Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)
Part 17
Il doge e i baroni latini, che poc’anzi si svelenivano contro i due imperatori, or giurano vendicare que’ loro creati, e assaltano Murzuflo. Costui non mancava del valore che dee avere un capopopolo, e colla spada e la mazza ferrata scorreva, rattizzando col proprio il coraggio de’ Greci; tentò di nuovo incendiare e sorprendere i Latini; ma quando cadde in man di questi lo stendardo di Maria Vergine, i Greci si credettero abbandonati dalla loro tutrice, e si chiusero nella capitale. Quivi giorno e notte centomila uomini lavoravano ad allestire difese, e i Crociati sentivano la difficoltà di espugnare una piazza sì mirabilmente situata. Pure raccolti a parlamento, deliberarono: — Non cesseremo finchè non sia deposto Murzuflo; gli sostituiremo un imperatore latino, che possieda un quarto delle conquiste; il resto sarà diviso fra Veneziani e Franchi, e determinati i diritti feudali degli imperatori, dei sudditi, de’ grandi e de’ piccoli vassalli».
Mossi poi all’assalto dalla banda di mare, superano le bastite, Murzuflo fugge, e Costantinopoli è presa un’altra volta. Chi sarìa bastato a tenere a freno quella moltitudine, lieta d’aver conseguito una preda sì lungamente appetita? Non onestà, non santità di chiese o di tombe fu rispettata: una meretrice assidevasi sulla cattedra di Santa Sofia; muli straccarichi di spoglie, feriti insanguinavano gli altari; v’era intanto chi vestiva gli strascicanti abiti de’ Greci, e bardava i cavalli coi berretti di tela e coi cordoni di seta degli Orientali; e scorrevano le vie, in luogo di spade brandendo calamaj e carta per beffare la imbelle dottrina de’ Greci, ed esclamavano: — Da che mondo è mondo, mai non fu visto più pingue bottino».
Le spoglie, che doveano mettersi in comune (e furono appiccati molti che ne distrassero), sommarono a cinquecentomila marchi d’argento (24 milioni), dopo due incendj, dopo il molto trafugare, dopo messo in disparte un quarto pel futuro imperatore, e compensati i Veneziani del noleggio; ond’è poco il valutarle cinquanta milioni: e se si fosse ceduta la preda ai Veneziani, com’essi proponeano, ne avrebbero ricavato di più e con minori sevizie. Il bottino fu distribuito in tal proporzione, che un cavaliere toccasse quanto due uomini a cavallo, uno a cavallo quanto due fanti. I monumenti, onde Costantino e i successori avevano arricchita la città, andarono guasti o predati[244]; non men che l’oro e i tappeti, avidamente erano rubate le reliquie, con frodi e violenze e fin sangue; e il mondo se n’empì. Dopo di che i Crociati celebrarono divotamente la Pasqua.
A sei elettori veneziani e altrettanti ecclesiastici francesi fu affidata la scelta d’un imperatore. Candidati Enrico Dandolo, il marchese di Monferrato e Baldovino di Fiandra: il Dandolo alla signoria d’una città vinta preferì rimaner capo della gloriosa conquistatrice, come nessun antico Romano avrebbe voluto cessare d’esser cittadino per divenir re di Cartagine. D’altra parte i Veneziani s’adombrerebbero del vedere il loro doge a capo del grande Impero: chi gli assicurava che la cosa non passerebbe in esempio? e non potrebbe la loro patria diventare colonia all’Impero? Perciò il Dandolo ricusò la corona; e la gelosia de’ Veneziani per l’ingrandimento del signore del Monferrato li fece favorire Baldovino, che fu acclamato. Feste all’occidentale e cantici latini nelle chiese celebrarono il nuovo imperatore, cui il legato pontifizio indossò la porpora, e, secondo il costume, gli fu offerto un vaso pieno d’ossa e polvere, e dato fuoco ad un fiocco di bambage, per rammentare come passa la gloria del mondo.
