Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)
Part 27
Facile è il deridere le ignoranze o stranezze de’ nostri maggiori, massime a chi perda di vista quelle che in noi derideranno i nostri nipoti. La scienza seria anche in questi traviamenti indaga i progressi dell’intelletto e della società, e riconosce nell’errore un aspetto fallace della verità, ma nuovo e progressivo. Il disputare nelle università al cospetto di tutto il mondo erudito d’allora, e fra una gioventù che vivamente parteggiava, conduceva a ricorrere a sottigliezze, quando la pessima sventura per un dottore sarebbe stata il rimanere accalappiato in un’argomentazione da cui non sapesse strigarsi: onde i dibattimenti diventavano non uno sforzo verso la verità, ma un’arena di capiglie; e la filosofia, come già la teologia, ebbe martiri ostinati d’indicifrabili enigmi. Pure se sbriciolavasi il pensiero, veniva anche analizzato; acuivasi il raziocinio, che dell’errore e della verità è veicolo, non mai causa; in quella ginnastica gl’intelletti si foggiavano allo stretto ragionamento, all’ordine ed all’economia delle idee, alla costanza del metodo, e si poterono svolgere i concetti morali e metafisici di cui la Scolastica avea posto i germi, conservandone il fondo, cangiando la forma. Della Scolastica è merito l’andamento analitico delle moderne favelle, che per la stretta relazione delle parole colle cose svelano il logico procedere della ragione odierna, dovuto a quella comunque malaccorta educazione. L’astrologia e l’alchimia portarono a meditare sopra il sistema del mondo e la composizione dei corpi.
Nè le matematiche, la parte più rilevante dello scibile dopo la lingua, erano perite, e basterebbero ad attestarlo i progressi della meccanica e dell’architettura. Resta nella cattedrale di Firenze un calendario scritto nell’813, con bellissime traccie d’osservazioni celesti, per le quali l’autore si era accorto dello spostamento de’ punti equinoziali dopo il concilio Niceno I, stando al computo giuliano. D’un geografo di Ravenna abbiamo una rozza descrizione del mondo, cui può servire di schiarimento una mappa del 787 che sta nella biblioteca di Torino in un commento manoscritto dell’Apocalisse. La geografia dovea vantaggiarsi dai tanti viaggi di devozione, per guida dei quali stendevansi itinerarj; ma come scienza ben poco progredì.
San Tommaso intendeva addentro nelle matematiche, e scrisse degli acquedotti e delle macchine idrauliche. Campano novarese commentò Euclide, studiò alla quadratura del circolo e alla teorica de’ pianeti, e indicò la genesi de’ poligoni stellati: Urbano IV lo teneva frequente alla sua tavola con altri, da cui godeva sentire spiegate le quistioni che proponesse. Paolo Dagomeri da Prato, detto l’Abbaco per la sua perizia nell’aritmetica e nella geometria, rappresentava in macchine tutti i moti degli astri: fu il primo a pubblicare un almanacco. Biagio Pelacani da Parma spiegò le apparenze prodigiose dell’atmosfera mediante la riflessione delle nubi.
Di que’ tempi, e merito degli Italiani fu una comodissima novità. Mentre gli antichi, siano i classici, siano gli Ebrei e gli Arabi, notavano i numeri con lettere, gl’Indiani possedevano una numerazione più ragionata, ove le cifre, oltre il proprio, hanno un valore di posizione, sicchè trasportate al penultimo posto esprimono le decine, al terz’ultimo le centinaja, e così via: da essi l’appresero gli Arabi, e alcun Europeo se ne valse in opere scientifiche. Leonardo Fibonacci di Pisa, stando impiegato nelle dogane a Bugia di Barberia, cercò quanto d’aritmetica sapeasi in Egitto, in Grecia, in Siria, in Sicilia, e in un trattato d’aritmetica e d’algebra del 1202 si valse di queste ch’egli chiama cifre indiane. Gloria sua più certa è l’avere primo fra i Cristiani trattato dell’algebra, e in modo tale che tre secoli di concordi fatiche non aggiunsero un punto a quel ch’egli insegnò. L’applica esso a problemi mercantili, senza un cenno delle operazioni magiche, dietro cui deliravano anche i più valenti. Così un negoziante fiorentino recò all’Europa e il calcolo de’ valori e quello delle funzioni.
