Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)
Part 20
Le gelosie e le gare rinascenti indebolivano la coscienza dei doveri da Stato a Stato, da uomo a uomo; impedivano si consolidasse uno spirito pubblico, fondamento di nobile avvenire; alla patria restava tolto di valersi dei migliori, esclusi perchè guelfi o perchè ghibellini; consigliandosi coll’ira o col favore anzichè colla giustizia, non si cercava il più giusto e libero governo, ma il trionfo d’una parte, adoprandovi mezzi che sovvertivano la libertà. Quello stuolo di fuorusciti, intenti sempre a governare il paese da di fuori e con passioni malevole, stoglieva dall’opposizione legale e dallo sviluppo progressivo; abituava a non regolarsi su principj ben posati, a non calcolare l’andamento dei fatti e la situazione, ma sempre attendere dall’esterno avvenimenti impreveduti, e fidare ne’ cataclismi: funesta abitudine, che gl’italiani più non doveano disimparare.
Nessun momento più pericoloso alle franchigie che quello d’una vittoria. Inebbriati da questa, i popoli più non ravvisano pericoli, e non che por limiti a chi li guidò al trionfo, credono acquisto il fortificarlo in modo, che possa impedire un nuovo rialzarsi della fazione avversa. Ma i mezzi offertigli a quest’uopo facilmente può egli convertire a disastro della patria. A Como rimasti vincitori i Rusca nel 1283, i tre podestà del Comune, del popolo e della parte dominante ebbero facoltà di stabilire, col consiglio di savj eletti, qualunque statuto giudicassero opportuno ad essi Rusca e al comune di Como. Rivalsi i Vitani nel 96, il podestà di questi decretò che ogni mese si creassero due podestà di essa fazione, i quali attendessero all’innalzamento di questa e alla depressione dei Rusca; di cui si abbattessero le insegne, si cassassero le vendite e le donazioni, i loro vassalli e clienti si spogliassero d’ogni diritto acquistato da diciotto anni in poi, s’annullassero i giuramenti fatti a loro, e se ne squarciassero le torri e le abitazioni.
Guardiamoci però dal giudicare quei subugli colle idee d’un secolo che reputa primo elemento di felicità il riposo; e di far bordone alle sentimentalità di chi non sa vedervi che ricchezze sperperate e fratelli uccisi da fratelli. Capricci di re, puntigli di ministri, guerre dinastiche, ambizioni napoleoniche in qualche anno scialacquarono il decuplo di sangue e denaro, che non in secoli tutte le battaglie de’ Comuni italiani. Le quali nelle storie leggiamo accumulate così, che facilmente crediamo continui i macelli; e a tacere le lunghe paci, non vogliamo ricordarci che quelle guerre finivano in un giorno o in pochi; che le battaglie riuscivano sì poco sanguinose, da attirare le beffe degli inumani politici del secolo xvi, i quali vedeano le ben diverse qui recate dagli stranieri[270].
L’odierna civiltà strappa alle famiglie un figliuolo sul quale vivono padre e madre, e lo obbliga a servire la società per un prezzo che a pena basta al sostentamento, e ciò negli anni suoi migliori, per poi dopo molti rimandarlo senza un mestiere e disusato dalla fatica. I nostri coscritti videro tremando scuotersi il loro nome nell’urna che dovea decidere qual d’essi lascerebbe le occupazioni e le consuetudini della sua gioventù, per militare in causa che ignora, sotto capitani che non conosce, obbedendo come una macchina, e trattato come inferiore agli altri cittadini. Lontano dalla patria, dai cari, alcuni si logorano per le fatiche inconsuete, molti pel tedio e per ribrama dei paterni tetti. Perisce? è un soldato di meno, un nome di più sulla lista dei morti. Vince? non altro godimento gliene viene che di veder trionfare i suoi capi, o forse di poter incrudelire contro i vinti. È ferito? lo gettano negli spedali a cura di medici principianti o subalterni. Finisce la sua capitolazione? torna alla famiglia avvezzo al bagordo, al prepotere, al non far nulla.
