Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)
Part 2
Scomposta ogni centrale potestà per lasciar solo associazioni limitatissime e poteri meramente locali, più facilmente poterono costituirsi da sè le città, nelle quali gli uomini trovavano maggior numero d’interessi comuni. Queste allora ebbero giurisdizione propria, e l’affidarono agli scabini, del che ricrebbe il terzo stato; e nobili e liberi venendo abbracciati nel Comune medesimo, cioè sotto comune giustizia, mozzavasi la prerogativa feudale, atteso che, chi bisognava di sicurezza, non andavala a chiedere sotto la rôcca d’un barone, ma tra le mura d’una città.
Benchè il feudalismo togliesse importanza alle città, le nostre non la perdettero mai, ed erano abitate da ricchi e nobili col nome di arimanni[17], i quali anzi costituivano un’università o corporazione, e avevano possessi e ragioni comuni. Nel 1014 Enrico II agli arimanni della città di Mantova e d’altri luoghi confermava i possedimenti con tutte le loro eredità paterne o materne, e i beni comunali e il teloneo e ripatico a Garda e Lazise e Riva, e che niun magistrato li turbasse. I cittadini di Mantova, cioè gli arimanni abitanti in essa città, ricorsero a Enrico III contro le eccedenti esazioni e gl’importuni aggravj (_superstitiosas exactiones et importunas violentias_); ed esso decretò che queste cessassero e s’abolissero radicalmente, e nessuna autorità grande o piccola si mescolasse dei costoro beni comuni, de’ benefizj precarj o livelli, de’ servi, delle ancelle, o d’altro qual fosse loro possesso mobile o immobile. Tanto confermava Enrico IV il 1091, volendo avessero «la buona e giusta consuetudine che ottiene qualunque città del nostro impero». Donde parrebbe che gli arimanni avessero una tal quale signoria di Mantova[18].
Il Gennari, negli _Annali della città di Padova_, sotto il 1077 adduce un placito ivi tenuto avanti a due messi regj, al conte della città Ogerio avvocato, e a varj giudici e buoni uomini. Ai quali Giovanni abate di Santa Giustina dichiarò come i cittadini dentro e fuori della città gli avevano intentato lite (_cives vel intra civitatem vel extra nobis intentionem mittunt_) circa al possesso della val del Mercato e del prato col Zairo, dell’acqua del fiume Rodolone, e degli altri possessi del monastero. Fu dato torto ai cittadini, ed obbligati all’intera cessione; la quale fecero col prendere una lunga verga, e trasmetterla al vescovo, che la consegnò all’abate.
Anche nel peggior tempo del dominio militare questi arimanni formavano tra loro delle _gilde_, le quali non m’hanno aria di fraternite religiose, bensì di quelle associazioni, di cui maggiore si sente il bisogno quanto più lentato è il legame sociale. In effetto esse fecero paura ai forti; e Carlo Magno decretava che «nessuno presuma far giuramento per gildonia; se vogliono disporre delle limosine per incendj o naufragi, il facciano in altro modo che giurando». E più rigorosamente Lotario I: — Non vogliamo che alcuno per giuramento nè per obbligazione faccia gildonia; e se l’oserà, chi primo ne diede consiglio venga dal conte mandato a confine in Corsica, e gli altri paghino multa»[19].
Ripetiamo che qualche rappresentanza il popolo aveva sempre goduta in faccia alla Chiesa; e a tacere le lettere di Gregorio Magno già indicate (t. V, p. 133), il Diurno Romano offre la formola, con cui il clero e il popolo invocano dal papa e dal metropolita che confermi il vescovo da essi eletto: all’elezione di Guido vescovo di Piacenza il 904, sono sottoscritti preti, diaconi, suddiaconi, acoliti, e infine ventisei _e populo_[20]: Giovanni vescovo di Modena nel 998 faceva al monastero di San Pietro una donazione con notizia e consenso dei canonici, de’ militi e del popolo: l’anno stesso in Ravenna si tenne un placito, _assistentibus in judicio pollentibus et bonæ opinionis et laudabilis famæ viris de civitate Ravennæ_[21]; e nel 1004 Turbino giudice di Cagliari, _col consenso de’ suoi parenti e di tutto il suo popolo_, donava alcuni dazj ai Pisani amici suoi, affinchè _quel popolo_ gli fosse amico[22].