Altra invenzione importantissima di quel tempo sarebbero le note musicali, che si attribuiscono a Guido d’Arezzo monaco benedettino (n. 955); ma in che consista il merito di lui, non è ben certo. Imperocchè i righi e i punti già erano conosciuti; non fu lui che introducesse la gamma per imparare il solfeggio; non lui che estese la scala aggiungendo cinque corde alle quindici degli antichi. La tradizione dice soltanto ch’egli trovò note, onde in brevissim’ora imparavasi la musica, che dapprima richiedeva molti anni; e che Benedetto VIII, invitatolo a Roma per farne prova, se ne chiamò soddisfatto. La sua scala è la stessa de’ Greci, solo estesa alquanto aggiungendovi un tetracordo nell’accordo e una corda nel grave[339]; e alcun vuole che allora alle lettere gregoriane si sostituissero punti quadrati o rotondi sopra righi paralleli e negli intervalli, sicchè le relazioni armoniche de’ toni divennero quasi sensibili alla vista, e la facilità del notarle con punti sopra punti (contrappunto) ne rese agevole l’esecuzione.
Sant’Ambrogio e Gregorio Magno aveano redenta la musica dalle pagane profanità e dall’elemento mondano, secondo il quale proponeasi unicamente d’esprimere la durata delle sensazioni, e imitare i movimenti delle impressioni prodotte dalla passione e dal sentimento; abolito il ritmo, sicchè il canto non fosse più capace di esprimere i sentimenti e le passioni, ma restasse affatto spirituale; atteso che, essendo le note tutte di durata eguale, meglio esprimevano, nel vestire le parole sante, l’inalterabile calma dell’onnipotenza. Però si conservarono i modi antichi, che erano toni esprimenti la differenza dal grave all’acuto fra i varj punti di partenza dei sistemi di successione. Ambrogio aveva unito i due tetracordi per formare la scala; e scelto fra i modi greci i quattro che più acconci gli parvero alla maestà del canto e all’estensione della voce, sbandì gli ornamenti introdotti nella melopea, e gran numero di ritmi: insigne semplificazione e barriera alle novità corruttrici, perchè anche la musica colla purezza semplice e maestosa ritraesse la severa austerità del culto. Gregorio, sull’orme d’Ambrogio, e schivandone gl’inconvenienti, aggiunse quattro nuovi modi, ond’evitare la monotonia.
Restava che la musica cristiana conquistasse l’armonia, ignota ai Greci; e mentre in questi le regole non miravano che a stabilire successioni, ora doveasi introdurre la simultaneità dei suoni. Malgrado gli ostacoli dell’abitudine e della venerazione verso gli antichi, si poterono fare intendere due voci a un tratto: ma quando si cominciasse non si sa. Guido d’Arezzo non diede nuove regole all’arte, ma mostra evidente che già allora conoscevasi la difonia, quantunque ignoriamo a quali regole formata.
CAPITOLO XCI.
Federico II. Seconda guerra dell’investitura.
Nel concilio Lateranense IV, aperto l’11 novembre 1215, l’autorità pontifizia apparve nella maggior sua magnificenza. I due imperatori d’Oriente e d’Occidente, i re di Cipro, di Gerusalemme, di Sicilia, di Francia, d’Inghilterra, d’Aragona, d’Ungheria mandaronvi ambasciadori; i patriarchi d’Antiochia e di Gerusalemme v’assistettero in persona, e per rappresentanti quei di Costantinopoli e d’Alessandria; settantuno arcivescovi, quattrocendodici vescovi, e più di ottocento abati e priori; e tale affluenza di popolo, che alcuni prelati non poterono penetrare nella basilica, e il vescovo d’Amalfi restò soffocato. In mezzo a un circolo di cardinali ornati in maestosa semplicità, compariva il pontefice, che aveva veduto Costantinopoli rimessa alla sua obbedienza; era uscito trionfante dalla guerra degli Albigesi e dalla lotta con Ottone imperatore e col re d’Inghilterra, che gli fe omaggio della sua corona; all’ombra di lui, quest’isola aveva ottenuto la _Magna Charta_ salvaguardia di sua libertà, le città toscane formato una confederazione, e le lombarde rinnovato l’antica; gli Spagnuoli nel piano di Tolosa riportata insigne vittoria che li francheggiava omai dall’araba servitù; da lui il re d’Aragona domandò la corona; quel di Bulgaria gli sottomise la sua; sulla Sicilia avea sodato la supremazia della santa Sede, dopo averla rinfrancata in Roma; in due Ordini, baliosi di gioventù, erasi creata una milizia stabile, disposta ad ogni suo comando. Ed ora al mondo intero, pendente dalle sue infallibili decisioni, dettava i canoni della credenza e le regole della disciplina ecclesiastica e civile: vietato l’affidare funzioni pubbliche a Musulmani o Ebrei, o il vendere armi agli Infedeli; frenata l’usura, proscritti i Patarini, e per distinguersi da questi dovessero i Cattolici almeno una volta l’anno comunicarsi alla propria parrocchia; confermata la dottrina di Pier Lombardo intorno alla Trinità, riprovando quel che n’avea scritto «il calabrese abate Gioacchino», scrittore mistico, rinomato per predizioni; ordinata pace generale per quattro anni.
