Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)
Part 18
Non poteva darsi che le città libere gran tempo tollerassero attorno a sè borghi servilmente sottoposti a feudatarj privilegiati d’assoluta giurisdizione, conservatori degli abusi detestati. Se a Costanza avean acquistato il diritto di far guerra alle città lontane, tanto più ai castelli vicini: onde coglievano le occasioni di portarvi la più legittima delle guerre, quella che propaga e francheggia i diritti dell’uomo. Talora scendeasi a patti, e la campagna restava emancipata dalle parziali servitù. Asti mosse contro ai duchi di Monferrato, Chieri agli arcivescovi di Torino: quei di Borgo Sansepolcro intimarono ai tanti castellani di val Tiberina di lasciare le rôcche, chi non volle costrinsero, e diroccato il castello di Mansciano, ne portarono via le pietre, di cui edificarono i proprj baluardi, e una campana che posero sulla torre di Berta[253]. Gli abitanti di Vico, Vasco, Breo, Carassone, guasti dalle male intelligenze coi Lombardi e coll’imperatore, si proposero una reciproca unione, della quale fu frutto la terra di Mondovì. I Pavesi respinsero il conte rurale, che si rifuggì a Lumello; ma quivi pure incalzato, ebbe a smettere la sua giurisdizione, e rendersi cittadino e suddito della sua città[254].
I consoli di Biandrate appajono già in una carta del 5 febbrajo 1093, dove quei conti ai militi abitanti le loro terre danno una specie di costituzione, e «delle discordie e concordie attenderanno quel che decidano i dodici consoli eletti; i quali giurano giudicare le liti insorte come meglio sapranno giovare al Comune, salva la fedeltà ai signori». A Guido di Biandrate, che tanto di lui ben meritò, Federico Barbarossa concedeva ampio privilegio, togliendolo in protezione, confermandogli i beni e onori che aveva avuto da’ suoi antecessori, stabilendo non deva esser chiesto in giudizio se non davanti all’imperatore; per tutto il vescovado di Novara gli conferma la capitananza (_conductum_), e che niuna battaglia si faccia se non lui presente; gli uomini di quel contado abbiano egual diritto di vendere e comprare in tutto il vescovado di Novara, Vercelli, Ivrea, quanto i mercanti d’essa città. Poi il conte di Biandrate nel 1170 fece concordia coi Vercellesi, cedendo il suo castello di Montegrande, i cui abitanti siano ricevuti pacificamente a Vercelli, senza ch’egli però perda la fedeltà d’essi castellani; cede pure quanto ha in Candelo, Arborio, Albano e di qua dalla Sesia; due volte l’anno farà per essi campo, e sarà in oste con trecento uomini; abiterà in Vercelli, e farà giurare a quaranta suoi militi di comprarvi case; darà della sua cassa diecimila lire pavesi; farà dare il fodro da essi militi agli uomini di Vercelli, come sogliono gli altri concittadini; farà fine e pace di tutti i danni recati a sè e alla casa sua; non porterà guerra senza il consiglio de’ consoli maggiori e dei consoli di Santo Stefano e di tutta la credenza; non alzerà castello dalla valle della Sesia e da Romagnano in giù, nè vi farà conquista di castello o torre o corte. Erano quei di Biandrate i più potenti signori del contorno di Milano, ma ben presto il loro castello fu assediato e distrutto, e dispersine gli abitanti in quattro villaggi: e Novara facea statuto, che il console giurasse di tener distrutto Biandrate, ogn’anno visitarlo due volte, e se nel ricinto della fossa sorgesse alcuna casa, la demolirebbe fra venti giorni. Altre terre rimaste dovetter quei conti cedere a Novara nel 1247 per ottomila lire, con cui comprare una casa e terreni nel distretto. I conti infestavano tuttavia la val di Sesia, volendo contaminar tutte le fanciulle: sinchè i paesani indignati li scannano tutti, sol una fanciulla serbando, alla quale infliggono gli oltraggi che le loro aveano sofferto. Altre terre possedeano sull’Astigiano, e avendo nel 1250 rubato del panno a mercanti, la città li punisce privandoli dei villaggi. Su un di questi avventavasi notturno nel 1290 il conte Manuele; ma gli Astigiani invadono le terre di esso, ne devastano i vigneti e le biade, uccidono suo figlio: talchè il conte, per salvare il resto, cede il castello di Porcello alle città, e vende a chi più ne dà i castelli di Montacuto e Santo Stefano.
