Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)
Part 26
Resta che diciamo dell’altro studio universitario, la medicina. V’aveano rinomanza gli Arabi, che tradussero e commentarono gli autori greci, e tramandarono a noi varj medicamenti ed elixir. Anche gli Ebrei erano medici e chirurghi reputati, e ne’ libri talmudici si trovano idee molto avanzate intorno all’anatomia. Fra’ Cristiani, questo, come ogni altro sapere, venne a ridursi in mano di ecclesiastici e principalmente di monaci, sebbene a questi dai canoni fossero vietate le operazioni con fuoco e ferri taglienti; e san Benedetto a’ suoi di Montecassino e Salerno impose la cura de’ malati. Costantino Africano filosofo, visitate per quarant’anni le scuole arabe a Bagdad, in Egitto, nell’India, di ritorno corse rischio d’essere ucciso per mago (1070 ?); onde rifuggì a Salerno, e divenne secretario di Roberto Guiscardo; poi nauseato dal fragor cortigiano, si ritirò a Montecassino, traducendo i medici orientali. Ne crebbe rinomanza alla scuola salernitana, e v’affluivano malati, alla cui guarigione contribuivano la salubre posizione e le reliquie di san Matteo, santa Tecla e santa Susanna. Venuto Enrico II a farsi estrarre la pietra, san Benedetto durante il sonno compieva l’operazione, ponevagli la pietra in mano, e cicatrizzava la ferita[328]. Nel secolo seguente, sotto la direzione di Giovan da Milano vi si scrissero certi canoni d’igiene in versi leonini, divulgati proverbialmente[329] e tradotti in tutte le lingue. Poco dopo il Mille, Garisponto medico di Salerno pubblicò il _Passionarius Galeni_, rimedj contro ogni sorta malattie, tratti principalmente da Teodoro Prisciano: nè meglio vale Cofone, che pubblicò una terapeutica generale (_Ars medendi_) secondo Ippocrate, Galeno e gli Arabi, dove è a scorgere la prima indicazione del sistema linfatico. Romualdo vescovo di Salerno fu consultato dai due Guglielmi di Sicilia e dal papa. L’_Erbario_ della scuola salernitana, compilato certamente prima del secolo XII, si diffuse per tutta Europa.
Questa scuola fu la prima in Occidente ad introdurre i diversi gradi accademici, imitandoli dagli Arabi. Dappoi Federico II ordinò, nessuno esercitasse medicina se non licenziato da essa, e provato di nascere legittimo, aver compito ventun anno, studiato logica tre anni, poi cinque l’arte, e la chirurgia _che ne forma piccola parte_, e spiegato l’_Arte_ di Galeno, il primo libro d’Avicenna, o un passo degli _Aforismi_ d’Ippocrate, ed aver fatto pratica sotto un esperto. Il candidato giurava attenersi alle cure consuete, denunziare il farmacista che adulterasse i medicamenti, e trattare i poveri senza mercede. Dai chirurghi chiedeasi un anno di studio a Salerno e Napoli, poi un esame. Da poi si prescrissero cento minuzie; il medico visiti due volte al giorno i malati che dimorano entro la città, e che possono anche chiamarlo una volta la notte: il compenso era di mezzo tarì per giorno, e fino a tre se il malato abitasse fuori. Così per le farmacie era assegnata la tariffa, e dove piantarle, e gelose precauzioni.
Allettavansi i medici con privilegi, esentarli da taglie, provvederli d’uno o due cavalli; e Ugo di Lucca s’obbligò servire gratuitamente a quei del contado bolognese nelle malattie ordinarie; ma per ferita grave, osso rotto o slogato, possa da gente mezzana esigere un carro di legna, dai ricchi soldi venti e un carro di fieno, nulla dai poveri; accompagni l’esercito in campo, ed in compenso tocchi lire seicento bolognesi. Fu dei primi a curar le ferite con solo vino[330], e seguì i suoi concittadini in Terrasanta nel 1218.
