Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)
Part 21
Vedendo moltiplicati i Minori, Francesco pensò dettarne la regola; e stando sopra tale pensiero, ecco la notte gli pare aver raccolto tre bricciole di pane, e doverle distribuire a una turba di frati famelici. E temeva non gli andassero perdute fra le mani, quando una voce gli gridò: — «Fanne un’ostia, e danne a chiunque vuole cibo». Fece, e chi non ricevea devotamente quella particella, coprivasi di lebbra. Narrò Francesco la visione ai fratelli senza intenderne il senso; ma il giorno dappoi, mentre pregava, una voce dal cielo gli disse: «Francesco, le bricciole di pane sono le parole del vangelo, l’ostia è la regola, lebbra l’iniquità».
Ritiratosi dunque con due compagni s’un monte, digiunando a pane e acqua, fe scrivere la sua regola secondo il divino spirito gli dettava entro. Essa comincia: — La regola de’ Frati Minori è d’osservare il vangelo, vivendo in obbedienza senza nulla di proprio e in castità». Chi v’entrasse dovea vendere ogni aver suo a profitto de’ poveri, e subire un anno di prove rigorose prima di proferire i voti. Tutti essendo _frati minori_, gareggiavano d’umiltà, e lavavansi i piedi un all’altro: i superiori chiamavansi servi: chi sa un mestiere, può esercitarlo per guadagnare il vitto; chi no, vada alla busca, ma non di denaro. Neppur l’Ordine può possedere altro che il puro necessario. Prendano in ispecial cura gli esuli, i mendicanti, i lebbrosi. Chi stando ammalato s’impazienta o sollecita medicine, è indegno del titolo di frate, perchè mostra maggior cura del corpo che dell’anima. Non vedano femmine, e a queste predichino sempre la penitenza: che se alcuno pecca in esse, venga tosto cacciato. In viaggio rechino l’abito e null’altro, nè tampoco il bastone; e se diano nei ladri, si lascino spogliare. Non predichi chi non vi sia autorizzato; e prometta insegnar la dottrina della Chiesa senza formole di scienza profana, senza cercare suffragi. Un generale, eletto da tutti i membri, risiede a Roma, assistito da un consiglio, e da esso dipendono i provinciali e i priori. Ai capitoli generali prendono parte i capi di ciascuna provincia, i priori e i deputati dei monaci di ciascun convento. Ogni comunità tiene capitolo una volta l’anno: i superiori d’Italia si congregano ogn’anno, e ogni tre quelli di là dall’alpe e dal mare.
Francesco si presentò al papa chiedendo la conferma del suo Ordine, cioè il diritto di predicare, mendicare e non posseder nulla. Innocenzo III fu d’avviso che l’assunto trascendesse le forze d’uomini: quand’ecco in visione parvegli la chiesa di San Giovanni Laterano barcollare, minacciando rovina; e sorreggerla due uomini, un italiano ed uno spagnuolo, Francesco d’Assisi e Domenico Gusman. Pertanto approvò l’Ordine solennemente nel IV concilio di Laterano (1215).
Chiara, nobil donna d’Assisi, tocca all’esempio ed ai sermoni di Francesco, abbandona il mondo (1212) e istituisce le povere donne Clarisse, colla regola stessa. Non sapea Francesco risolvere qual fosse meglio, la preghiera o la predicazione; e Chiara e frà Silvestro il persuadono a quest’ultima, ond’egli compare a Roma ballonzando per gioja, e chiede al papa licenza d’andare apostolando in traccia di conversioni e del martirio. E va per la Spagna, la Barberia, l’Egitto; crociata incruenta, ove grido di guerra era _La pace sia con voi_. In Africa arrivò mentre i Crociati osteggiavano Damiata (1219); e presentatosi a Melik el-Kamel (Meledino), gli espose il vangelo, sfidò i dottori di quella legge, s’offerse di saltare in un rogo divampante per dimostrare la verità della sua dottrina. Melik l’ascoltò, e rimandollo senza nè la conversione nè il martirio.
