Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)

Part 24

Chapter 243,451 wordsPublic domain

Ricondurre le quistioni scolastiche al punto ove i padri le aveano lasciate fu l’assunto di Pier Lombardo (1100-1164), fanciullo novarese, mantenuto per carità agli studj, poi vescovo di Parigi. Nei quattro libri _Sententiarum_ raccolse in un ordine alquanto arbitrario le proposizioni dei santi Padri intorno ai dogmi, sicchè non rimanesse che d’applicarle nelle varie quistioni. Ma poichè delle difficoltà esposte non porgeva la soluzione, apriva campo a troppe dispute dialettiche ed a sottigliezze, per quanto egli richiamasse continuo verso gli studj positivi e i monumenti della prisca filosofia cristiana. Inoltre dava in argomenti speculativi: — Iddio padre, generando suo figlio, generò se medesimo o un altro Dio? generò di necessità o per elezione? egli stesso è Dio spontaneamente o necessariamente? Gesù Cristo potea nascere d’una specie d’uomini differente dalla stirpe d’Adamo? potea prendere il sesso femminile?» accettava autorità apocrife; e quando la logica gli paresse condurre a conclusioni diverse dalla fede, diceva: — Su questo punto amo meglio udire altri, che non parlare io stesso». Pure il _maestro delle sentenze_, com’egli fu titolato, rimase il testo delle scuole, ebbe replicate edizioni ne’ primi tempi della stampa; Racine, nel ristretto di storia ecclesiastica, gli dà ducenventiquattro commentatori, che, a detta del conte di San Raffaele, si potrebbero facilmente raddoppiare; e fin a mezzo il secolo passato l’università di Parigi celebrava l’anniversario di lui con esequie assistite da tutti i baccellieri licenziati.

D’altra levatura e originalità fu Tommaso dei conti d’Aquino (1227-74), castello di cui vedonsi gli avanzi presso Montecassino. Pronipote di Federico Barbarossa, cugino di Enrico VI e di Federico II, discendente per madre dai principi normanni, abbandonò le delizie e le speranze della condizione sua per vestirsi domenicano, malgrado de’ parenti. Gracile di salute, taciturno, assorto nelle meditazioni, i condiscepoli canzonando quel suo fare semplice, gli occhi incantati, la bocca chiusa, lo chiamavano il bue muto di Sicilia. Ma ben presto mostrò intelletto filosofico s’alcun mai, erudizione estesissima, passione de’ grandi risultamenti; e a quarantun anno si propose coi materiali sparsi della scienza coordinare la prima volta in sistema compiuto la teologia e la filosofia. I conflitti che da dodici secoli la Chiesa sosteneva intorno ai fondamentali articoli della fede, e quanto aveano insegnato, approvato, riprovato i Padri, i dottori, i papi, i concilj, compendiò in un volume. La scienza e l’erudizione tutta che al suo tempo avessero Cristiani od Arabi, svolse sotto la forma del sillogismo, in maestosa sintesi tendendo a riprodurre l’ordine assoluto delle cose, Dio uno, la Trinità, la creazione, le leggi del mondo, l’uomo, la Grazia; e opporre la verità agli errori moltiformi che venivanle opposti dal Corano, dal Talmud, dal manicheismo. Ch’egli si occupasse di scienze al tempo suo non esistenti, o usasse una lingua che l’età sua non gli dava, nessuno lo pretenderà; mentre eccitano meraviglia la chiarezza, la brevità nervosa, la schietta indagine della verità, che con bella e profonda definizione egli fa consistere in un’equazione tra l’asserto e il suo oggetto[309].

