Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)

Part 23

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Come ricettatore d’eretici fu assalito, per insinuazione d’Innocenzo IV, il conte Egidio di Cortenova nel Bergamasco, e distruttone il castello. Molti ne avea Brescia, così sfacciati, che dalle torri scagliando fiaccole ardenti scomunicavano la Chiesa romana. Contro di loro papa Onorio III inviò il vescovo di Rimini, il quale abbattè più chiese da essi contaminate (1225), e le torri dei Gàmbara, degli Ugoni, degli Oriani, dei Bottazzi. Altri in Piacenza bruciò il podestà Raimondo Zoccola; sessanta a Verona frà Giovanni di Schio in tre giorni subito dopo la pace di Paquara (1233). Nè il Regno ne mancava, ed è probabilmente come una protesta contro le costoro predicazioni che un eremita calabrese andava attorno gridando nel dialetto patrio: _Benedittu, laudatu e santificatu lu Patre; benedittu, laudatu e santificatu lu Fillu; benedittu, laudatu e santificatu lu Spiritu Santu_[300]. Ivone da Narbona scriveva a Gerardo arcivescovo di Bordeaux, come viaggiando in Italia e’ si finse cataro, lo perchè in tutte le città ebbe lietissime accoglienze; e «a Clemona, città celebratissima del Friuli, bevvi squisiti vini de’ Patarini, robiole, ceratia, ed altri lachezzi»[301]. Costoro vescovo era un tal Pietro Gallo, che, scoperto di fornicazione, fu cacciato di seggio e dalla società.

Contraddisse vivamente all’errore Antonio di Padova (1195-1231), nativo di Lisbona, italiano di dimora, che dai Padovani impetrò remissione ai debitori incolpevoli, e che a nome della religione e dell’umana libertà protestò contro Ezelino, il quale diceva aver più paura de’ frati Minori che di qualsiasi persona al mondo. Singolarmente in Rimini combattè gli eretici colla parola e coi miracoli, giacchè una volta non badandogli gli uomini, furono veduti i pesci venir su per la Marecchia, e collocarsi a bocca aperta ad ascoltarlo; un’altra un giumento, da lungo tempo digiuno, si prostrò davanti all’ostia consacrata, benchè il padrone patarino gli porgesse il truogolo dell’avena. Egli fu da Gregorio IX dichiarato arca dei due Testamenti, armadio delle divine scritture; e dai popoli il taumaturgo, il santo; per ornare il cui tempio parvero a gara risuscitare le arti.

Martello degli eretici fu detto san Tommaso d’Aquino; nè men fervoroso apparve san Bonaventura. In Toscana, una matassa di proseliti avea fatti il vescovo Paternon: Gregorio IX aveva ordinato a frà Giovanni da Salerno (1128) compagno di san Domenico e ad altri di procedere giuridicamente contro costui; e il Paternon abjurò, ma ben tosto ricadde, e la potenza de’ suoi settarj lo assicurava d’impunità, e quando per prudenza mutò paese, gli furono surrogati nel ministerio Torsello, poi Brunetto, infine Jacopo da Montefiascone, che con un Marchisiano e un Farnese erano da prima ministri di esso vescovo.

Il primo inquisitore domenicano stabilito regolarmente a Firenze fu frà Ruggero Calcagni, con autorità d’aver tribunale in convento; cominciò un processo nel 1243, citando gran numero di Patarini, ed oltre le pene pecuniarie e la censura ai contumaci, il papa aveva ingiunto alla Signoria di consegnare i rei in mano degli ecclesiastici. Caporioni degli eretici comparivano Baron del Barone e Pulce di Pulce, appoggiati dalla fazione imperiale, e secondati da Gherardo Cavriani e casa sua, Chiaro di Manetto, conte di Lingraccio, Uguccione di Cavalcante, i Saraceni, i Malpresa, e da molte dame, fra cui Teodora Pulce, un’Aldobrandesca, una Contrelda, un’Ubaldina ed altre, che erano sempre le prime a dare impulso alle collette apertesi a favore dei poveri e de’ predicanti. Teneansi le adunanze in casa de’ baroni, che, come dipendenti dall’Impero, rimanevano esenti dalla giurisdizione comunale: Ruggero però ne fece carcerare alquanti, e avendoli i baroni rimessi in libertà, il papa esortò la Signoria a conservar forza alle leggi, e per appoggio inviò frà Pietro da Verona.

