Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)

Part 19

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Matteo Villani chiamava la parte guelfa «fondamento e rôcca ferma e stabile della libertà d’Italia, e contraria a tutte le tirannie, per modo che, se alcuno diviene tiranno, conviene per forza ch’e’ diventi ghibellino, e di ciò spesso s’è veduto l’esperienza». E soggiunge: — L’Italia tutta è divisa mistamente in due parti; l’una che séguita nei fatti del mondo la santa Chiesa, secondo il principato che ha da Dio e dal santo Imperio in quello; e questi sono denominati Guelfi, cioè _guardatori di fe_; e l’altra parte seguitano l’Imperio, o fedele o infedele che sia nelle cose del mondo a santa Chiesa, e chiamansi Ghibellini, quasi _guida belli_, cioè guidatori di battaglie, e séguitane il fatto che per lo titolo imperiale sopra gli altri sono superbi e motori di lite e di guerra. Gl’imperatori alamanni hanno più usato favoreggiare i Ghibellini che i Guelfi, e per questo hanno lasciato nelle loro città vicarj imperiali con loro masnade; i quali continuando la signoria, e morti gli imperatori di cui erano vicarj, sono rimasti tiranni, levata la libertà a’ popoli, e fattisi potenti signori e nemici della parte fedele a santa Chiesa e alla loro libertà. E questa non è piccola cagione a guardarsi dal sottomettersi senza patti a detti imperatori. Appresso è da considerare che i costumi e i movimenti della lingua tedesca sono come barbari e strani agl’italiani, la cui lingua e le cui leggi e costumi, e i gravi e moderati movimenti, diedono ammaestramento a tutto l’universo, e a loro la monarchia del mondo. E però venendo gli imperatori d’Alemagna col supremo titolo, e volendo col senno e con la forza d’Alemagna reggere gl’italiani, non lo sanno e non lo possono fare: e per questo nelle città d’Italia generano tumulti e commozioni di popoli, e se ne dilettano per essere per controversia quello che essere non possono nè sanno per virtù o per ragione d’intendimento, di costumi e di vita. E per questo la necessità stringe le città e i popoli, che le loro franchigie e stato vogliono mantenere e conservare, e non esser ribelli agl’imperatori alamanni, di provvedersi e patteggiarsi con loro; e innanzi rimanere in contumacie con gl’imperatori, che senza gran sicurtà li mettano nelle loro città»[261].

Da qui, e più dalla serie storica appare come i Guelfi non volessero sottrarsi da ogni soggezione degl’imperatori, bensì non sottoporvisi che a patti; sicchè oggi si paragonerebbero al partito costituzionale. Chi guardi i mali che gl’imperatori cagionarono all’Italia, e l’esecrazione che popolare dura fin oggi contro il Barbarossa; chi pensi che le più generose città, Milano e Firenze, stettero sempre antesignane della parte guelfa, e che quest’ultima diede l’estremo ricovero all’indipendenza italica, mentre chi voleva tiranneggiare un paese ergeva bandiera ghibellina, propende a desiderare che i Guelfi fossero prevalsi, e le città ordinatesi a comune sotto il manto del pontefice, che coi consigli le dirigeva, e coll’armi spirituali reprimeva gli stranieri.

Gli alti e insegnati uomini che caldeggiarono il sentimento ghibellino, od erano gente stipendiata dagl’imperatori come Pier dalle Vigne, o infatuati dell’antichità come i giureconsulti, o trascinati da passione come Dante, il quale, sbandito da’ Guelfi, si fe ragionato propugnatore della opinione avversa: eppure nel suo libro _Della monarchia_, ove (credo senza servilità d’animo, ma per quella stanchezza del parteggiar cittadino che cerca riposo fin nel despotismo) assoda la incondizionata tirannide, brama che l’Italia riducasi sotto un imperatore, bensì a patto che questo sieda in Roma. Chi più ghibellino del Machiavelli? eppure con magnanimo voto chiude l’abominevole suo libro.