Patti consimili ma più largamente esplicati si convennero tra i Vercellesi e i marchesi di Monferrato, aggiungendo la promessa di ajutar questi dalla Lega Lombarda, cioè col pregare i collegati e intercedere per essi.
Il Comune di Brescia (se la cronaca di Ardicio è genuina) fin dal 1104 avea lega e società con altri della Lombardia e del Trevisano, giurata nel chiostro di Palazzuolo: dai Martinengo comprava il castello di Orzivecchi, dai conti Lumellini quanto possedeano nella diocesi a titolo feudale, dai conti Calepio i castelli di Sárnico, Merlo, Calepio, obbligandoli ad impiegare il prezzo in acquistare allodj nel Bresciano; riceveva in protezione gli abati di Leno e Sant’Eufemia; distruggeva il forte di Montechiaro e quel di Gavardo cacciandone il presidio; così smantellò Asola ch’era dei conti di Casalalto, e il forte di Monterotondo. Un consiglio del 1203 stabilisce che gli abitanti di ville e castelli comprati da nobili non addetti al Comune devano prestar giuramento alla repubblica. Ne’ cui statuti è prescritto, chi vuol diventare cittadino, fabbrichi una casa nella città, e rimangavi sempre, eccetto un mese di primavera, uno d’autunno; privati non possano eriger forti in Pontevico, Palazzuolo, Mura, Quinzano, Caneto, Gavardo, Iseo; e tutti i curati e dignitarj ecclesiastici siano bresciani[255].
I conti di Treviso si piantarono ne’ loro possessi sul Piave, ma senza nimicarsi colla città, nella quale sostennero molti uffizj comunali, e conservarono anche il titolo, che poi mutarono in quel di Collalto. Di Treviso stessa presero la cittadinanza nel 1183 Vecello e Gabriele da Camino, e nel 1190 Matteo vescovo di Céneda, pattuendo che quel Comune esercitasse la giurisdizione nella sua diocesi. Bertoldo patriarca d’Aquileja nel 1220 si ridusse cittadino di Padova, e in segno vi fabbricò palazzo, si sottopose ai dazj e alle taglie, e mandava ogn’anno dodici cavalieri a giurare obbedienza al nuovo podestà: lo che imitò pure il vescovo di Feltre e Belluno[256]. Padova stessa obbligò i marchesi d’Este a venir cittadini, ed immurare le porte della loro rôcca. Parma sottomette Salsomaggiore, obbligandolo a pagare dieci soldi ogni san Martino(1138), e Uberto Pelavicino che le fa omaggio di San Donnino (1140): Piacenza sottomette Caverzago, Collagura, Specchio, Fabricà; nel 1138 compra metà del castello di Montalbo, metà nel 48; sottopone la valle e il borgo di Taro; Moruello Malaspina nel 1194 prende la cittadinanza di Piacenza, mentre altri di quella famiglia si accomandavano a Lucca. I Córvoli del Frignano nel 1156 affidaronsi con Modena a questi patti: ajutare la città contro chicchefosse, eccetto il duca Guelfo d’Este e suoi ligi e vassalli; dimorare in città colle lor donne ogni anno un mese in tempo di pace, due in tempo di guerra; lasciare ai cittadini traversar liberamente le loro terre, nè tenere mai chiusi i castelli a’ magistrati della città; obbligare i loro villani a pagare sei denari lucchesi per ogni par di bovi, eccetto i castellani, valletti e gastaldi. Modena obbligavasi di rimpatto a investirli di certi beni e castelli ch’essi doveano conquistare, ajutarli a rivendicare certe ragioni da altri nobili, e proteggerli contro i nemici[257]. Faenza demolisce Selvamaggiore (1098), combatte i conti di Cunio (1115), demolisce la Pergola (1135); distrugge Solarido (1138) diviso fra le due lottanti famiglie de’ Silingardi e de’ Guglielmi, sbrattando così la via di San Giuliano; nel 1144 assalta Castelleone; nel 1149 Cunio, Donigaglia, Bagnacavallo, che pretendeano un censo da’ Faentani che vi tenesser banchi. Il conte dovette cercar pace mettendo casa in Faenza, lasciando mettere in Cunio guarnigione faentina, e ritraendosi dalla politica: ma ben presto, sotto titolo che abbia mancato ai patti, è assalito e distrutto il castello. Poi vien la volta di Lacerata, di Modigliana, di Bagnacavallo.