Allora, al contrario, la guerra era un momentaneo dovere, un episodio della vita. Dalla fanciullezza s’addestravano agli esercizj; divenivano soldati quando il bisogno lo richiedesse; cessavano appena il bisogno finisse; combattevano sotto le mura della patria per salvezza de’ suoi, o per quella causa ch’essi aveano giudicata migliore. I monotoni patimenti de’ quartieri e delle guarnigioni non erano conosciuti: al tocco della campana, l’uomo piglia le armi, ancora ammaccate dalle ascie tedesche o dal brando feudale; corre sotto la bandiera della sua parrocchia; va all’assalto; vince? la sera stessa o il domani torna alla patria, ostentando i trofei rapiti al vinto; è ferito? trova ristoro nella propria casa; muore? la patria il compiange, e quella venerazione alimenta il valore degli altri, e lenisce il lutto di quei che sopravivono.
Queste guerre faceano soffrire; chi lo nega? Il Machiavello ne’ Guelfi e Ghibellini non vede che umori di parte, follie di malcontenti e di ambiziosi, pestilenza derivata alla sua città da una prima discordia di famiglie. Anche il Muratori esce dalla dabbene sua calma per irritarsi contro queste frenesie di sêtte diaboliche e maledette, ove per vane parole si sagrificavano ricchezze, sangue, vita, senza riflettere se la causa fosse utile o giusta. Ma quelle risse erano inevitabili fra piccoli Stati, e fra tanti elementi eterogenei che conveniva o assimilare o svellere: non erano frutto della libertà, ma sforzi per conquistarla, effetti del non possederla intera. L’unirsi Guelfi e Ghibellini, Repubblicanti e Imperiali a tempesta e bonaccia pel pubblico interesse, concentrarsi in un pensiero generale, subordinare le personali inclinazioni a un vantaggio comune ben avvisato, garantirsi a vicenda in imprese che riuscendo devono profittare anche a quelli che le impacciano, insomma il patriotismo qual noi l’intendiamo eppure nol pratichiamo, poteva sperarsi da gente ancor nuova, da passioni non ammansate? poteva sperarsi che quegli inesperti conciliassero la libertà coi governi forti, se nol sappiamo far noi dopo tante misere prove?
Più che da stizze, nascevano le nimicizie da intelletto acuto, che reca a conoscere il meglio, e dolersi di non possederlo; sicchè nello squilibrio fra i bisogni e il modo di soddisfarli, l’uomo contende e s’affatica, nè può fare che non dia d’urto ai vicini. In altri tempi sembra unanimità nazionale la quiete prodotta dalla comune oppressione: in quelli invece ogni uomo pensava ed operava da sè; ingegnavasi ad un fine ch’egli nettamente ravvisava, e con mezzi che da sè sceglieva; e quell’agitazione, l’esistenza occupata ne’ pubblici interessi, il dramma continuo, le passioni cozzanti, le quistioni di diritto e d’onore più che d’interessi materiali, il tendere animato verso una meta sempre varia ma sempre alta, il soffrire per un oggetto nobile, il trionfare nei trionfi della patria o della propria fazione, erano parte di felicità.
Mal ci apponiamo ancora quando non vediamo in queste battaglie che fraterne riotte. Gli stranieri aveano occupato il paese, spodestati i natii, e ridottili a servi o a plebe senza diritti; mentr’essi, col nome di feudatarj o di nobili, si presero i privilegi e il dominio e i possessi tutti, e dichiararono nazione se medesimi. Per noi, cui il nascer plebe o patrizio non importa che qualche distinzione nel povero senno dei vulgari, ha del ridicolo e del compassionevole quel combattersi fra i due ordini: ma allora significava la prevalenza de’ forestieri o de’ nazionali; se i nostri padri dovessero languir sulla gleba sudata e non posseduta; se il signore di questa, che la tenea per ragione di conquista, dovesse poter fare di loro ogni sua voglia, sino ad ucciderli per pochi denari.
Prevalgono i popolani: ma la parte già dominatrice usa forza e astuzia per reprimerli e corromperli, e all’uopo s’associa colla potenza forestiera, da cui trae l’origine sua. Col procedere del conflitto, lo scopo ne diviene men chiaro, ma in fondo sussiste; poi ravvicinandosi e innestandosi i partiti, nel nome della fazione dimenticano la diversità dell’origine, e tutti si chiamano Italiani.