Questo colpo, che già avea dato per lo desiderio ai primi Crociati, era un trionfo del papato, sebbene fatto contro sua voglia. Baldovino assunse il titolo di cavaliere della santa Sede; ad Innocenzo III annunziava essere stata sottomessa una nuova gente al pontefice, e l’invitava venisse a godere di quella vittoria; il marchese di Monferrato protestavasi disposto a tornare o morir colà, secondo i cenni del papa; il doge implorò d’essere assolto di quella conquista, a scusa adducendo l’essere Costantinopoli scala necessaria per Gerusalemme. Innocenzo, amante d’una politica netta ed evidente, volea la guerra contro l’islam, non già che a redimere l’Oriente si cominciasse coll’impadronirsene; onde, non valutando il vantaggio della santa Sede, li rimproverava d’aver preferito le utilità terrene alle celesti; della licenza militare e delle violate cose sacre chiedessero a Dio perdonanza, e la meritassero collo adempiere al voto di liberar Terrasanta: nella quale fiducia ribenedisse gl’interdetti, congratulatosi coi vescovi del castigo toccato all’ostinazione dei Greci, e invitava altri a partecipare alle glorie ed alle nuove fatiche.
Secondo il convenuto, Baldovino ebbe un quarto dell’impero greco, Venezia tre degli otto quartieri della città, e un quarto e mezzo dell’impero, cioè la più parte del Peloponneso, le isole dell’Arcipelago, Egina, Corcira, la costa orientale dell’Adriatico, quella della Propontide e del Ponto Eusino, le rive dell’Ebro e del Varda, le terre marittime della Tessaglia, e le città di Cipsede, Didimotica, Adrianopoli, insomma sette in ottomila leghe quadrate di dominio con sette in otto milioni di sudditi e una catena di banchi lungo la marina da Ragusi fino al mar Nero. I Franchi sortirono la Bitinia, la Tracia, la Tessalonica, la Grecia dalle Termopile al Sunnio, e le maggiori isole dell’Arcipelago: i paesi di là dal Bosforo e Candia furono attribuiti al marchese di Monferrato, il quale poi fu coronato re di Tessaglia, e assediata Napoli di Malvasìa e Corinto tenute ancora dall’usurpatore Alessio, prese questo colla famiglia e il mandò per Genova nel Monferrato, ma poi combattendo gl’infedeli perdè la vita. Anche le chiese di Costantinopoli furono ripartite fra Veneziani e Francesi, ed assunto a patriarca Tommaso Morosini. Splendidissima vittoria, ma poco sicura.
Concitate le fantasie da questi rapidi acquisti, già i baroni figuravansi regni e ducati sulle rive dell’Oronte e dell Eufrate, mentre altri convertivano il bottino in comperare feudi nell’impero conquistato e non ancora ben soggetto. Tornarono da Palestina quei che vi si erano affrettati; accorsero nuovi Crociati dall’Occidente[245]; accorsero Templari e Spedalieri, dove erano imprese facili e lucrose: talchè in ogni parte formavansi Stati nuovi, pel diritto della spada.
Come i Longobardi s’erano dato un codice per soli essi vincitori, così i Latini promulgarono le Assise di Gerusalemme nel nuovo impero, che come quelli si erano diviso, e che governarono a foggia dei feudi di Europa. Venezia, per nulla smaniosa di conquiste cui dovea piuttosto difendere che usufruttare, le abbandonò la più parte a’ suoi nobili, concedendo che ciascuno potesse armare e sottomettere le isole greche e le città delle coste, riconoscendole come semplice feudo perpetuo della repubblica. E i Sanuto fondarono il ducato di Nasso, che abbracciava anche le isole di Paro, Melo, Santorino; i Navagero ebbero il granducato di Lemno; i Michiel il principato di Ceo; quello d’Andros i Dandolo; i Ghisi quel di Teone, Micone e Soiros; altri le signorie di Metelino e Lesbo, di Focea, di Enos, le contee di Zante, di Corfù, Cefalonia, il ducato di Durazzo; poi i Vicari fondarono quel di Gallipoli nel chersoneso Tracio. Anche a stranieri furono concessi feudi; come a Michele Comneno il paese fra Durazzo e Lepanto, a Robano delle Carceri Negroponte, Adrianopoli a Teodoro Brana.