Terracina ai Frangipani, già signori della città, poi ritiratisi a Circello e Traversa, vieta di accostarsi oltre la chiesa di S. Nicola fuor le mura, fuorchè per affari e senz’armi nè seguito. Benevento sfascia Apice, Terroggia, Sableta, ove Roberto Sclavo ora imprigionava i passeggeri, or li spogliava od uccideva, come faceano pure i signori di Frassineta, per ciò spodestati.
I Bolognesi avevano preso i castelli di Corbara, Sassatello, Monteveglio, Monte Cadumo, Ibora, Dozza, Fagnano, e avuti a soggezione i signori Cetolani, Savignanesi, di Oliveto, Moreto, Caneto[258]. Egual movimento ci si mostrerà in Toscana.
Casse in tal guisa le giurisdizioni feudali, le tenute appartenevano tutte a cittadini, ed erano coltivate da pigionanti e mezzajuoli, trasformandosi il sistema tedesco dei possessi, e ai servi sottentrando liberi coltivatori.
Liberi, ma non per questo erano considerati come popolo, cioè donati della piena cittadinanza; e l’infima gente e gli operaj non restavano rappresentati nel Governo, non votavano le imposizioni che essi medesimi pagavano, o la conversione di esse. Ma in ogni rivoluzione, al primo passo che consiste nel liberarsi, suole tener dietro l’altro, ove la classe liberatrice vien giudicata tiranna o insufficiente, e una più bassa pretende prima eguagliarla, poi soverchiarla. Alla rivoluzione che affrancò i Comuni aveano data principal opera i nobili e i meglio stanti, che in conseguenza diedero i consoli e i magistrati; gloria particolare di molte prosapie nostre, di derivare la loro nobiltà dai liberatori della patria.
Ben presto i plebei pretesero parte al governo, e questa seconda êra delle repubbliche valse un secolo intero di agitazioni, ora costituzionali, ora violente. Dentro le città cominciarono dunque a contendere nobili e borghesi, quelli volendo ricuperare l’autorità che un tempo aveano posseduta, questi pretendendo in prima parteciparvi equamente, poi arrogarla a sè soli. La quale contesa non è altro se non quella che tuttodì si agita nei paesi costituzionali, cioè se a’ soli proprietarj devasi concedere pienezza di diritti: stantechè non al sangue si faceva mente, ma ai possessi; nobile era chi avesse.
