Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)
Part 16
Innocenzo bramava aggiungervi l’esarcato di Ravenna e i beni della contessa Matilde; ma poichè saldo li difendeva Filippo di Svevia, esso si diede a fomentare gli spiriti liberali de’ Toscani, spiacenti di durare in tirannia mentre i Lombardi s’erano assicurata la libertà. Inanimiti da esso a confederarsi al modo de’ Lombardi per tutelar le franchigie (1199), Firenze, Lucca, Volterra, Prato, Samminiato ed altre giurarono pace e lega, invitandovi tutti gli Stati e i liberi o nobili che vi volessero aderire, affine di vigilare all’osservanza della legge, combattere chiunque facesse guerra ad alcun collegato, rimetter pace se tra questi nascesse dissidio, obbligandosi a stare alla decisione di arbitri. I rettori s’adunerebbero sotto un priore per provvedere al meglio della Lega, la quale prometteva obbedirli: si punirebbero severamente i trasgressori. I consoli o podestà farebbero giurar essa Lega da tutti i loro cittadini; così i vescovi e conti da tutti i loro militi e pedoni, e dai loro figli. Non si riconoscerebbe imperatore, o legato o nunzio d’imperatore o principe, duca o marchese, senza speciale assenso della Chiesa romana. A questa si assisterebbe affinchè recuperasse i beni, purchè non fosse contro qualche membro della Lega. Se il papa e i cardinali non adempissero i loro obblighi verso questa, la Chiesa se ne terrebbe esclusa[241].
Ma Pisa, Pistoja, Poggibonsi mantenevansi coll’Impero, sicchè, scissa la Toscana in due, cominciò a divulgarsi ivi pure la qualificazione di guelfo e ghibellino.
Gente raffinata come vedemmo essere i Siciliani, e che cominciava in sua favella a far intendere i suoni della nuova poesia, considerava per barbari i Tedeschi. Enrico VI, accortosi d’avere preparato cattivo letto al suo fanciullo Federico, morendo il raccomandò al papa. Accettò questi; ma oltre volere che n’uscissero le truppe tedesche, scopo all’ira popolare, pose per patto alcune modificazioni nei _quattro capitoli_ della monarchia, ed erano che i vescovi fossero eletti canonicamente, e i re li confermassero; a ciascun ecclesiastico siciliano fosse permesso appellarsi a Roma; il papa potesse deputare legati nell’isola: di rimpatto riduceva il censo a mille schifati. Costanza non seppe ricusare; e anch’essa, quando morì (1198), lasciò la tutela di Federico ad Innocenzo, colla provvigione di trentamila tarì (lire 80,000).
Innocenzo gli diede per aji gli arcivescovi di Palermo, Monreale e Capua, e tosto spedì un legato che traesse a sè il governo; onde nelle stesse mani trovandosi il potere ecclesiastico e il civile, ogni contestazione restava tolta di mezzo. I baroni del Regno sel recavano in sinistra parte; e il duca Markwaldo, che, espulso di Romagna, erasi ridotto nel suo contado di Molise, erettosi capo della parzialità imperiale, pretese alla tutela del giovane re, come via di farsi indipendente, assediò San Germano, e ajutato dai Pisani sbarcò in Sicilia. Lo favorirono i Siciliani, paurosi d’una persecuzione; ma mentre i nobili, tenendo coi Ghibellini, avvicendavano arroganza e viltà, il popolo esecrava i Tedeschi a segno, che nè tampoco i pellegrini di questa nazione potevano traversare impunemente il Reame per andare in Terrasanta.
Gualtieri conte di Brienne, francese povero ma di gran valore e nobiltà, avea sposato la primogenita del re Tancredi, che era stata messa in libertà per istanza del papa; e ridomandava Taranto e Lecce, che i figli di Tancredi si erano riservati nel cedere il diritto ereditario alla corona. Venne egli a Roma con Sibilla e colla moglie; e il papa, lieto d’aversi un tal vassallo, lo sostenne, sicchè egli, messi insieme sessanta Francesi, mille lire tornesi, e cinquecento oncie d’oro dategli dal papa, riportò nel Reame molte vittorie; ma Gualtieri Paliario, arcivescovo di Palermo ed arcicancelliere del regno, che tramestava la Sicilia a suo talento, e dava e toglieva contadi e feudi, vi oppose proteste e forza. Innocenzo scomunicollo, ma per conservare integro il patrimonio al suo pupillo fu costretto ricorrere alle armi: la fortuna de’ combattimenti si bilicò, ma alfine arrise a Markwaldo, che avendo in mano Federico, e spargendo voce ch’e’ fosse un parto supposto[242], tenne suddita la Sicilia, e faceasene re ove non l’avesse rattenuto paura del conte di Brienne. Nel farsi operar della pietra morì (1201), ma Capperone continuò la parte di lui, sempre opponendosegli il conte di Brienne, il quale però, sebbene vantasse che Tedeschi armati non avrebbero tampoco osato affrontare Francesi disarmati, fu sorpreso e imprigionato all’assedio del castello di Sarno, e morì di ferite. Delle turbolenze siciliane vollero profittare i Pisani per occupare Siracusa: ma i Genovesi, perpetui avversarj di essi, accorsero, ne trucidarono quanti vollero, e posero in quella città chi la governasse a nome loro. Finalmente il pontefice trionfò dappertutto, ristabilì le città nelle antiche franchigie, e da Federico ottenne il contado di Sora per suo fratello Ricardo, principale autore di quelle vittorie.
Qui i parziali interessi cedono a fronte della crociata, interesse generale non solo pel pio intento, ma pei tanti Europei che eransi piantati nell’Asia, fondando colonie, scali di commercio, principati, e confidandosi sugli ajuti promessi dai fratelli d’Europa. Dicemmo dello sgomento propagatosi allorchè Gerusalemme ricadde ai Musulmani: ma quando il gran Saladino, glorioso di quel trionfo, morì (1193), diciassette suoi figli si disputarono il dominio, onde il vigoroso regno degli Ajubiti si disciolse in piena anarchia. Innocenzo III credette caduto con quello l’antemurale dell’islam, e opportunissimo l’istante di ricuperare la santa città, sicchè bandì la croce: Enrico VI la prese, poi, fallendo alla promessa, si valse dell’esercito nelle sue gare private, e lasciò che altri principi andassero in Palestina (1195), ove Malek Adel, fratello di Saladino, li fece mal capitati.
Innocenzo, come voleva il perfezionamento della Chiesa per mezzo della morale e dell’indipendenza, così s’infervorò al ricupero della santa città; proibì gli spettacoli e tornei per cinque anni, mandò a raccattare denaro per tutta cristianità, egli stesso fece fondere il suo vasellame d’oro e d’argento, riducendosi ad argilla e legno. Folco curato di Neuilly predicò per Francia la crociata, e moltissimi baroni e prelati gli ascoltarono, all’impresa non accettandosi la turba, ma solo gente disciplinata. Spedirono essi ambasciadori a Venezia per chiederle navi da trasporto e ajuti: ma mentre i papi e gli altri popoli lanciavansi a quell’impresa (1198) con impeto devoto e pio disinteresse, le repubbliche nostre marittime vi scorgeano occasioni di guadagno, e opportunità di fondar banchi e scali e prevalere agli emuli; anzi non si faceano scrupolo di somministrar navi, arredi e piloti a que’ Saracini, contro cui la cristianità combatteva. Già in molte città della Siria e della Grecia teneano colonie, regolate colle patrie leggi; ma il contatto coi Greci avea portato ai Veneziani disgusti e sanguinose animadversioni. Sentendosi cresciuti in forze dacchè i Latini dominavano nel Levante, cessarono gli antichi riguardi verso gl’imperatori; dicemmo come gli osteggiassero, e covavano sempre il desiderio di umiliare i Greci sprezzati, e insieme di distruggere i banchi che quelli aveano concesso ai Pisani.
A Venezia soleano prendere imbarco i pellegrini per Terrasanta, ai quali restava permesso vagare per la città con croci e gonfaloni; e alcuni uffiziali, detti Tolomazzi, erano eletti al solo uopo di assisterli e consigliarli nell’acquistare il bisognevole pel viaggio e pattuire i noli; i _signori di notte_ decidevano sommariamente le cause e querele loro; e il pellegrino alle processioni poteva intervenire appajato ad un patrizio, che gli cedeva la destra e gli regalava il cero. Ma questa volta non vi vennero solo devoti palmieri, bensì ambasciatori della più alta baronia di Francia.
Sedeva allora doge Enrico Dandolo (1201), che colle armi e coi maneggi avea sempre sostenuto la gloria nazionale, nè languiva benchè nonagenario. Personalmente era stato offeso dall’imperatore di Costantinopoli, e quasi accecato, sicchè dovette accogliere volonteroso l’occasione di vendicarsi con un’impresa che tornerebbe di onore e vantaggio della patria. Convocato il popolo in San Marco, dopo la messa dello Spirito Santo si levò ed espose: — I baroni francesi chiedono a voi, popolo veneziano, navi per trasportare quattromilacinquecento cavalli, ventimila fanti e provvigioni per nove mesi. Noi domandammo per compenso ottantacinquemila marchi (4,250,000 lire). Inoltre, se a voi piaccia, la Repubblica armerà cinquanta galee, purchè le sia ceduta metà delle conquiste che si faranno. Piace a voi, popolo veneziano, la proposta e il patto?» I messi francesi in ginocchione tendeano le mani supplichevoli ripetendo la domanda, persuasi che i soli potenti fossero i Veneziani sul mare, i Franchi per terra; e giuravano sulle armi e sul vangelo di mantenere le convenzioni.
Il popolo a gran voci applaudiva al trattato, e più crebbe il fervore quando il doge dal pulpito soggiunse a’ suoi: — Voi siete accompagnati alla miglior gente del mondo, e per la più nobile impresa che mai alcun popolo assumesse. Vecchio son io e fiaccato, e avrei mestieri di riposo e di pensare alla fine del mio corso: ma vedo che nessuno vi potrebbe regolare come io vostro capo. E però, se volete che io pigli la croce per custodirvi e governarvi, e in luogo mio lasci i miei figliuoli a guardia della patria, io verrò a vivere e morire con voi e coi pellegrini». Tutti ad una voce gridarono _Si faccia, Dio lo vuole_; egli attaccossi la croce al corno ducale; e inteneriti si mischiavano in abbracci i baroni francesi coi veneti negozianti[243].
La gelosia fe stare inoperose Pisa e Genova, tanto più che esse si faceano guerra accannita, dalla quale tentò invano distorle il papa: però Lombardi e Piemontesi vi vennero, fra cui Sicardo vescovo di Cremona, che nella sua storia ci descrisse questi fatti; e capo della spedizione fu eletto Bonifazio II marchese di Monferrato, fratello del prode Corrado marchese di Tiro. Da Francia, da Borgogna, da Fiandra accorrevano cavalieri a Venezia, dove trovarono arredati i navigli; ma altri imbarcaronsi altrove, con pregiudizio proprio dell’impresa. Imperocchè vennero a mancare i denari onde pagare il noleggio ai Veneziani, benchè giojelli e vasi fossero convertiti in zecchini, dando tutto fuorchè i cavalli e l’armi, e confidandosi nella Provvidenza. Pertanto il doge disse: — Ebbene, noi rimetteremo questo debito ai Crociati, purchè ci ajutino a riprendere Zara, sottrattasi a noi per darsi al re d’Ungheria». Molti faceansi coscienza del voltare contro Cristiani l’armi giurate contro Infedeli; più si oppose il papa, sul riflesso che quel re, avendo anch’egli preso la croce, restava protetto dalla tregua di Dio: ma il doge non vi badò, con grave scandalo de’ Settentrionali avvezzi a sottoporre interessi e calcoli al volere pontifizio.
Salpata la più bella flotta che mai avesse veleggiato l’Adriatico, prendono Trieste, spezzano le catene del porto di Zara; ma qui pullulano fiere discordie fra i Crociati, che si uccidono gli uni gli altri, e il papa disapprovando l’impresa, ordina di restituire il bottino, e far penitenza e riparazione: e poichè i Veneti in quella vece diroccano le mura, li scomunica, senza per questo disobbligarli dal voto, mentre ribenedice i Francesi che mandarono a scusarsi, ed ordina che, senza volgersi a destra nè a sinistra, passino in Siria.
Frattanto gravi accidenti complicavano l’intento della spedizione. Benchè gl’imperatori bisantini dominassero sempre su molta parte dell’Italia, noi reputammo alieno dal nostro soggetto il seguirne la serie e i fatti. Del resto il lettore che si ricorda degli ultimi tempi di Roma imperiale può figurare vi continuasse quel sistema di serraglio, con regnanti dappoco, favoriti onnipotenti, da null’altro temperati che da frequenti rivoluzioni, per cui un intrigo di palazzo cambiava o gli imperatori o i ministri; e Costantinopoli vi applaudiva, e tutto l’Impero non facea che mutare il nome di quello a cui obbedire. In quella Chiesa non vi era stato l’antagonismo col Governo; e sottomessa com’era, non potè impedire la corruzione del potere, che a vicenda era trascinato negli errori dell’autorità che aveva a sè riunita. Intanto assalti sempre più stringenti di nemici esterni; intanto le coscienze turbate dalla regia pretensione d’interporsi ai dogmi e ai riti; intanto una letteratura, non ancor rimestata da stranieri, eppure impotente, che degl’insigni classici non sapea valersi se non per commentarli, e la lingua più bella e forbita adoperava soltanto a trastulli senili e a sofistiche controversie.
Questo quadro tengano sott’occhio coloro che non hanno se non vilipendio pei paesi invasi da Barbari, e rimpianto per la dominazione romana schiantata dall’Italia. Qualche nuovo vigore parve recare su quel trono d’orpello la famiglia Comneno, di cui era quell’Alessio che vedemmo barcollante amico e coperto nemico dei Crociati: e per poco ch’e’ valesse, nessuno l’eguagliò de’ suoi successori. Giovanni Comneno (1118) menò per ventiquattro anni guerre felici. A Manuele (1143), succedutogli con spiriti cavallereschi più che prudenza a dirigerli, Ruggero II di Sicilia portò l’assalto che dicemmo, in cui desolò le coste del Jonio, espugnò Tebe e Corinto, menando via quanto di meglio trovò d’uomini robusti, di belle donne, d’abili operaj. Manuele divisò allora snidare i Normanni d’Italia (1155), e in fatto i suoi presero Bari e Brindisi: ma ben presto seguì la pace.
Alessio II suo figliuolo gli succedette (1180), reggente la madre Maria d’Antiochia; ma questa affidavasi tutta al protosebaste Alessio nipote di Manuele, scandolezzando e scontentando la Corte, sicchè fu tramato a favore di Andronico Comneno. Costui, tenuto prigione dodici anni, fuggì, e dopo romanzesche avventure perdonato, osteggiò di continuo il protosebaste; e dal patriarca eccitato a liberare la patria, si mosse raccogliendo gli scontenti. Appena compare a Calcedonia, il popolo lo acclama reggente (1183); ed egli fa accecare Alessio, trucidare senza distinzione quanti Latini coglie in Costantinopoli, avvelenare Maria sorella dell’imperatore e il marito di lei marchese di Monferrato, strangolare l’imperatrice madre; e così cacciatosi addosso la porpora, la conservò, e viepeggio quando Guglielmo II di Sicilia, aspirando alla conquista dell’Impero, prese Durazzo e Tessalonica, e marciò sopra Costantinopoli.
Vittima designata dal tiranno era Isacco Langelo, cittadino di molto seguito: ma questi uccide il carnefice, rifugge in Santa Sofia, e dal popolo tumultuante è, mal suo grado, proclamato imperatore (1185). Andronico, abbandonato al furore del popolo, fu per più giorni tratto a strapazzo, in fine appiccato per li piedi in teatro, rinnovando le scene che erano famigliari alla Roma del Basso Impero. Con questo vecchio di settantacinque anni terminò la stirpe dei Comneni.
Femminesco di vita e inetto di mente, Isacco abbandonava le cure a ministri indegni; ebbe contese con Federico Barbarossa, a cui danno (1195) sollecitò le repubbliche lombarde: poi da Alessio fratel suo fu deposto, accecato e messo in carcere col figlio. Questi, Alessio anch’egli di nome, riuscì a fuggire presso Filippo di Svevia suo cognato, appunto allorchè più in Europa caldeggiavasi la crociata; e poichè de’ cavalieri armati in questa era divisa il difendere l’innocenza, raddrizzare i torti, sostenere gli oppressi, andò invocare il loro braccio, proponendo assalissero Costantinopoli, e rimettessero in trono lui, che gli avrebbe poi d’ogni sua possa ajutati alla santa impresa. Invano altri insinuava che non per ciò aveano impugnato le armi, che i Greci non moveano lamento contro l’usurpatore, che gl’imperatori s’erano pôrti scarsamente favorevoli ai Crociati: gli scaltri trovavano miglior conto nel guerreggiare Costantinopoli, più vicina e più ricca; a molti sapea di meritorio l’assalire gente scismatica; presa Costantinopoli, diverrebbe la base della spedizione contro Gerusalemme. Si narrò che Malek Adel facesse vendere i beni del clero cristiano in Egitto, e col ricavo comprasse fautori in Venezia, promettendo alla repubblica ogni agevolezza di traffici in Alessandria se stornasse la spedizione dalla Siria: del resto, occorrevano altri stimoli ai Veneziani per volere vendicarsi degli imperatori, e schiantare i banchi fondati in Grecia dai Pisani?
L’imperatore bisantino, non meno fiacco del predecessore, angariava e anneghittiva; vendeva la giustizia per rifarsi dello speso nell’usurpazione; e mentre Bulgari e Turchi straziavano i confini, dentro lasciavasi governare dalla moglie Eufrosina. Quando Enrico VI professava voler rinnovare l’antico impero romano, e frattanto gli ridomandava le provincie fra Durazzo e Tessalonica, o per equivalente cinquanta quintali annui d’oro, Alessio non allestì resistenza, ma mercanteggiò facendolo accontentare di sedici, per adunare i quali spogliò le chiese e fin le tombe degl’imperatori: ma la tempestiva morte di Enrico lo assolse dal _tributo tedesco_. All’addensarsi della nuova procella, ricorse al papa acciocchè non permettesse di così snaturare la santa impresa: nulla però prometteva a vantaggio della crociata, nè di quel che tanto ai papi stava a cuore, la riconciliazione della Chiesa greca colla latina. Pure Innocenzo III, che metteva la giustizia innanzi a tutto, interdisse l’impresa ai crociati; i quali litigando pel sì e pel no, si logoravano a vicenda. Ma il sì prevalse, ed Alessio figlio d’Isacco Langelo fu salutato imperatore (1203), e colla sua presenza infervorò la spedizione.
L’armata fece testa a Corfù, donde veleggiò sopra Costantinopoli; e trenta migliaja d’uomini accinti a conquistare un impero di molti milioni, la vigilia di san Giovanni gettarono l’àncora sulla costa asiatica, tre miglia dalla capitale. Quivi all’attonito loro sguardo spiegossi l’impareggiabile bellezza della Propontide, colla vegetazione rigogliosa, i frutti succulenti, le dolci uve, ridondante pescagione, limpidi ruscelli, freschi bagni, canti di rosignuoli, e tutta la pompa che nella vigorosa sua maestà spiegava l’estate. Sopra le onde increspate da leni zefiri, l’occhio scorreva verso le rive ammantate di fiori, e sui giardini e le campagne ridenti di laureti e olezzanti di perpetui rosaj, e sulle ville e le case cittadine, che all’ombra de’ platani e dei cipressi dalle falde lambite dal mare ascendono fino in vetta alle colline che contornano l’orizzonte.
Fra tante bellezze, come la luna fra le stelle, pompeggiava Costantinopoli, serpeggiante per immenso spazio sulle sette colline, cinta d’elevate mura, con trecentottantasei torri, e chiese e conventi senza numero, raddoppiati dal riflesso delle onde, che parevano baciarle il piede come servi, o fremere come difensori minacciosi. Ai Crociati, non che parole a descrivere, appena bastavano i sensi per ammirare quel porto immenso di due mari: diamante che scintilla tra il zaffiro delle onde e lo smeraldo delle campagne; il soggiorno più bello dell’uomo per comodi e sicurezza, emulo di Roma per dignità, di Gerusalemme per reliquie e santuarj, di Babilonia per vastità.
L’imperatore aveva lasciato per avarizia ridurre allo stremo l’esercito e la flotta; e mal si difendea col braccio de’ Varanghi, mercenarj settentrionali, coll’assistenza de’ Pisani, e col fuoco greco, liquido combustibile che parve inventato per prolungare l’agonia di quell’impero, e che con esso perì. I nostri, spezzate le catene del porto, prendono Galata (17 luglio), e danno l’assalto: Enrico Dandolo, sulle spalle de’ suoi si fa mettere a terra col vessillo di san Marco, che ben presto sventola sopra una torre, e Costantinopoli è presa.
Alessio fuggì per nave, abbandonando ogni cosa, bestemmiato da quelli che jeri l’incensavano: suo fratello Isacco dalla prigione è portato al trono, compianto dei mali suoi or che sono cessati. A lui si presentano i messi dei Crociati imponendogli, — Ratificate la promessa fatta da vostro figlio di darci ducentomila marchi, vitto per un anno, ed ogni ajuto per la guerra santa»; ed egli deve accettare, solo pregandoli di tenersi accampati a Gàlata, cioè sul lido opposto.
Quel subito mutamento, quel vedersi risparmiate le battaglie temute, portavano al colmo il tripudio dei nostri, che forniti d’ogni abbondanza, ammiravano tante magnificenze, e più di tutto le reliquie, di cui era una devota profusione. Il nuovo imperatore, coronato fra il corteggio dei baroni, pompa inusata agli augusti orientali, pagò parte della promessa somma; e se le cose fossero procedute da buon a buono, forse era il momento di svecchiare l’Impero, rimettendolo nell’alleanza cattolica, a parte della comune impresa, e d’accordo respingere il nemico di tutta la cristianità.
Cavallerescamente i baroni mandarono araldi ad annunziare il loro arrivo al sultano del Cairo e di Damasco, in nome di Cristo, dell’imperatore di Costantinopoli, de’ principi e signori d’Occidente; informarono anche il papa e i principi cristiani del prospero successo, invitandoli a parteciparvi; ma il papa rispose rimproveri, e negò benedirli; solo accettò le scuse di Alessio Langelo, esortandolo a mantenere le promesse.
E le promesse erano di dar denari, e ricongiungere la Chiesa greca colla latina. Per la prima Alessio si gettò in rovina, spogliando fin le chiese; per l’altra obbligò i suoi ad abjurare lo scisma, ed i Crociati non risparmiarono la forza contro i renitenti. Così egli venne a procacciarsi l’odio dei sudditi, portato al colmo da un incendio che per otto giorni guastò Costantinopoli, e che s’imputò a questi stranieri. Alessio dunque supplicava i Crociati: — Non partite, altrimenti io soccomberò alle rivolte, e l’eresia risorgerà; aspettate la primavera; intanto io vi fornirò d’ogni bisogno».
Ma convivendo coi nostri, scapitava nella loro riverenza; e talvolta qualche nicoletto veneto, toltogli il gemmato diadema, gli sostituiva il suo berretto. Ne fremevano i Greci, ne ingelosiva il cieco Isacco: e Alessio, sentendo non poter fare gran conto sopra i Latini, nè i monaci e astrologi di cui si cingeva sapendo dargli buoni consigli, alle ribellioni non conosceva rimedj migliori che trasportare dall’ippodromo al suo palazzo il cignale caledonio, simbolo del popolo furioso, come il popolo abbatteva una statua di Minerva, accagionata delle presenti sventure.
Ecco intanto da Palestina messi in gramaglia (1204), narrando come i Crociati di Fiandra e di Champagne, che con molti Inglesi e Bretoni, spiccatisi dall’esercito a Zara, erano sbarcati in Siria ed unitisi al principe di Armenia, fossero stati dai Musulmani sorpresi e sbarattati; fame e peste desolassero il paese, e a Tolemaide si sepellissero duemila cadaveri in un giorno. I Crociati allora, risoluti d’avacciare l’impresa, sollecitavano i sussidj promessi: ma i due imperatori, che non osavano mostrarsi all’aperta per non ammutinare il popolo, mascherano la paura col rispondere insolentemente; gli animi si esacerbano; i Latini s’accingono a prendere un’altra volta Costantinopoli. I Greci attentano alla flotta veneziana, e diciassette battelli incendiarj lanciano nottetempo contro di essa, e già dalle mura applaudiscono al fuoco che s’avanza contro i Latini: ma questi riescono a sviarlo, e infelloniti alla vendetta, più non badano a proteste del loro creato. Murzuflo, scaltro sommovitore, che fingendosi amico a tutti, tutti ingannava, sparge che i Langeli vogliano consegnare Costantinopoli ai Latini; onde il popolo, che suol essere più feroce quando ha maggior paura, a gran voci chiede un nuovo imperatore; Alessio IV è strangolato, Isacco muor di spavento e crepacuore, e Murzuflo è portato trionfalmente in Santa Sofia.