D’altra parte i diritti imperiali intendevansi allora ben altrimenti da oggi, importando essi nulla meglio che una supremazia, innocua alle particolari libertà. Pertanto i Guelfi ideando la teocrazia si mostrarono più immaginosi, probi utopisti; i Ghibellini, più reali e pratici, ricordavano che le società sono fatte d’uomini e per uomini: lo spirito democratico dei primi declinava all’insolenza individuale e alla sregolatezza; l’idea organatrice degli altri li portava alla forza e alla tirannide: ma in fondo la loro è la causa stessa, la stessa divisione che appare in tutte le storie, di plebei e patrizj, di schiavi e franchi, di Rose Rossa e Bianca, di Cavalieri e Teste Rotonde, di progressisti e retrivi, di liberali e servili.

È natura delle fazioni di svisare il più onesto scopo; e abusandone o esagerando o traviando, porre il torto dov’era la ragione. I grandi feudatarj che i perduti privilegi ambivano ricuperare, non ne vedeano via che coll’attaccarsi all’imperatore e appoggiarne le pretendenze: sempre poi amavano meglio dipendere da esso, grandissimo e lontano, che non dai borghesi, da villani rifatti, da un frate che talora li dirigeva. Chiarivansi dunque ghibellini, stimolavano l’imperatore a calare in Italia, e per contrariare al papa furono sin veduti favorire gli eretici.

Gran potere davano ai papi nella bassa Italia l’alto dominio sopra la Sicilia; nell’alta, i radicati rancori contro gli Svevi; dappertutto le insinuazioni del clero e massime dei frati, guide dell’opinione, la quale può tutto ne’ governi a popolo, dove si delibera secondo fantasia e sentimento. L’imperatore valeva sulle repubbliche soltanto colla forza delle armi, giacchè non è facile guadagnare tutta una gente, sempre gelosa di chi possiede l’autorità. Al pontefice non restava che l’efficacia della persuasione: ma anch’egli principava, e disponeva d’eserciti, e spesso, come uomo, serviva a private passioni; e i Guelfi sposavano talora una causa, non perchè giusta e confacevole alla libertà, ma perchè dal pontefice preferita. I Ghibellini han vinto; Italia non ha ancora finito di piangerne.

Nè li crediate meri nomi di taglia: avevano Comune, sindaci, podestà proprj; nascevasi d’una tale parzialità, e diserzione consideravasi il passare ad altra; i trattati si facevano a nome della repubblica e della fazione prevalente. Fin nei minuti costumi doveano fra loro sceverarsi: questi un berretto, quegli un diverso usavano; due finestre aprivano i casamenti dei Guelfi, tre i Ghibellini; quegli alzavano i merli quadrati, questi a scacco; e la nappa, o un fiore[262], o l’acconciatura de’ capelli, o il saluto, e fin il modo di trinciare il pane o di piegare il tovagliuolo discernevano il Guelfo dal Ghibellino. I Ghibellini giurano alzando l’indice, i Guelfi il pollice; i primi tagliano i pomi di traverso, i secondi perpendicolarmente; quelli adoprano vasi semplici, cesellati questi; il modo di passeggiare, di scoccar le dita, di sbadigliare, di arnesar gli animali, la dritta o la sinistra, il numero due o il tre, tutto insomma divien segnale; i Bergamaschi conobbero che certi Calabresi eran di fazione opposta al modo di tagliar l’aglio. A Firenze, coi beni tolti ai Ghibellini espulsi si formò una _massa guelfa_ onde mantenere e invigorire la parte trionfante; un magistrato apposta la amministrava con tre capi bimensili, consiglio secreto di quattordici membri ed uno grande di sessanta, tre priori, un tesoriere, un accusatore dei Ghibellini; società regolare e permanente, armata e ricca, che si sostenne quanto la repubblica.

