Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)
Part 22
Frà Ranerio Saccone distingue sedici chiese di Catari in Lombardia: degli Albanesi, che stanno principalmente a Verona, e sono cinquecento; de’ Concorezzj, che fra tutta Lombardia sommeranno a un migliajo e mezzo; de’ Bagnolesi sparsi a Mantova, Milano, nella Romagnola, in non più di ducento; la chiesa della Marca, che saranno cento; altrettanto in quelle di Toscana e di Spoleto; un cencinquanta della chiesa di Francia, dimoranti a Verona e per Lombardia; ducento delle chiese di Tolosa, di Alby, di Carcassona; cinquanta di quelle di Latini e Greci in Costantinopoli; e cinquecento delle altre di Schiavonia, Romania, Filadelfia, Bulgaria. Ma questi quattromila (avverte l’autore) sono da intendere per uomini perfetti; giacchè di credenti ve n’ha senza numero.
Sembra fosse comune la credenza nei due principj, ed al malvagio essere dovuto il mondo e il Vecchio Testamento. Appoggiati all’_Obedire oportet magis Deo quam hominibus_, si emancipavano d’ogni autorità terrena; non papa, non vescovi, non canoni o decretali, non dominio temporale dei preti; la Chiesa romana non essere concilio sacro, ma congrega di malignanti; non darsi risurrezione della carne, ridevole la distinzione dei peccati in veniali e mortali, prestigi del diavolo i miracoli; non doversi adorare la croce, simbolo d’obbrobrio; per niuna cosa giurare; nè esser diritto ai magistrati d’infliggere pena corporale. Quanto ai riti, repudiavano l’estrema unzione, il purgatorio e di conseguenza i suffragi pei morti, l’intercessione dei santi e l’_Ave Maria_; per il matrimonio bastare il consenso de’ contraenti, senz’uopo di benedizione; non valere il battesimo amministrato agl’infanti; non discendere Dio nell’ostia consacrata da un indegno; i sacramenti non furono istituiti da Cristo, ma inventati dall’uomo.
Del sacramento dell’Ordine teneva luogo l’elezione dei loro gerarchi, ch’erano disposti in quattro gradi: il vescovo, il figliuolo maggiore, il figliuolo minore e il diacono. Al vescovo spettava di preferenza l’imporre le mani, frangere il pane, dir l’orazione: mancando lui, suppliva il figliuolo maggiore, se no il minore o il diacono; e in difetto, un semplice credente, e fin anche una catara. I due figliuoli coadjuvavano al vescovo, visitavano i fedeli, e in ogni città v’era un diacono per ascoltare i peccati leggieri una volta al mese; il che dai Lombardi (i quali ritennero la distinzione dei peccati veniali) dicevasi _caregare servitium_. Il vescovo poi, avanti morire, inaugurava a succedergli il figliuolo maggiore imponendogli le mani.
Quotidianamente, allorchè sedevano a mangiar di brigata, il maggiore fra i convitati sorgeva, e recatosi in mano il pane ed il vino, proferiva _Gratia domini nostri Jesu Christi sit semper cum omnibus vobis_, spezzava quel pane, lo distribuiva, e quest’era la loro eucaristia. Il giorno della cena del Signore, imbandivano più solennemente; e il ministro, postosi ad un tavoliere, su cui erano una coppa di vino ed una focaccia d’azimo, diceva: — Preghiamo Dio ci perdoni i peccati per sua misericordia, ed esaudisca alle nostre petizioni; e recitiamo sette volte il _Pater noster_ a onor di Dio e della santissima Trinità». Tutti s’inginocchiano; orato, sorgono; esso benedice il pane e il vino, frange quello, dà mangiare e bere; e così è compiuto il sagrifizio.