All’ispirazione ed elevazione dei primi Padri non arriva egli, ma porge formole dotte e profonde distinzioni, il suo metodo consistendo nell’appoggiare col sillogismo una maggiore assiomatica, data da quelli. Pertanto posa un teorema, poi sillogizza tutte le opposizioni filosofiche (_videtur quod non_), mettendo l’objezione condensata, multipla, in tutta la sua forza, per modo che poterono da lui attingere eresie e difficoltà quanti ebbero la mala fede di sopprimere le risposte. Non si ferma a confutarla, ma in contraddizione (_sed contra_) adduce alcuni passi di Aristotele, della Bibbia, dei Padri, principalmente di sant’Agostino, e prova conciso e preciso, facendo brillar la vera luce accanto alla falsa, sicuro che ne risulterà la certezza. Allora ripiegandosi sopra l’objezione, la distrugge invincibilmente (_conclusio_) collocando la sua risposta in termini concisi, enucleandoli poi dialetticamente, e non di rado con poche parole d’inarrivabile precisione recidendo avviluppatissimi problemi; e adoprandovi un mirabile buon senso ognora calmo, imparziale, lontano da sistematiche esclusioni, disposto ad accettar tutto il vero, approvare tutto il buono.

Quanto al fondo, sostiene che la scienza deriva da Dio e a Dio si riferisce, atteso che il filosofo, sempre in traccia del primo ente e della cagion delle cose, e proponendosi il perfezionamento dell’uomo, è costretto elevarsi alla causa ed alla ragion prima. E siccome nella società umana dirige colui che maggiore intelletto possiede, così nelle dottrine quella che si occupa delle cose più intelligenti, cioè la metafisica, scienza dell’essere in generale e delle sue proprietà, che considera le cause prime nella loro purezza e comprensibilità maggiore.

Scienza di Dio, dell’uomo, della natura, la teologia risale a Dio per contemplarlo, e col raggio che ne attinge discende la scala del creato illuminando le sfere inferiori. Fra i corpi puramente materiali e il mondo delle pure intelligenze, riflesso della vita e delle perfezioni di Dio, sta l’umanità, partecipe degli uni e degli altri: tre mondi connessi da legami infiniti, donde risultano l’ordine naturale e il soprannaturale, e in seno all’opera di Dio nasce l’opera dell’uomo, mediante la libertà creata. Di qui la mistura di bene e di male, di verità e di errore, che costituisce la storia umana. Delle creature alcune sono assolutamente immateriali, altre materiali, altre miste; e nel formarle Iddio si propose il bene, cioè di assimilarle a sè. Del qual bene partecipano anche i corpi, in quanto possiedono l’essere e sono l’effetto della bontà divina; e concorrono alla perfezione dell’universo, che deve contenere una gradazione di esseri, gli uni subordinati agli altri secondo che più o meno perfetti. Chi li consideri uno ad uno, non ne vede che l’inanità: ben altrimenti chi li guardi come istromenti degli spiriti; avvegnachè tutto ciò che si riferisce all’ordine spirituale appar più grande quanto più viene conosciuto.

Culmine della creazione è l’uomo, il cui spirito vive di triplice vita, la sensiva, la vegetativa e la razionale, la quale ancora si divide in intelligente e volitiva. A quest’ultima san Tommaso assegna regole rettissime, giacchè fondate sugl’insegnamenti della Chiesa: ma poichè il nostro lavoro verte tanto sulla scienza degli Stati, noi lasceremo il resto per arrestarci alquanto sul diritto e la politica di lui, che insomma sono quelli professati dal clero, quand’anche non applicati.

Fonda Tommaso la sua teoria del diritto sopra la legge. Questa è quadrupla: l’_eterna_, legge del governo divino generale del mondo; la _naturale_, partecipazione della legge eterna, valevole per tutti gli enti finiti razionali; l’_umana_, riferibile alle condizioni particolari degli uomini; la _divina_, che consiste nell’ordine di salute da Dio stabilito nella sua _speciale_ provvidenza per gli uomini. Il diritto nello Stato è _naturale_, fondato nella natura invariabile dell’uomo, o _positivo_, stabilito per convenzione o promessa: e concerne solo la legalità degli atti esterni, mentre la giustizia interiore impone di fare il giusto per amor di Dio.

