Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)
Part 28
Il duello giudiziario mantenevasi soltanto pel caso di morte data da mano sconosciuta, e di lesa maestà; proibite le guerre private sotto pena della vita, le rappresaglie sotto pena dell’esiglio; fino il portare armi se non in guerra o in viaggio, multavasi con cinque once d’oro per un conte, quattro per un barone, tre per un cavaliero, due per un cittadino, una per un villano. Le figlie poteano succedere nei feudi: punito il barone che esigesse oltre il dovuto; agli ecclesiastici vietato il ricever doni e lasciti, e le funzioni di balio o giustiziere[345].
Se tali provvedimenti palesano spiriti elevati, durezza traspira dalle pene: la galera, il taglio della mano prodigati; la forca a chi frauda le imposte, sia per astuzia o per miseria; città intere distrusse, inventò supplizj atroci, e nelle tradizioni e nei versi di Dante restarono famose le cappe di piombo che infocate metteva addosso ai ribelli: poi, per ingrazianirsi i baroni, con deplorabile debolezza li riabilitò ad usare la forza contro i vassalli.
Ai parlamenti, istituzione antica, insieme co’ vescovi e coi baroni chiamò due _buoni uomini_ di ciascuna città e borgata[346], neppure eccettuando le terre sottomesse a’ feudatarj. Essi buoni uomini (da cui poi vennero i sindaci, quando il bisogno di sempre nuove imposte lo costrinse a mascherarle coll’assenso popolare) portavano richiami per le leggi che fossero violate dagli uffiziali, ed esponevano i bisogni dei loro mittenti: primo esempio al mondo d’una vera rappresentanza nazionale.
In ogni luogo due giurati paesani doveano vigilare sopra gli artieri, i ritaglienti, le osterie, le monete, i giuochi zarosi. Napoli, Messina, Salerno e qualc’altra conservarono vestigia degli antichi istituti, ma sotto tutela. Del resto, adombrato dall’emancipazione dell’alta Italia, severamente proibì dappertutto di istituire Comuni indipendenti; e il nominar consoli, podestà o simili magistrati municipali costava la forca agli eletti, e il saccheggio al paese[347]. Fu sottilissimo trovatore di girandole finanziarie e di tasse per cavar denaro, massime sul commercio coi diritti di fondaco, di porto, d’imbarco, d’estrazione ed altri, e ridusse a monopolio il sale, il ferro, la pece, le pelli dorate; levò fin sei collette all’anno, cioè sussidj straordinarj non consentiti ma imposti, e fu volta che gli ecclesiastici pagarono fin la metà dei proventi. Volle anche limitare le usure col proibire ogni interesse maggiore del dieci per cento; ordine improvvido, che fu corretto al solito dalle frodi[348].
Pier delle Vigne, nato poveramente a Capua, e invaghito degli studj, andò mendicando a Bologna, e quivi ammesso nell’università, primeggiò tanto che Federico sel tolse a segretario, poi lo alzò giudice, consigliero, pronotaro, governatore della Puglia, infine cancelliere e tutto. Bellissimo favellatore, arguto giureconsulto, le cure nol distolsero dalle lettere, e come il primo codice dell’Italia moderna, così dettò il primo sonetto: a’ consigli di lui va attribuita la protezione che alle dottrine concesse Federico, il quale anche l’insegnamento accentrò alla moderna, volendo unica scuola nel Regno l’università di Napoli; e i governatori doveano colà mandare tutti gli studenti, dove trovavansi allettati da privilegi, giudicati dai proprj maestri, buon trattamento e sicurezza ne’ viaggi, le migliori case e a tenue fitto; non mancherebbero mai di grano, vino, carni, pesci, e di chi prestasse denaro[349].