Vicario della divinità in terra pel governo temporale e per lo spirituale, il pontefice avea dunque portate ad effetto le massime che le Decretali avevano sancite, proclamando la potenza ecclesiastica essere il sole, da cui, a guisa di luna, la imperiale traeva il suo splendore[340]. Spiegando le relazioni del potere temporale collo spirituale, Innocenzo III scriveva[341]: — Il Signore non solo per costituire l’ordine spirituale, ma anche perchè una certa uniformità fra la creazione e il corso degli avvenimenti l’annunzii autore di tutte le cose, stabilì armonia fra cielo e terra, in modo che la meravigliosa consonanza del piccolo col grande, del basso coll’alto, ce lo riveli per unico e supremo creatore. Come stampò due grandi luminari sulla volta celeste, così affisse al firmamento della Chiesa due supreme dignità, una che splenda il giorno, cioè illumini gl’intelletti sopra le cose spirituali, e franchi dalle catene le anime tenute nell’errore; l’altra che schiari le notti, cioè gli eretici indurati e i nemici della fede, e impugni la spada per castigo de’ reprobi e gloria dei fedeli. E come, offuscando la luna, buja notte involge le cose; così, quando mancasi d’imperatore, prorompe la rabbia degli eretici e dei pagani».
Pretendenze non meno assolute sillogizzavano i giuristi, attribuendo agli imperatori un potere senza limiti, quale avea formato la possa e l’obbrobrio di Roma antica; e con argomento di pari calibro nelle nuove università insegnando il _sacro impero_ elevarsi sopra ogni mondana cosa, l’imperatore portare in mano il globo a significare la padronanza sull’universo mondo.
Arroganze sì opposte doveano rinnovare il conflitto tra il pastorale e lo scettro. Cominciato da Gregorio VII, erasi sopito con un accordo, ove l’imperatore crebbe di vantaggi, il papa d’opinione. Dopo ottant’anni si ridestò più palese e meglio determinato, non trattandosi più d’una formalità feudale, ma se la Chiesa dovesse star sottoposta all’Impero. Anche i lottanti erano ben differenti: l’inflessibile Gregorio più non viveva, e al posto d’un Enrico IV, principe scapestrato e inviso, stavano i principi di Svevia, nobili, generosi, cortesi, fautori delle lettere, cinti da signori tedeschi, che fedeli al re e alla donna di lui, lo seguivano del pari al torneo od alle spedizioni oltre l’alpi e il mare.
Federico II, rampollo ghibellino allevato dal papa e da lui sostenuto contro il guelfo Ottone, sicchè per ischerno veniva detto il re dei preti, mostrò deferenza e rispetto a Innocenzo III finchè n’ebbe bisogno: esortò il senato romano ad obbedirgli; nella dieta di Egra solennemente professò, pei tanti favori avuti dalla romana Chiesa, le sarebbe sempre rispettoso e sommesso; le confermava le concessioni fatte da Ottone; l’aiuterebbe a conservare i dominj, e nominatamente la Sicilia, la Sardegna, la Corsica, e a recuperare i disputati, come l’eredità della contessa Matilde; — Appena consacrati a Roma (soggiungeva) emanciperemo nostro figlio Enrico, cedendogli il regno nostro ereditario di Sicilia, sicchè il tenga come il teniam noi dalla santa Sede; e noi rinunzieremo al titolo regio e al governo di quel paese, di modo che mai non possa essere unito all’Impero»[342].