Il costui zelo s’infervorò contro di essi; la piazza di Santa Maria Novella era angusta alla folla accorrente per udirlo, sicchè ad istanza di lui la Signoria dovette farla ampliare; la società de’ Laudesi, da lui istituita, cantava Maria e il Sacramento (1244), quasi a sconto degli oltraggi che questi riceveano dai Patarini. Sistemò pure alquanti nobili per guardia al convento dei Domenicani, ed altri che eseguissero i decreti di questi, donde sorse la sacra milizia dei Capitani di Santa Maria[302]. Crebbero allora processi ed esecuzioni, per quanto i signori le gridassero inumane e illegali, e si appellassero all’Impero: e avendo il podestà Pace da Pesannola bergamasco tolto a difendere i Patarini e protestato contro le sentenze, dagl’inquisitori con solennità fu interdetto (1255); ne nasce parte e tumulto, le chiese sono manomesse, di macello contaminati il Trebbio, la Croce, piazza Santa Felicita, finchè i Cattolici riescono superiori.

Segnalato per tanto zelo, Pietro viene a farne prova sui Cremonesi e Milanesi, i quali, esacerbati dalle battaglie mal riuscite contro Federico II, bestemmiavano il cielo, insultavano ai riti, e sospendeano capovolti i crocifissi. Cominciò egli la persecuzione; ma Stefano de’ Gonfalonieri di Agliate e Manfredi da Olirone congiurarono, e lo fecero uccidere mentre passava da Milano a Como. Egli trafitto intrise il dito nel proprio sangue, scrisse per terra _Credo_, e spirò (1252). D’egual moneta aveano i Patarini pagato frà Rolando da Cremona sulla piazza di Piacenza mentre predicava: Pietro d’Arcagnago, frate Minore, fu scannato in Milano presso Brera per opera di Manfredo da Sesto caporione dei Patarini lombardi con Roberto Patta da Giussano; frà Pagano da Lecco, trucidato co’ compagni mentre andava a stabilire l’Inquisizione in Valtellina; ed altri. Nel 1279, avendo gl’inquisitori condannata al fuoco una Tedesca in Parma, i cittadini insorsero, saccheggiando il convento de’ Domenicani, alcuni anche ferendone, talchè i frati a croce alzata partirono. Ma il podestà e gli anziani e i canonici li seguirono e gl’indussero a tornare, promettendo rifarli dei danni e punire gli offensori[303].

A Pietro da Verona, subito venerato col nome di san Pietro Martire, successe frà Ranerio Saccone suddetto, che spianò la _Gatta_ ritrovo degli eretici (1259), e fece bruciare i cadaveri di due loro vescovi, Desiderio e Nazario, tenuti in venerazione; nè si rallentò finchè Martin Torriano nol fe cacciare.

Nè per tanto Milano restò purgata, e vi levò rumore una Guglielmina, diceano oriunda di Boemia e di gente reale, e che spacciava essere lo Spirito Santo incarnato; da Raffaele arcangelo annunziata a sua madre il dì della Pentecoste, come mandata a redimere i Giudei, i Saracini e i cattivi Cristiani; dover morire, poscia risorgere, ed elevare al cielo l’umanità femminile. Quanto visse, il popolo la venerò; morta, fu tumulata splendidamente a Chiaravalle, casa de’ Cistercensi presso Milano, e tenuta in conto di santa: ma poi l’Inquisizione cominciò ad esaminare i miracoli spacciati, e il vulgo colla solita versatilità suppose che le adunanze de’ suoi proseliti fossero convegni di nefandi peccati; onde le ossa di lei furono gettate alle fiamme coi primarj suoi seguaci.

Anche alcuni frati Minori, lasciata la loro religione, viveano solitarj, affettando estremo rigore, ed erano chiamati Fraticelli, Bizocchi, Beghini, principalmente negli Abruzzi e nella marca d’Ancona, ed ebbero a maestri un frà Pietro da Macerata e frà Pietro da Forosempronio. Scoperti di errori, vennero condannati e perseguitati (vedi Cap. CXVII).