A’ suoi che inviava a predicare, Francesco diceva: — In nome del Signore camminate due a due con umiltà e modestia; in particolare con esattissimo silenzio dal mattino fino a terza, pregando Dio nel vostro cuore. Fra voi non parole oziose e inutili: ed anche per via comportatevi umili e modesti, come foste in un romitaggio o nella vostra cella; imperciocchè, in qualunque parte siamo, è sempre con noi la nostra cella, che è il corpo nostro fratello, essendo l’anima nostra il romito che dimora in questa cella, per pregare e pensare a Dio. Perciò, se l’anima non istà in riposo in questa cella, la cella esteriore nulla serve ai religiosi. Sia tale la vostra condotta in mezzo alla gente, che qualunque vi vedrà o ascolterà, lodi il celeste Padre. Annunziate la pace a tutti; ma abbiatela nel cuore come nella bocca, anzi più. Non porgete occasione di collera o di scandalo, ma colla vostra mansuetudine fate che ognuno inclini alla bontà, alla pace, alla concordia. Noi siamo chiamati per guarire i feriti e richiamare gli erranti; molti vi sembreranno figli del diavolo, che saranno un giorno discepoli di Gesù».
Questi frati erano membri d’una repubblica che avea per sede il mondo, per cittadino chiunque ne adottava le rigide virtù: e scalzi, col vestire dei poveri d’allora, coll’idioma dei vulghi, diffondeansi per tutto, al popolo parlando come esso vuol gli si parli, con forza, con drammatica, e fino con vulgarità, destando al pianto e al riso col ridere e piangere essi stessi, affrontando e provocando i tormenti come le beffe. Egli medesimo, il santo fondatore, se mai talvolta rompesse il digiuno, volea lo strascinassero per le vie, battendolo e gridandogli dietro: — Ve’ ve’ il ghiottone che s’impingua di carne di polli senza che voi lo sappiate». A Natale predicava in una vera stalla, ove il presepio e il fieno e l’asino e il bue; e nel pronunziare _Betlemme_, belava come un pecorino; e nel nominare Gesù, leccavasi le labbra, quasi ne sentisse dolcezza. Poi alla sera di sua vita portava le stigmate delle piaghe di Cristo impresse sul proprio corpo.
L’uomo stesso gittava il balsamo della sua parola sopra gli spiriti inveleniti. Udito stare in cagnesco i magistrati e il vescovo d’Assisi, mandò i suoi fratelli a cantare al vescovado il suo cantico del Sole, al quale aggiunse allora le parole: Lodato sia il Signore in quelli che perdonano per amor suo, e sopportano patimenti e tribolazioni. Beati quelli che perseverano nella pace, perchè saranno coronati dall’Altissimo». Tanto bastò per mitigare gli sdegni. — Il dì dell’Assunta del 1220 (scrive Tommaso arcidiacono di Spalatro), stando io agli studj a Bologna, vidi Francesco predicare sulla piazza davanti al pubblico palazzo, dove tutta quasi la città era raccolta. E fu esordio al suo predicare _Angeli, uomini e demonj_; e di questi spiriti tanto bene propose, che a molti letterati ivi presenti recò non poca meraviglia un parlare sì giusto di persona idiota. E tutto il contesto del suo ragionare tendeva ad estinguere le nimicizie, e far accordi di pace. Sordido d’abiti, spregevole d’aspetto, di faccia abjetta, pure Iddio aggiunse tanta efficacia alle parole di lui, che molte tribù di nobili, fra cui inumana rabbia d’inveterate nimicizie aveva infuriato con molta effusione di sangue, vennero ridotte a consiglio di pace»[277].
Così il _padre serafico_ seguì fino ai quarantaquattro anni, allorchè morì. Per la sua Porziuncola invocò dal cielo e dal pontefice un’indulgenza, a lucrar la quale non fosse mestieri di veruna offerta. E quando ogni 2 d’agosto essa è proclamata nell’ora solenne dell’apparizione di Maria, una folla sterminata accorre da quei fortunati contorni ad implorare l’effusione della grazia gratuita. E noi, che non sappiamo pellegrinare soltanto alla zazzera di Voltaire e all’isoletta di Rousseau, cercammo commossi le colline e i laghi attorno a quella deliziosa vallata, piena di tante benevole memorie; e nel maestoso tempio di Maria degli Angeli, eretto sopra quell’umile cella, monumento alla povertà fra i tanti consacrati alla forza e al fasto, meditammo compunti quanta santità ne uscisse, quanta potenza.