Ecco qui pure una rappresentanza e un esercizio di diritti comuni, che avviava all’emancipazione. Viepiù vi condusse l’essersi nella città pel commercio formate compagnie, le quali offrivano l’embrione d’un governo a comune, e poteano divenir tali per poco che si ampliassero.
Una lapida sotto al portico della notabilissima cattedrale di Lucca riferisce come nel 1111 i cambisti e mercanti, che allora stavano di bottega nella corte di San Martino, ove pure gli alberghi de’ forestieri, giuravano di non far frode[23]; antichissima sistemazione del commercio in consorzj, con consoli per risolvere i litigi.
Già nel 1046 Enrico III _confermava_ agli abitanti della bergamasca val di Scalve il diritto di negoziar di ferro per tutto l’impero, col solo aggravio di mille libbre di ferro _secandum suorum parentum morem_; nessun duca, marchese, vescovo, conte o altra qualsiasi persona _hominibus in prædicto monte Scalvi habitantibus audeat aliquam molestiam aut aliquam superpositam inferre_; e a chi violi l’ordine commina cento libbre d’oro, metà da darsi alla Camera, _et medietatem prædictis hominibus_. Poi nel 1091 nella città di Bergamo tenendo placito il conte Corrado, messo regio _ad justitias singulorum hominum faciendas ac deliberandas_, con molti giudici e conti e col vescovo, gli si presentarono alcuni _vicini et consortes de loco Burno_, che è in val Camonica, e gli chiesero pronunziasse un bando _super nos et super nostros vicinos vel consortes_ a proposito del monte Negrino, che era stato ad essi usurpato da quelli di val di Scalve: e il conte Corrado gli esaudì[24]. Non sono queste evidenti forme comunali con possessi consorziali? I querelanti nel loro libello citano una decisione già riportata anteriormente; e come in tali litigi _centum quinquaginta librarum denariorum mediolanensium veteris monetæ inter judices et advocatos dispendio in Bergamo perpessi sumus damnum_; e gli Scalvini usarono ad essi prepotenze molte, onde reclamano giustizia, _quia dedecus est omnium nostrum_.
Esempj di simili comunanze ricorrono in Toscana, ove nel 1004 Filippo di Fidante e Benedetto di Martino furono nominati consoli del comune ed università di Monte Castelli[25]. Chiavenna, borgo della diocesi comasca, situata allo sbocco di due valli che mettono ai paesi transalpini del Reno e dell’Inn, faceva una concordia, citata già come antica nel 1155, tra gli abitanti suoi e quelli del vicino Piuro, per la quale quattro uomini di ciascuno di essi giuravano di guidare i due Comuni e le persone e i beni loro con buona fede e senza frode in pace ed in guerra, non usurparsi roba alcuna, ma d’ogni acquisto ripartire tre quarti a’ Chiavennaschi, uno a’ Piuriesi, e nell’eguale proporzione le spese[26].
N’era vantaggiata l’industria; e poichè essa è gran conduttrice di libertà, si cominciò a levar lamenti delle violenze che turbavano il commercio; i lamenti procedeano a minaccie; e se queste non trovassero ascolto, riuscivano in aperta rivolta, cacciando gli esattori e gli espilatori del barone, assalendone anche il castello, e opponendogli barricate e mura; e unitisi sulla piazza del mercato o nella chiesa, gl’interessati giuravano sostenersi contro chiunque pretendesse sopraffarli. E a noi si fa credibile che uno de’ più efficaci addirizzi a costituire i Comuni fossero appunto le società mercantili e artigiane, che trovandosi già ordinate con una gerarchia, con regolamenti, con statuti[27], con cassa, non aveano a dare che un passo per chiedere di partecipare coi nobili al Governo.