Quell’abitare a troppi insieme, il vestire di lana, i pellegrinaggi, le nessune cautele sanitarie, agevolavano la propagazione de’ mali, e la peste può dirsi non cessasse mai; ne’ tempi più infetti vedeansi a folla trarre i pellegrini a perdonanze e giubilei; e tardi si pensò a contumacie ed altri provvedimenti contro il contagio; nel che il Comune di Milano diede forse il primo esempio. Dal Levante vennero pure malattie nuove, di cui la più durevole e funesta fu il vajuolo, che sembra arrivasse cogli Arabi al primo loro sbucare dalla penisola natìa. Coi Crociati credesi qui venuto il fuoco sacro, a curare il quale si dedicarono i frati di Sant’Antonio. Anche il ballo di san Vito comparve dopo il Mille, come nella Puglia la tarantella. Più spesso la lebbra serpeggiò sotto forme orride e schifose: prurito alle mani, atroci spasimi interni; poi la pelle facevasi squamosa, e chiazzata di macchie livide, rosse e fin nere, infine scabra quasi scorza d’alberi; allora si copriva d’ulceri rossastre e tumori cancerosi; dita, mani, piedi tumefacevansi sformatamente; le carni cadeano a brani, restandone miserabilmente segnata la via dove molti fossero passati: il viso prendeva un ringhio ributtante, i peli cadeano, rauca la voce; il male invadeva il tessuto mucoso, membrane, glandule, muscoli, cartilagini, ossa: fiera melanconia occupava l’infermo, che vedeva a passi lentissimi avvicinarsi l’inevitabile risolvimento del morbo.
Sotto i Longobardi i lebbrosi cacciavansi di città, e non poteano vendere od alienare i proprj averi, affiggendovi l’idea d’un particolare castigo di Dio, secondo qualche passo della Bibbia, della quale vi si applicarono le precauzioni. Gli statuti d’ogni Comune provvedono sullo scoprirli ed isolarli: la Chiesa stessa, che parea maledirli, veniva a disacerbare le miserie, e a volgerle in espiazione colle cerimonie miste di tristezza e di speranza, onde li staccava dalla società. Celebrato in presenza dell’infermo l’uffizio da morto, esortava ad essere buon cristiano e confidare nella carità dei fratelli, da cui corporalmente era sequestrato; gli si vietava d’accostarsi all’abitazione dei viventi, di lavarsi in rivo o in fontana, d’andare per istrade anguste, di toccar bambini o la fune dei pozzi, nè bevere che dalla sua scodella; poi benedetti gli utensili che doveano servirgli nella solitudine, fattagli limosina da ciascun assistente, il clero accompagnato dai fedeli lo conduceva alla capanna destinatagli, davanti a cui piantata una croce di legno, vi sospendeva un bossolo per ricevere la limosina de’ passeggeri. Un abito particolare distingueva quell’infelice, e guanti e certi battagliuoli ch’e’ dovea sonare invece di parlare. A Pasqua poteva uscire dall’anticipato sepolcro, e per alcuni giorni entrar nella città o nei villaggi, partecipe all’universale esultanza della cristianità. Le mogli poteano seguirli, e procacciare le consolazioni della famiglia. Quelle poi della carità erano pari al male: il concilio Lateranese III, disapprovando il rigore con cui alcuno li trattava, dichiarò la Chiesa esser madre comune dei Fedeli; i lebbrosi poter essere più meritevoli che i sani; perciò si facesser loro e chiesa e cimitero distinti, e un prete a cura delle loro anime, e dispensati dal dare la decima degli orti e del bestiame. A loro pro moltiplicavansi i lazzaretti, così denominati (ed essi lazzari) dal povero del vangelo. L’arcivescovo di Milano alla domenica delle palme, andando in processione a San Lorenzo, al Carrobbio lavava e vestiva di nuovo un lebbroso; per ispeciale loro sollievo fu istituito l’ordine di san Lazzaro, il cui granmaestro doveva essere lebbroso, acciocchè meglio sapesse consolare mali che avea provati: stupendo sforzo della cavalleria cristiana il nobilitare in certo modo la più stomachevole delle malattie.