Alla povertà stettero fedeli i suoi: al papa, che la esortava ad assicurare la sussistenza del suo Ordine coll’acquistare beni sodi, e offriva assolverla dal voto, santa Chiara rispose: — Non domando altra assoluzione che de’ miei peccati»: sant’Antonio i doni offertigli da Ezelino rifiutò costantemente, dicendo non volere dei frutti del peccato: frà Egidio, per vivere in Roma, andava a far legna e venderla: gli altri campavano accattando, e dappertutto erano accolti a suon di campane e rami d’ulivi. E perchè mai gli Ordini mendicanti esercitarono maggior potenza degli altri sul popolo? perchè con esso divideano il pane quotidiano; perchè il popolo rispetta un’indipendenza acquistata con sacrifizj volontari.
Affine di più addentro insinuarsi nella società, oltre i professi e i frati laici, v’ebbe un _terz’ordine_, cui poteva aggregarsi qualunque secolare per via di certe devote pratiche volesse partecipare ai tesori delle preghiere senza abbandonare il mondo, senza cessare d’essere moglie, padre, vescovo, cavaliere, pontefice. Quattro le condizioni: restituire ogni mal tolto, riconciliarsi col prossimo, osservare i comandamenti di Dio e della Chiesa, le donne abbiano il consenso del marito; e perchè non vi fosse altro legame che il libero volere, si ammonivano gli adepti che l’osservanza della regola non obbligava sotto pena di peccato mortale. Sbandito il lusso e la cupidigia del guadagno, non teatri, non festini; a prevenire i litigi, ciascuno abbia preparato il suo testamento; le differenze fra loro si compongano, se no volgansi ai giudici naturali, non a fòri privilegiati; non diano mai giuramenti, che rendano ligi ad un uomo o ad una fazione; non portino armi che per difendere la Chiesa, la fede, la patria[278]. Oh, Francesco mostrava ben conoscere come le riforme devono cominciare dalla vita domestica, dalla famiglia.
Contemporaneamente Domenico Gusman, illustre castigliano, assetato di dolori e d’amore, introdusse il nuovo ordine de’ Predicatori (1216), destinato alla scienza divina e all’apostolato. Qui pure tutte le cariche erano elettive, obbligo la povertà: e al santo istitutore in Bologna, ove morì (1221), fu posta un’urna fregiata nel più bel modo che sapessero frà Guglielmo, Nicola di Pisa, Nicola di Bari, Alfonso Lombardi; indi un tempio magnificentissimo.
Appena quattro anni dopo l’approvazione, Francesco radunò il primo capitolo detto _delle stuoje_ perchè fu in campo aperto sotto trabacche, ov’erano cinquemila frati della sola Italia, e da cinquecento novizj si presentarono: poi crebbero tanto, che, malgrado mezza Europa perduta per la Riforma, dicono alla rivoluzione francese sommassero a cenquindici mila, in settemila conventi, suddivisi fra molte regole e riforme. Anche i Domenicani si diffusero rapidamente; a Siena nel 1219 si posero nello spedale della Maddalena, finchè nel 27 i Malavolti li regalarono d’un terreno per fabbricare quel sontuoso convento; a Milano nello spedale de’ pellegrini a San Barnaba il 1218; e presto ebber fabbricate le chiese di Santa Maria Novella in Firenze, di Santa Maria sopra Minerva in Roma, di San Giovanni e Paolo in Venezia, di San Nicolò in Treviso, di San Domenico a Napoli, a Prato, a Pistoja, di Santa Caterina a Pisa, delle Grazie a Milano, ed altre, segnalate per ricca semplicità, e per lo più architettate da frati.
Fin dal principio i due Ordini destarono meraviglia e simpatia nei migliori[279], e in folla attrassero pii ed illustri proseliti. A Domenico s’unisce Nicola Pulla di Giovenazzo appena uditolo a Bologna, e l’accompagna e seconda sempre, finchè, operati gran frutti di santità, muore a Perugia: a lui Renoldo da Sant’Egidio, professore di scienza canonica a Parigi; il medico Rolando di Cremona, che da capo della scuola bolognese passa a professare la teologia nella parigina; il Moneta, famoso maestro d’arti; frà Ristoro e frà Sisto, architetti de’ migliori; frà Cavalca, frà Jacopo Passavanti, frà Giordano da Pisa, dei primi prosatori italiani; i sommi pittori frà Angelico e frà Bartolomeo; indi Vincenzo da Beauvais l’enciclopedista; i cardinali Ugo Saint-Cher ed Enrico da Susa, autori d’una _Concordanza della Bibbia_ e di una _Somma aurata_; e Tommaso d’Aquino, il maggior filosofo del medio evo.