Talvolta i re medesimi ne’ loro bisogni esibivano di vendere le regalìe, cioè dogane, zecche, mercati, pedaggi; e i Comuni s’affrettavano a comperarle, o le ottenevano in premio della fedeltà e del favore prestato. Tal altra i grandi vassalli insorgevano contro dei vescovi, e gli uni e gli altri armavano i cittadini, che per tal modo venivano a conoscere le proprie forze, e invocavan diritti, in prezzo degli offerti soccorsi. Nella contesa, capitanei e vescovi apprendevano che ricchezza principale era l’abbondare d’uomini, lo perchè ne favorivano l’incremento sminuzzando i possessi, e contentandosi d’una tenue prestazione, purchè vi andasse congiunto l’obbligo di servire nelle milizie.
Stiamo dunque a gran pezza da chi crede che i Comuni derivassero da generosità dei re, o da accorgimento loro politico. Erano conseguenza del risorgimento popolare; ma i diritti che i liberi traevano in campo, non erano astrazioni costituzionali, e accademici divisamenti repubblicani, bensì un richiamo alle norme dell’umanità, a quella libertà d’innocui atti, di cui ciascuno sente mestieri come dell’aria. L’associazione dirigevasi non a riforme amministrative, ma ad acquistar forza per diminuire la propria servitù; specie di mutua assicurazione delle inferme moltitudini contro i pochi armati. Non che fosse rivoluzione contro il Governo regio, a questo appoggiavansi coloro i quali scotevano il giogo feudale. E poichè il feudatario, il re ed il vescovo trovavansi spesso a cozzo, e dividevano tra sè i possessi e le città, all’uno ricorreva chi fosse malcontento dell’altro, sicuri di trovarlo favorevole, non per generosità ma per proprio interesse.
Neppure fu una rivoluzione sola che mutasse la forma politica, giacchè non v’aveva un potere unico da abbattere; e a ciascun Comune sovrastando un signore particolare, in ciascuno richiedevasi una particolare rivoluzione. Variissimi dunque erano gl’impulsi, variissimi i mezzi e i risultamenti, e molto vi poteva il caso, nè sempre riuscivasi all’intento; ma la libertà, fallisca cento volte, non però dispera.
Sarebbe peraltro stato difficile strappare ai feudatarj anche sì poco, quando essi soli e i loro castelli fossero stati muniti, e tutto il resto inerme; atteso che la forza brutale può a lungo conservare gli ordini più repugnanti alla ragione. Ma allorchè gli Ungheri avevano passato le Alpi, non si potè combattere in campagna rasa e con eserciti ordinati le loro bande scorridore, ma dovette munirsi ciascun villaggio, ciascuna casa, ciascuna persona; le città rinnovarono le mura, diroccate dai Barbari o sfasciate dal tempo[28]; ogni monastero, ogni borgata scavò una fossa, rizzò uno steccato; e le armi, adoperate soltanto dagli uomini del feudatario e per suo cenno, si affilarono per l’individuale sicurezza. Qual cosa infonde tanto coraggio, quanto il conoscere di bastare alla propria difesa? e i nostri padri, che si erano misurati contro l’Unghero, più non temeano d’affrontare la masnada del vescovo o del castellano.
Di più, in Italia l’aristocrazia non avea messo così robuste radici come oltr’Alpi; e nella vasta Lombardia soli forse il marchese di Monferrato e il conte di Biandrate estendeano tanto i possessi, da abbracciare borghi e città. La supremazia che i re di Germania pretendevano qui, era d’opinione più che di forza. Dalla lontananza o dalle guerre proprie erano impediti di venirvi sovente in persona, unico modo di farvi valere la propria autorità; se venissero, senza truppe nè rendite mal si reggevano, e lagnavansi che i vassalli non gli sovvenissero del necessario, e li riducessero a cascar di fame. Maggiormente si protraevano gl’interregni di qua dell’Alpi, atteso che non bastava che un re fosse nominato in Germania, ma conveniva venisse a farsi coronare in Milano e Roma; nè di rado i signori nostri negavano omaggio all’eletto dai Tedeschi. Tutto ciò fece la contesa men dura, e più pronto l’effetto.