Gerardo Segarella, frate Minore di Parma, dedito alla contemplazione, e fissando un quadro ov’erano rappresentati gli Apostoli avvolti in mantelli cogli zoccoli e la barba, credette doverli imitare in quel vestito, e fin nel circoncidersi e farsi fasciare e adagiare in cuna al modo del celeste bambino. Formò seguaci che si dissero Apostolici; vendette quanto possedeva, e dalla ringhiera di Parma gittò il denaro a una ciurmaglia che giocava; ed iva predicando, da chi creduto santo, da chi sentina di vizj. Opisone vescovo il fe cogliere (1280) e metter prigione; ma egli si finse pazzo, onde tenuto cortesemente in vescovado, divenne ludibrio del servidorame; poi sbandito, e di nuovo al fine richiamato, convinto di vizj, fu bruciato il 18 luglio 1300.

Frà Dolcino e Margherita sua donna predicavano attorno a Novara, togliendo ogni restrizione fra i sessi, e permettendo lo spergiuro in cose d’inquisizione; traevansi dietro migliaja di proseliti, sinchè, per ordine di Clemente V, furono cerchiati ed uccisi[304].

L’Inquisizione fu ammessa in Venezia il 1286, composta di tre giudici, che erano il vescovo, un Domenicano, e il nunzio apostolico, sotto la sorveglianza dei magistrati ordinarj; nè poteano sedere in tribunale senza commissione sottoscritta dal doge. Procedere doveano puramente contro l’eresia; non contro Turchi ed Ebrei che non erano eretici; non contro Greci, perchè la loro controversia coi papi non era per anco stata risolta; non contro i bigami, perchè il secondo matrimonio essendo nullo, aveano violato le leggi civili, non il sacramento; gli usuraj pure non intaccavano alcun dogma; i bestemmiatori mancavano di riverenza alla religione, ma non la negavano; neppure stregoni e fatucchiere doveano essere passibili a quel tribunale, se non si provasse che avessero abusato de’ sacramenti.

Agli erranti la Chiesa contrastava anche col crescere devozione alle cose che da quelli erano conculcate. La compagnia dei Laudesi dalla Toscana erasi propagata nella Lombardia. Giovanni da Schio, il famoso paciere, instituì il pio saluto del _Sia lodato Gesù Cristo_. La venerazione verso il Sacramento fu cresciuta da miracoli che allora si narrarono: Urbano IV estese a tutta la Chiesa la festa del _Corpus Domini_, e Tommaso d’Aquino ne compose la bella uffiziatura. A Maria poi si tributò l’entusiasmo col quale i cavalieri veneravano le dame loro; e il dogma dell’immacolata sua concezione fu sostenuto fervorosamente dai Francescani; ad onore di lei si formò un salterio sulla forma del davidico; di lei parlarono Pier Damiani, Bernardo, Bonaventura, con un ardore che rimembra quel dello sposo de’ Cantici; e fu una gara di circondarla colla poesia del perdono e con fiori di tenerezza. L’_ave Maria_ si rese generale verso il 1240. San Domenico introdusse il rosario; divozione che fu poi connessa alla ricordanza della vittoria di Lèpanto (1573), quella in cui fu decisa la superiorità de’ Cristiani sopra i Turchi, nell’ora appunto che in tutto l’orbe cattolico recitavasi quella semplice formola di saluto, di congratulazione, di condoglianza, di preghiera.

Maria ispira le opere d’arte d’allora: il suo scapolare, propagato dai monaci del Carmelo, orna il petto di tutti, come una divisa di combattenti contro le passioni: ai tre ordini del Carmelo, dei Serviti, della Mercede sotto gli auspizj di lei, quello s’aggiunge dei Gaudenti, da Linguadoca passati in Italia (1208), ove singolarmente si resero memorabili. Continuavano essi a vivere nel mondo e nel matrimonio, «solo imposto odiare e fuggire il vizio, desiare e seguir la virtù, ed alcuna soave soavissima regola, data in segno di onestà, in remissione d’ogni peccato, ed in premio d’eterna vita» (FRÀ GUITTONE).

CAPITOLO XC.

La Scolastica. Efficacia civile del Diritto romano e del canonico. Le Università. Le Scienze occulte.

Questi conflitti della ragione contro l’autorità, questo esame delle credenze, quest’indipendenza del pensiero attestano che non fosse così servile la fede, così intera l’ignoranza, come cianciano alcuni.