Confessione non particolareggiata, ma uno recitava a nome di tutti: — Confessiamo innanzi a Dio ed a voi, che molto peccammo in opere, in parole, colla vista, col pensiero, ecc.». In casi più solenni, il peccatore presentandosi al cospetto di molti col vangelo sul petto proferiva: — Io sono qui avanti a Dio ed a voi, per confessarmi e chiamarmi in colpa di tutti i peccati che ho sin ora commessi, e ricevere da voi la perdonanza». Era assolto col posargli il vangelo sopra il capo. Se un credente ricadesse, doveva confessarsene, e ricevere di nuovo l’imposizione delle mani in privato. L’imposizione delle mani, o _consolamento_, o battesimo spirituale, era necessaria per rimettere il peccato mortale, o comunicare lo spirito consolatore; e se uno dei _perfetti_ le imponga a un moribondo, e ripeta l’orazione domenicale, quello va a sicura salvazione. Fu per opporsi al consolamento de’ Patarini che il concilio Lateranense IV ingiunse ai Cattolici di confessarsi almeno una volta l’anno.
Frà Ranerio aggiunge che, data la consolazione al moribondo, gli chiedevano se volesse in cielo andare tra i martiri o tra i confessori: eleggeva i primi? lo facevano strangolare da un sicario a ciò stipendiato; i confessori? più non gli davano bere nè mangiare. Atrocità gratuite, solite apporsi dall’ignoranza o dalla malignità a tutte le congreghe secrete. E per vero non c’è misfatto di cui non siansi tacciati i Patarini; essi ladri, essi usuraj, essi sovrattutto carnali, con connubj promiscui e contro natura; adulterio e incesto in qualsiasi grado; non poter l’uomo peccare dall’umbilico in giù, perchè il peccato origina dal cuore. Ma come credere questa bacchica santificazione del libertinaggio, quando altrove, e ne’ libri de’ loro stessi nemici, troviamo che giudicavano peccato fino il commercio maritale, imponeansi penose astinenze onde reprimere la carne ribelle alla volontà ed opera del principio cattivo, tre quaresime l’anno, perpetua astinenza da carni e latte, replicati digiuni, iterate preghiere? e san Bernardo, implacabile indagatore di loro colpe, dice: — Non v’era cosa in apparenza più cristiana che i loro discorsi, nè più lontana da ogni taccia che i costumi loro»[284].
Non esitiamo a rifiutare per ispurie alcune professioni di fede esibiteci da loro antagonisti, secondo le quali gl’iniziati rinunziavano, non solo a tutte le sane credenze della religione, ma ad ogni costume, pudore, virtù. Ranerio, uno dei Consolati egli medesimo, indi acerrimo loro persecutore, narra come per l’iniziazione, adunati i credenti, il vescovo interrogasse il neofito: — Vuoi tu renderti alla fede nostra?» Questo afferma, s’inginocchia e pronuncia il _Benedicite_; al che il ministro ripete tre volte — Dio ti benedica», sempre più discostandosi dall’iniziato. Il quale soggiunge: — Pregate Iddio mi faccia buon cristiano». L’interroga poi: — Ti rendi a Dio ed al vangelo? _Sì_. — Prometti non mangiar carne, ova, formaggio, nè altra cosa se non d’acqua e di legno? (cioè pesci e frutte). _Sì_. — Non mentirai? non giurerai? non ammazzerai, neppure vitelli? non farai libidini nel tuo corpo? non andrai scompagnato quando puoi avere compagni; non mangerai da solo potendo aver commensali? non ti coricherai senza brache e camicia? non lascerai la fede per timore di fuoco, d’acqua o d’altro supplizio?» Risposto che avesse il neofito a ciascuna domanda, l’universa assemblea mettevasi ginocchione: il sacerdote posava sopra il novizio il volume dei vangeli, e leggeva il principio di quel di san Giovanni, poi lo baciava tre volte: così facevano tutti gli altri, che egualmente si davano l’uno all’altro la pace: indi veniva messo al collo dell’iniziato un fil di lana e di lino, ch’e’ non doveva levarsi giammai.
La colpa, onde più grave e concordemente sono rinfacciati i Patarini, è l’ostinazione. Fra strazj e tormenti, al cospetto di morte obbrobriosa, non che convertirsi, più s’induravano, protestavansi innocenti, spiravano cantando lodi al Signore, colla speranza di presto congiungersi nel suo abbraccio. In Lombardia serbarono memoria d’una fanciulla, di cui la bellezza e l’età mettevano in tutti compassione; talchè, deliberati a salvarla, vollero assistesse mentre padre, madre, fratelli venivano consunti dalle fiamme, così sperando si sarebbe per terrore convertita: ma no; poi ch’ebbe durato alquanto lo spettacolo atroce, si svincola dalle braccia de’ suoi manigoldi, e corre a precipitarsi nelle fiamme, e confonde l’ultimo suo anelito con quello dei parenti[285].
