Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)
Part 15
Lasciato così deplorabile segno di sua presenza, Enrico con grosse armi, colle promesse, colla corruzione procede alla conquista; e contraddetto dal papa[229], ajutato dall’abate di Montecassino, prende e devasta Roma, e senza incontrare ostacoli arriva sotto Napoli e l’assedia. Questa, ristretta allora al quartiere che dalle falde di Sant’Elmo e di Capodimonte declina al mare, difesa da robusti spaldi e da buone truppe comandate dal prode Aligerno Cuttone, e col mare aperto, resiste: Pisani e Genovesi menano navi per secondare i Tedeschi, che intanto devastavano la campagna: ma le malattie puniscono gli invasori, sicchè Enrico è costretto tornare in Germania pensieroso più che pentito; Genovesi e Pisani cessano di caldeggiare un alleato infelice; i Salernitani arrestano Costanza e la consegnano a Tancredi, che la tiene prigioniera in Sicilia, finchè, ad istanza del papa, la restituì senza patti nè riscatto, fidando nella gratitudine.
Tancredi, che non avea saputo mostrarsi degno del diadema col difenderlo in persona, morì ben presto, ed essendogli premorto il primogenito (1194), non lasciava che il fanciullo Guglielmo III in tutela di sua moglie Sibilla d’Acerra, in mezzo a gare de’ baroni coi cavalieri, inviperite, lunghe, disastrose e a nulla conducenti. Era uscita alla peggio la crociata; e Filippo Augusto, sbarcato a Otranto, ebbe a Roma dal papa dispensa dal voto e la palma de’ pellegrini: anche il Cuor di Leone, dopo imprese da paladino, tornò in Europa travestito per isfuggire ai molti nemici; ma il duca d’Austria lo colse, e lo cedette all’imperatore (1192) per sessantamila marchi d’argento; e questi lo rivendette all’Inghilterra per centomila, oltre metà tanti per finire l’impresa di Sicilia[230].
Al fiuto di questa somma accorsero i baroni tedeschi ad offrirsi ad Enrico, che allestitosi, scese nella Lombardia. La trovava in nuovi subugli. I vescovi aveano perduto l’autorità temporale, nè i Comuni ancora assodata la propria in modo d’aver pace. I diversi ordini partecipavano diversamente al Governo, e secondo i varj paesi variavano le relazioni coi vicini, per modo che ogni città regolavasi con politica e leggi differenti, demolito l’antico, non istabilito il nuovo. Le leghe riuscivano meno a stabilir la concordia che ad impacciare la legge; i signori conservatisi indipendenti s’arrogavano diritti di sovranità; le città maggiori voleano sottomettere le vicine, ed eroismo era l’energia dell’odio. Che se tra quella confusione (del resto naturale ad ogni reggimento nuovo) alcuno ergevasi a metter ordine, sì il faceva con guise tiranniche.
Essendosi Enrico mostrato propizio a Pavia e Cremona (1194), permettendo a quella di valersi di tutte l’acque del Ticino, e a questa sottomettendo Crema, le due imbaldanzite eransi collegate con Lodi, Como, Bergamo e col marchese di Monferrato a’ danni di Milano; la quale nelle giornate campali riusciva superiore, è vero, ma trovavasi cinta di nemici, che le sperperavano le campagne e rompevano i commerci.
Enrico, raccolti gli stati a Vercelli, procurò instaurare la quiete; ma lontano e dalla politica e dalla forza del padre, scarsamente approdò; onde seguì sua via per Genova, anch’essa sovvertita da fazioni, da frequenti zuffe, da effimeri Governi, e che allora stava sotto al podestà Oberto di Olevano pavese. Ai Genovesi scrisse: — Se, ajutanti voi, io ricupero il Reame, mio sarà l’onore, vostro il profitto: giacchè non io od i Tedeschi miei vi soggiorneremo, ma voi stessi»; e seguiva confermando le esenzioni precedenti, e dando nuove giurisdizioni e privilegi, la città di Siracusa, ducencinquanta feudi in val di Noto: a Pisa parimenti concesse in feudo Gaeta, Mazara, Trapani, e metà di Palermo, Salerno, Napoli, Messina, oltre molti ingrandimenti in Toscana. Così largheggiando di promesse quanto meno intendeva mantenerle, ottenne soccorsi; poi entrato nel Reame, ebbe spontanee tutte le città, perfino quella Napoli, che poc’anzi si era con tanta costanza sostenuta. Salerno, sentendosi rea d’aver tradito l’imperatrice Costanza, si difese ostinata; ma presa, fu messa a sacco e ferro, neppur risparmiando le chiese, e i cittadini migliori impiccando, torturando, cacciando in prigione o in esiglio, sicchè la città, di famosa importanza sotto i Longobardi e i Normanni, più non risorse. Capua pure fu espugnata a forza da Guglielmo di Monferrato e da’ Genovesi e Pisani: Eraclea (Policora), patria di Zeusi, colonia fiorentissima in antico, fu distrutta: qualunque città esitasse a sottomettersi, era devastata senza pietà. In Sicilia sottoposte Messina e Palermo, l’imperatore, colla pompa che suggerisce la paura, fu incoronato, e tutta l’isola gli giurò obbedienza.