Caterina da Siena curando e sepellendo una lebbrosa, ne contrasse l’infermità; ma di subito le mani sue divennero bianche e liscie come d’un bambino. Francesco d’Assisi, trovatone uno in val di Spoleto, l’abbracciò e baciò nella bocca cancerosa, e così l’ebbe guarito: vedendone un altro nel piano d’Assisi, s’accostò a fargli limosina; e ad un tratto più nol vide, sicchè restò persuaso fosse nostro Signore, che spesso assumeva quella schifosa sembianza per mettere a prova la carità. E però Francesco raccomandava a’ suoi frati i lebbrosi, e congedava i novizj che non sapessero sostenerne la cura. Uno che per l’impazienza e per le bestemmie era insoffribile a’ frati, tolse Francesco a curarlo egli stesso, e l’imbonì, e lavò, e «dove toccava il santo colle sue mani, si partiva la lebbra dall’infermo, e rimaneva la sua carne perfettamente sana; sì che mentre il corpo si mondava di fuori dalla lebbra, l’anima si mondava dal peccato dentro per la contrizione». Dopo rigorose penitenze il lebbroso morì, e comparve a Francesco e gli disse: — Mi riconosci tu? io son quel lebbroso che fu sanato da Cristo per li tuoi meriti, e oggi me ne vado alla gloria eterna; di che rendo grazie a Dio e a te, perocchè per te molte anime si salveranno quaggiù»[331].
Nelle spedizioni in Asia i nostri poterono profittare della sperienza degli Arabi, e di fatto allora si conobbero la cassia e la senna: la teriaca, polifarmaco fondamentale del medioevo, fu da Antiochia portata a Venezia, che lungamente ne custodì il secreto. Ruggero di Parma raccomandò la spugna marina per le scrofole, ed eccellenti pratiche chirurgiche. Rolando di Parma stese un trattato di chirurgia, commentato poi da quattro Salernitani. Guglielmo da Saliceto piacentino, uno de’ migliori di quell’età e abbastanza indipendente, stese con qualche esattezza un’anatomia compendiosa, precedette Willis nel distinguere i nervi addetti alla volontà o no, e descrive fin d’allora la sifilide.
Lanfranco di Milano, spatriato quando più non potè opporsi a Matteo Visconti, rizzò cattedra a Parigi (1295), e trasse tanti ascoltatori, che celeberrima divenne la scuola dei chirurghi secolari. Sebbene il chirurgo si tenesse molto inferiore ai medici, che perciò non si sarebbero prestati alle operazioni, preferendo usare farmachi, Lanfranco operò spesso, ed è lodevole quel suo dare l’anatomia dell’organo di cui descrive le lesioni.
Teodorico vescovo di Bitonto osservò da sè, e sostituì le fasciature di tela ai grandi apparecchi di legno nella frattura di ossa. Taddeo d’Alderotto fiorentino, filosoficamente illustrando Ippocrate e Galeno, acquistò tanta reputazione nella sua scienza quanto Accursio nella legale: eppure delira qualvolta pretende rivelare i segreti delle arti, nascosti sotto il gergo degli autori. Chiamato ad assistere il nobile Gherardo Rangone (1285), volle che, per istromento rogato, i tre procuratori di quello il garantissero d’ogni danno in viaggio, e che lo ricondurrebbero in Bologna indenne della persona e della borsa, non molestato da ladri o da nemici, non fermato contro voglia a Modena; in caso contrario, gli si pagherebbero lire mille imperiali per ciascuno degli articoli violati; essi poi gli restituiranno tremila lire bolognesi, che confessano aver ricevuto in deposito: finzione che vela una remunerazione esorbitante[332]. Al papa domandò cento ducati d’oro il giorno, perchè più ricco degli altri, i quali gliene davano cinquanta; onde, finita la cura, ne toccò diecimila. Bartolomeo da Varignana dal marchese d’Este ebbe per una cura ducensessanta fiorini d’oro.