Ciò non toglie di deplorare quell’assiduo parteggiamento, le cui conseguenze nocquero alla più tarda posterità. Le città guardandosi con odio e sospetto, non si poterono mai accordare in una federazione di utilità universale e comune difesa; le scissure interne producevano lotta anche nell’alta politica, ambi i contendenti sapendo di trovare un appoggio esteriore; alla fine quasi dappertutto la parte popolare ebbe il sopravvento, e meno esperta delle faccende pubbliche, ombrosa per natura sua, e troppo occupata per applicarsi al pubblico reggimento, rimetteva l’uso delle proprie forze e l’esercizio de’ proprj diritti al valore del più prode o al senno del più avveduto; e così le tirannie vennero eredi delle comunali libertà.
Altre famiglie non aveano mai perduto i possessi aviti, anzi gli estendevano, e massime quelli compresi nella disputata eredità della contessa Matilde; poi nelle guerre parteggiando coll’imperatore, ne ottenevano privilegi e immunità, e diventavano feudatarj. Gl’imperatori, che da principio avevano favorito i Comuni a popolo contro i signori feudali, dacchè li videro ingigantire trovarono di loro conto spalleggiare i nobili liberi, contrappeso alla potenza cittadina, e scolte disposte sul loro passaggio. Altri s’erano conservati indipendenti negli aviti castelli, massime se piantati fra i monti, e cercavano acquistare sulle vicine città il dominio che un tempo vi avevano tenuto i conti: tali erano i marchesi del Monferrato e di Este, i più poderosi dell’Italia settentrionale, ingranditi dal Barbarossa come suoi fedeli.
Nella marca Trevisana, ove le estreme falde dell’Alpi e le colline Euganee si sporgono in mezzo a liete campagne e città fiorenti, dalle ben munite alture i signori poterono continuare a tenere una mano sopra le città, nelle quali fabbricarono anche palazzi, somiglianti a fortezze. Tra queste famiglie erano prevalsi i Salinguerra di Ferrara, i Camposampiero di Padova, i Guelfi d’Este, gli Ezelini da Romano. Gli Ezelini discendeano da un Tedesco passato in Italia con Corrado II, e infeudato delle terre d’Onàra e Romano nella marca di Treviso: colle violenze e l’abilità crebbero i suoi discendenti, costituitisi corifei della parte ghibellina là intorno, imparentatisi di voglia o di forza con grosse famiglie, ed alleatisi con Verona e Padova. A fronte a loro stavano gli Estensi, di famose ricchezze, e parenti di quei Guelfi che vedemmo dominare in Baviera e Sassonia, donde la parte guelfa nell’alta Lombardia prese il titolo di marchesca. Padova gli aveva obbligati a giurare la loro città, lasciar deserta la rôcca d’Este, e porsi sotto la protezione del popolo che i loro padri aveano calpesto; e spesso chiamati podestà e capitanei, all’ombra repubblicana ricuperavano la primazia, perduta secondo l’aspetto feudale.
Ferrara, sobbalzata dalle fazioni, diede nel 1208 il primo esempio di signoria col domandare a principe il marchese d’Este, conferendogli pieno arbitrio di fare e disfare leggi, paci, alleanze, guerre. Ne fu tocco al vivo Salinguerra di Torello, primario in Ferrara e caporione de’ Ghibellini, e ne originarono baruffe e sangue, e avvicendate espulsioni, e ripetuti e sempre falliti accordi, sinchè rimase convenuto che tra i due emuli, ossia tra le due fazioni, restassero partiti gli uffizj della città; il marchese non potea venire a Ferrara che con un determinato numero di seguaci, e Salinguerra gli usciva incontro con tutta la nobiltà guelfa e ghibellina, e si celebrava un cortese banchetto[271].
Anche altrove questi signori si facevano guerra dall’un all’altro, onde preponderare nelle città del contorno, che pertanto piegavano ad infelice oligarchia, turbata da incessanti dissidj, spesso prorompenti in guerre guerreggiate. Tra queste li trovò Ottone IV allorchè scese dall’Alpi, e sperava che i Guelfi l’appoggierebbero per l’origine sua e pel favor papale (1209), mentre i Ghibellini non gli avrebbero negato favore come a re di Germania. Rappaciò egli infatti molti discordi, e singolarmente Ezelino da Romano con Azzo d’Este; ma poco durò la costoro benevolenza, e Guelfi e Ghibellini si brigavano delle proprie pretensioni, non già dell’imperatore, cui non favorivano se non in quanto sentissero d’averne bisogno.