Al tempo di Carlo d’Angiò e per suo suggerimento i Parmigiani formarono (1266) una _Società de’ Crociati_ per sostenere la causa guelfa, sotto la protezione di sant’Ilario vescovo di Poitiers; e a quella si aggregarono altre corporazioni del paese, talchè divenne potentissima, comprendendo molte migliaja d’uomini, che erano iscritti in un registro. Aveano un capitano e alquanti primicerj, che doveano anche tor di mezzo ogni dissensione, senza usar forza. Molti statuti furono fatti ad incremento di questa Società, ed uno vietava agli abitanti della città e del territorio di parte guelfa di entrare in parentela con chi non fosse della parte stessa. Il capitano de’ crociati, e che poi fu detto capitano del popolo, e aveva il comando delle milizie, era forestiero, durava sei mesi, aveva un giudice, un socio, due notaj, il che attesta che esercitava una parte di giurisdizione, benchè sussistesse anche il podestà: e questo e quello subivano il sindacato. Il gran consiglio di cinquecento doveva, come i magistrati, essere eletto tra quei che formavano la Società de’ Crociati, la quale così divenne arbitra del Comune, e sorgente unica del potere legislativo, benchè non perdesse il carattere di milizia[263].

Solo tardi i nomi di Guelfi e Ghibellini perdettero la primitiva significazione, e parve non designassero che partiti, nati dalle ambizioni di persone e di case; s’abbracciava l’uno senz’altro motivo se non lo stare coll’altro gli avversarj; uomini e città li cangiavano dalla state al verno; pretesto a rancori privati, a baruffe, a sbranarsi tra sè, finchè riuscissero all’ultimo conforto degli stolti, il servir tutti[264].

In popolo libero non si governa che per via di fazioni, anzi una fazione è il Governo stesso, il quale tanto è più forte e perseverante, quanto tra il popolo si trovano partiti più permanenti e compatti. Ma siffatti non si formano e mantengono se non dove fra gl’interessi de’ cittadini esistono dissomiglianze e opposizioni così evidenti e durevoli, che gl’intelletti siano condotti e fissati da sè in opinioni opposte: all’incontro, è difficile restringer molti in una politica uniforme là dove i cittadini rimangono ad un bel circa eguali, giacchè allora bisogni effimeri, frivoli capricci, interessi particolari creano e scompongono ogni istante fazioni, l’incertezza e avvicendamento delle quali fa agli uomini nojosa l’indipendenza, e mette a repentaglio la libertà, non in grazia dei partiti, ma perchè niun partito è in grado di governare.

Nè essi portano gran pregiudizio quando rampollano dalla costituzione, giacchè allo scopo loro si connette sempre la speranza di migliore governo; anzi a quelli vanno debitrici di loro prosperità le nazioni che liberamente si reggono, e in cui, pendasi ad aristocrazia o a democrazia, a governo personale o a ministeriale, sempre si tende e spesso si giunge al meglio del paese. Ma quando si mescoli, come in Italia, un fomite forestiero, l’interesse della fazione prevale a quello della patria, e s’immola fin la libertà per conseguirlo. Toscana e Venezia furono l’una democratica, aristocratica l’altra, eppure stettero: in Lombardia Guelfi e Ghibellini spingevano l’occhio fuor della patria, e del pari la sagrificavano.

Robusti, caldi di superbia e d’invidia, nel consiglio impugnano il parere più sano, perchè proposto dalla parte avversa; poi mene segrete e intelligenze parziali; poi sconnesse le famiglie dal campeggiare padri e fratelli sotto bandiera diversa; poi per ogni lieve occasione rompere ai peggiori termini di nemici. «Quasi ogni dì, o di due dì l’uno si combattevano insieme cittadini in più parti della città, di vicinanza in vicinanza, come erano le parti; e aveano armate le torri, che n’avea la città (di Firenze) in gran quantità e numero, e alte cento e cenventi braccia l’una. E sopra quelle facevano màngani e manganelle per gettare dall’una all’altra, ed era asserragliata la strada in più parti. E tanto venne in uso questo gareggiar fra’ cittadini, che l’un dì si combattevano, e l’altro dì mangiavano e beveano insieme, novellando delle prodezze l’un dell’altro che si facevano a quelle battaglie»[265].