I grossi nobili o casatici, discendenti dagli antichi conti e marchesi e capitanei, tradizionalmente poderosi, e sostenuti dagl’imperatori, s’erano abituati al comando sui loro feudi; ed anche giurandosi cittadini, conservavano i possedimenti e le rôcche, dalle quali sì spesso erano invitati alle magistrature urbane. Alla plebe, attenta alle arti e ai traffici, non era possibile esercitarsi nell’armi, che al contrario formavano l’occupazione e il sollazzo dei nobili; onde a questi bisognava ricorrere ne’ casi di guerra, massime per la cavalleria. Anche dopo svestite le armi, al comandare erano predisposti dal patronato che esercitavano sopra gli antichi loro servi e gli attuali clienti; dall’inclinazione a riverire nei figliuoli le doti e i meriti de’ padri; dal trovarsi fra sè legati per parentele o per ispirito di corpo; dall’avere sì larghi possessi che poteano a loro voglia affamare la città. Chiamati podestà o capitanei in paesi forestieri, contraevano l’abitudine dal maggioreggiare, che tanto facile s’acquista quanto difficilmente si smette; e anche nel proprio Comune ottenevano onoranze sì per le cariche sostenute, sì pel fregio della cavalleria. In qualche città soli nobili aveano gli impieghi, come sembra fosse in Bergamo, ove non appajono contese fra nobili e plebei, ma de’ nobili fra loro.
Altre volte questi, impediti di prepotere legalmente, volgeansi all’infima classe, esclusa dal governo e tributaria della città; la blandivano perchè più docile, e perchè non aveva nè diritti da opporre ai loro, nè ricchezze per egualiarli; e se le facevano sostegno ne’ tribunali, o nei richiami contro l’oppressione: di che sorgevano due fazioni, la nobiltà unita ai plebei, e i borghesi indipendenti da quella. Si contrariavano esse ne’ partiti, nelle elezioni, nei piati, e spesso il litigio incalorivasi fino a venire alle mani. Vincevano i nobili? eccoli padroni delle cariche, arbitri delle leggi, e decretare quanto meglio torna al loro ordine; applauditi dalla ciurma, che al solito astiava i cittadini grassi. Soccombevano? ritiravansi nelle avite rôcche, aspettando di ritornar necessarj per essere ridomandati, o, data occasione, rientrare a forza. Come avviene dei conflitti in città, la plebe per lo più restava vincitrice; e inetta a governarsi, e facile ad essere raggirata dagli scaltri, s’appoggiava ad un signore territoriale, concedendogli poteri illimitati, quali deve averli chi rappresenta il popolo, e così spianando la via alle tirannidi. Quei medesimi baroni che aveano giurato il Comune, oltre esercitare nelle città il potere o l’ingerenza che deriva dall’antica abitudine del comando, dalla ricchezza e dalla pratica delle armi, negli accordi eransi riservati certi diritti di guerra e di alleanza, e prerogative.
Per quel carattere personale che aveano tutti gli obblighi nel sistema feudale, a simili accordi poteasi rinunziare ad arbitrio; e poichè talvolta il nobile era cittadino di due Comuni, cercava appoggio dall’altro qualora coll’uno cozzasse: fomento a fraterni dissidj. Difficilmente poi rinunziavano al diritto preziosamente mantenuto delle guerre private, e dentro le città stesse moveansi battaglie tra loro; perciò munivano i palazzi a guisa di fortezze, con ponti levatoj e torri e catene per le vie. Trentadue torri coronavano o minacciavano Ferrara, cento Pavia, poco meno Cremona e Bologna: diecimila a Pisa, dice Beniamino da Tudela, e «creda chi vuole» esclama il Muratori; a Firenze l’architettura massiccia, coll’enormi bugne, le anguste finestre, le molte torri, e le porte ferrate, attesta ancora quello stato di guerra da vicino a vicino. Lo statuto di Genova proibiva di lanciare projetti dalle torri, neppure in occasione di combattimento: se ne seguisse omicidio, la torre veniva demolita; se no, multa di venti lire; e se il padrone non potesse pagarla, distruggevansi due solaj d’essa torre. Talvolta una città era divisa tra più signori, e per esempio in Mantova i Bonaccossi e i Grossolani erano capi-parte nel quartiere di Santo Stefano, gli Arlotti e i Poltroni in quello di Cittavecchia, i Riva e i Casaloldi in quel di San Jacopo, i Zanecalli e i Gaffari in quel di San Leonardo. Bisognava dunque munire un quartiere contro l’altro, serragliare i ponti, sorvegliare le strade.