Pure egli fu accolto a festa dai tanti nemici della Casa sveva; Innocenzo III gli mosse incontro sin a Viterbo, e lo coronò; ma breve fu l’armonia. Già l’arroganza tedesca stomacava i Romani, che ebbero una delle solite abbaruffate in città, dove perirono molti cavalieri; un grosso di cardinali mantenevasi ostile ad Ottone, il quale coll’eredità della contessa Matilde pretendeva revocare alla corona Viterbo, Montefiascone, Orvieto, Perugia, Spoleto, donati alla santa sede, e che militarmente occupò. Certo l’avranno istigato i giureconsulti, indefessi apostoli della sovranità imperiale: e quando il papa gli rammentò le promesse e il giuramento, rispose che un giuramento anteriore lo obbligava a ricuperare all’Impero quanto ne fosse stato distratto: favorì la famiglia Pierleoni, ghibellina arrabbiata; investì la marca d’Ancona ad Azzo d’Este in nome proprio, non in nome del papa; per fare smacco a Federico di Svevia entrò nella Puglia pretendendovi la primazia imperiale, ed alleossi co’ generali tedeschi che colà erano rimasi. Papa Innocenzo vide imminente quell’aggregazione della Sicilia coll’Impero, alla quale sempre erasi opposto, e viepiù pericolosa perchè fatta dal capo de’ Guelfi, i quali lo secondavano per odio agli Hohenstaufen; nè trovando altro riparo, scomunicò l’imperatore (1210): ma questo proseguì la conquista nella Puglia, ed accingevasi a passare in Sicilia.
Se non che l’anatema aveva sommossa la Germania; la morte di Beatrice sua moglie lentò i legami che a lui univano la fazione ghibellina; intanto il papa era riuscito a sottrarre dai custodi tedeschi Federico di Svevia, e a grande onore accolto in Roma, colla sua benedizione e colle sue galee l’inviò a Genova (1212). Il giovane reale, bello, colto, attraente per l’ingegno non meno che per le agitazioni della prima sua età, attraversò la Lombardia procacciandosi amici coll’affabilità e colla munificenza, pur sempre contrastato dalle città guelfe, memori del Barbarossa: il marchese d’Este suo cugino sotto buona scorta pel lago di Como lo convogliò a Coira, il cui vescovo fu primo a salutarlo re di Germania. Ottone, poco atto a guadagnarsi i cuori, avea dovuto uscire dalla Puglia senz’altro lasciarvi se non raccomandazioni di fedeltà calde e poco sentite; a Lodi convocò le città lombarde, ma non vennero se non le dichiarate amiche di Milano, la quale tenevasi con lui per astio contro gli Svevi. Laonde nessun frutto colse, nè le fazioni sospesero il combattersi; peggiorando anzi per le sêtte religiose allora pullulanti, e che logoravano la potenza clericale, avvezzavano a non curar di scomuniche, e conculcavano il dogma dell’autorità. Venezia osteggiò Padova che voleva precluderle il commercio di terraferma: Milano combattè con Pavia e co’ marchesi del Monferrato, i Malaspina della Lunigiana con Genova, questa con Ventimiglia; i Carraresi, i signori di Montemagno, i Porcaresi contro Pisa, i Sanminiatesi contro Borgo Sanginnesio, i Salinguerra con Modena: Lucca non cessò mai guerra a Pisa, e fabbricato il castel di Cotone in val del Serchio, pose patto ai nuovi abitatori che non contraessero parentela o aderenza coi Pisani: la rivalità de’ Buondelmonti cogli Amidei fe sentire primamente in Firenze i nomi di Guelfi e Ghibellini.