La legge è una misura imposta ai nostri atti, un motivo che ci spinge o distoglie dal fare, una dipendenza della ragione: ed ha per iscopo il ben essere comune. Dovendo il fine essere adempito da chi vi ha interesse immediato, le leggi saranno opera di tutto il popolo, o di chi del bene di esso è incaricato; e però la legge può definirsi «un ordine ragionevole a comune vantaggio, promulgato da chi ha cura del pubblico interesse». Diretta a mantenere la pace e propagare la virtù fra gli uomini, deve conformarsi alla giustizia pel fine che si propone, per l’autore da cui deriva, per le forme che osserva, cioè mirare al bene dei più, non trascendere l’autorità del legislatore, ed equamente distribuire i pesi che ciascuno dee portare pel comune vantaggio. È ingiusta ove s’opponga al bene relativo dell’uomo, o al bene assoluto che è Dio: e in tal caso non è legge ma violenza, nè obbliga al fôro interno, se non fosse per gli scandali che produrrebbe la trasgressione. E per natura e per ragione si deve a gradi procedere dal meno al più perfetto; onde i cangiamenti nella legislazione sono giustificati dalla mobilità della ragione, dalla mutabilità delle circostanze. Popolo pacifico, grave, oculato ai proprj vantaggi, ha diritto di scegliere i suoi magistrati; lo perde se corrotto.

Vuolsi che durino la città e la nazione? tutti abbiano parte al governo generale, acciocchè tutti sieno interessati a mantenere la pace pubblica; nella forma politica le autorità si bilancino. La più destra combinazione sarebbe un principe virtuoso, che sotto di sè ordinasse un certo numero di grandi cariche per governare secondo l’equità, cernendoli da ogni classe e sottoponendoli ai suffragi della moltitudine, col che associerebbe al governo l’intera società. Il principe deve al suddito la fedeltà stessa che ne esige: se avvilisce Dio ne’ poveri, imita i soldati che percotevano Cristo colla canna messagli in mano: se grava le imposte, pecca d’infedeltà agli uomini, d’ingratitudine a Dio, di sprezzo agli angeli custodi, sopra i quali ricadono le offese recate ai loro custoditi.

Colpa mortale sarebbe la ribellione contro alla giustizia e all’utilità comune, non il resistere e combattere pel pubblico bene. Principe che si propone il personale soddisfacimento anzichè la comune felicità, cessa d’essere legittimo, e l’abbatterlo non è più sedizione, se pur non si operi con disordine tale da cagionare mali maggiori della tirannia stessa. Il tiranno si tiene fra certi limiti? convien tollerarlo per cansare pericolo di peggio; eccede? può essere giudicato e anche deposto da un potere regolarmente costituito: attentare contro la sua persona per fanatismo e vendetta non è mai lecito.

Su questi larghi principj posavasi il liberalismo, che la Scuola talora spinse fin al di là; donde la taccia che il secolo nostro, ipocrito in parole come sguajato in fatti, le dà di avere giustificato il regicidio. Al moderno diritto delle genti pose Tommaso le fondamenta, che lo distinguono dal micidiale degli antichi: e certi missionari d’un nuovo cristianesimo, che credono nati jeri i concetti della libertà e dell’eguaglianza, stupirebbero leggendo quel che Tommaso pensava della nobiltà[310].

Ma come la pensava egli sul propagare la fede per mezzo della forza? Degli Infedeli alcuni non abbracciarono mai la fede, come Pagani ed Ebrei; altri ne disertarono, come gli eretici e gli apostati. Questi sono mentitori d’una promessa, e ne sono puniti: gli altri non devono per verun modo essere forzati alla fede, ma solo a non manometterla con bestemmie, con prediche, con violenze. I fedeli muovono spesso guerra agl’infedeli, non già per costringerli a credere, ed anche dopo la vittoria se ne lascia libertà al prigioniero, ma perchè non impediscano ai credenti il convertirsi o il perseverare[311].

Sì grand’uomo, eppure umilissimo, ricusò nell’Ordine ogn’altra dignità fuor quella di definitore: e nella contemplazione talmente restava assorto, che navigando non s’accorse d’una fiera burrasca; tenendo una candela non sentì da quella bruciarsi il pugno; sedendo al banchetto col re di Francia, repente battè sulla tavola esclamando: — Ecco un argomento invincibile contro i Manichei». La leggenda dice che, avanti morire, stava davanti a un Crocifisso, e questo piegossi, e dissegli: — Tommaso, bene hai scritto di me: qual ricompensa domandi? — Niun’altra cosa che voi stesso», egli rispose. Quando poco dopo si trattò di canonizzarlo, gli oppositori notavano ch’e’ non aveva operato miracoli; ma papa Giovanni XXII esclamò: — Ne fece tanti, quanti articoli scrisse»; e soggiungeva: — Tommaso rischiarò la Chiesa più che tutti insieme i dottori, e maggior profitto si trae dallo studiare un anno agli scritti suoi che dal leggere tutta la vita que’ degli altri».