Simon di Cordo genovese, medico di Nicolò IV, nella _Clavis sanationis_, dizionario de’ medicamenti semplici, cercò sbrogliare la varietà di nomenclatura. Viaggiò trent’anni per scientifico intento la Grecia e l’Oriente, ma invece di determinare i corpi secondo la natura loro, si stava a qualità medicinali, e non desunte da sperienza ma da supposte doti elementari. E appunto i progressi delle scienze naturali erano impacciati dall’empirismo superstizioso, dalla cieca venerazione per l’autorità, e dal farnetico di sostituire la dialettica allo sperimento, aggomitolando interminabili argomentazioni sopra oziosissime ricerche. Per esempio, chiedevasi se la tal bevanda possa guarire la febbre, e rispondeasi di no, perchè quella è una sostanza e questa un accidente, nè quindi l’uno può sull’altro. Poco si studiava l’anatomia: le operazioni non si eseguivano senza consultare le stelle, supponendo intimo nesso fra il corpo umano e l’universo, e principalmente i pianeti: e le scienze sperimentali cedevano il primo posto alle occulte.
Oggetto di queste era conoscere l’avvenire, scoprir tesori, trasmutare i metalli, fare amuleti e incantagioni, e comporre il rimedio universale e l’elisir dell’immortalità: a scopi così elevati qual fatica aveva a parere soverchia? Sull’avvenire cavavansi presagi da segni fortuiti, dalle linee della mano, dalle stelle, dai sogni, della cui divinazione come dubitare dopo quel che Ippocrate n’aveva scritto? e indovinavasi in fatti alcuna volta, perchè è difficile non riuscirvi quando si dice un po’ di tutto e vagamente.
L’astrologia, pazza figlia di savia madre, si trova all’infanzia come alla decrepitezza della società, fra i dotti Romani come fra semplici Oceanici. L’uomo è centro e scopo della creazione, onde a lui si riferisce ogni cosa; e se (com’è certo) il sole e le altre stelle influiscono sulle stagioni, sulla vegetazione, sugli animali, quanto più non devono sull’uomo, prediletta fra le creature? Le storie (dicono gli astrologi) e il consenso de’ filosofi antichi s’accordano nel riconoscere un’analogia fra gli anni della vita e i gradi percorsi da ciascun segno sull’eclittica. Per iscoprirla, vuolsi accertare l’effetto degli astri sopra le varie cose naturali, e i computi de’ moti, e certe formole arcane, mediante le quali o crescere le forze della natura, o determinare l’influsso dei pianeti, massime all’istante natalizio, od evocare gli spiriti e i morti. Il sapiente che conosca le occulte proprietà delle cose, non solo indovinerà l’avvenire, ma opererà su di esso, eccitando odio od amore, scoprendo i secreti divisamenti, i tesori occulti, i rimedj ai mali, e fin il supremo della scienza, l’arte di far oro.
I fenomeni della natura sono invigoriti dai numeri, attesochè secondo questi è disposto l’universo, e possedono arcana efficacia. Di qui la cabala, che da combinazione di numeri credea divinar le cose arcane, ed acquistare autorità sopra gli spiriti: e ogni astrologo ed alchimista si millantava di qualche demone famigliare obbediente a’ suoi cenni. Così intralciavansi fra sè gli errori, dalla pagana superstizione tramandatici attraverso alle scuole neoplatoniche e al gnosticismo.
Fu l’astrologia onorata di cattedre, e l’università di Bologna ne decretava un professore _tamquam necessarissimum_, e principi e repubbliche ne teneano uno da consultare ne’ più gravi casi. Ezelino, Buoso da Dovara, Uberto Pelavicino, tiranni formidabili, tremavano davanti alle potenze incognite, e i calcoli della prudenza e dell’ambizione sottoponevano alla decisione degli astri e dei loro interpreti; e nella Vaticana si conservano le risposte che ai loro consulti dava Gherardo da Sabbionetta cremonese. Federico II voleasi attorno il fior degli astrologi, a senno loro mutando divisamenti[333]; e quando nel 1239 udì la ribellione di Treviso, fece dalla torre di Padova osservare l’ascendente da maestro Teodoro; ma non avvertì (riflette Rolandino) che allora nella terza casa stava lo scorpione, il quale avendo il veleno nella coda, indicava che l’esercito sarebbe offeso verso il fine. Stando in Vicenza, volle che un astrologo gl’indovinasse per qual porta uscirebbe il domani; e quegli la scrisse in un polizzino, che suggellato consegnò a Federico perchè non l’aprisse se non uscito. L’imperatore fece una breccia nella mura, e per quella se n’andò; allora, aperto il foglietto, trovò scritto: _Per porta nuova_.