Tutti que’ signori prestavano giuramento, tributo e sussidio in guerra: ne’ loro paesi era privilegiato ai Veneziani il far traffico; e i Veneziani che vi dimorassero, restavano indipendenti e con governo proprio: a Costantinopoli sedeva un balio. Per tal modo Venezia assicuravasi una dominazione scarca di cure, facile a conservare mediante le flotte. Fu anche messo al partito se tornasse meglio trasferire a Costantinopoli la sede della repubblica; e due soli voti fecero prevalere il no[246].
Il marchese Bonifazio vedendo non poter conservare Candia, la vendette ai Veneziani coi crediti verso Alessio per mille marchi d’argento, e per tanto territorio nella Macedonia occidentale che rendesse mille fiorini di oro[247]. Candia era più importante al traffico che non Costantinopoli, e dovette esser regolata con maggiori cure. Gli abitanti erano gente incostante e perfida; il che forse non esprimeva se non repugnante al dominio forestiero. Essendo troppo vasta per concedersi a un solo, vi fu introdotta una colonia, come più opportuna a tenere in soggezione i vinti. Difficilmente però si trovava chi volesse rinunziare alla patria, per quanto gli si offrissero ricchezze, dignità, potere; onde da’ sei sestieri della città si scelsero cinquecentoquaranta famiglie, a cui capo fu posto un duca biennale che rappresentava il doge, eletto dal maggior consiglio di Venezia, assistito da due consiglieri superiori, e sotto di lui i magistrati come a Venezia: e colle opere obbligate dei servi si edificò e munì la città di Canea.
La giurisdizione d’essa città e del distretto spettava al capitano e consigliere della repubblica eletto a Venezia: del Comune veneto erano gli Ebrei, il porto, l’arsenale, le porte. Il paese fu distribuito in trentadue feudi di cavalieri e centotto di sergenti: ogni cavaliere era obbligato aver buona armadura, e condurvi da Venezia e tenere due cavalli, uno del valore almeno di lire ottanta venete, ed uno di cinquanta, e dell’età di tre anni; poi fra un mese e mezzo comprarne un altro di lire venticinque; inoltre avere un sergente con bel cavallo armato a ferro, e tre scudieri pure con corazza e ogni arma di cavalleria; e due balestre di corno, con due scudieri almeno che sappiano trarle, latini, fra i venti e i quarant’anni. I sergenti che hanno mezza cavalleria, conducano da Venezia un cavallo di lire cinquanta almeno, e due scudieri; poi fra un mese e mezzo procaccino un altro cavallo di lire venticinque, e siano ben in arme. Le cavallerie non potranno impegnarsi o staggirsi per debito, e lo stipendio di settecento lire deve convertirsi anzitutto nell’acquisto d’essa terra. Del resto ajutino in ogni modo i rettori dell’isola, e in essa il Comune di Venezia[248]. Ai nobili del paese si ebbero riguardi, e si diede partecipazione al governo; e il gran consiglio, composto d’indigeni, eleggeva i magistrati minori. I Musulmani furono sofferti, ma in istato di servitù.
Così trentamila vigorosi, avidi di bottino e di preda, erano prevalsi facilmente a milioni di Greci, fradici nel lusso, nelle abitudini depravate, nella vanità delle frivole cose. Ma la conquista, fatta senza senno, essiccava le fonti della prosperità, sin a difettare del vivere; il sistema feudale toglieva l’accordo in guerra ed il buon ordine in pace; alcune città governavansi metà con leggi feudali, metà colle venete e colle ecclesiastiche; poi la mollezza di quel clima non tardò a sdulcinare i soldati, e lo spregio reciproco impedì si fondessero vincitori e vinti. Baldovino dopo due anni periva prigioniero dei Bulgari: anche Enrico Dandolo era morto a Costantinopoli dopo vista la rapida decadenza dell’impero latino. Venezia ne trasse più danno che vantaggio, poichè troppa gente si sviò dalla navigazione e dal commercio per buttarsi alle imprese cavalleresche e a conquiste che non doveano durare; e quel che peggio, coll’abbattere Costantinopoli rompeva la sua barriera più salda contro i Musulmani, che doveano divenirle formidabili vicini.
CAPITOLO LXXXVIII.
Ottone IV. Sviluppo delle Repubbliche, e secondo loro stadio. Nobili e plebei in lotta. Guelfi e Ghibellini.