Diversa eppur non avversa alla scolastica argomentatrice, la scuola mistica cercava non esercizio allo spirito ma nutrimento all’affetto; tutto riconduceva al sentimento ed alla contemplazione, assegnando i gradi onde con questa elevarsi al primo vero; in luogo dell’arida dialettica adoperava linguaggio immaginoso, simbolicamente interpretando la natura appoggiandosi sulla misteriosa attrazione verso il bene assoluto e l’infinito, e sulla dilezione estatica, fondo della nostra sensibilità.

Giovanni Fidanza da Bagnarea (1221-74) fu salvato da una malattia infantile per intercessione di san Francesco, il quale disse a sua madre: — È una buona ventura»; onde vestitosi francescano, fu noto col nome fratesco di Bonaventura. Dotto di tutta la scienza d’allora, sommesso insieme e indipendente, cautamente valutando le forze relative della credenza e dell’intelletto, tentò conciliare Aristotelici, Platonici, Arabi; cioè il raziocinio e l’intuizione, il misticismo e la didattica dirigere in armonia, non ad arguzie curiose, ma a supreme quistioni. Non che negare ogni certezza ai sensi, tende a rintegrare l’infallibilità della ragione, facendo che Dio abbia poste le premesse nell’intelletto, e conformatolo in guisa che sia costretto assentire al vero, non come ad una percezione nuova, ma quasi riconosca cose innate in sè. Osò anche tentare un albero enciclopedico dell’umano sapere, men lodato, non men lodevole di altri posteriori[312], e che mostra come sapessero d’alto luogo riguardare la scienza questi Scolastici cui si dà taccia di angusti e meschini.

Bonaventura fu noverato fra’ più insigni del tempo: quando san Tommaso suo amico gli domandava da quai libri traesse tanta scienza, gli mostrò il crocifisso; e tutte pietà sono la sua _Vita di san Francesco_, lo _Specchio della Vergine_, l’_Itinerario dell’anima al cielo_. A forza di preghiere si fece esonerare dall’andare arcivescovo di York; e stava lavando le scodelle quando gli fu annunziato che era fatto cardinale. Alle sue esequie assistettero Gregorio X, il re d’Aragona, cinquanta vescovi, sessanta abati, più di mille preti; ottant’anni dopo morto fu canonizzato, e iscritto col titolo di _serafico_[313] fra i dottori della Chiesa, dopo Ambrogio, Agostino, Girolamo, Gregorio Magno e l’Aquinate.

Anche la scuola contemplativa ebbe i suoi deliramenti, e Giovanni di Parma pubblicò un _Introduttorio all’evangelo eterno_, ove annunziava che, siccome il Testamento antico avea dato luogo al nuovo, così questo non bastava più alla perfezione, e un altro ne verrebbe tutto d’intelligenza e di spirito. Altri caddero nel panteismo e nella negazione del proprio essere, ed applicati alle scienze s’abbujarono nell’astrologia e nell’alchimia.

Del diritto romano mai non erasi perduta affatto la memoria; ma quella legislazione è troppo complicata e dotta per gente incolta, troppo difficile ad armonizzare col sistema barbaro. Si dovette dunque applicarsi ad agevolare l’uso quotidiano del gius longobardo, e ridurlo a sistema per via d’un testo intelligibile, di dichiarazioni, di formole di processo. A ciò diede principale opera la scuola di Pavia, che volta solo alla letteratura nei tempi de’ Carolingi, da quelli di Ottone I vi unì la giurisprudenza, e compilò il _Liber legum Longobardorum_. I maestri di quella erano anche giudici, e accoppiando la teoria alla pratica, e conoscendo il diritto romano, composero una glossa che fu equiparata al testo legale. Ebbero nome tra essi Sigefredo, Guglielmo, Bajlardo, Buonfiglio, e quel Lanfranco da Pavia, di cui dicemmo[314]. Man mano che le città italiane crescevano di ricchezze, di commercio, di potenza, occorreano nuove complicazioni, cui non era sufficiente il diritto germanico, mentre si trovavano risolte nel romano; sicchè a questo applicaronsi gl’ingegni, costituendo una nuova classe di cittadini, i giureconsulti.