Hanno intitolato il decimo secolo di tenebre e di ferro, giacchè, cessato l’impulso dato da Carlo Magno, alle grandi sventure soccombeva ogni tentativo di pacifiche ricerche. Eppure un chierico di Novara interrogava per lettera i monaci di Reichenau, se tenessero per Aristotele il quale non crede agli universali, o per Platone che gli ammette; ed essi rispondeano, entrambi godere tale autorità, che non si osa l’uno all’altro preferire[305]. Dunque conoscevansi i grandi pensatori, si studiava, si dubitava, si chiedeva, s’intrecciavano su ciò corrispondenze lontane, si agitavano le quistioni supreme, e fra gente incatenata alle regole durava l’indipendenza del pensiero, esercitata nei modi del tempo. Chi sia imbevuto de’ pregiudizj filosofistici dee restare attonito allorchè di buona fede osservi come, nella _neghittosa ignoranza_ de’ chiostri, il bisogno del pensare agitasse que’ monaci vilipesi; come senza scrupolo e senza apprensioni usando della propria ragione, affrontassero i problemi cardinali dell’intelligenza.

Le scienze, giusta la divisione di Marciano Capella, erano distribuite in sette, formanti un trivio e un quadrivio: al primo appartenevano la grammatica, la retorica, la dialettica; al secondo l’aritmetica, la geometria, l’astronomia, la musica[306].

Ma come la religione era base della società, così scienza capitale la teologia; nè quasi altri che il clero avea tempo e mezzi di volgere l’attività dagl’interessi del secolo a quelli della dottrina e della verità. I primi Padri del cristianesimo aveano fondata la loro scienza sulla Bibbia, spiegandola e commentandola giusta il sentimento loro particolare e quel della Chiesa. I successivi arrestarono lo studio su quelli, facendone estratti e catene per proprio comodo, onde all’uopo fiancheggiarsi delle loro asserzioni: e come la giurisprudenza romana sopra certi assiomi, così la teologia posava sull’autorità, limitandosi ad applicarla con argomentazione sottile, affar di logica e nulla più, trascurando l’indagine dei fatti e il sentimento della realtà.

Boezio, usando la filosofia greca e pagana per raffinare la scienza cristiana, nell’_Organon_ svolse il raziocinio senza intaccare la fede, e divenuto autore universale, abituò gl’intelletti a una rigorosa coerenza di discutere, dimostrare, difendere, impugnare per via di regole prefinite; quella dialettica insomma, che prima l’italiano Zenone d’Elea aveva insegnata, e che fu delle primarie coadjutrici della scienza greca, ma che, se si restringa a pure forme e categorie, impaccia la ragione, mentre intende soccorrerla. Tale divenne nelle scuole, onde prese il nome di _scolastica_, troppo a torto derisa.

Questa geometria della ragione mette innanzi precisamente il suo teorema, da principj inconcussi deduce con raziocinio serrato, senza abbellimenti nè svaghi, valendosi solo di parole chiaramente definite, eliminando le idee vaghe e i termini equivoci, e procedendo sempre dal noto all’ignoto. Que’ principj generali indubitabili non potea darli che la rivelazione. Si esercitavano sulle due nozioni fondamentali del Creatore e della creatura, per trovarne e chiarirne la relazione ch’è la fonte d’ogni morale, e conciliare la fede rivelata colla ragion pura e coi fenomeni della vita esterna; limitavansi insomma a difendere e chiarire dogmi parziali, a vedere in che modo accettar la rivelazione e conoscere il sentimento comune, rinunziando alla disputa non appena la Chiesa avesse sentenziato.

Nulla più facile che l’abusare della logica. Il minuzioso speculare disgiunto dall’applicazione, dalla sperienza, dalla erudizione, da ogni bellezza, le frivole distinzioni, il sillogizzare non tanto per raggiungere la verità, quanto per uniformarsi a certe regole o per avviluppare gli avversarj, il puntigliarsi fin sulla distinzione di sillabe, congiunzioni, preposizioni, e innestare alla dialettica quanto di vano comprendevano la grammatica e la geometria affine di dimostrare ogni cosa, perfino i contrarj, furono gli abusi della Scolastica, che mettendo la disputa per iscopo non per mezzo, e confondendo il metodo colla sostanza, faceva invanire e delirare nella presunta onnipotenza della logica.