In quell’innesto della teocrazia col feudalismo l’imperatore, detto perciò romano, non si teneva per tale sinchè non fosse coronato dal papa, quale rappresentante di Dio _per cui solo regnano i re_; e l’imperatore gloriavasi del titolo di avvocato e difensore della Chiesa. Primato sovra gli altri re gli attribuiva l’opinione, favorita dai leggisti, i quali nella dieta di Roncaglia udimmo sentenziare, secondo i codici di Teodosio e Giustiniano, lui essere la legge vigente; e il cancelliere del Barbarossa chiamava _reges provinciales_ gli altri potentati. Ma nel fatto, oltre che i re operavano indipendenti, il sistema feudale da un lato, dall’altro l’incremento delle repubbliche attenuava di giorno in giorno la potenza degl’imperatori. Perfino nella Germania il regnante procacciavasi fautori col largheggiare franchigie, cioè lentare più sempre la dipendenza dei dinasti e delle città, le quali, ora mercè del commercio, ora mediante le leghe, venivano a quella prosperità materiale, che più non tollera l’oppressione politica. Pure le città non poterono colà elevarsi a repubbliche come da noi, perchè vi dimoravano soltanto minuti trafficanti e artieri, mentre i signori si tenevano nei castelli, soli agitando le lotte fra lo scettro e il pastorale, fra Guelfi e Ghibellini: nelle nostre, al contrario, si comprendevano e dotti e signori, avanzi romani e avanzi longobardi e franchi, e i parteggiamenti giunsero fino alle plebi, le quali appresero a discutere i diritti, a combattere per un’opinione, e così a divenir libere.
Il re di Germania, che dominava pure sui regni di Lorena, d’Arles, di Pomerania, veniva eletto dai grandi signori, non esclusi i primarj baroni d’Italia. Però ciascun imperante adoprava l’ingerenza che gli davano il suo grado e la devozione de’ proprj vassalli, onde farsi destinare successore uno della famiglia stessa.
Al re fruttavano i molti beni della corona sparsi per tutta Germania, i pedaggi, i fiumi, le foreste, le miniere, porzione delle multe, e lo spoglio de’ vescovi ed abati defunti: le città doveangli alcune contribuzioni, e così gli Ebrei per ottenere protezione siccome servi della Camera imperiale, e i Lombardi o Caorsini che andavano in giro vendendo spezie e guadagnando d’usure, o, come diciam ora, facendo commercio di banca. Essendo elettiva la corona, non si aggregavano ad essa i possedimenti patrimoniali de’ nuovi re eletti: anzi questi, potendo disporre dei feudi ad essa ricadenti per mancanza d’eredi o di fellonia, ne arricchivano le famiglie proprie, col qual modo salirono tanto alto in prima la Casa sveva, poi le povere dei conti di Luxenburg e d’Habsburg.
All’imperatore spettava il far guerra: ma dovendo i soldati essergli somministrati dai feudatarj, occorrevagli il consenso di questi. Ora le lunghe e malarrivate spedizioni di Federico I in Italia aveano svogliato i signori dallo sciupare forze e denaro per interessi cui erano estranj; sicchè da quell’ora fino a Sigismondo più non fu decretata veruna spedizione generale, per quante minaccie o promesse replicassero gl’imperatori, per quanto paressero richieste dal bene della patria o della cristianità. Agli imperatori dunque nelle loro guerre non rimanevano se non gli uomini dovuti dai loro vassalli particolari, ovvero da paesi a loro direttamente soggetti, come era la Sicilia per gli Svevi, o da principi e città con cui avessero alleanza.
La Germania era povera; sebbene Lubecca, Anversa, Colonia, Ratisbona, Vienna, qualche altra città sul Reno o sul Danubio fiorissero di traffici e industria, e la Fiandra fabbricasse pannilani, il mancare di strade e di prodotti da cambiare ne impediva la prosperità; molto denaro n’era anche portato via dalle crociate. Pure allora il commercio s’andava estendendo; eransi scoperte le miniere d’argento della Sassonia; col che e colle libertà comunali la Germania avrebbe potuto vantaggiarsi del primato fra le nazioni europee, e del predominio che acquistava sopra le genti slave, a domare e incivilir le quali fortunata lei e noi se avesse dirizzato il suo ardore. Sciaguratamente gl’imperatori non si contentarono della cristiana supremazia sull’Italia, e vollero direttamente mestarne gli affari; dove urtatisi colle repubbliche e coi papi, ebbero conflitti, a’ quali già vedemmo soccombere una dinastia, e presto vedremo un’altra.