Quando i Pisani espugnarono Amalfi nel 1135, ne tolsero l’unico esemplare delle _Pandette_, e Lotario II in benemerenza lo cedette a loro, decretando che nella pratica si sostituisse il gius romano al germanico, e cattedre per insegnarlo. Così dicono: ma nessun vide questo diploma, ed è dimostrato che in verun tempo le Pandette erano cadute in dimenticanza[315]; sicchè questa è una novella che traduce in racconto di tempo e di luogo determinato un avvenimento d’incerta origine. Esso codice fu gran tempo custodito a Pisa come una reliquia, nè mostrato che con solennità, poi trasferito a Firenze, monumento d’altre vittorie, ove può non difficilmente vedersi in quel tesoro di manoscritti ch’è la biblioteca Laurenziana. La scrittura il prova contemporaneo di Giustiniano; e che sia l’unico originale risulterebbe da questa bizzarria, che avendovi il legatore per isbaglio trasposto un foglio, tutti gli esemplari conosciuti hanno l’errore medesimo, come materialmente trascritti. Eppure sembra che i glossatori possedessero altri testi, collazionando i quali ne formarono uno bolognese, detto la vulgata: pure la loro rarità è attestata dall’importanza attaccata al possesso di questo codice, la cui scoperta e il trionfo menatone fissarono su quello l’attenzione dei molti che la progredita civiltà avea disposti ad una legislazione più raffinata. Allora dunque lo studio del romano diritto penetra nelle scuole, in gara colla teologia e la scolastica, mentre s’applica alla vita.

Irnerio, che prima aveva insegnato grammatica, passò a leggere le Pandette a Bologna sua patria (1100-20); e i giovani che trassero in folla a questa scienza nuova, reduci ai loro paesi, ne applicavano i canoni ai casi particolari, se non altro come supplemento alla legge locale. Restano in gran parte le glosse di quest’illustre, e memoria d’altre opere sue ad uso della scuola, dalla quale poi si staccò per servire all’imperatore. Pensator rigoroso, trasse ogni cosa dal proprio capo, ignorando i lavori intorno al diritto, fatti o tentati ne’ secoli precedenti[316].

Si nominano fra’ suoi discepoli più insegnati i bolognesi Bùlgaro _os aureum_, Martin Gossia _copia legum_, Jacopo e Ugone da Porta Ravegnana. La _Somma del Codice_ di Roggerio è il primo tentativo di sistemar la scienza del diritto. Il Piacentino, che alcuni chiamano Ottone, per quanto assoluto e di smisurata vanità, non manca di intelletto scientifico e cognizione delle fonti. Assalito nottetempo da Enrico di Baila, di cui avea confutato un’opinione, a stento campò, e ricoverato a Montpellier, v’aperse la prima scuola di diritto (1192). Giovanni Bassiano da Cremona, preciso nell’esposizione, trovò forme ingegnose, benchè talvolta buje; professò a Mantova.

Pillio da Medicina professava giovanissimo a Bologna, quando i magistrati lo costrinsero a giurare che per due anni non insegnerebbe altrove: i Modenesi, cui forse importava più il toglierlo agli emuli che il possederlo essi medesimi, gli offersero cento marchi d’argento purchè venisse nella loro città, anche senza insegnare, siccome fece. Scrive per lo più in dialoghi fra la giurisprudenza e l’autore, con molta vanità e affettazione logica[317].