Ottone avea procurato chetar la tempesta suscitatagli in Germania, fin col sottomettersi al giudizio degli stati; ma tale umiliazione crebbe ardire ai malcontenti: quando poi, marciato a’ danni del re di Francia, fu sconfitto e vôlto in fuga a Bovines (1214), scaduto d’ogni credito si ritirò ne’ suoi Stati ereditarj, talchè Federico di Svevia fu di nuovo coronato re di Germania ad Aquisgrana. Secondo il convenuto con Innocenzo, Federico confermò tutte le prerogative e i possedimenti della Sede romana, promise recuperarle dai Pisani la Sardegna e la Corsica, e cedere la Sicilia appena divenisse imperatore: condizione che il papa esigeva come nuova garanzia all’indipendenza d’Italia, troppo minacciata se un suo re fosse anche capo dell’Impero. A Federico aveva egli sposata Costanza d’Aragona, sua pupilla anch’essa; e avendo collocato sul trono un allievo della santa Sede, poteva a questa sperar pace e nuova grandezza: eppure allora si rinnovò la guerra fra il Sacerdozio e l’Impero. Prima di divisare la quale, giovi por mente alle nuove armi, di cui l’uno e l’altro venivano accinti al secondo duello.
CAPITOLO LXXXIX.
Frati. Eresie. Patarini. Inquisizione.
All’autorità pontifizia davano grande appoggio i frati. Benedettini, Agostiniani, Basiliani continuavano a pregare, studiare, cantare, conservar libri e monumenti; gli austeri Certosini, i mistici Carmelitani, i caritatevoli Trinitarj o del Riscatto (istituiti da san Giovanni di Matha gentiluomo nizzardo), ed altri monaci fondati in quei tempi, si estesero in Italia; e massime gli operosi Cistercensi, qui portati da san Bernardo, oltre l’opere dello spirito, grandemente giovarono a ridurre a fertilità stagni e valli, principalmente nel Milanese e nel Lodigiano[272].
Alcuni Milanesi, trasportati prigionieri in Germania nelle guerre coll’Impero, disingannati del mondo, fecero voto, se ricuperassero la patria, di dedicarsi a speciale devozione di Maria. Resi alla terra natale, istituirono l’Ordine degli Umiliati (1200), vivendo ciascuno nella propria casa, ma solinghi e in opere sante, avvolti in sajone cinericcio. Crebbero, e, compra una casa, vi si congregavano la festa a salmeggiare e ad opere di pietà; e sull’esempio de’ mariti, anche le donne si ritrassero in devozione e lavori. Avuta da san Bernardo una regola, gli Umiliati si separarono dalle mogli, ed oltre gli uffizj spirituali, procacciavano nel lanifizio e nella mercatura; indi il beato Giovanni da Meda, che li piantò a Como, perfezionò l’istituto, promovendo alcuni alla dignità sacerdotale, e mettendo a ciascuna _casa_ un preposto. Così si estesero, e col traffico e col lavorio dei pannilani arricchirono l’Ordine e il paese. Alla quale società, che, a parte la devozione, potrebbe servir di modello a quelle che propongono e non sanno effettuare gli odierni Socialisti, aggiungiamo quelle che un buon romito di Parma raccolse per fabbricare un ponte sul Taro e custodirlo.
Silvestro da Osimo, al veder morto un uomo bellissimo, si ricoverò tutto a vita di spirito, e nel monastero di Monte Fano della Marca fondò nel 1231 i Silvestrini, presto propagatisi. L’anno seguente, sette signori fiorentini, membri d’una confraternita di Maria Vergine, ebbero in visione il comando di rinunziare al mondo; sicchè, distribuito ogni aver loro ai poveri, coperti di sacco e di cenere, e vivendo d’accatto, presero il nome di Servi di Maria, ed apersero il primo convento sul monte Senario appo Firenze.
I frati, oltre portare nella comunione dei Fedeli tanta messe di preghiere, adempivano molti uffizj, oggi attribuiti all’autorità amministrativa, e principalmente a curar malati, assistere pellegrini, assicurare strade. A Sant’Egidio di Moncalieri il ponte e l’ospedale erano affidati a’ Templari; ai Vallombrosani il tragitto sulla Stura presso Torino; ad altri i passi del grande e del piccolo Sanbernardo; quelli di Sant’Antonio curavano i malati di fuoco sacro, quelli di San Lazzaro i lebbrosi, i Trinitarj d’ogni aver loro faceano tre parti, una pel proprio mantenimento, una pei poveri e infermi, una pel riscatto de’ Cristiani presi da Saracini. Le repubbliche poi se ne valeano a servigi gelosi; ambascerie, custodire denari, riscuotere dazj, metter paci: il Comune di Mantova lasciava alla loro guardia il libro dei decreti[273].