Morto Enrico VI (1197), i signori di Germania credettero a tempi così momentosi non convenirsi un imperatore fanciullo, com’era Federico Ruggero. Vero è che suo padre gli aveva indotti a prestargli omaggio, ma essi non vi si tenevano obbligati perchè non era ancor battezzato. Filippo di Svevia, figlio del Barbarossa e duca di Toscana, come il più prossimo parente dell’imperatore, erasi preso lo scettro, la spada, la corona, il globo d’oro riempito di polvere, la sacra lancia e il diamante detto smisurato (_der Weile_): fuggendo di qui fra gli strapazzi degli Italiani, che uccisero anche molti del suo seguito, andò in Germania, e brigò tanto, che gli stati di Svevia, Baviera, Sassonia, Franconia e Boemia lo elessero re (1198 — marzo). Ma i Guelfi gli opponevano Ottone di Brunswick, figlio di quell’Enrico il Leone duca di Sassonia e Baviera, che lottato col Barbarossa, n’era stato spossessato, e nipote di Ricardo Cuor di Leone re d’Inghilterra.
Ottone, ardito come questo, gigante della persona, prodigo, soldatesco, risoluto a reprimere le prepotenze, onde i grandi l’intitolarono _Superbo_, e i popoli _Padre della giustizia_, impadronitosi d’Aquisgrana, vi si fece ungere dall’arcivescovo di Colonia; e genti e signori svaginarono le spade per sostenere ciascuno il proprio eletto. Onde risparmiare il sangue civile, fu rimessa la decisione al papa, e questi, esaminatala sotto il triplice aspetto del diritto, della convenienza e dell’utilità, escluse Federico perchè non se ne conosceano l’intelletto e il cuore, e la Scrittura dice: _Guaj alla terra, cui re è un fanciullo_; riprovò Filippo come usurpatore delle giustizie della Chiesa in Toscana[249], e perchè teneva ancora prigioni il vescovo di Salerno e la famiglia reale di Tancredi; lodò Ottone, ma parvegli eletto da troppo scarsi voti. Professavasi dunque imparziale tra una famiglia sempre ostile e l’altra sempre favorevole alla Chiesa, sicchè, scontenti del pari, i due emuli avventaronsi all’armi; sinchè, indotto dai Guelfi, il papa mandò un legato che scomunicasse Filippo e i suoi, e dicesse Ottone legittimo imperatore.
Questi, davanti a tre legati pontifizj (1201 — 8 giugno), prestò un giuramento siffatto: — Io Ottone, per grazia di Dio, prometto e giuro proteggere con ogni mia forza e di buona fede il signore papa Innocenzo, i suoi successori e la Chiesa romana in tutti i dominj loro, feudi e diritti, quali sono definiti dagli atti di molti imperatori, da Lodovico Pio fino a noi; non turbarli in ciò che già hanno acquistato, ajutarli in ciò che lor resta ad acquistare, se il papa me lo ordini quando sarò chiamato alla sede apostolica per la corona. Inoltre presterò il braccio alla Chiesa romana per difendere il regno di Sicilia, mostrando al signore papa Innocenzo obbedienza e onore, come costumarono i pii imperatori cattolici fino a quest’oggi. Quanto all’assicurare i diritti e le consuetudini del popolo e delle Leghe Lombarda e Toscana, m’atterrò ai consigli e alle intenzioni della santa Sede, e così in ciò che concerne la pace col re di Francia. Se la Chiesa romana venisse in guerra per causa mia, le somministrerò denaro secondo i miei mezzi. Il presente giuramento sarà rinnovato a voce e per iscritto quando otterrò la corona imperiale».