Il suddetto Gherardo andò a Toledo per leggere l’_Almagesto_ di Tolomeo, e lo voltò in latino, come il trattato de’ crepuscoli di Al-Gazen e altre opere; inventò lo specillo, e la sua _Theoria planetarum_ leggevasi nelle università[334]. Andalon Di Negro genovese, arricchitosi di cognizioni nei viaggi, ci lasciò un trattato latino della composizione dell’astrolabio.
Guido Bonatto da Forlì diede la quintessenza di quanto gli Arabi n’aveano scritto[335], e coll’ajuto di Dio e di san Valeriano, patrono della sua patria, discorre l’utilità dell’astrologia, la natura de’ pianeti e loro congiunzioni ed influenze, i giudizj che se ne deducono, e varie questioni che si possono risolvere con questa scienza. Mirabile nella pratica di quest’impostura, a Federico II scoperse una congiura ordita a Grosseto; fabbricò una statua che rispondeva oracoli; dirigeva ogni operazione di Guido da Montefeltro; e allorchè questi uscisse a campo, il Bonatto saliva sul campanile di San Mercuriale, e con un tocco della squilla accennava il momento di vestir l’armadura, con un altro quel di montare a cavallo, col terzo la marciata. Pretendeva che Gesù Cristo medesimo si valesse dell’astrologia, e imbizzarrisse contro i _tunicati_ che si opponevano alle sue predizioni.
Pietro d’Abano, educato a Costantinopoli (1316), fu sì fortunato da cogliere la postura degli astri, designata da Abul-Nasar come quella in cui Dio non può rifiutare domanda che gli sia fatta: e ne profittò per chiedere la sapienza, e subito restò illuminato a conoscere l’avvenire. Moltissime fole si accumularono sul conto di lui; delle sette arti liberali acquistò cognizione per mezzo di sette spiriti; avea facoltà di far tornare i denari dopo spesi; non avendo pozzo in casa, fe portarsi quel del vicino che gliene negava l’uso, o, come altri disse, fe portare in istrada il proprio onde non essere disturbato dagli accorrenti. In realtà nel suo _Conciliator differentiarum_, un de’ migliori libri medici d’allora, insegna il salasso non esser mai sì opportuno come nel primo quarto della luna; che per guarire i dolori nefritici bisogna, al momento che il sole passa pel meridiano, disegnare con cuore di leone sopra una lastra d’oro una figura di quest’animale, e appenderla al collo del malato; che per cauterizzare valgono meglio stromenti d’oro che di ferro, attesa la grande influenza di Marte sulla chirurgia.
Fu professore a Padova ed a Parigi, ove lo accusarono di magia per cure mediche ben riuscitegli; poi d’eresia a Roma, ma per autorità pontifizia andò assolto. Riferì al corso degli astri i periodi delle febbri; il pubblico palazzo di Padova fece dipingere a costellazioni; e dell’astrologia era persuaso a tal punto, che procurò indurre i Padovani a spianar la loro città per rifabbricarla sotto una combinazione di pianeti allora comparsa, tanto fortunata che niuna più. Forse queste son ciancie di Pier da Reggio, che, vinto da lui in dottrina, tentò perderlo nell’opinione; onde con accuse contraddittorie Pietro d’Abano fu imputato da una parte di non credere al diavolo, dall’altra di tenerne sette in un’ampolla ad ogni suo cenno; per le quali accuse e per altre più serie l’Inquisizione lo processò. Venuto a morte, disse agli amici: — A tre nobili scienze io ho dato opera, delle quali una m’ha fatto sottile, una ricco, la terza menzognero; filosofia, medicina, astrologia». Nel testamento si protesta buon cattolico, e aveva implorato d’essere sepolto ne’ Domenicani; ma l’Inquisizione gli continuò il processo, e ne turbò le ossa. L’illustre medico Gentile da Foligno, entrando nella scuola di lui, s’inginocchiò, e levate le mani sclamò: — Ave, santo tempio»; poi, visti alcuni suoi manoscritti, se li pose sul seno e li baciava con riverenza[336].