Cominciasi da un conflitto in piazza, determinato da qualche accidente in apparenza frivolo, ma realmente derivato dall’intima natura della città; e subito i cittadini dividonsi in due partiti, i quali non cercano che annichilarsi un l’altro, senza riguardi, senza capitolazione. L’ira è unica ispiratrice; una parte trovasi inferiore, e non tanto perchè impotente a sostenersi, quanto pel dispetto di non voler obbedire agli avversarj, esce di città. I suoi fautori rimasti, deboli e vinti, sono uccisi senza pietà da quella rabbia che si esacerba nello sfogarsi; dei profughi sono demolite le case, confiscati e sperperati i terreni, e la metà trionfante stabilisce nella città quella pace che viene dalla mancanza di nemici. Presto però i vincitori medesimi si suddividono in moderati ed eccessivi; i fuorusciti, congiunti dalla sventura, si rannodano alla campagna con altri di lor colore, e con sussidj di borgate o città consenzienti, riminacciano la città, l’assalgono, la prendono, e alla lor volta uccidono, incendiano, proscrivono.

È la parte de’ popolani che leva il rumore? tocca a stormo; le vie si asserragliano per impacciare i cavalli, nerbo della nobiltà; questa assalgono ne’ palazzi fortificati, ne espugnano le torri. I gentiluomini, rincacciati di posto in posto, a grave stento possono aprirsi un varco, mentre i vincitori malmenano i clienti e le robe dei vinti, il tempio del Dio della pace profanano cogl’inni della vittoria fratricida. Ma appena in campagna aperta può la loro cavalleria spiegarsi, i nobili tornano superiori; ricorrono per ajuto ai signori castellani o ad altri paesi di egual fazione, trattano con quelli come potenze riconosciute, li persuadono a guerra; allora bloccano la patria, l’affamano, e v’entrano a forza, alla lor volta diroccando ed esigliando; oppure rientrano a patti, e giurano paci centenarie che fra un mese saranno violate. Queste alterne espulsioni formano la quasi unica storia del tempo.

Così si amplia la guerra cittadina in cospirazioni, adunanze, consigli, alleanze; cercasi una città anche nemica, perchè del partito medesimo; i fuorusciti figurano come una potenza distinta; le fazioni interne si intralciano colle esterne; e l’economia geografica è sbilanciata dalla logica de’ partiti, finchè questa viene a identificarsi con quella.

Nè gli uni nè gli altri però vogliono la distruzione della città, bensì di possederla e dominarla. A questo intento, anche allorchè vi stanno entrambi i partiti, devono tenersi in guardia e in disciplina, avendo magistrati proprj, riunioni, erario, forza, e di fuori alleanze speciali, alle quali rifuggendo allorchè in città non son sicuri di poter dimorare tutto il domani, cominciano a considerarsi qualcosa più che semplici cittadini, a concepir l’idea d’un partito, d’una nazione, nella quale tutta quanta si trovano alle prese i due partiti. Ma la lotta, fondandosi su passioni non su principj, è necessariamente interminabile, non avendo un esito, non portando una vittoria definitiva, ma intanto elevando un sempre maggior numero di persone alla dignità di cittadini.

I popolani di Piacenza nel 1234, espulsi i loro nobili, si allearono coi popolani di Cremona, i quali aveano tolto a capitano il marchese Pelavicino; e questo con cento cavalieri e molti balestrieri delle due città ruppe i nobili fuorusciti. Essi fanno lega con quei di Borgotaro, di Castellarquato, di Firenzuola, e presentano a Gravago battaglia, dove lasciano prigionieri quarantacinque uomini d’arme e da ottanta fanti. I popolani cremonesi e piacentini prorompono di nuovo in armi, assediano il castello di Rivalgario, ma non possono espugnarlo. Alfine, per intromessa di Sozzo Colleoni di Bergamo, si riconciliano coi nobili, pattuendo che questi avessero metà de’ pubblici onori e due terzi delle ambasciate.