I Tedeschi, che vorrebbero vedere sempre l’imperatore sovrapposto al pontefice, e l’Italia sottomessa alla Germania, rinfacciano a Ottone quest’atto, dove in sostanza ciò che il papa esigeva era l’indipendenza della Chiesa e dell’Italia. I principi tedeschi se ne indignarono, e ne scrissero parole risolute ad Innocenzo, il cui favore non toglieva che svenisse il partito di Ottone, considerato scialacquatore della nazionale sovranità. Intanto Filippo di Svevia moriva trucidato (1208), quinto figlio del Barbarossa che finiva in valida età, lasciando sol quattro figlie; nè di quella casa sopravviveva che Federico Ruggero. Allora, dopo dieci anni di contesa fra guerresca e politica, mediante le premure di Roma i suffragi si raccolsero tutti sopra Ottone: anzi, per togliere in avvenire le scissure e insieme le ambizioni di qualc’altra famiglia, fu istituito che nessuno pretendesse alla corona germanica per diritto ereditario; l’elezione fosse devoluta a tre principi ecclesiastici, cioè gli arcivescovi di Magonza, Colonia, Treveri, e tre laici, cioè il palatino del Reno, il duca di Sassonia, il marchese di Brandeburgo; e quando i voti fossero pari, anche il re di Boemia. Da quel punto al popolo non rimase più parte alcuna nelle nomine, e gl’italiani ne restarono affatto esclusi. Ottone avendo sposato Beatrice (1209) figlia dell’ucciso Filippo, rannodò le due case de’ Guelfi e degli Hohenstaufen, e svelse dalla Germania quella gramigna funesta de’ Guelfi e Ghibellini mentre appunto essa pigliava rigoglio in Italia.
Qui, in dodici anni dacchè tedeschi eserciti non apparivano, le Repubbliche aveano preso incremento. Determinate da bisogni individuali, esse non avevano preteso estendere le franchigie su tutto il paese, distruggere ogni orma della sofferta oppressione, piantare l’uguaglianza di tutti in faccia alla legge. Del Comune da principio facevano parte soltanto i capitanei e valvassori e arimanni; poi vi si aggiunsero i borghesi liberi, ceto medio, cresciuto sì per l’arricchimento del commercio, sì per molte case nobili che giurarono la città, sì per quelli che vi rifuggivano dai signori feudali o ecclesiastici. Il resto degli abitanti dipendeva ancora dai nobili o dai visconti vescovili, in qualità di servi o d’uomini ligi, con patti che spesso riducevansi in carta, e che tanto vagliono a manifestare la condizione personale de’ popolani[250].
Gli antichi conti della città eransi ritirati alla campagna, dove conservavano i possessi e le giurisdizioni; sicchè i contadi rurali od erano frazioni d’antico contado cui era stata tolta la città, o porzioni assegnate da un conte ai proprj figliuoli. Quei di Bergamo nel X secolo aveano avuto per quattro generazioni la suprema dignità di conti del regio palazzo, e furono imparentati coi marchesi d’Ivrea e di Toscana: costretti poi ad uscir di città, si indebolirono suddividendosi nei conti Almenno, Martinengo, Camisano, Offenengo ed altri[251]. Sotto il 1222 gli storici annoverano una quantità di castelli donati o ceduti a Bergamo dai possessori, come Morníco, Cologna, Grumello, Solto, Plenico, Cene, Civedate, Telgate, Villadadda, Morengo, Calepio, Sárnico, la Bretta e via; e già prima v’erano stati indotti o costretti i canonici e il vescovo. Milano, che prima limitava la sua giurisdizione a un raggio di tre miglia, sottopose i contadi del Seprio, della Bulgaria, della Martesana, di Parabiago, di Lecco[252]. I conti di Verona si ritirarono a San Bonifazio, donde presero il titolo: quei di Padova, fra i colli Euganei, coi titoli di Baone, Àbano, Maltraverso e altri. E tutti dominarono sulla campagna, rubando, ponendo pedaggi, escludendo, serrandosi attorno a un principale, che intitolavasi vicario imperiale e che aveva una scorta di Tedeschi: del resto avversando i Comuni, ridendo dei consoli e degli statuti, pronti ad affollarsi intorno al piccolo esercito che l’imperatore conducesse in Italia, trasformando in valanga l’impercettibile nucleo degli oltramontani; e continuar battaglie e invasioni anco dopo partito quello.