Sebbene la Chiesa vi si opponesse, vescovi e prelati non rimasero incontaminati da queste follie, che durarono ben oltre i tempi che descriviamo. Conseguente a tali falsità fu il ripigliare le classiche credenze in folletti, spettri, fantasmi, vampiri; credenze fatte energiche come i tempi, e che acquistarono maggior fede allorchè si videro perseguitate con regolari processi: l’immaginativa fingeva avvenimenti ch’essa medesima credea poi veri; e uomini di bollente fantasia si isolavano, dispettando il mondo reale per uno fantastico, e mescolando l’impostura, l’allucinamento e il fanatismo. La legislazione dovette intervenire a reprimere gente che destava le procelle, mutava le forme de’ corpi e degli uomini, produceva malattie; e gli assurdi processi traviarono gran tempo la giustizia, siccome avremo a deplorare nel secolo che chiamano d’oro.
Non alle vite, ma alle sostanze recò danni la ricerca del come improvvisamente arricchire. A ciò due strade offerivano le scienze occulte; trovare tesori, e tramutare i metalli. Intorno ai tesori, stupendi fatti raccontano le cronache, e gli assegnano perfino ad Alberto Magno e a papa Silvestro II[337]. In Apulia era una statua di marmo con una corona d’oro iscritta: _A calen di maggio, sole nascente, ho il capo d’oro_. Nessuno intese il motto, sinchè Roberto Guiscardo ne strappò il secreto ad un prigioniero saracino; e fissato ove cadeva l’ombra della testa al primo maggio, trovò tesoro.
La chimica degli antichi teneva che i corpi risultino dalla combinazione de’ quattro elementi, e che l’armonia di questi produca la perfezione nei corpi. Chi dunque scopra le migliori combinazioni, potrà non solo ridonar la sanità e prolungare indefinitamente la vita, ma anche trasformare corpi e metalli. Sentimento sublime, comunque erroneo, della potenza dell’uomo e della perfettibilità di tutto il creato. E poichè l’uomo vede nell’oro il rappresentante universale dei godimenti, la scienza s’industriò in ispecial modo a tramutare in esso lo stagno e il mercurio, mediante la _pietra filosofale_ e la _polvere di projezione_; e non riuscendovi coi mezzi semplici, ricorse allo spirito universale, all’anima generale del mondo, all’influsso delle stelle per raggiungere l’_opera grande_. Di qui la scienza arcana e tenebrosa dell’alchimia, che tanti spiriti occupò.
Le sue ricette erano positive: se non che spiegavasi l’arcano con termini non meno arcani. Volete, intonavano, fare l’elisir de’ sapienti? prendete il mercurio dei filosofi, trasformatelo successivamente colla calcinazione in leon verde e leon rosso, fatelo digerire in bagno di sabbia con spirto acre di vite, e distillate il prodotto; ma il lambicco sia coperto dalle ombre cimerie, e al fondo si troverà un drago nero che mangia la propria coda... Inoltre la scienza ermetica ajutavasi della verga di Mosè, del sasso di Sisifo, del vello di Giasone, del vaso di Pandora, del femore aureo di Pitagora; se nulla profittassero, ricorrevasi al diavolo barbuto, specialmente incaricato di tali ministeri.
A questo delirio di classica origine[338], continuato ancora secoli e secoli, alcuni si prestavano di buona fede; e la testimonianza altrui o le apparenze illusorie li persuasero potersi trovare questa polvere di projezione: onde vi si affaticarono con passione, faceano lunghi viaggi massime al Sinai, all’Oreb, all’Atos. Più spesso era un lacciuolo ai creduli, per trarne l’oro necessario a far oro; ma a Giovanni Augurello, che gli presentò un poema sull’arte di far l’oro (_Crisopeia_), papa Leone X diè per unico regalo una borsa vuota, nella quale potesse riporlo.