I vincitori non sempre erano moderati, nè solo momentanei i danni; e nell’ebbrezza del trionfo si spingeva la città a guerra coi vicini, o nello statuto si introducevano mutazioni non per utilità comune, bensì per corroborare la parte trionfante; ma sicurtà vera non si trovò mai, restando sempre una fazione malcontenta e una turba fuoruscita, gagliardissimo strumento ad ogni tentatore di novità. In una sola volta escono dal Cremonese centomila esigliati nel 1226; nel 1274 trecento famiglie da Bologna, composte di dodicimila persone: quando Castruccio nel 1323 osteggiava Firenze, per ottenere perdonanza venivano ad offrirsi di servire contro di lui ben quattromila Fiorentini, piccolo resto di quelli cacciati vent’anni prima[266]. Non durerà mai quieto il paese che ha molti fuorusciti, i quali, per desiderio della patria, per la baldanza che dà il non aver nulla a perdere, per le facili speranze che sono il retaggio degli esigliati, movono, praticano, irritano dentro e fuori.

Quindi per tutta Italia un combattersi da terra a terra, e talvolta per ragioni sì frivole, quanto oggi ne’ duelli. Nomi d’obbrobrio ciascuna città aveva affisso all’avversaria, e da questi cominciavansi diverbj che terminavano col sangue[267]. Un cardinale romano convita l’ambasciatore di Firenze, e udendogli lodare un suo bel catellino, glielo promette; sopraggiunge l’ambasciatore di Pisa, che del cagnuolo s’invoglia anch’esso, e n’ha promessa eguale: da ciò discordia e guerra viva. Una secchia, dai Bolognesi rapita a quei di Modena, diede soggetto a guerra e al poema del Tassoni. Un catorcio involato suscitò guerra fra Anghiari e Borgo Sansepolcro, di che il Tevere andò tinto in rosso. Quei di Chiusi combatterono i Perugini per l’anello pronubo di Maria Vergine, che essi conservano preziosamente, che un frate aveva sottratto.

Quali cronache non sono piene di queste rivalità energiche e clamorose, e de’ vergognosi trionfi sopra i vicini? I Modenesi assediano Ponte Dosolo, e smantellatolo ne involano la campana che pongono nella torre maggiore: un’altra volta da Bologna portano via le petriere e le collocano nella cattedrale, e voltano lo Scultenna su quel territorio per guastarlo. Genova impone a Pisa di abbassar tutte le case fin al primo solajo: e ancora vi stanno sospese le catene strappate a Porto Pisano; e sull’edifizio del Banco un grifo che adunghia l’aquila e la volpe, simboli di Federico I e di Pisa, col motto _Griphus ut has angit, sic hostes Genua frangit._ Lucca mette degli specchi sulla torre d’Asciano perchè le donne di Pisa vi si possano mirare; e Pisa va ad assediar Lucca, e mette grandi specchi affinchè i loro nemici vedano come impallidiscono; un’altra fiata fabbricano il forte d’Illice, e vi scrivono: «Scopabocca al genovese, crepacuore al portovenerese, strappaborsello al lucchese». Perugia erge innanzi a Chiusi la torre _Becca questa_, e i Chiusini vi oppongono la _Becca quella_. All’arco di Galieno in Roma era attaccata la chiave della porta Salciccia di Viterbo, ribellatasi contro il senato: i Perugini dalla vinta Foligno asportarono le porte sovra il carroccio de’ vinti, e da Siena le catene della giustizia, che collocarono sovra la porta del podestà: i Lodigiani eternarono (si dice) nelle medaglie uno scorno usato ai vinti Milanesi: questi faceano giurare al podestà di non lasciar più mai rifabbricare il distrutto Castel Seprio; Siena imponeva altrettanto per quel di Menzano, i Novaresi per quel di Biandrate.

È fatica persino in una storia municipale il seguitar quelle guerre senza gloria, interrotte da paci senza riposo, varie negli accidenti, ma uniformi negli impulsi; nè noi vogliam dare che i lineamenti e il carattere generale di quella età. Brescia stava sempre in armi da un lato contro Cremona, massime in causa delle acque dell’Oglio, dall’altro contro Bergamo pei disputati confini del lago d’Iseo e della val Camonica; e avendo essa, come dicemmo, nel 1191 aggiunto al suo territorio i Castelli di Sarnico, Calepio e Merlo, i Bergamaschi, per vendicarsene, s’unirono ai Cremonesi, già da essi ajutati contro i Bresciani. Subito una parte e l’altra si prepara di alleanze, e Pavia, Lodi, Como, Parma, Ferrara, Reggio, Mantova, Verona, Piacenza, Modena, Bologna vengono contro i Bresciani, e assediano i castelli di Telgate e Parlasco; ma i Bresciani, capitanati da Biatta di Palazzo, gli affrontano a Rudiano, e li mettono in tal rotta, che rimase al luogo il nome di Malamorte.