Oggi chiameremmo ciò politica; allora parve ipocrisia: giacchè al tempo stesso ricusava far giustizia alle domande della Chiesa; pretese che Innocenzo gli avesse peggiorato il patrimonio, e perciò a Ricardo fratello di lui ritolse il contado di Sora, e spogliò altri che dal papa erano stati investiti; fece anche morire qualche vescovo per ribelle, e non rifiniva di lamentarsi che Roma raccogliesse chi a lui era sfavorevole; e soltanto la morte sottrasse Innocenzo dal vedere il suo pupillo morsicare il seno che l’aveva nodrito.
Federico, gioviale, colto, amabile, atto a conciliarsi gli animi, quanto alienavali la rozzezza d’Ottone, rimase indisputato re di Germania allorchè questo morì pentito e ricreduto della guerra portata alla Chiesa, e facendosi flagellare dai servi per penitenza (1218). Propenso alle armi a somiglianza degli Svevi paterni, e a somiglianza dei materni Normanni destro nella politica e dissimulato, segnò con buoni provvedimenti i cinque anni che dimorò in Germania; poi si volse all’Italia, alla quale lo traevano la bellezza del cielo, le rimembranze di sua gioventù, la coltura degli abitanti, e il proposito di tornar vigoroso l’Impero. Raccontavasi che, ancor fanciullo, tra il sogno gridò: — Non posso, non posso»; e interrogato rispose parevagli di mangiare tutte le campane del mondo: ma ne abboccò una così grossa, che in verun modo non potea trangugiare. Vedemmo più volte il medio evo tradurre i fatti in cotali storielle.
In Lombardia le città principali venivano allargando il dominio, non più soltanto sovra le terre circostanti, ma su città minori, inviandovi podestà ed esigendone tributi, per modo che l’infinito sminuzzamento riconosciuto dalla Lega Lombarda restringevasi attorno ad alcuni centri. Uno de’ principali era Milano, che moltiplicava guerre a Pavesi, Cremonesi, Parmigiani, Modenesi, e che caporione della parte guelfa, trovavasi però, come fautore di Ottone IV, scomunicata dal papa, divenuto patrono del discendente degli Svevi.
Federico vide non riuscirebbe ad alcun pro fra tanto rimestìo; e differendo a miglior tempo il cingere la corona di ferro, scese verso il mezzodì. Il nuovo papa Onorio III dei Savelli era stato ricevuto dai Romani con tripudj (1216), quali niuno ricordava d’aver veduti; pochi mesi dopo dai Romani fu espulso, e costretto a ritirarsi a Rieti e a Viterbo. Mite pontefice in mezzo a due robusti, ai re insinuava continuo la mansuetudine sua stessa: istruito dal nunzio che lo scisma greco non potrebbe ricomporsi che col rigore, vietò d’usarne, non dovendosi tutelare la fede che coll’istruzione, la preghiera, il buon esempio e la pazienza. Da Federico, a cui nome era stato governatore di Palermo, aveva egli a ripetere tre promesse fatte al suo predecessore: di crociarsi, di restituire il retaggio della contessa Matilde, di rinunziare alla corona di Sicilia, sicchè non fosse unita all’Impero. Rinnovate queste promesse, Federico ottenne d’essere unto imperatore (1220 — 20 7bre); nel quale incontro derogò qualsifosse legge restrittiva delle libertà della Chiesa, ed ordinò severamente l’estirpazione delle eresie.
Il retaggio della contessa Matilde nella realtà non era venuto nè all’impero nè al pontefice, avvegnachè i signori posti a governarlo s’erano poc’a poco scossi dalla dipendenza, intanto che molti Comuni colla forza, col denaro, colla persistenza redimeansi in libertà, fra’ quali primeggiava Firenze.