Federico fece eseguire la prima versione di Aristotele dal testo greco; formò un serraglio d’animali forestieri; chiunque avesse merito, accoglieva alla sua Corte, ove si dirozzò il linguaggio italiano, e qualche poeta, imitando gli esempj de’ Tedeschi e Provenzali, avvezzò la musa sicula a nuovi concenti. Egli stesso «savio di scrittura e di senno naturale, universale in tutte le cose, seppe di lingua latina e vulgare, tedesca, francese, greca, saracena» (VILLANI); scrisse un libro sulla caccia a falcone; uno sopra la natura del cavallo dettò a Giordano Rufo suo scudiere. Del denaro cavato dai beni suoi e dal traffico che non isdegnava, facea larghezza agli amici e in fabbriche; e a lui sono dovuti i ponti sul Volturno[350], le torri di Montecassino, i castelli di Gaeta, di Capua, di Sant’Erasmo, la città di Monteleone ed altri forti e villaggi; di là dal Faro ristaurò Antea, Flegella, Eraclea, fondò le rôcche di Lilibeo, di Nicosia, di Girgenti: Napoli, abbellita e accresciuta di popolo e ricchezza come sede del sommo tribunale e dell’università, avviò a divenir capitale del regno. Ecco perchè egli v’è ancora nominato con popolare benevolenza.
Tante belle qualità non seppe acconciare coi tempi, ai quali non fu conforme nei vizj nè nelle virtù. A modo dei re moderni, voleva sottoporre anche la religione all’amministrazione, e tenea fitto il pensiero ad affievolire i papi, come quelli che repugnavano a’ suoi divisamenti. Essi avevano costituita la dignità dell’imperatore perchè fosse tutela alla Chiesa, affidandola sempre a un capo elettivo, cioè degno; volendo l’indipendenza d’Italia, come necessaria all’indipendenza pontifizia, impedivano che alla corona imperiale s’annestasse quella della Sicilia, paese sempre della prima importanza in faccia agli stranieri. Federico invece aspirava a rendere ereditario in sua casa l’impero, e unirvi la Sicilia; solo dabbenaggine de’ popoli e astuzia de’ papi avere supremato la santa Sede, tutrice incomoda e umiliante. Nè solo la Lombardia voleva egli soggetta, ma tutta l’Italia, quasi retaggio proprio. Ad un principe italiano scriveva, ogni suo sforzo essere in sottomettere la penisola rinserrata fra dominj suoi, e renderla parte integrante dell’impero, come il regno di Gerusalemme eredità di sua moglie, come la Sicilia eredità della madre[351]; e nel congresso di Piacenza non dissimulò di voler soggiogare la media Italia, impresa difficile, alla quale soccombette.
Non tardò ad accorgersi come, malgrado il momentaneo svolgimento, alleati suoi naturali fossero i Ghibellini; onde a questi s’annodò, sperando, fra il tempestare delle fazioni in Lombardia, riuscire a quello dov’era fallito l’avo suo Barbarossa, e fra i divisi piantare l’ordine; parola che, allora e poi, fu spesso intesa per servitù. A suo desiderio il servirebbero le forze del Reame e quelle della Germania, e i mercenarj che d’ogni parte comprava colle spoglie delle città italiane, e col concedere franchezza a qualunque bandito o malfattore prendesse servizio nelle truppe[352].
Nè pago delle masnade tedesche comandate da Rinaldo, figlio del famoso Markwaldo, cercò rinforzo da nemici del nome cristiano. Dalle montagne centrali dove s’erano ridotti dopo perduto il dominio, gli Arabi sbucavano a devastare la Sicilia, e «v’aveano uccise più persone ch’essa non conti abitanti». Alla conquista sveva non fecero opposizione, e perciò sfuggirono alle vendette esercitate contro i Normanni. Nella minorità di Federico, per odio al papa persistettero a favorire Markwaldo: vinto lui, si forticarono ne’ castelli di val di Màzara, blandirono Ottone IV, e gli spedirono regali. Federico li domò, e fino a sessantamila ne trasferì nella Capitanata, assettandoli a Nocera (1222), che oggi ancora chiamasi de’ Pagani, e a Lucera, posta s’una ultima pendice dell’Appennino, donde si dominano i piani della Puglia, chiusi a levante e settentrione dalla catena del Gargano e dal mare Adriatico. Quivi tentarono ripetutamente fuggire o sollevarsi, poi rassegnatisi divennero fedelissimi a Federico, che da questa colonia traea ventimila combattenti, devoti ad ogni suo cenno e, ch’era più, inaccessibili alle aspirazioni nazionali degl’italiani e agli anatemi dei papi. E quando i papi gli apponevano di avere introdotto i Musulmani in mezzo a Cristiani, Federico se ne imbelliva anzi, come avesse con ciò liberato la Sicilia dal flagello delle loro correrie, e col porli fra’ Cristiani agevolato le conversioni. Il fatto sta che ebbe per tal modo anche un esercito stabile, a guisa dei re moderni.