Suo oracolo era Aristotele, per verità maestro eccellente, perchè in esso trovasi anche la critica degli altrui sistemi e il modo di confutarli, mentre Platone non dà che il proprio dogma. Ma lo Stagirita che erige in principio supremo la natura, come poteva essere l’oracolo d’una scienza tutta religiosa? Poi esso giungeva in Europa nelle versioni e commenti de’ Musulmani e degli Ebrei, che gli aveano prestato assurdi sentimenti e sofisterie. I nostri, nel tradurre quelle traduzioni, nuovi errori vi sovraposero; nè la critica e la filologia sapevano riconoscervi l’alterazione, mentre l’idolatria professatagli impediva di crederlo in fallo. Anzichè duce, ne venne un ingombro d’errori, fatica erculea a quelli che voleano conciliarli colla teologia dogmatica. Più tardi Federico II ne procurò una versione sopra il testo greco, e la fece deporre nell’università di Bologna; Manfredi suo figlio la spedì a Parigi: ma nulla ce ne rimane per poter dire quanto avviasse alla retta intelligenza di quello che per antonomasia chiamavasi l’Autore.

Quest’esclusiva predilezione incagliava lo sviluppo cattolico delle scienze, e le logiche speculazioni sviavano dalle ricerche storiche, baloccandosi attorno a frivole quistioni. Cosa faceva e dove stava Iddio prima di creare? se nulla avesse creato, qual sarebbe la sua prescienza? potè egli fare le cose in altro modo da quel che le fece? v’ha tempo in cui egli conosca più cose che in un altro? può fare che ciò che è non sia, e per esempio, che una meretrice sia vergine? Iddio, incarnandosi, si unì all’individuo od alla specie? il corpo di Cristo alla destra del Padre sta seduto o in piedi? e le vesti con cui comparve agli apostoli dopo risorto, erano reali od apparenti? e le assunse con sè in cielo? e ve le tiene ancora? e nell’eucaristia sta nudo o vestito? che divengono le specie eucaristiche dopo mangiate? in qual maniera s’operò l’incarnazione nel seno di Maria? san Paolo fu rapito al terzo cielo nel corpo o senza? il pontefice potrebbe cassare i decreti degli apostoli, e formare un articolo di fede? o abolire il purgatorio? è semplice mortale, o una specie di divinità? e tutta la Bibbia diveniva un’arena di disputazioni, secondo che gli uni vi rintracciavano il senso letterale, altri l’allegorico, altri il mistico. Censurare, come si fa, la scienza per gli abusi che ne derivarono, è ingiusto come di chi condannasse la letteratura odierna a cagione de’ giornalisti; e tanto più che quelle formole e quello spineto non erano frutto della barbarie, ma già si trovano ne’ dialettici antichi, anzi in Aristotele stesso.

La Chiesa non soffogava quell’attività, ma stava in occhi a tutelare i dogmi, e ben presto fu chiaro che con questi tutelava la verità e la ragione. Accortasi degli errori che rampollavano sopra la dottrina aristotelica, talora ne proibì l’insegnamentò: onde altri si diedero a sceverare due ordini di verità, la filosofica e la religiosa: e lasciando arbitri di questa i santi Padri, discutevano secondo Aristotele i fenomeni dell’intelletto, l’origine e il valore delle idee, i fondamenti della conoscenza, in somma la metafisica.

Altri hanno faticosamente tratteggiato i procedimenti del pensiero in que’ secoli mal conosciuti; e noi, limitandoci alle glorie italiane, ricorderemo gl’insigni Lanfranco di Pavia e Anselmo d’Aosta, che in Inghilterra rappresentarono il principio spirituale a fronte del potere politico. Il primo, nato da famiglia senatoria (1005-89), educato nelle scuole di arti liberali e di legislazione secondo il patrio costume[307], andò frate, e non sentendosi vigore bastante pei lavori campestri a cui si dedicavano i monaci, già godendo grido di dialettico e giureconsulto nella patria scuola de’ giudici longobardi, recossi in Normandia. Aggresso da masnadieri e lasciato avvinto a un albero tutta la notte, aspettando la morte volle pregare, e trovò che neppur una preghiera sapeva a memoria. Vergognoso, stabilì darsi tutto a Dio, e liberato da alcuni passeggeri, si fe da loro indicare il convento più umile e povero. Gli nominarono Bec, ed egli vi si rese, subì un severo noviziato, tacendo per tre anni, e quando leggeva in refettorio, il priore lo rimproverava di proferir male il latino: una volta lo corresse dell’aver fatta lunga la seconda di _docere_, e il valente dottore si rassegnò a proferirla breve, stimando un errore di prosodia minor male che una insubordinazione.