Quanto sia alla crociata, dopo la presa di Costantinopoli e la fondazione dell’impero latino, Innocenzo III non avea cessato di spingere alla liberazione del santo sepolcro, tanto più che allora andava attorno, essere giunto a sera il dominio di Maometto, simboleggiato nella bestia dell’Apocalisse, la quale non oltrepasserebbe i seicento anni. Genova vide in quel tempo capitare un nuvolo di fanciulli, che, assunta la croce, volevano passare alla liberazione di Gerusalemme: infelici! e per via perirono tutti, quali di fame e stenti, quali affogati ne’ fiumi, alcuni côlti da avidi speculatori per venderli schiavi. Innocenzo li compassionò, ma non rifiniva di farne raffaccio agli adulti, i quali vigorosi non sapeano compiere quel che aveano tentato fanciulli.
Al suo intento veniva opportuno un campione che onorate prove avea dato di valore e fedeltà alla Chiesa, Giovanni di Brienne, francese lodatissimo in fatti di guerra, fratello di quel che vedemmo poc’anzi pretendere l’eredità di re Tancredi nella Puglia: ito in Palestina, avea preso per moglie Maria figlia di Corrado di Monferrato (1219), e per dote diritti al trono di Gerusalemme. Innocenzo lo riconobbe re di questa, e raccolti molti Crociati, proponevasi guidarli egli in persona, quando morì. Onorio III promise seguitare l’impresa, e ottenne che Ungheresi e Tedeschi passassero in Terrasanta su navi di Venezia e di Zara. All’assedio di Damiata il legato pontifizio a capo degli Italiani (1218) scalò primo le mura in buja notte, e la croce d’orifiamma, stendardo che conservasi a Brescia, vuolsi vi fosse allora piantata dal vescovo Alberto a capo di millecinquecento Bresciani, impresa per la quale ottenne il patriarcato di Antiochia. Poco poi Enrico di Settala, arcivescovo di Milano, condusse un rinforzo di suoi cittadini[343].
Moadham sultano di Damasco, disperando tenere Gerusalemme, ne avea diroccato le mura, e pensava anche abbattere il santo sepolcro, quando la fortuna cangiò, e la crociata uscì alla peggio. Ne sbigottì tutta cristianità, e il papa imputava Federico, che, promesso ripetutamente di prendervi parte, sempre avesse mancato. Vennero poi in Italia i granmaestri de’ Templari, degli Spedalieri, dei Teutonici, il patriarca, e re Giovanni di Brienne, e si presentarono supplichevoli all’imperatore in Verona; il quale non solo mostrò ascoltarli, ma sposò Jolanda figlia ereditiera di re Giovanni, col che pareva assumere come cosa propria la difesa e il ricupero di Terrasanta. Allestì navi in Sicilia, impose taglie e accatti, mandava retoriche esortazioni agli altri principi; ma alla nuova stagione destinata alla partita egli trovò sotterfugi, domandò il titolo di re di Gerusalemme a scapito del suocero, mentre palesava nè voglia di assumere nè lealtà di seguire l’impresa.
Più stavagli a cuore di sottomettere e regolare la sua Sicilia. Colà fumava ancora il sangue in cui Enrico VI avea tuffato i privilegi de’ baroni, e ne fermentava quel miscuglio di vecchio e di nuovo, di ribrame e di speranze, che turba ogni recente dominazione. Nei passati scompigli la giustizia era stata sovversa; la gerarchia d’impieghi stabilita da re Ruggero non serviva che a camuffare di legalità esazioni esuberanti; i feudi erano stati occupati a volontà, e ciascuno nel proprio arrogavasi la sovranità fino al diritto di sangue, e in tumultuosa indipendenza tutto era furto, assassinj, guerre.
Volendo farsi perdonare la rivolta o venirgli in grazia, i baroni andarono fin a Roma incontro a Federico, offrendogli doni e duemila cavalli di Puglia; poi al suo arrivo gli prodigarono omaggi, e gli consegnarono i maggiori avversarj. Federico li carezza, ma di mezzo alle feste si fa cedere i diritti regali dall’abate di San Germano; a forza sottopone i conti di Celano e di Molise; imprigiona quelli d’Aquila, di Caserta, di Sanseverino, di Tricarico perchè non gli avevano dato tutte le truppe che doveano; fa radere le fortezze erette dopo un certo tempo; a Capua pianta un tribunale che riconosca i diritti de’ feudatarj, e incameri i feudi di cui mancasse il titolo. Per tal modo snervò la feudalità; e smantellate le rôcche baronali alla campagna, ne fabbricò di proprie nelle città più grosse, e castel Capuano in Napoli.