In tanti rami già erasi variato il vivere monastico, che Innocenzo III decretò non se ne introducessero altri: eppure sotto di lui nacquero due Ordini che eclissarono i precedenti, i frati Minori e i frati Predicatori.
Alla moglie di Pier Bernardone, agiato negoziante d’Assisi, un angelo comandò andasse a partorire sulle paglie d’una stalla (1182). Ivi nacque Giovanni, il quale, condotto in Francia da suo padre, s’addestrò sì bene nella lingua di là, che ne trasse il soprannome di Francesco. Balioso, vivace, gajo compagnone, buon poeta fino ai venticinque anni, allora consente alla chiamata di Dio, e va e vende le sue merci a Foligno, porta i denari a un prete, e perchè questo ricusa riceverli, li getta dalla finestra. Il padre, che da buon massajo computava la bontà coll’abachino, lo crede scemo della mente, e trattolo al vescovo, lo fa interdire. Giubilante, Francesco si spoglia nudo nato, se non che il vescovo gli getta addosso il proprio mantello; e rinunziato alla famiglia, fa adottarsi da un pitocco, veste cenci, e comincia ad esalare in prediche l’esuberanza interna della carità, per la quale si lusinga di conquistare il mondo colla predicazione popolare.
A Bernardo cittadino d’Assisi, suo primo discepolo, che gli chiedeva se abbandonare il mondo, rispose: — Chiedilo a Dio». Aperto il vangelo a caso, vi legge: _Se vuoi esser perfetto, vendi quanto hai, e dallo ai poveri_; lo riapre, e trova: _Non portate in viaggio oro nè argento nè bisaccia nè tunica o sandali o bastone_. — Questo io cerco, questo desidero di cuore, quest’è la regola mia», esclama Francesco, e gitta quanto gli restava, eccetto una tunica col cappuccio e una corda a cintura. Così nel mondo inebbriato di ricchezze e piaceri, esce predicando la povertà; nel mondo dell’ira, delle superbie, delle guerre, d’Ezelino e di Federico II, va a bandir l’amore; e attiratisi undici compagni, si sottomette con loro a rigide penitenze e a povertà così assoluta, da non considerare suo nè l’abito tampoco o i libri. Dai Benedettini impetrò una cappelletta nel piano d’Assisi, che fu detta la _Porziuncula_, e rifabbricatala (1208), vi pose i fondamenti del suo Ordine, che per umiltà intitolò dei Frati Minori, eleggendo di stare fra poveri, malati, lebbrosi, lavorar per vivere, e mendicare.
Rinnegata affatto la propria volontà, Francesco diceva: — Beato il servo il quale non si tien migliore quand’è dagli uomini esaltato che quand’è preso a vile; perchè l’uomo è quel ch’egli è avanti a Dio, e nulla più». All’amor suo non bastando abbracciare tutti gli uomini, lo estende ad ogni creatura; e va per le foreste cantando, e invitando gli uccelli, che chiama fratelli suoi, perchè celebrino seco il Creatore; prega le rondini _sue sorelle_ a cessare il pigolìo mentre predica; e sorelle son le mosche, e sorella la cenere[274]. Una cicala canta? gli è stimolo a lodare Iddio; alle formiche rimprovera di mostrarsi troppo sollecite dell’avvenire; storna dal cammino il verme che può esservi calpestato; porta miele alle api nell’inverno; salva le lepri e le tortore inseguite; vende il mantello per riscattare una pecora dal macellajo; il giorno di Natale voleva si porgesse miglior nutrimento all’asino e al bue; anche biade, vigne, sassi, selve, quanto han di bello i campi e gli elementi, per lui sono eccitamenti ad amar Dio; nell’orticello d’ogni convento da’ suoi dovea riservarsi un quadro a’ più bei fiori, per lodarne il Signore[275].
La piena di questo affetto espandea Francesco in poesie, originali come lui stesso, ove niuna reminiscenza d’antichità, ma viva effusione di cuore, impeti d’amore infinito[276]: fu dei primi ad usar nelle laudi la lingua volgare; e frà Pacifico, suo allievo, meritò la laurea poetica da Federico II.