La più grave urgenza di queste eresie era la guerra che portavano alla Chiesa esteriore, scassinando i dogmi inerenti all’unità del sacerdozio, per costituire società religiose speciali. Pur troppo i loro attacchi trovavano appiglio nello scarmigliato vivere del clero, di cui e predicatori e poeti si accordano nell’attestare la depravazione.
Agli errori la Chiesa oppose da principio i rimedj che a lei convengono, riformare i suoi, ammonire o scomunicare i dissenzienti, e vi drizzò lo zelo principalmente dei nuovi frati: poi si valse anche di mezzi mondani e del braccio secolare. Che la società pagana non tollerasse le religioni diverse è attestato, non fosse altro, dalle migliaja di martiri. I padri della Chiesa proclamarono la libertà delle credenze, finchè la loro fu perseguitata; ma come, prevalsa questa, videro gli eretici turbarla, argomentarono che il reprimere gli errori fosse diritto e difesa legittima contro della persecuzione e della seduzione. Se la Chiesa è unica depositaria e interprete della verità, e in essa sola vi è salute, non dovrà con ogni modo opporsi alla propagazione dell’errore? Gl’imperatori di Roma cristiani, memori di quanto univano in sè i due poteri quali capi dello Stato e supremi pontefici, credettero che la legge dovesse, come i beni e la persona, così tutelare le credenze e il culto; e moltiplicarono decreti in tal proposito[286]; diverse pene comminando, di rado la morte, perchè vi si opponevano i vescovi: a questi era affidato il decidere se un’opinione fosse ereticale; la cognizione del fatto e la sentenza spettavano al magistrato secolare.
Così procedette la cosa nel declino dell’Impero Occidentale; così continuò in Oriente: ma fra noi, dopo l’invasione, se accadesse di punire un trasgressore delle leggi ecclesiastiche, i vescovi usavano quell’autorità mista di sacro e di secolare, che vedemmo ad essi attribuita. Talvolta ancora, considerandosi l’eresia come politica disobbedienza, procedeasi colla forza, siccome dicemmo di Eriberto arcivescovo di Milano.
Ridesto il diritto romano, come alla tirannia, così vi si trovò appoggio alle persecuzioni contro i miscredenti, poco ricordando che la legge d’amore aveva abolita quella fiera legalità. Ottone III poneva Gazari e Patarini al bando dell’Impero e a gravi castighi. Federico Barbarossa, tenuto congresso a Verona con papa Lucio III, ordinò ai vescovi d’informarsi delle persone sospette d’eresia, e distinguere gli accusati, i convinti, i pentiti, i ricaduti; quelli convinti d’eresia sieno spogliati dei benefizj se religiosi e abbandonati al braccio secolare; i sospetti si purghino, ma se ricadono, vengano puniti senz’altro. Sgomentato dal vedere i Valdesi distendersi fra le Alpi, Giacomo vescovo di Torino pensò reprimerli anche col braccio secolare; laonde da Ottone IV ottenne ampia facoltà di espellerli dalla sua diocesi[287]. Indi Federico II al tempo della sua coronazione fulminò pene temporali contro gli eretici, e le ripetè da Padova con quattro editti, ove, «usando la spada che Dio gli ha concesso contro i nemici della fede», vuole che i molti eretici ond’è singolarmente infetta la Lombardia, sieno presi dai vescovi e dati alle fiamme ultrici, o privati della lingua[288].
È questa la prima legge di morte contro i miscredenti: egli stesso poi nelle _Costituzioni del regno di Sicilia_ ne pose un’altra, lamentandosi che dalla Lombardia, ove n’era il semenzajo, i Patarini fossero largamente penetrati in Roma e perfino nella Sicilia[289], e a perseguitarli spedì l’arcivescovo di Reggio e il maresciallo Ricardo di Principato.