In questa docilità imparò a comandare, e presto fu assunto arcivescovo di Cantorberì, a consigliere e ministro di Guglielmo conquistatore dell’Inghilterra; e sostenendo l’interesse cattolico in quell’isola dopo soggiogata dai Normanni, favorì a questi perchè credea giovassero a quello. Negl’impacci di chi è a parte dell’autorità e sembra farsene strumento, quante volte ribramò e chiese la solitudine del suo chiostro, ove ad assicurar la pace della coscienza basta una cosa, obbedire! Ma il terribile conquistatore spesso correggeva o frenava; udendo un cortigiano paragonare la reggia alla maestà del cielo, come avrebbe potuto fare un poeta napoleonico, esortò a farlo vergheggiare perchè più non osasse bestemmie tali: se accondiscese a Guglielmo, seppe evitare il conflitto che prevedeva imminente col potere ecclesiastico.

I tanti affari non lo distolsero dagli studj, e risuscitando l’arte critica, confrontò, corresse i testi che Berengario avea falsati per negare la presenza reale nell’eucaristia: sviluppandosi dalle fasce scolastiche, spaziò in modo oratorio; e riprovando la sottigliezza dei tropi e dei sillogismi e l’_inane dialettica_ d’Aristotele, chiama sapiente chi conosce e glorifica Dio, e pienezza della dottrina l’intenderne il mistero e la sapienza.

Discepolo suo, e successore nel priorato di Bec, poi nell’arcivescovado, Anselmo d’Aosta (1033-1109), con fermezza calma e dolce, non affrontando la persecuzione, ma non isviando punto dal sentiero per evitarla, intelletto elevato e cuor puro, carattere amabile che traeva grandezze dalla fede profonda e dall’amor di Dio, per sagacia e pietà fu qualificato un secondo Agostino, e sulle traccie di questo diede dimostrazioni ancor venerate sopra l’essenza divina, la trinità, l’incarnazione, la creazione, l’accordo del libero arbitrio colla Grazia. I suoi monaci l’aveano pregato a valersi di forme agevoli, e d’argomenti adatti alla comune capacità, e provare per via di raziocinj rigorosi e necessarj[308]: e in fatto nel _Monologium_ s’industria a spiegare la scienza delle cose soprannaturali per via di razionali principj, cercando l’alleanza della fede colla ragione, proteggendo la religion naturale e la rivelata da tutte le objezioni mediante un argomentar sottile; estendendosi anche alla metafisica e alla fisica, che speculano l’una sulla parola rivelata, l’altra sulla natura manifestata dai sensi; e digredendo su altre materie non immediatamente connesse col dogma. Al supremo problema dell’intelletto cercò egli spiegazione nell’idea universale, la quale non potrebbe sussistere come percezione dello spirito senza la realità dell’oggetto; eccedette fosse quella della perfezione infinita di Dio, il quale nell’ordine logico sta a capo di tutte le idee, come di tutti gli esseri nell’ordine reale.

Lo stolto che dice _Non v’è Dio_, concepisce un essere a tutti superiore, sebbene affermi che non esiste. Affermazione assurda, atteso che quest’ente resterebbe inferiore a un altro che a tutte le perfezioni congiungesse l’esistenza. Sono gli argomenti stessi che furono svolti poi da Cartesio; ed un monaco dell’XI secolo trovava e precisamente esponeva la sola prova compiuta e soddisfacente dell’esistenza di Dio, cioè elevava la coscienza fino alla nozione dell’essere, ed edificava una teologia dottrinale sovra un concetto della ragione. Mettendo in scena un ignorante che cerca la verità colla scorta dell’intelletto puro, vuol mostrare che la ragione non riprova ma comprova le verità rivelate; e protestando insieme che la fede non cerca comprendere ma credere, chiaramente determina i confini della filosofia e della teologia.