Nelle città più floride per commercio, i mercanti vollero partecipare alla sovranità d’una patria, al cui prosperamento sentivano aver tanto contribuito. E fin qui chiedeano il giusto; ma l’irritamento prodotto dal contrasto e la baldanza del successo li spinsero a volere esclusi quelli, cui da principio non avevano che domandato di compartecipare. Firenze rimosse dalla Signoria chi non fosse matricolato in un’arte; i nove signori di Siena e gli anziani di Pistoja dovean essere mercanti o della classe mezzana; altrettanto in Arezzo; di maniera che per infamia notavansi tra’ nobili chi mal meritasse del Comune. Modena pure ebbe un registro sì fatto, e l’imitarono alcun tempo Bologna, Padova, Brescia, Genova ed altre città libere sullo scorcio del xiii secolo. Anzi a Pisa i nobili erano esclusi dal far testimonianza contro un plebeo; pena la testa se uscissero di casa con arme o senza quando si faceva rumore; e bastava la voce popolare per condannarli[259]. Il cencinquantesimo del libro I degli statuti di Roma prescrive che un barone o una baronessa, i quali abbiano una lite civile o criminale con un popolano, non possano entrare in palazzo, ma solo i loro avvocati e procuratori; e se il popolano comprometter voglia la lite in due popolani, essi baroni sieno costretti starvi: nè tampoco il giudice della causa possa mai parlare con essi barone e baronessa.
A Lucca soli i cittadini abitanti in città costituivano propriamente la repubblica; gli altri chiamavansi _foretanei_ se oriundi lucchesi, e _foresi_ se avveniticci, e non partecipavano ai privilegi urbani. I cittadini poi divideansi in potenti o casatici, e popolari. I casatici non solo erano esclusi dal governo e dalle società delle armi del popolo, come i cavalieri e cattanei, ma non si ammettevano a testimoniare contro popolani; mentre questi non erano puniti di calunnia se non potessero provare la incolpazione data ad un patrizio[260]. Era insomma un ricolpo de’ mercadanti contro l’aristocrazia, della ricchezza industre contro la territoriale. I commercianti e i possessori apparecchiavano governi a tutto vantaggio della propria classe e a danno dell’altra, senza riguardo al grosso della popolazione, che però acquistando di forza, sorgeva colle sue pretensioni, ed aumentava quel bollimento universale.
Noi non teniamo vera repubblica se non il governo di tutti per vantaggio di tutti: l’antagonismo conduce necessariamente a rotture, e queste riescono a rivoluzioni o di governo o di piazza; ma come evitarle sinchè stanno a fronte due razze non ancora fuse, i conquistatori e i conquistati? I nobili si agitavano e combattevano perchè n’aveano i mezzi; atteso il gran numero di parenti, avvolgeano ne’ loro litigi lo Stato intero; e perciò diceasi che i nobili erano la ruina del paese. Pure in essi si suppongono educazione più accurata, sentimenti meno interessati, spirito di famiglia conservato: vi occorrono maggiori esempj di fermezza, come a Sparta, a Roma, a Venezia, attesochè, non conoscendo superiore che Dio, elevano gli spiriti sovra il resto della nazione, e di grandi cose li fa capaci l’emulazione de’ loro pari. Ma facilmente trascendono in oligarchia, non soltanto insuperbendo della propria indipendenza, ma minacciando l’altrui; e per restare tirannetti ne’ castelli, piaggiano i regnanti, despoti e schiavi al tempo stesso.