Sull’esempio e coll’autorità dei decreti imperiali, le varie città fecero statuti contro gli eretici: il senatore di Roma giurava non usare indulgenza ai Patarini, o incorrerebbe la pena di ducento marchi d’argento: in Milano fu posto che_ qualunque persona a sua libera voluntate potesse prendere ciascuno heretico; item che le case dove eran ritrovati si dovessero rovinare, e li beni che in esse si ritrovavano fossero pubblicati_[290]. L’arcivescovo Enrico di Settala, allora istituito inquisitore, _jugulavit hæreses_, come lo loda il suo epitafio; ma i cittadini lo discacciarono. Resta ancora in Milano la statua equestre di Oldrado da Trezzeno podestà, lodato nell’iscrizione perchè _Catharos ut debuit uxit_[291].
Nè per questo cessavano gli eretici, e da Tolosa, Roma de’ Patarini, spargeano missionarj. L’armi spirituali essendo uscite indarno, Enrico cardinale vescovo di Albano implorò il braccio laico, e menato un esercito ad estirpar l’errore, mandò a ferro e a fuoco la Linguadoca. Innocenzo III, appena unto papa, divisò i modi di svellere quei bronchi dalla vigna di Cristo, e spedì monaci a predicare (1205), esortando i principi a secondarli; e quando Ranerio e Guido inquisitori avessero scomunicato uno, i signori doveano confiscargli i beni e sbandirlo, e far peggio a chi resistesse. Di qui cominciò la crociata contro gli Albigesi, che non è da questo luogo il raccontare, ma dove sotto l’apparenza religiosa dibatteasi la nazionalità, giacchè la Francia, per ottenere quell’unità che tanti desidererebbero a qualsiasi costo anche per l’Italia, volle sottomettere la Provenza e la Linguadoca, che come romane repugnavano dalle ordinanze germaniche, prevalse nel paese settentrionale (1208). La spedizione fu accompagnata da tutti gli orrori delle guerre civili; ma solo gli adulatori del potere secolare poteano versarne ogni colpa sul papa e sulla religione. Oggimai la storia accertò che Innocenzo, mal informato delle iniquità commesse da ambe le parti, non avea mai cessato di predicar pace e moderazione, e dopo la vittoria spedì legato a-latere il cardinale Pietro di Benevento, perchè riconciliasse colla Chiesa gli scomunicati, e riducesse Tolosa a repubblica indipendente, purchè convertita; assolse i capi della insurrezione, e al figlio di Raimondo da Tolosa, condottiero della guerra, prodigò consolazioni, assegnò il contado Venesino, Beaucaire e la Provenza, e ripeteva: — Abbi pazienza fino al nuovo concilio».
Sotto i suoi successori la guerra fu proseguita colla ferocia delle guerre nazionali, finchè la Provenza restò sottoposta affatto al re di Francia. Questo era san Luigi, e al nuovo acquisto volle accomunare i provvedimenti che contro l’eresia vegliavano in Francia, dov’essa, secondo il diritto comune, era considerata delitto contro lo Stato, e punita del fuoco. Romano, cardinale di Sant’Angelo, per ottenerne la estirpazione raccolse un concilio (1213), dove si stabilì che i vescovi nominerebbero in ciascuna parrocchia un sacerdote con due o tre laici, i quali giurassero _inquisire_ gli eretici, e farli noti ai magistrati; chi ne celasse alcuno, fosse punito; e distrutta la casa dove uno fosse côlto. Tal è l’origine del tribunale dell’Inquisizione, specie di corte marziale in paese sovvertito da lunga guerra, e dove rinasceva la mal repressa sollevazione. Invece delle precedenti stragi, e dei tribunali senza diritto di grazia, l’inquisizione era esercitata da ecclesiastici, gente più addottrinata e meno fiera; ammoniva due volte prima di procedere; solo gli ostinati e recidivi arrestava; riceveva al pentimento, e spesso contentavasi di castighi morali; col che salvò moltissimi, che i tribunali secolari avrebbero condannati. Gregorio IX poi la sistemò (1233) col togliere ai vescovi i processi, onde riservarli ai frati Predicatori.