Valendosi delle istituzioni normanne e dandovi maggior ordine, ebbe fitto l’animo costantemente a render robusta la regia autorità a spese dei privilegi e delle entrate de’ feudatarj; impedire si costituissero grandi Comuni, quali in Lombardia; fare che tra il popolo e il re non si frapponesse che la legge e i magistrati. Mentre non solo Italia ma tutta Europa era sbocconcellata in municipj e feudi, egli prevenne i tempi col volere stabilire lo Stato qual noi lo concepiamo, e quell’unità amministrativa che forma il vanto e forse il disastro de’ tempi nostri, in sè e ne’ suoi uffiziali accentrando il pubblico potere, tolto ai signori, ai vescovi, alle città. Seguendo la missione provvidenziale dei re nel feudalismo, elevò le condizioni infime, ai sudditi demaniali attribuendo maggiori privilegi che non ne avessero i feudali; gli uomini si stimassero affissi al terreno che teneano dai signori, e di più franche condizioni fossero giovati; le proprietà libere si crescessero; alleggerite o tolte le prestazioni di corpo stipulate per contratti: intenzioni superiori all’età.
Per togliere il disaccordo venuto dagli avvicendati dominj, Federico dettò un codice, che abbracciava la legislazione feudale, l’ecclesiastica, la civile, oltre la politica ed amministrativa, e dov’erano pareggiati Normanni, Franchi, Greci e Latini. Lodando i Romani che colla legge regia trasferivano nel principe la facoltà legislativa, affinchè nel medesimo imperante si trovassero e l’origine della giustizia e il diritto di tutelarla, anch’egli avocò tutta la giurisdizione; e toltala ai baroni e prelati, proclamò (cosa insueta fra gli ordini feudali) i magistrati suoi proferirebbero su tutti i sudditi[344], neppure esclusi i feudatarj; e pel giudizio di fatto bastava la testimonianza di due pari, ovvero di quattro dell’ordine inferiore, cioè per un conte vi voleano due conti, o quattro baroni, od otto cavalieri, o sedici cittadini. La giurisdizione criminale rimarrebbe divisa dalla civile. Fa meraviglia di trovar già nelle sue _Costituzioni Augustali_ una gerarchia giudiziaria attaccata a un centro comune, fissate nettamente le competenze, sostituito il giudizio dei pari alla giustizia emanante dal monarca, conservato con dispiacere il duello giudiziario e ridotto a stretti confini; provveduti d’uffizio di campioni o d’avvocati gli orfani, i minori, le vedove, i poveri. I _bajuli_, scelti per titolo d’onoratezza più che di conoscenza di leggi, riscotevano le imposte, tassavano i viveri; e con un assessore giurisperito e nominato dal re, decideano dei delitti campestri e delle cause civili, poteano arrestare malfattori e sospetti per tradurli ai tribunali. Soprastavano come secondo grado i _camerarj_ per gli affari civili e fiscali. Poi i _giustizieri_ per le cause di polizia e criminali, con un notaro e un assessore stipendiati dal re, rendevano gratuita giustizia: duravano un anno, e doveano scegliersi stranieri alla provincia. Nessuna causa potea prolungarsi oltre due mesi; solo i giudici inferiori erano retribuiti dalle parti; gli avvocati non poteano pretendere più della sessantesima del valore contestato. Gli appelli da tutti i sudditi e le cause feudali recavansi ad una suprema Corte, composta di quattro giudici e del gran giustiziere, il quale una volta l’anno percorreva le provincie tenendo assise. Questa Corte vegliava anche sull’amministrazione della rendita, difendeva pupilli e vedove. In maggio e novembre si raccoglievano provinciali sindacature davanti ai prelati, conti, baroni, magistrati della provincia, ricevendo le querele portate contro gli impiegati.
A una camera fiscale, detta Segrezia, spettava l’alta giurisdizione in cause di finanza, l’amministrare i beni vacanti o staggiti, l’intendenza sui palazzi e le ville regie, le fortezze, i fondi destinati alla flotta: sugli uffiziali di finanza e sull’amministrazione vigilavano procuratori, rivendicando i beni confiscati, affittando quelli della corona; e rendevano ragione delle entrate e spese a un’alta Camera de’ conti in Palermo. Una commissione esaminava i concorrenti alle cariche od a professioni universitarie.