D’altro lato è agevole e comune il lanciare un motto di sprezzo sui governi di mercanti: ma oseremo noi farlo quando vediamo Firenze durare sì lunghi e magnanimi sforzi, elevarsi a splendidissima civiltà, ed ultima conservare sua franchezza in Italia? Certo, la esclusione dei nobili sottraeva forze utilissime alle repubbliche italiane; il Governo decretava parzialissimo; i popolani grassi e la gente nuova trascorsero a fasto e prepotenza quanto i nobili, senz’essere sostenuti come questi dal lustro de’ padri, che pur lusinga le plebi. Le quali se veneravano nel signor d’oggi la memoria del magistrato e del capitano antico, mal si rassegnavano all’aristocrazia mercantile, sia perchè più speculatrice e men generosa, sia perchè duole il veder coloro che soleansi riverire conculcati da altri, cui unico merito erano i sùbiti guadagni. Adunque sprezzati dalle famiglie, sgraditi alla plebe, minacciati da superiori e da inferiori, dovettero i mercanti reggersi anch’essi con modi arbitrarj ed assoluti.
Non che dunque la gara fra nobili e plebei fosse misero parto della libertà, nasceva dal non essersi, al tempo della rivoluzione, ottenuta intiera la franchezza e lasciate accanto ai liberi Comuni la campagna servile, le giurisdizioni feudali, e dappertutto la sciagurata ingerenza degl’imperatori. In grazia della quale le contese cittadine furono inacerbite dalla divisione di Guelfi e Ghibellini.
Questi nomi, nati in Germania (pag. 89), furono troppo presto adottati dall’Italia per designare due partiti, in lei da secoli contrariantisi; li conservò quando più non s’udivano negli altri paesi, e per essi straziò le proprie viscere anche quando già era fatta cadavere. «Quelli che si chiamavano Guelfi, amavano lo stato della Chiesa e del papa; quelli che si chiamavano Ghibellini, amavano lo stato dell’Imperio e favorivano l’imperatore e suoi seguaci» (VILLANI). Ne’ primi prevaleva il desiderio di vendicarsi della dinastia sveva, e sviluppare da ogni legame forestiero la libertà dei Comuni: i Ghibellini credeano che il conservarsi ciascun paese in libertà, senza dipendere da un poter superiore, recherebbe inevitabilmente a discordie, per le quali gli Italiani si logorerebbero colle proprie forze. Gli uni dunque aspiravano come a supremo bene alla indipendenza dell’Italia, e che potesse ordinare i proprj Governi senza influsso forestiero: gli altri vagheggiavano l’unità del potere, come unico modo di fare l’Italia concorde entro e rispettata fuori, dovesse pure sminuirsene la libertà fortuneggiante.
Erano dunque due partiti generosi e con aspetto entrambi di equità; e solo que’ liberalastri che nel passato rivangano ragioni di oltraggiare i presenti, possono sentenziare infamia o apoteosi all’uno o all’altro. I due partiti riconoscono un principio superiore a tutte le rivoluzioni, la distinzione del potere temporale dall’ecclesiastico, dello spirito dal comando, della fede dal diritto, della coscienza dell’individuo dal vigore della società, dell’unità umana dall’unità civile. Il prevalere d’ognuna di queste tesi porta necessariamente l’antitesi dell’altra; se la Chiesa si fa democratica col popolo, l’impero si fa democratico colla plebe; se i Guelfi stabiliscono l’eguaglianza, i Ghibellini vogliono tutelarla colla legge; se prevale l’idea della libertà individuale, rendesi necessario frenarla colla potenza sociale. Il sapere con qual dei due stesse la miglior ragione è viepiù difficile a chi non sappia trasferirsi in quell’età e valutarne le condizioni e gli avvicendati mutamenti; giacchè può ben disputarsi se le fasce convengano o no al bambino, ma traviserebbe la quistione chi rispondesse che all’uomo adulto non stanno bene. Quelli che non apprezzano la libertà se non politica, e questa negativa, oppositrice, non sanno credere che il papato rapresentasse per tutto il medio evo la parte più franca ed avanzata, unico oppositore alle prepotenze, unica voce del popolo contro i guerrieri, del pensiero contro le lancie.