I nobili, che aveano in mano il governo di Brescia, istigati dai Milanesi, vollero poco dopo spingere a nuova guerra contro i Bergamaschi; ma il popolo, svogliato di tanti sacrifizj, ritorse le armi contro i nobili, e sanguinosamente li cacciò di città. Essi ricoverarono sul Cremonese, e formarono la società di San Fausto, alla quale i plebei opposero un’altra, detta Bruzella: e quelli si allearono con Cremona, Bergamo, Mantova, questi coi Veronesi, e lungamente agitarono le nimistà. Altre ne mossero il 1199 Parma e Piacenza, disputandosi Borgo Sandonnino: e colla prima campeggiarono Cremona, Reggio, Modena, Bergamo, Pavia; coll’altra i Milanesi, Bresciani, Comaschi, Vercellesi, Novaresi, Astigiani, Alessandrini, finchè l’abate di Lucedio non riuscì a metter pace. Nel 1225 Genova trovavasi impegnata in guerra contro gli Alessandrini, collegati questi con Vercelli, Alba, Tortona; con lei Asti, il conte Tommaso di Savoja, le due Riviere, i conti di Ventimiglia, i marchesi del Carretto, di Ceva, di Cravezana, del Bosco, tutti i castellani del Garessio e val di Tanaro, ed altri baroni e capitani.

Nel 1208 il marchese Azzo d’Este coi Ferraresi del suo partito e col Comune di Ferrara[268] combinava lega coi Cremonesi, obbligandosi a guardare, salvare, difendere, in tutta la terra e l’acqua del vescovado e del distretto loro nell’andare, stare e tornare, tutti gli uomini di Cremona nella persona e negli averi; soccorrerli a mantenere o recuperare la loro terra contro qualsifosse gente o persona, e nominatamente Crema e l’isola Fulcheria e le terre di qua dall’Adda; ogni anno andranno al servizio di Cremona col carroccio[269] e coi loro cavalieri e fanti; e due volte l’anno con tutti i soldati e arcieri della città e del vescovado staranno in servizio loro a spese e danni proprj per quindici giorni; nè partiranno senza licenza de’ rettori di Cremona, data in parlamento o nel consiglio di credenza. Passati quei giorni, se i Cremonesi vogliono rifare i danni e le spese, dovranno quelli rimanere quindici altri dì, ove ne siano richiesti. Altrettanti opreranno qualvolta siano richiesti dai rettori o dai consoli o per lettere sigillate del comune di Cremona; e quindici dì dopo l’avviso movendo col carroccio e altre forze, al più presto si metteranno nell’esercito di Cremona, e a tutti i nemici di questa vieteranno il passo, i soccorsi e ogni negozio sulle lor terre. Se mentre essi campeggiano in servizio di Cremona prendono alcuni dei nemici di questa, li daranno a quel Comune fra otto giorni, salvo il cambio se sia stato preso alcuno dei loro. Ogni anno il podestà o console delle città prelodate giurerà questi accordi, e si farà ogni quinquennio giurare da tutti i cittadini di sopra dei quindici anni e di sotto dei settanta.

Le gare talvolta componeansi a giudizio d’amici o di arbitri; come le differenze tra città e vassalli o Comuni si compromettevano ne’ consoli di giustizia o nei savj. Quando poi l’ire infierivano peggio, nè altro riparo trovavasi, soccorreva quello che in essi tempi era universale, la religione, che tra le baruffe private, tra le file dei combattenti inviava l’inerme sua milizia, a sospendere le izze fraterne in nome del Signore. Ma poichè ognuno era persuaso che chi non otteneva supremazia rimarrebbe all’ultima oppressione, le discordie ben presto divampavano: talvolta, nel mentre stesso che giuravasi la pace, un’occhiata dispettosa, un motto frizzante, un gesto mal interpretato, facea di nuovo sguainar le spade.