Lodano pure Guglielmo di Cavriano da Brescia, Alberico da Porta Ravegnana che per l’affluenza di scolari dettava nella sala del Consiglio, Giovanni Azzon da Bologna che aveva fin mille uditori, ed altri che lungo sarebbe il recitare. Francesco Accursio da Bagnòlo presso Firenze, nella _Glossa continua_ (1129) abbracciò le anteriori, così conservandoci l’opinione di molti, ma senza tropp’arte nello scegliere. Al suo tempo citavasi nei tribunali come legge, e fu in gran nominanza finchè parve merito il cumulo di erudizione; ma nel Cinquecento, quando si studiarono l’antichità e gli storici, prevalse un miglior gusto, mentre minorava l’elevatezza de’ pensieri.

Que’ glossatori possedevano le Pandette, il Codice, gl’Istituti, le Autentiche, l’Epitome di Giuliano, nè altro. Scarsi di storia e filologia, invece di raddrizzare i testi, accertare i tempi, insinuarsi nella intenzione delle leggi, si fermano a spiegare che _etsi_ equivale a _quamvis_, _admodum_ a _valde_; derivano il nome del Tevere dall’imperatore Tiberio; fanno vivere Ulpiano e Giustiniano avanti Cristo, uccidere Papiniano da Marc’Antonio; interpretano _pontifex_ per _papa_ o _episcopus_; se trovano una parola greca, la saltano, onde il proverbio _Græcum est, non potest legi_. Pure non mancano di sagacia e industria, massime Accursio, nel ravvicinare passi, conciliare apparenti divergenze, ricorrere per l’interpretazione alle fonti quanto poteasi in quell’ignoranza della storia, che durerebbe anche oggi se la fortuna non avesse scoperto Ulpiano ed altri giureconsulti vetusti.

Ben presto seguirono pedestri imitatori, destri nella dialettica quanto sforniti di scientifico intelletto; prolissi, d’inesauste minuzie, che affogano il testo ne’ commenti, _multorum camelorum onus_, nulla rimettendo all’intelligenza degli scolari; espongono in uno stile barbaro, da cui non sa forbirsi neppure Dino da Mugello. Il quale godette tanta riputazione, che ancor vivo i vescovi stabilirono, ove le leggi municipali e le romane e le chiose dell’Accursio tacessero o si contraddicessero, a Dino si riportasse la risoluzione.

Sconciatesi le repubbliche, e andata ogni cosa per fazioni, poi per arbitrio di tiranni, senza quella libertà che è necessaria alla ponderazione delle leggi, nel metodo prevalsero sempre più le forme dialettiche, con distinzioni e restrizioni senza termine; l’argomentare non si aggirò sul testo ma sulla glossa, la quale divenne un ostacolo a intenderlo; ogni originalità rimase tolta dal porre ognuno il piede sull’orme dell’altro.

Cino da Pistoja scolaro di Dino (-1337), cacciato dai Guelfi, torna coi Ghibellini. Ammira i dialettici, pure sa emanciparsi dalle triche di scuola, e pensare di sua testa; e si fiancheggia cogli statuti de’ varj popoli e la pratica de’ tribunali. Bartolo da Sassoferrato scolaro di lui, maestro a Pisa e Perugia, ove morì in fresca età, superiore in fama a tutti i giureconsulti, spiegato dalle cattedre, tenuto in conto di legge nella Spagna, per critica e metodo sta a gran distanza dagli antichi glossatori, impacciato dai troppi commenti.

Avanzandosi i tempi, ebbe grido Baldo da Perugia (-1400), che professò per cinquantasei anni, e versò nei pubblici negozj. «Nella smania di distinzione (dice il Gravina) egli non divide, ma sfrantuma il soggetto tanto, che i frantumi ne van col vento; ma per quanto ciò nuoccia all’interpretazione della legge romana come codice positivo, fu utilissimo al giureconsulto pratico per la moltiplicità dei casi che lo spirito suo fecondo ritrovò; sicchè ben rado si dà di consultarlo senza trovarvi una soluzione qual ch’ella sia». Luca di Penna negli Abruzzi, autore del commento sui _Tres Libri_, supera i contemporanei per metodo e stile, e ricorre direttamente ai testi coll’indipendenza datagli dal non essersi formato nelle scuole ma negli affari. I successivi, più che nelle magistrature, presero pratica nei consulti, fonte di rinomanza e di ricchezze.