A suo figlio Enrico, che faceva i nove anni quando egli ventisei[353], avea dai principi di Germania ottenuta la corona. Ora col pretesto della crociata lo invitò a scendere in Lombardia coll’esercito, e trovarsi a Cremona, ove per pasqua intimava la dieta (1226). — Una adunanza raccolta sotto le spade può ella essere libera?» dissero le città lombarde; e non ben fidando nel papa, che condiscendeva a Federico onde indurlo a quel ch’era suo primo desiderio, la crociata, provvedono al caso dubbio e pericoloso rinnovando la Lega Lombarda, secondo n’erano autorizzati dal trattato di Costanza. A Mosio sul Mantovano convennero dunque i rettori, podestà, ambasciatori di Bologna, Piacenza, Verona, Milano, Brescia, Faenza, Mantova, Vercelli, Lodi, Bergamo, Torino, Alessandria, Vicenza, Padova, Treviso, e giuraronsi alleati per venticinque anni. — I malfattori escluderemo da tutti i luoghi e dalle città collegate, nè di bando potranno essere tratti senza mandato dei rettori o della Lega: a chi contraffacesse, faremo guerra a senno dei rettori: nessuna città, luogo o particolare persona de’ collegati verrà ad accordo con alcuna città o luogo fuor della Lega, o in danno di quella, altrimenti sarà avuta per ribelle, e i beni dei suoi abitatori pubblicati e devastati. Se alcuna città, luogo o persona particolare della Lega sia osteggiata dai nemici, le collegate le daranno ajuto, e reciprocamente rifaremo i danni ad arbitrio de’ rettori».
Tale era il giuramento; e quello dei rettori della Lega: — Giuro pei santi evangelj che con buona fede eserciterò l’uffizio a me commesso e le ragioni della giurisdizione a me sottoposte; concorderò cogli altri rettori in quanto concerna lo stato e utilità di tutta la Lega, e di ciascun Comune che v’entri; senza frode darò opera di mantenere e far osservare questa Lega; nulla manifesterò di quello che sarà trattato; niente piglierò per me nè per sommessa persona in detrimento della società; e se cosa alcuna mi sarà offerta, al più presto la farò manifesta a tutti i rettori. Le querele deferite a me od a’ miei colleghi, ad arbitrio degli altri rettori, fra quaranta giorni definirò, secondo la ragione e la buona consuetudine: quindici giorni avanti che scada il mio uffizio darò opera si faccia un altro rettore, il quale giuri siccome ho giurato io. Attenderò al meglio della università e non della specialità; e darò ogni opera a conservare la libertà di ciascun Comune, e difendere i beni contra tutte e singole le persone contrarie a tal società» (CORIO).
Tosto la Lega si pone in piede ostile, far armi, troncare ogni comunicazione colle città ghibelline, proibire ai cittadini di trattar coll’Impero, nè ricevere ordini o donativi. Federico buttò giù la buffa anch’egli, ed avendo dalla sua Reggio, Modena, Parma, Cremona, Asti, Lucca e Pisa, mosse armato. Ma Faenza e Bologna, capo della lega Cispadana, gli chiusero le porte in faccia, sicchè dovette attendare alla campagna, poi affrontato da buoni eserciti, forza gli fu dare indietro. Spedì proposizioni alle federate; e ricusato, le pose al bando dell’Impero; e non so se di buon senno o per contraffare le scomuniche papali, fece scomunicarle dal vescovo d’Ildesheim, e proibì d’andare a studio a Bologna: grave colpo per una città che viveva sopra dodici mila scolari. Le confederate non fecero come sbigottite; ma Onorio III papa, avendo in cima a tutti i suoi pensieri la crociata, e perciò la concordia fra i Cristiani, s’interpose, e rattaccò una pace (1227 — 5 genn.), dove Federico obbligavasi a cancellare que’ bandi, e i Lombardi a null’altro che rappattumarsi coi Ghibellini, e somministrare quattrocento uomini pel passaggio in Terrasanta: ma Onorio non potè vedere la spedizione desiderata.