Questo restituire gli uffizj da signorili a municipali ed elettivi cominciò attorno al Mille, crebbe mentre Ottone II combatteva gli emuli in Germania e i Greci in Calabria, e più nei tredici anni che Ottone III indugiò a scendere in Italia. Allora i Comuni cittadini costrinsero i baroni ad accasarsi nelle città, che si trovarono popolate non più da soli artieri ed arimanni, ma anche da potenti, e crebbero di lustro e considerazione. Alcune gelose ottennero che gli imperatori non entrassero più nelle loro mura; altre ne demolirono il palazzo, per edificarlo nei sobborghi; sicchè debole e limitata restava la giurisdizione dei re, i quali tanto più facilmente cedevano per denaro o per favore ciò che nè ricusare potevano, nè conservato fruttava. Pavia nel 1024 distrusse il palazzo regio, e quando Enrico III volle costringerla a riedificarlo, gli si oppose con un giusto esercito, avendo alleati molti signori.
Gran destro ne porse la contesa fra il Sacerdozio e l’Impero, giacchè in quelle reciproche esagerazioni, dove più che le armi poteva l’opinione, si trovavano messe in bilancia le competenze delle due autorità, richiamato a discussione quanto la conquista germanica aveva innestato sul tronco romano, la legittimità del potere nato dalla forza, il dominio della spada sovra gli spiriti, l’intrusione delle discipline militari nell’ordine civile e fin nella gerarchia ecclesiastica; e l’una e l’altra parte si credette obbligata a dimostrare le proprie ragioni ai popoli, di cui le bisognava l’appoggio. E i popoli impararono che avevano diritti, che per argomenti potevano scegliere a quale prestare il sussidio dell’oro, del brando, delle convinzioni; e di quelli e di queste misurata la potenza, vollero servirsene ad assicurare e crescere quei diritti, che avevano appreso a conoscere e stimare. Trattavasi poi di combattere? bisognava che il conte o il vescovo si servissero del braccio delle plebi: e guaj pe’ tiranni il giorno che han bisogno de’ loro oppressi!
Contesa tanto vitale non limitavasi a battaglie in campo aperto, ma penetrava nelle città e nelle case: spesso una chiesa trovavasi disputata da due vescovi, uno papale ed uno intruso, i quali si perseguivano in guerra; diuturne le vacanze, perchè o il papa negava l’investitura, o i cittadini obbedienza al nominato dall’imperatore; e sempre i vescovi sentivansi sotto ai piedi vacillare il terreno, perchè o non investiti dal re, o non riconosciuti dal papa; e per formare e mantenersi partigiani, cedevano particelle de’ loro diritti ai Comuni. Esse città giuravansi con altre del sentire medesimo, onde in armi tener testa alle contrarie. Uscita poi vittoriosa la parte ecclesiastica, ingegnavasi di menomare le prerogative regie, ma con ciò raccorciava anche la podestà temporale de’ vescovi, fondata sopra regie concessioni.
Col carroccio (t. V, p. 439) i popolani s’erano avvezzi a considerarsi, non più guerrieri obbligati d’un signore, ma d’una bandiera cittadina, del Cristo che allargava le braccia su quell’antenna, del sant’Ambrogio, del san Zenone, del sant’Alessandro che li benediceva dal gonfalone. Quel parteggiare per l’imperatore o pel papa avea misto i varj ordini d’uomini, per modo che non si guardava tanto se uno fosse capitaneo, nobile o plebeo, ma se imperiale o pontifizio. Le armi e i campi comuni, e la necessità di usare concordemente le braccia o l’ingegno nella mischia o nei parlamenti, scemavano le distanze fra quelli della parzialità medesima; poi la trionfante conseguiva vantaggi o privilegi sull’altra, sicchè gli ordini fin allora scrupolosamente distinti venivano ad unirsi nel Comune cittadinesco; e i giudici della città, che già, duranti le vacanze del vescovado, decidevano in propria testa senza riguardo al visconte, qualora al conte o al vescovo strappassero alcuna nuova porzione di autorità, la esercitavano più piena sovra maggior numero di cittadini, e con restrizioni minori.