L’Inquisizione avea potestà su tutti i laici, non esclusi i dominanti; ed anche sul basso clero. Arrivato nella città, l’inquisitore ne dava avviso ai magistrati invitandoli a sè; e tosto il capo giurava far eseguire i decreti contro gli eretici, ed ajutare a scoprirli e coglierli; se alcun uffiziale del principe disobbedisse, l’inquisitore poteva sospenderlo e scomunicarlo, e mettere all’interdetto la città. Le denunzie aveano effetto soltanto se il reo non si presentasse di voglia; scorso il termine, era citato; e i testimonj interrogavansi coll’assistenza dell’attuaro e di due ecclesiastici. L’istruzione preparatoria riusciva sfavorevole? gl’inquisitori ordinavano l’arresto dell’accusato, più non protetto da privilegi od asili. Arrestato, nessun più comunicava con esso, faceasi la visita della sua casa, e il sequestro de’ beni.
Secondo il diritto germanico, ogni libero è obbligato intervenire al giudizio e alla sentenza; le prove di Dio traevano il popolo a spettacolo; il signore feudale convocava i vassalli per rendere giustizia; e la natura dei giudici e del giudizio portava semplicità di procedure. Ma ne’ paesi di stirpe romana conosceansi le leggi antiche, di molti affari faceasi carta, il giudizio stesso si scriveva; pure non si pensava ancora di occultare i testimonj al prevenuto, nè di torgli i sussidj che sogliono concedersi in negozj di minore importanza, come sono i civili.
Una costituzione di Celestino III e d’Innocenzo III, riferita nel _Diritto canonico_[292], distingue le procedure per accusa secondo il codice romano, per denunzia, e per inquisizione; ma in tutte sono pubblicate le testimonianze, ammesse le difese e il dibattimento. Gli eretici dunque, giudicati secondo la legge canonica, benchè mancassero del giudizio dei pari, poteano conoscere i testimonj e l’accusatore, avere un consiglio, e pubblico dibattimento. Solo Bonifazio VIII dispensò gli inquisitori da tante forme qualora ne derivasse pericolo ai testimonj[293]; Innocenzo VI, dichiarando che tal pericolo può presumersi sempre, generalizzò la riserva, e così venne la procedura secreta, per quanto ostassero i leggisti, la nobiltà, gli uomini comuni che si trovavano esposti all’arbitrio. Tolta la discussione pubblica, ai giudici cessò il modo d’acquistare intima convinzione, e a regole aritmetiche fu sottoposta la coscienza, inventando una convinzione legale diversa dalla convinzione morale, frazionando le prove, e portando fino alla odierna illiberalità.
Dalla quale è chiaro quanto fossero lontani i primi tribunali d’inquisizione. Ne’ governi teocratici, come quelli del medioevo, la religione non va distinta dalla politica; laonde l’eresia è giustiziabile dal braccio secolare. Poi gl’inquisiti erano imputati d’altri delitti contro i cardini della società, come sono la famiglia, la proprietà, l’onore, i quali oggi pure si castigherebbero: se ne fossero colpevoli o no, è difficile assicurarlo, come in tutti i processi secreti. Piantato un tribunale, potea sperarsi differente dagli altri del suo tempo? onde si videro rinnovate tutte le sevizie de’ processi di Roma pagana, e il cavillo e la tortura e supplizj esacerbati.
L’Inquisizione desta raccapriccio ai buoni Cristiani per le taccie che attirò sopra la religione nostra, e perchè parve giustificare incolpazioni gravissime. Ma oltre essere, nel fatto e in relazione co’ suoi tempi, assai meno orribile che non si sparnazzi, essa proponevasi almeno un fine morale, a differenza delle istituzioni oggi sostituitele, ove si procede e castiga nell’interesse d’un principe o per mantenere un dominio costituito sulla forza: se restringeva il pensiero, il faceva o credea farlo per salvezza delle anime, non per puro vantaggio d’un potere dominante: nè quegli spaventi tolsero il sorgere di grandi e robusti pensatori.