Con fallaci lusinghe aveva egli tratto Sibilla ed i figliuoli dal castello di Calatabelotta, dove s’erano fortificati coi loro fedeli; poi raccolti gli stati a Palermo, accusò lei e molti grandi di una congiura. Non la fondava che sopra una lettera consegnatagli (diceva) da un frate; ma bastò perchè quanti aveano tenuto col partito nazionale, laici od ecclesiastici, fossero mandati alla forca o al palo, accecati, arsi vivi, esposti alle beffe, relegati in Germania; re Guglielmo, toltogli il vedere e il generare, fu tenuto prigione finchè andò monaco; Sibilla e le figlie rapite in carcere, poi nella badia di Hohenbruck in Alsazia; turbate le ossa di Tancredi per istrappare il diadema a lui e al figlio Ruggero; bruciati quanti aveano contribuito alla loro coronazione.
Fu spenta così nel sangue la dinastia normanna, di cui i regnicoli ricordano ancora con compiacenza i tempi e le famose ricchezze. Re Tancredi avea dato ventimila oncie d’oro per dote di sua figlia; Arnaldo di Lubecca ci rammentò le tavole, i letti, le sedie d’oro nel palazzo di Palermo; Ruggero Hoveden fa trovare da Enrico nel tesoro di Salerno ducentomila oncie d’oro; e in quel di Palermo senza fine armi ricche, stoffe d’oro e d’argento, sete ricamate, altre preziosità, con cui potè far larghezza a’ suoi fedeli; eppure censessanta somieri vi vollero per trasportarne il resto nel castello di Trifels[231].
Con tirannia stolidamente feroce sottentrava la dinastia sveva, che mal per lei. Anche le città sottomessesi volontarie, furono trattate come conquista; Siracusa e la risorta Catania incendiate, senza riguardo a nobiltà o a grado; Napoli e Capua smantellate, e per le vie di questa trascinato a coda di cavallo, poi impeso pei piedi, indi strozzato da un buffone Ricardo conte d’Acerra, cognato di Tancredi, ultimo lustro dell’antica dinastia. Giordano e Margaritone, più ligi all’imperatore perchè un tempo avevano sguainato pe’ suoi nemici, inventavano delitti e trame, affine d’intitolar punizione la vendetta. Uno ch’erasi millantato di poter rendere la libertà e il trono a Sibilla, fu collocato sopra un seggio di fuoco, con corona di ferro rovente: massime su ecclesiastici e prelati s’infierì, e chi fu arso, chi scorticato, chi mutilo, chi mazzerato.
Non che mancare alle condizioni promesse a Genovesi e Pisani, Enrico li fraudò degli antichi privilegi, proibendo vi tenessero consoli, e proscrivendo tutti i negozianti forestieri. Del papa non si curò più che tanto, nè gli chiese l’investitura; onde questo l’avrebbe scomunicato, se nol tratteneva la naturale bontà, e la speranza che mantenesse la ripetuta promessa di crociarsi.
Dava fiducia di presti cambiamenti il non aver successori il re svevo; quando si annunziò che Costanza era feconda. Enrico volle venisse nel Reame, quasi per dare un re indigeno; e avendo essa partorito a Jesi, al bambino pose nome Federico Ruggero, come quello che univa i due sangui nobilissimi. I Ghibellini ne fecero galla; i Guelfi sparsero ogni sorta di dicerie su questo intempestivo natale[232]; ed Enrico ne prese baldanza a compiere il disegno del Barbarossa di far ereditario l’impero in sua casa, tanto più da che trovavasi favorito dalla vittoria e dai tesori della Sicilia.
Cominciò dal sistemare la media Italia in modo di tener soggetta tutta la penisola. Pertanto a Filippo, ultimo figlio del Barbarossa e che poi divenne duca di Svevia, diede in moglie Irene figlia d’Isacco Langelo imperatore di Costantinopoli, e vedova del primogenito di Tancredi; e in feudo la Toscana ed altri beni della contessa Matilde: a Markwaldo d’Anweiler suo siniscalco, e ministro delle crudeltà, infeudò la marca d’Ancona: a Corrado di Svevia quella di Spoleto usurpandola alla Chiesa con titolo di rintegrare le imperiali prerogative, e restringendo il papa a poco più che all’indocile Roma. Vedendosi riminacciato il giogo degli Svevi, le città guelfe di Lombardia, da lui poste al bando dell’Impero, rinnovarono a Borgo Sandonnino la Lega Lombarda (1193 — 13 giugno), alla quale diedero il nome Verona, Mantova, Modena, Faenza, Bologna, Reggio, Padova, Piacenza, Gravedona, oltre Crema, Brescia e Milano. Così i Guelfi perseveravano nell’assunto loro di campare Italia dalla straniera servitù.