Insegnati a discutere dei diritti, prendono in dispetto gravezze fino allora tollerate di cheto; alla prima taglia troppo pesante si ammutinano; cominciato che uno abbia, il seguono altri; la torre, da cui il feudatario o il conte minacciava, diviene spesso il ricovero degli affrancati; spesso i monumenti dell’antica magnificenza convertonsi in difese di nuova libertà; e si preparano lotte, risolute perchè di scopo evidente e semplice, e non per capriccio o per obbedienza, ma per tutela dei diritti più sacri. Il tentativo fallisce? sono smantellati i fortilizj, uccisi gl’insorti: riesce? i sollevati comprendono la necessità di unirsi.
Non poca opportunità vi aggiunsero le crociate; per passare a terrasanta molti baroni vendettero od impegnarono i dominj, o per denaro cedettero qualche parte della giurisdizione ai cittadini, che, durante l’assenza loro, rassodarono i diritti, e di nuovi ne acquistarono; mentre gli uomini che combattevano in Palestina s’abituavano alla libera disciplina dei campi, s’accostavano fra loro ed ai padroni, e ne riportavano più libere idee, men servili sentimenti. Quelli poi che fossero capaci di riflettere e di ponderare i civili ordinamenti, dovevano rimanere attoniti allo spettacolo di Venezia, di Pisa, d’altre città marittime, che già si reggevano a popolo: poi nelle Assise di Gerusalemme trovavano un governo, baronale bensì, ma dov’era provveduto anche alla plebe, chiamata pur essa a parte delle discussioni.
Ecco dunque risalire alla dignità civile quei che l’avevano perduta fin dall’invasione dei Longobardi: ecco vincitori e vinti ricondotti sotto una giustizia ed un governo medesimi. E poichè le reliquie degli antichi Romani, sentendo rivalere l’ingegno sopra la forza, tornavano su quelle antiche memorie che un popolo perde per ultima cosa, e che servono spesso di lievito acciocchè l’inerte massa non imputridisca; e i discendenti medesimi de’ conquistatori rispettavano quelli che un tempo avevano soggiogati; perciò si ridestarono i nomi e le forme romane, e i magistrati cittadini non s’intitolarono più scabini alla tedesca, ma _consoli_.
Adunque in due atti spiegavasi quel movimento: sottrarsi con braccio forte alla dominazione armata, poi colla prudenza costituirsi. Che se era difficile quel primo contro conquistatori armati, difficilissimo è sempre il secondo, e allora viepiù quando di costituzioni non s’aveva alcuna esperienza.
Ma in che consistevano le pretensioni dei Comuni? Domandavano libertà materiale di andare e venire senza pagar pedaggi; di vendere, comprare, possedere il proprio, e lasciarlo ai figli; contrar matrimonj anche fuori del feudo, e con persone di qualsiasi condizione; sicurezza della casa e della persona; una misura fissa nei dazj, nelle decime, nelle prestazioni di corpo dovute al signore, ne’ giorni in cui servirlo colla marra o colle armi, nella retribuzione pel forno o pel mulino privilegiato in tutto il feudo; se qualche bestia si svii, non venga al castellano, ma rendasi al proprietario; possa tagliarsi legna morta al bosco; nessuno arresti un comunista senza intervenzione di giudici; siavi un tribunale a cui richiamarsi anche dei torti ricevuti dal signore, e dove giustificarsi col giuramento o per testimoni, anzichè col duello.
Scossi che si fossero dal giogo, non d’un Tedesco o d’un Franco, ma d’un tiranno, vinto in unanime concorso il contrasto del vescovo o del conte, cercavano un titolo ai loro diritti col farseli non dare ma confermare dal re in quelle che chiamaronsi _carte di Comune_. I re vi trovavano il proprio conto, perchè, oltre deprimere i feudatari privandoli della giurisdizione, con esse carte davano regole di diritto criminale e civile, traendo a sè una parte sì principale della regia autorità qual è la legislativa, istituendo o convalidando le costumanze locali.