Il successore suo Gregorio IX, dei conti di Anagni, aveva ottantacinque anni; ma parve ringiovanire nel ricevere in deposito le chiavi eterne: con pompa maggiore delle consuete si fece coronare, sette giorni continuando le feste; e l’ultimo cantata messa in San Pietro, menò una lunga processione ricchissimamente in addobbo, con due corone al capo, sopra un cavallo superbamente bardato, tenuto alla briglia dal prefetto di Roma e dal senatore; precedeano i cardinali, seguivano giudici e uffiziali in broccato d’oro, e una dirotta di popolo, fra le cui acclamazioni e ulivi e palme entrò al palazzo, quasi celebrasse il trionfo dell’autorità papale, che di fatto mai non era tanto salita.
Federico aveva preso tutti quei provvedimenti in Sicilia senza informarne il papa, che pur riconosceva per signore sovrano; imponeva tasse sugli ecclesiastici col pretesto della crociata, alla quale non risolvevasi mai; ed ai lamenti di Roma rispondeva col protestarsele docilissimo, e obbligato ad essa come a madre che Io aveva nutrito. Alla longanimità di Onorio verso un principe mentitore e subdolo come Federico, mal rassegnavasi l’operosa fermezza di Gregorio, il quale intimò alle città longobarde di tenersi in pace (1228), e all’imperatore di partire per oltre mare, egli ch’era stato «posto da Dio in questo mondo siccome un cherubino armato di spada per mostrare agli smarriti la via dell’albero della vita». Più non avea ragioni o pretesti costui da indugiare, e con poche truppe s’imbarcò a Brindisi. Già dappertutto preludevasi a vittoria, già s’immaginava la santa città restituita agli inni dei devoti, quando si sparge che l’imperatore era tornato a terra dopo tre giorni, allegando le malattie dell’esercito e la sua. Al pontefice più non parve di pazientare, e lanciò la scomunica, denunziando Federico come spergiuro e infedele; suo delitto se la moglie Jolanda morì sovra parto; colpa sua se di fame e di caldo perirono i Crociati nella Puglia. Non meno iracondo Federico inveiva contro il papa che, in luogo di soccorrerlo, istigasse contro di lui il suocero suo stesso; il quale di fatto, appoggiandosi alla scomunica, in armi veniva a ridomandare il titolo regio che Federico gli aveva usurpato. Pure, avuto intesa delle discordie scoppiate fra i principi Ajubiti, l’imperatore si risolse al passaggio; data la posta a’ guerrieri nella pianura di Barletta, vi troneggiò in tutta la maestà imperiale e colla croce di pellegrino, lesse il proprio testamento, facendo giurare i baroni d’adempirlo se nell’impresa perisse, e precipitò gl’indugi.
Gregorio IX dichiarò scandalo che uno scomunicato capitanasse l’impresa santa; dichiarò imprudenza l’assumerla con sole venti galee e seicento cavalieri, armata da corsaro, non da imperatore; e interruppe la canonizzazione del pacifico san Francesco per ripetere gli anatemi contro Federico, il quale non vi diede ascolto.
In Levante i figli di Malek Adel, spartitosi il dominio, si faceano guerra dall’uno all’altro; e Melik el-Kamel, signore dell’Egitto e di Gerusalemme, cercò prevalere a’ fratelli coll’allearsi all’imperatore d’Occidente, al qual uopo gli spedì un emir, mentre l’arcivescovo di Palermo arrivava al Cairo con gran regali per lui (1229), e si ricambiarono proteste d’amicizia. Melik el-Kamel invase di fatto la Palestina; sicchè l’imperatore, sapendo di non dovervi trovar nemici, non credette aspettare i rinforzi di Germania. Approdato, vi era dai nostri accolto come un Messia, quando due Francescani annunziarono la scomunica. Detto fatto, gli si toglie fiducia e rispetto, a segno che gli ordini non dava più in proprio nome, ma di Dio e del popolo cristiano. Melik el-Kamel non meno che Federico desiderava la pace; sicchè tutta la campagna si ridusse a trattative, quanto una guerra moderna, sempre avvolte però nel mistero. L’imperatore mandò al soldano pelliccie, eccellenti destrieri, bellissime armi di Germania, il cavallo di battaglia, la spada, parte dell’armadura di cui egli servivasi in campo, protestando non chiedere che le già promessegli città, titolare patrimonio di suo figlio; vedesse in quanto scredito cadrebbe se tornasse in Occidente senza nulla ottenere. L’emir lo ricambiava con stoffe di seta, un elefante, dromedarj e scimie, altre rarità dell’India, dell’Arabia, dell’Egitto, e una banda di ballerine e cantatrici, soggetto ai Musulmani di rimproveri, di scandalo ai nostri, cui davano gelosia e dispetto quelle benevole relazioni[354]. I due signori convennero d’una tregua decenne; Gerusalemme, Betlem, Nazaret, Toron e i prigionieri sarebbero consegnati a Federico con quanto siede fra Gerusalemme, Acri, Tiro e Sidone; conservate ai Musulmani le moschee, e libero esercizio del loro culto; Federico distoglierebbe i Franchi da nuovi atti ostili contro di essi.
Il patto seppe dell’empio ad entrambe le religioni; imami e cadì appellavansi al califfo contro la cessione della _città del Profeta_, i vescovi al papa contro l’indegnità di mescolare i due culti: il sultano di Damasco ricusò l’accordo; il patriarca di Gerusalemme pose all’interdetto i luoghi recuperati. In conseguenza Federico entrò in Gerusalemme senz’altro accompagnamento che de’ suoi baroni tedeschi e de’ cavalieri Teutonici; e nella chiesa del Santo Sepolcro, tesa a bruno, abbandonata dai preti, mentre, lui connivente, dai minareti continuavasi a gridare: — Non v’è altro dio che Dio e Maometto è suo profeta», Federico colle proprie mani dovette porsi in capo il diadema. Nè potè ottenere obbedienza neppure sevendo contro i cittadini, battendo frati, impacciando i pellegrini che venivano per la settimana santa, e i Templari che voleano rialzar le mura: la sua partenza da Gerusalemme fu festeggiata quanto l’arrivo; e gli assennati gli faceano rimprovero di non avere provveduto tampoco nè a conservare gli acquisti nè ad assicurarvi i fedeli: sì poco gli caleva del regno di Cristo quando il suo pericolava.
Perocchè in Sicilia il papa gli suscitava nemici mandando nunzj, compiangendo che quei popoli, sotto un nuovo Nerone, perdessero fino il desiderio della libertà: — Vi ha forse Dio collocati sotto cielo sì ridente per trascinare catene vergognose?» Sollecitava anche soccorsi da’ collegati lombardi, e messo insieme un esercito, lo affidò a Giovanni di Brienne, che sotto lo stendardo delle chiavi entrò devastando il reame di suo genero.
Federico, sbuffante vendetta, muove le schiere tedesche ricondotte di Palestina, e i fedeli suoi Saracini, segnati della croce, combatteano fieramente contro i papalini, segnati delle chiavi; e messi questi in isbaratto, recupera le piazze del Regno, invade le terre del papa, ne stramena i fautori, e gli suscita nemici in Roma stessa. Giovanni di Brienne era stato chiamato a Costantinopoli a regnare invece del fanciullo Baldovino II suo genero, e benchè ottagenario si mostrò eroe nel combattere i Bulgari. I Romani, espulso il pontefice, aveano gravato di esazioni le chiese, i conventi, i vassalli della santa Sede, e aizzato Federico alla totale rovina del papa; ma una straordinaria inondazione del Tevere, considerata come castigo del cielo, indusse e popolo e senato a richiamarlo in segno di penitenza. I prelati però mal sopportavano di dover contribuire alle spese a titolo della crociata; alle città lombarde pesava l’essere trascinate in una guerra offensiva, esse collegatesi solo per la difesa: laonde fu praticato un accordo (1230), e dopo lunghi dibattimenti si annunziò qualmente l’imperatore concedeva perdonanza universale, revocava il bando messo sopra le città lombarde, e prometteva che i benefiziati sarebbero eletti secondo le leggi ecclesiastiche, nè gravati d’imposte o collette. A tali condizioni fu prosciolto dalla scomunica, e le campane sonarono a letizia, il re baciò il piede del papa, n’ebbe la benedizione, e sedettero alla stessa mensa. I popoli credettero fosse pace, ma non era che un respiro ch’egli si procacciava per allestirsi all’ultima prova.
Quando i capi erano disuniti, tutte le membra se ne risentivano, e l’Italia peggio che mai trambustava, facendo guerra Venezia a Ferrara, Padova e Brescia a Verona, Mantova e Milano a Cremona, Bologna a Imola e Modena, Parma a Pavia, Firenze a Siena, Genova a Savona ed Albenga, Prato a Pistoja; signorotti feudali saliti a gran potenza mescolavano battaglie fra sè o colle città; e ai rancori ed alle ambizioni private pretessevasi il nome del papa o dell’imperatore.
Questi convocò la dieta in Ravenna (1231), ma al tempo stesso da Germania invitava coll’esercito il figlio Enrico: di che adombrate le città, e mal fidandosi alle assicurazioni nè del papa, nè dell’imperatore, abbarrarono i passi, tanto che Enrico rimase di là, e Federico rinnovò il bando contra la Lega Lombarda, cassando qualunque diritto mai avessero ottenuto le città di quella. Mancando però d’esercito, le minaccie non fecero che rinserrare quella Lega. Milano mette in ordine sette capitani con mille uomini a cavallo ciascuno, giurati a sostenere la libertà, e morire in campo piuttosto che fuggire; disponeva delle forze di Parma, Piacenza, Novara, Vercelli, Alessandria, benchè indipendenti; ed essendosi Tommaso conte di Savoja tenuto sempre fedele all’imperatore, dal quale anzi fu costituito vicario, i Milanesi si spinsero fin nelle Alpi, e per sorreggere alcune terre a lui ribellate fondarono il Pizzo di Cuneo, che poi dovea divenire una delle primarie fortezze di quella casa e dell’Italia.
A Federico poi si ribellavano i proprj paesi, da lui fraudati delle consuetudini municipali, e specialmente Messina, avvezza a reggersi con stratigoti proprj: ond’egli moltissimi appiccò ed arse vivi; il castello di Centoripa distrusse dalle fondamenta; Gaeta, benchè amnistiata, fe spoglia dell’antico diritto di eleggere i consoli, e circondò di trenta fortini: insomma questo eroe, magnificato da coloro che venerano in lui l’antagonista de’ papi, trovò continuamente rivoltose la Puglia e la Sicilia, nè seppe frenarle che collo spediente dei tiranni, le fortezze.
Appoggio gli erano, dopo i Saracini, i signorotti ch’eransi eretti tiranni di alcune città e provincie, e che dai diplomi di lui (1215) credeano trarre legittimità e fermezza. Principale tra questi fu Ezelino da Romano, che succeduto ad Ezelino il Monaco suo padre, all’avito dominio aveva aggiunto Bassano e Treviso, poi anche Verona e Padova, secondato dal fratello Alberico e dai Ghibellini della Marca Trevisana; e con una fermezza che non si arrestava alla necessità del sangue e del delitto, era divenuto il più spaventoso tiranno che la patria storia ricordi. Vi faceva contrasto Azzo d’Este, con larghissimi possessi e col favore di tutti i Guelfi: ma Ezelino prevalse alla venuta di Federico, del quale sposò Selvaggia figlia naturale. In queste emulazioni la Marca non meno che la Lombardia andava a strazio di deplorabili guerre, alle quali metter fine non potea la politica, ma solo qualche armistizio la religione, adoprantesi incessantemente a questo scopo.
Già vedemmo come essa dettasse la tregua di Dio; e i due nuovi Ordini di Domenicani e di Francescani furono tutti in attutire gli sdegni, frammettersi alle baruffe quotidiane, persuadendo e portando la pace da signore a signore, da una all’altra città; e cuori feroci, cui vigor di legge o possanza di magistrati non ratteneva, aprivansi alla pietà, gli stocchi tornavano alla vagina, e nel nome di Cristo fondendosi in lagrime, il nemico correva ad abbracciare il nemico.