Con Francesco si arruolano Pacifico poeta laureato, Egidio portento di semplice sapienza, Giovanni da Pinna nel Fermano, Giovanni da Cortona, Benvenuto d’Ancona poi vescovo d’Osimo, altri ed altri: più tardi ne cinsero il cordone il gran teologo Scoto, il gran mistico san Bonaventura, Ruggero Bacone ravvivatore delle scienze sperimentali. Mogli e figlie di re vestono quell’abito; Margherita, scandalo di Cortona, diviene specchio di penitenza; Rosa da Viterbo, in diciassette anni appena di vita, merita le persecuzioni di Federico II e l’ammirazione del popolo, il quale diceva che la pietra da cui essa gli predicava si alzasse da terra, e che il cadavere della beata si conservasse incorrotto fin da un incendio.
Que’ frati andavano a diffondere la pace, e spandere la rugiada della Grazia sovra le moltitudini, avendo per unica rettorica una fede inconcussa e universale, e lo accettare tuttociò che servisse all’edificazione. Le prediche morali e dogmatiche d’alcuni di essi conservateci, evidentemente non sono che tessere d’aridezza scolastica; nè può render ragione della portentosa loro efficacia chi non le immagini rivestite d’una parola animatissima, e dirette a un uditorio che non vi portava la critica ma la convinzione. Poveri, penitenti, amici del popolo e contraddittori dei tiranni, specchi di bontà e di dottrina, ecco perchè gli ordini de’ Minori e de’ Predicatori tanto poterono, e divennero il più valido sostegno della santa Sede. Dovunque si trovassero, poteano essi confessare e predicare, anzi ogni curato dovea ceder loro il pulpito; il popolo volonteroso gli udiva, li consultava, dividea con essi il pane dalla Provvidenza compartito; e quegli atti di astinenza e di abnegazione toccavano gli uomini, che riconoscono l’amore nel sagrifizio, e la virtù nell’amore.
Le anime non volgari trovavansi obbligate a scegliere fra due strade: o nel mondo procelloso farsi largo colla fierezza e la perfidia; o voltargli le spalle, rinnegandone la vanità e le opinioni. I primi diventavano Ezelino, Salinguerra, Buoso da Dovara; gli altri Francesco, frà Pacifico, Antonio da Padova, gente che assumeva tutti i pesi del clero senza i vantaggi, e che anzi coll’umiltà e povertà sua faceva contrasto alle pompe e all’orgoglio di quello, una delle piaghe della società d’allora, ed uno dei più forti appigli per gli eretici.
Quest’antitesi dei caratteri si manifesta ben anche nelle fabbriche d’allora: da un lato castelli, fortezze di baroni e principi, sgomento de’ popoli; dall’altro badie e monasteri, preparati al pellegrino, al soffrente, alle anime che han bisogno d’amare, di giovare, di pregare. Collo spirito di devozione e beneficenza viveva ne’ monaci il sentimento del bello, onde sceglievano situazioni ove l’anima, estatica nella contemplazione della natura, elevasi a benedire chi la creò. A venti miglia di Firenze, nella romantica valle dell’Arno superiore, tra magnifiche abetine sorge Vallombrosa, e nell’altura l’eremo del Paradisino, dal quale la vista, spaziando per immenso orizzonte, si perde negli interminabili fiotti del Mediterraneo. Qual potevano i monaci scegliere più opportuno asilo per riposare dalle tempeste della società, e prepararsi ai casti godimenti della vita interiore? Se di colà tu risali verso le sorgenti dell’Arno, per entro il fertile Casentino eccoti Camaldoli, ricovero di San Romualdo da Ravenna, e culla d’un altro Ordine. Donde pure elevandoti alla schiena degli Appennini, giunto sul poggio agli Scali, trovi il Sacro Eremo, che par veramente inviti l’uomo a lodare il Creatore delle meraviglie che profuse sopra questa Italia, della quale puoi di lassù vedere i due pendii scendere, ridenti di diversa bellezza, a bagnarsi nel Mediterraneo e nell’Adriatico. Nè molto avrai a viaggiare per giungere all’Alvernia, il devoto ritiro di san Francesco, posto anch’esso in vetta d’un monte, che incanterebbe se già non si fossero veduti gli altri due. In questi amenissimi soggiorni si raccoglievano quegl’ingenui ammiratori di Dio, e mentre il mondo dilagava di fraterno sangue, essi passavano i giorni nella contemplazione del bello, nella ricerca del vero, nella pratica del buono.
In un altro uffizio s’adoperarono vivamente i nuovi frati, qual fu di combattere colla parola gli eretici, farli ricredenti, o castigarli. Perocchè, sebbene il genio europeo non s’ingolfasse in sottigliezze e sofisterie come l’orientale, pure anche qui, e precisamente in Italia, tratto tratto scoprivansi degli eretici; e forse una tradizione di siffatti non fu mai interrotta fin dai Gnostici e dai Manichei dei primi tempi. A mezzo il secolo ix, Pietro vescovo di Padova trovò nella sua diocesi una setta che ghiribizzava sulla Redenzione, e che solo cinquant’anni dopo fu dissipata dal vescovo Gozelino. Nel Mille, a Ravenna un Vitgardo fondava non so quali delirj sopra Orazio, Virgilio, Giovenale. Eriberto, il famoso arcivescovo di Milano, seppe che alcuni eretici tenevano convegni nel castello di Monforte presso Asti, e citatone uno di nome Gerardo, l’esaminò sulla sua fede: — Noi tutti (rispose) osserviamo la castità benchè ammogliati; non mangiamo carne, digiuniamo strettamente, leggiamo ogni giorno la Bibbia, molto preghiamo, e i nostri _maggiori_ s’alternano dì e notte orando. I beni consideriamo come comuni; e il morir nelle pene ci è dolce per isfuggire i castighi eterni. Crediamo nel Padre, nel Figliuolo e nello Spirito Santo, che hanno la facoltà di sciogliere e legare: e il Padre è l’eterno, in cui e per cui tutte le cose sono; il Figliuolo è lo spirito dell’uomo, cui Iddio amò; lo Spirito Santo è l’intelletto delle scienze divine, dal quale tutte le cose sono regolate. Non riconosciamo il vescovo di Roma o verun altro, ma un solo che ogni giorno visita i nostri fratelli per tutto il mondo e gli illumina; e quand’è mandato da Dio, presso lui è a trovare il perdono de’ peccati»[280]. Sembrò pericolosa quest’eresia al vescovo, tanto che menò contro Asti i suoi vassalli, e presi per forza i miscredenti, nè potendo indurli a ritrattarsi, li mandò al fuoco, ch’essi subirono come un martirio.
Le opinioni ebbero viva scossa dalla lotta fra gl’imperatori e i pontefici, e l’opposizione a questi risolvevasi in eresia, e ad ogni modo scassinava l’autorità. Poi lo spirito di controversia, introdotto dalla logica scolastica e dalla giurisprudenza, recò spesso ad opporre alla credenza comune l’individuale sentimento; e si mescolarono di bel nuovo i dogmi cogli atti, la quistione religiosa colla sociale.
Pietro Valdo, mercante di Lione _aliquantulum literatus_, venduti gli averi suoi come poi fece san Francesco, si eresse riformatore de’ costumi come questo, ma non sottoponendo la propria alla volontà della Chiesa, anzi asserendo questa avere traviato dal vangelo e volersi richiamarla alla semplicità primitiva: a che il lusso del culto, la ricchezza dei preti, la potenza temporale de’ papi? povera umiltà come nei primi tempi. Perciò i suoi seguaci si dissero Poveri di Lione, e Catari cioè puri, e tanto erano persuasi di non uscire dal vero, che chiesero al pontefice la permissione di predicare[281]: ma ben tosto negarono l’autorità del papa, e dietro a ciò il purgatorio, l’invocazione dei santi, altri dogmi cardinali; proclamarono fosse libera anche ai laici la predicazione.
Come mai, sotto un Dio buono, tanti mali opprimano il mondo, è problema che tormentò e tormenterà i pensatori di tutte le generazioni. Col supporre un altro principio autor del male, lo scioglievano i Manichei, i quali, vinti fin dai tempi di sant’Agostino, sopravivevano però in Oriente, e coi varj nomi di Patarini, Bulgari, Pauliciani si propagarono in Europa e primamente a Milano. Quivi ebbero per vescovo un tal Marco, stato ordinato in Bulgaria, e che presedeva alla Lombardia, alla Marca e alla Toscana. Essendovi comparso un altro papa per nome Niceta, riprovò l’ordine della Bulgaria, e Marco ricevette quel della Drungaria, cioè di Traù (_Tragurium_) in Croazia[282]. A Milano, distingueano i Catari vecchi, venuti di Dalmazia, Croazia e Bulgaria, cresciuti singolarmente quando il Barbarossa li favoriva per far onta a papa Alessandro; e i nuovi, usciti circa il 1176 di Francia, che sarebbero i Valdesi.
Questi si erano molto diffusi tra le Alpi, ma viepiù nella Linguadoca, fra il Rodano, la Garonna e il Mediterraneo, paese più dirozzato della restante Gallia, e dove le città, memori o fors’anche avendo conservato gli avanzi delle istituzioni municipali romane, eransi costituite a comune, con una specie d’eguaglianza fra nobili e mercanti, opportuna all’incremento della civiltà; sicchè vi si erano svolti e grazia d’immaginazione e gusto delle arti e dei piaceri dilicati: colà prima s’intesero versi nelle lingue nuove, sulla mandòla dell’elegante trovadore, che vagava pei castelli cantando l’amore e le prodezze, o satireggiando i magnati e i preti. E perchè in Alby, città principale, primamente furono tolti a perseguitare, vennero chiamati Albigesi.
Non è facile sapere appunto i loro dogmi, o se avessero un fondo comune, sotto l’infinita varietà che è propria dell’errore. Un libro depositario di loro credenze non ebbero: in coloro che li confutano e negli storici che raccolsero dal vulgo, li troviamo imputati di colpe le più contraddittorie; or proclamando creatore Iddio, ora il demonio; or facendo Iddio materiale, ora riducendo Cristo a ombra e null’altro: chi li fa ammettere alla fede tutti i mortali, chi escludere le donne dall’eterna felicità; chi semplificare il culto, chi ordinare cento genuflessioni il giorno; chi licenziare alle voluttà più grossolane, chi riprovare persino il matrimonio[283]. Impugnata l’autorità, e ridotti alla ragione individuale, doveano necessariamente variare in infinito: e frà Stefano di Bellavilla racconta che sette vescovi di credenza diversa si adunarono in una cattedrale di Lombardia, per accordarsi sui punti di loro fede; ma, non che riuscire, si separarono scomunicandosi reciprocamente.
Tre sêtte primeggiavano quivi, i Catari, i Concorezzj, i Bagnolesi. I Catari, che si dicevano anche Albanesi (corrotto probabilmente da Albigesi), venivano suddivisi in due parzialità: alla prima era vescovo Balansinanza veronese, all’altra Giovanni di Lugio bergamasco. Oltre le credenze comuni che sopra noverammo, i primi dicevano che un angelo avesse portato il corpo di Gesù Cristo nell’utero di Maria, senza ch’ella v’avesse parte; solo in apparenza il Messia esser nato, vissuto, morto, risorto; i patriarchi essere stati ministri del demonio; il mondo eterno. Gli altri tenevano che le creature fossero state formate quali dal buono, quali dal tristo principio, ma ab eterno; che la creazione, la redenzione, i miracoli erano accaduti in un altro mondo, affatto diverso dal nostro; Dio non essere onnipotente, perchè nelle opere sue può venir contrariato dal principio a sè opposto; Cristo aver potuto peccare. — I Concorezzj (probabilmente così chiamati da Concorezzo, borgata presso Monza) ammettono un principio unico; aver Dio creato gli angeli e gli elementi; ma l’angelo ribellato e divenuto demonio formò l’uomo e quest’universo visibile; Cristo fu di natura angelica. I Bagnolesi (denominati dal Bagnolo di Piemonte o da quello di Provenza) volevano le anime fossero state create da Dio prima del mondo, e allora avessero peccato; la beata Vergine fosse un angelo; e Cristo avesse bensì assunto corpo umano per patire, ma non l’avesse già glorificato, anzi deposto all’ascensione.