La Chiesa poi, sebbene non ne abbia mostrato orrore, e siasene valsa come d’una legittima difesa e di una prevenzione contro mali gravissimi, non approvò mai, almeno in concilio, un’istituzione siffatta. Sopratutto vuolsi ben distinguerla dalla Inquisizione spagnuola, fiera e indipendente a guisa d’una vendetta nazionale, giacchè nei Mori perseguitava non solo i nemici della religione, ma gli stranieri conquistatori contro cui erasi menata per otto secoli la guerra. La congregazione del Sant’Uffizio a Roma, composta di sei cardinali, e fondata da Paolo III nel 1542, non versò sangue[294], benchè fosse il tempo che uomini bruciavansi in Francia, in Portogallo, in Inghilterra. Ecco perchè nel secolo xvi vedremo i nostri respingere fin coll’armi l’Inquisizione spagnuola, mentre invocavano la romana.
Stando ai primi tempi, non mancò da fare all’Inquisizione anche fuori di Linguadoca, e in Italia variissime di forma ed estese furono le eresie. Intanto la vicinanza del papa e l’esservi egli anche principe temporale abituava a resistergli; e nei conflitti di Guelfi e Ghibellini si metteva in discussione l’autorità sua, col passaggio che troppo è facile dalla mondana alla spirituale. I Comuni aveano acquistato la libertà strappandola ai vescovi, sicchè era scemata la riverenza a questi, e in molte lettere i pontefici ne movono querela alle nostre repubbliche, le quali anche non di rado violarono e i beni e le persone dei vescovi[295].
Uscente il XII secolo, Orvieto formicolava di Manichei, introdotti dal fiorentino Diotisalvi, e da un Girardo di Marsano; e diceano nulla significare il sacramento dell’eucaristia, il battesimo non occorrere alla salvezza, non giovarsi ai morti con limosine ed orazioni. Espulsi questi dal vescovo, comparvero Melita e Giulita, che uomini e donne sedussero con aspetto di santità, finchè il vescovo col consiglio di canonici, giudici ed altri, ne esigliò ed uccise molti. Un Pier Lombardo vi venne poi da Viterbo, contro del quale Innocenzo III deputò Pietro da Parenzo, nobile romano, che ricevuto fra ulivi e palme, proibì i combattimenti che si costumavano in carnevale e che finivano in sangue; ma poichè gli eretici stimolarono a disobbedire, il primo giorno di quaresima si mischiò fiera zuffa, e Pietro fece abbattere le torri donde i grandi aveano ferito il popolo, e diè buoni provvedimenti. A Pietro tornato il papa domandò: — Come hai bene eseguito gli ordini nostri? — Così bene, che gli eretici mi cercano a morte. — Dunque va, persevera a combatterli, chè non possono uccidere se non il corpo; e se t’ammazzeranno, io t’assolvo d’ogni peccato». E Pietro, fatto testamento e congedatosi dalla desolata famiglia, ritornò[296].
Innocenzo mosse in persona contro i molti Manichei di Viterbo, rimbrottò i cittadini che tra quelli sceglievano i consoli, e ordinò che, qualunque ne fosse trovato sul patrimonio di san Pietro, lo consegnassero al braccio secolare per castigarlo, e i beni dividerne fra il delatore, il Comune e il tribunale giudicante[297]. D’altri abbiam ricordo in Volterra, dove gl’inquisitori, a malgrado del vescovo, atterrarono alcune case di eretici in Montieri[298]. Nel 1193 il vescovo di Worms, legato dell’imperatore Enrico VI, venuto a Prato, fece distruggere case e possessi dei Patarini, con severo divieto di dar loro consiglio od ajuto, o di mettere ostacolo a lui quando li facesse incarcerare[299]. Bandi severissimi contro Catari e Patarini e d’altro nome novatori pubblicò Gregorio IX in qualità di sovrano di Roma, volendo fossero mandati al fuoco, o se si convertivano, a carcere perpetuo; e guaj a chi li raccogliesse o non denunziasse. Molti in fatto furono arsi, molti chiusi a penitenza nei monasteri di Montecassino e della Cava.