Le carte che ci rimangono, per quanto variate, importano l’abolizione delle servitù personali e delle tasse arbitrarie, assicurato agli abitanti lo scegliersi i magistrati municipali, e data a questi autorità di movere in armi i comunisti quando il credano necessario a tutelare i diritti e le libertà del Comune, sia contro i vicini, sia contro il signore. In quelle medesime ove propriamente veniva riconosciuta una giurisdizione distinta, non si stabiliva già chiaro e preciso in qual relazione starebbe d’allora innanzi il Comune col re, col feudatario, col vescovo, bensì riducevasi in iscritto l’ordinamento sociale interno, tutto ciò che potesse contribuire alla civile sicurezza, e massime all’applicazione della giustizia; la parte ove i popoli sentono più immediatamente la servitù o la libertà.
V’avea però Comuni propriamente stabiliti da baroni o da re, sulle proprie terre aprendo asilo ai vagabondi e agli avveniticci, costituendo _città nuove_, _borghi nuovi_, _castel franchi_, _franche ville_, sotto un preposto del re o dei signori, con una carta, alla quale davano pubblicità affine di allettare gente forestiera a stanziarvisi e comprare terreni. Il conte Guido Guerra, suocero del famoso Bellincion Berti, nel 1208 dava nel suo viscontado di val d’Ambra il diritto ad uno per ciascuna terra di formare insieme uno statuto, unirsi per deliberare degli interessi pubblici, e assistere lui, capo dello Stato; il quale delegava i suoi poteri al podestà, salvo l’arbitrio di modificarne le sentenze.
Siffatte carte occorrono men frequenti in Italia, forse perchè, sussistendo alcuni Comuni fin dall’età romana, od essendosene costituiti durante il reggimento feudale, non si trovava bisogno di nuovi diplomi per regolare l’amministrazione interna, i diritti de’ magistrati, le relazioni col signore e coi vicini. Pure d’alcune abbiamo gli apografi, d’altre fondatissima presunzione, tanto da poter asserire che i Comuni nostri sono i più antichi del mondo moderno, e fin anche di quello di Leon in Ispagna, conceduto da Alfonso V coll’assenso delle Cortes entrante l’XI secolo.
Venezia dall’origine sua medesima si trovò stabilita in repubblica; e a lei somigliare dovevano le altre città marittime di maggior fiore, Pisa, Amalfi, Napoli, Gaeta. Adria, ancora di qualche conto, nel 1017 menò guerra coi Veneziani, i quali vincitori obbligarono il vescovo Pietro e i primati a venire al doge, chiedere scusa, e promettere fedeltà. Dall’alto di tal sommessione esso vescovo appare anche capo politico del Governo; ma contraeva coll’intervento de’ suoi canonici e di varj laici, de’ quali il primo è _Anastasius consul_. Le città del litorale istriano, aggregato talvolta al regno d’Italia, conservarono le forme comunali all’antica, e nel 991 Capodistria faceva col doge Pietro Orseolo II una convenzione, stipulata da un conte Sicardo suo governatore, _e cunctos habitantes civitatis Justinopolitanæ, tam majores quam minores_[29]. Anche Ragusi, città mista che per tante ragioni s’annesta alla storia italiana, e che sotto una costituzione aristocratica gareggiò con Venezia, e fu l’Atene della letteratura slavo-illirica, degna di storia più che i vasti imperj da cui fu ingojata, antichissimo esempio ci è di governo municipale, poichè in un diploma del 1044 Pietro detto Slaba (slavo) priore, _cum omnibus pariter nobiles, atque ignobiles mei, tam senes, juvenes, adolescentes, quam etiam pueri_, restituisce alcuni beni all’abate di Santa Maria di Lacroma, presente il vescovo Vitale[30].
I Genovesi, costretti a schermirsi dai Saracini di Frassineto, buon’ora si ordinarono a comune sotto il vescovo, dividendo le città nelle _compagne_ di Castello, Borgo, Piazzalunga, Maccagnana, San Lorenzo, Portanuova, Sosiglia e Portoria, ciascuna avente consuetudini proprie e gonfalone, e deliberando per consigli e parlamenti. All’888 si fanno risalire i suoi primi consoli, il senato, l’assemblea del popolo e le forme municipali, che ricevettero conferma da un diploma di Berengario II del 958, il quale assicurava ai Genovesi le proprietà, già _jure_ acquistate[31]. Poi nel 1056 Alberto marchese giurava osservare le consuetudini di essi, che sono le seguenti: