del Tiepolo, si scopre nemica all’imperatore; Gregorio IX, scontento della fierezza ond’egli trattava le città lombarde, della predilezione mostrata ai Saracini, degli arbitrj usati in Sicilia, dell’avversione perpetua alla Chiesa, e dell’essere mancato al compromesso, s’allea co’ Veneziani, cedendo loro quanta parte di Sicilia occuperebbero.
Realmente Federico non lasciava sfuggirsi occasione di oltraggiare la Chiesa. Un nipote del re di Tunisi, convertito dai Domenicani, va a Roma per farsi battezzare; e Federico lo arresta, dicendo non potersi trarlo al cristianesimo senza permissione dello zio. Vescovi, côlti, è vero, colle armi, lasciò straziare e impiccare da’ suoi Saracini; e smurar chiese per costruirne moschee: a Nocera de’ Pagani erge un palazzo s’una chiesa distrutta, e dov’era l’altare vi mette la fogna[367]: dalle sedi dell’Italia meridionale sbandisce i migliori prelati e gli uccide, e non lascia destinarvi i successori.
Federico corteggiava sempre il Vecchio della montagna, il dey di Tripoli, che gli pagava tributo, il sultano d’Egitto, che gli mandò fra altri doni una magnifica tenda con un orologio, stimato ventimila marchi d’argento, che segnava le ore e il corso degli astri; i loro ambasciadori teneva a tavola coi vescovi, di che pensate come si scandolezzassero i Cristiani. La sua Corte somigliava a un harem; eunuchi negri e nostrali custodivano sua moglie; «teneva mamelucchi e donne molte, a sfogo di lussuria ed onta della religione; menava vita epicurea, non facendo conto che mai altra vita fosse»[368]; nè tampoco s’asteneva dall’oltraggiare la natura. Nè solo papi e frati e guelfi, ma l’arabo Abulfeda dice che propendeva all’islam _perchè educato in Sicilia_; ed alcuni suoi frizzi mostrano come sentisse di scemo nella fede. — Se Dio avesse visto la mia bella Sicilia, non avrebbe scelto per suo regno la squallida Palestina», esclamò mentre era crociato; e portandosi il viatico: — Quando si finiranno coteste ciurmerie?» e trattava da pazzo chi credesse al parto della Vergine, o ad altre cose repugnanti, secondo lui, alla ragione e alla natura[369]. Si bucinò anche d’un libro _De tribus impostoribus_, attribuito a lui o a Pier delle Vigne, ma nessuno lo vide; nè par credibile n’avessero taciuto i papi ed i fautori loro, che dissotterrarono ogni minimo reato della famiglia di Svevia: ma che Federico avesse detto, il mondo essere stato giuntato da Mosè, Cristo e Maometto, era voce tanto diffusa, che Pier delle Vigne credette doverla smentire in una lettera ove l’imperatore fa professione di fede: e convenendo che tale diceria correva, ma deboli essere gli argomenti tratti dal pubblico cicaleccio[370].
L’eresia sua capitale però consisteva nell’impugnare incessantemente la maestà pontifizia, e svigorire le censure ecclesiastiche[371]; esclamava: — Pur beati i principi asiatici, che non hanno a temere sollevazione di sudditi, nè opposizioni di papi!» ed avrebbe voluto ridur Roma a sua capitale, il papa a suo cappellano. Col quale, nuovo motivo sopravenne di disgusto.
I signori Pisani che avevano occupato la Sardegna, presero il titolo dalle giudicature di quella, restando vassalli della patria. I papi pretendeano la sovranità della Sardegna come di tutte le isole, e Innocenzo III indusse i Pisani a rinunziargliela: ma Ubaldo e Lamberto dei Visconti di Pisa fecero guerra per proprio conto ai signorotti che tenevansi a bandiera della Chiesa; onde furono scomunicati (1237), poi ribenedetti quando riconobbero la supremazia papale, abjurando quella di Pisa. I Pisani se ne indignano, i conti della Gherardesca si armano, e Conti e Visconti divengono le denominazioni de’ Ghibellini e de’ Guelfi che straziano Pisa. Federico s’industria a calmarli, e fa ad Adelaide, vedova di Ubaldo Visconti, signora di Gallura e della Torre, sposare Enzo suo figlio naturale (1238), conferendogli il titolo di re di Sardegna, e pretendendo che questa fosse stata distratta dall’Impero in tempi fortunosi, e dover egli perciò sottrarla alla supremazia pontifizia.
Al papa che restava se non impugnare le proprie armi? e mentre Federico in Padova festeggiava con Ezelino la depressione della parte repubblicana, gli lanciò la grande scomunica (1239), intimazione d’una seconda guerra fra l’Impero e la Chiesa. Federico, conoscendo a prova qual colpo facessero tali sentenze sopra i popoli, fece da Pier delle Vigne recitare, nella gran sala della Ragione, una lunga discolpa: ma il popolo l’ascoltò in significante silenzio; i signori stessi vacillavano; tanto ch’egli volle averne ostaggi, che spedì in Puglia; mandò circolari pei regni e i popoli tutti, irose al papa fino ad accusare di dissolutezze questo vecchio nonagenario: — Tu vivi unicamente per mangiare; sui vasi e le coppe d’oro hai scritto _Io bevo, tu bevi_; e così spesso ripeti il passato di questo verbo, che, quasi rapito al terzo cielo, parli ebraico, greco, latino: piena l’epa, ricolmo il sacco, allora ti credi seduto sull’ali dei venti, e che l’Impero ti sia sottomesso, e che i re della terra ti portino doni, e che ti servano tutte le genti»: aggiungeva che, per ligezza ai collegati lombardi, connivesse ai Catari, il cui nido era Milano; egli fariseo, assiso nella cattedra del dogma perverso; egli unto coll’olio di malizia più di tutti i malvagi; il gran dragone che seduce, il Balaamo, l’anticristo.