E servitù veramente minacciava Enrico, avvicendando crudeltà e perfidie contro i nostri non solo ma anche contro i Tedeschi. Raccolti gli stati a Magonza, propose di rendere in sua casa ereditario l’Impero, al quale aggregherebbe Puglia, Calabria, Capua e Sicilia, rinunzierebbe alla pretensione regia sulle spoglie de’ vescovi e abati defunti, riconoscerebbe ereditarj i feudi anche nelle donne. A proposte sì lusinghiere ben cinquantadue principi aderirono: e per vero quel suo concetto potea tornar buono onde evitare le contestazioni che rinasceano tra le famiglie aspiranti alla corona della Germania, e ridur questa sotto leggi uniformi. Ma poteasi mai sperare v’assentisse il papa, il quale con ciò perdeva un preziosissimo diritto, e snaturava una dignità, attribuibile non alla nascita ma al merito personale? Poi a riuscirvi si voleva altro accorgimento politico, e carattere ben più stimabile che non l’avesse Enrico, il quale, mentre inorgogliva del tenersi come successore dei romani augusti, operava da inetto e crudele, scambiava per grandiosi disegni le velleità della sua ambizione; prometteva alle repubbliche privilegi, al papa di crociarsi, ai principi di favorirli, e a tutti perfidiava sfacciatamente; poi trovandosi impotente ai concetti, saltava in furore.
Il divisamento medesimo egli rivoltò in altra guisa, meditando cavare dalla nullità l’impero bisantino assalendolo come aveano fatto i predecessori, e sedutosi sul trono di Costantino, congiungere le due Chiese, e ridurre il papa alla docilità dei patriarchi orientali. A tal uopo, fingendo secondare la predicazione della crociata, tutto dispose per questa in Italia e in Germania, e un esercito mandò in Sicilia; ma in realtà non fece che raddoppiarvi le taglie, e supplizj di nuova invenzione, fin cinquecento nobili in un sol giorno facendo bruciare al piè del palazzo[233], quasi tenesse fitto il pensiero di sterminare tutti i Normanni; sicchè meritò il titolo che i Siciliani gli applicarono di Ciclopo. Indarno Costanza sua procurava mitigarlo, compatendo a quelli fra cui era nata e cresciuta, e ch’erano sua eredità; e di cui ella acquistò l’amore mentre governava, lui assente. Quand’egli fe mutilare Margaritone grand’ammiraglio, ella s’affiatò coi nemici dell’imperatore; i Palermitani uccisero molti Tedeschi, la sommossa scoppiò in diversi punti; e fra questi bollimenti Enrico fu côlto dalla morte a Messina (1197), di trentatre anni. In agonia assalito dal rimorso, largheggiò cogli ecclesiastici, offrì compensi a Ricardo cuor di Leone, alla Chiesa romana fece concessioni amplissime[234] confessandone la fin allora rinnegata supremazia.
Gl’Italiani spiegarono soprumana allegrezza di questa morte: ne gemettero i Tedeschi, e sparsero che sua moglie l’avesse attossicato per vendicare sul marito la patria, resa infelice da quella sciagurata conquista, che tanti altri mali dovea trarre sull’Italia. Costanza cercò far cessare in Sicilia il dominio militare e quei che chiamavansi _costumi tedeschi_, cioè la violenza e il ladroneccio[235]; allontanò l’odiato Markwaldo, che a stento fuggì la popolare vendetta: ma anch’essa morì ben presto (1198 — 27 8bre), lasciando solo un bambino, Federico Ruggero. Di quattro anni, odiato dai popoli, massime dagli Italiani che d’ogni parte insorgevano, insidiato dagli emuli e dagli stessi fedeli di suo padre che carpivano i brani del dominio, non trovò ricovero che sotto al manto del papa, che poi egli dovea faticarsi a stracciare.
CAPITOLO LXXXVII.
Innocenzo III. Quarta crociata. L’impero latino in Oriente.
L’elezione de’ pontefici era stata da Nicola II ristretta nei cardinali, vescovi e preti; poi Alessandro III, il promotore della Lega Lombarda, ascrisse al sacro collegio i capi del clero romano (1179) formandone i cardinali diaconi, escluse gli altri ecclesiastici, ed ordinò che, per essere papa legittimo, convenisse ottenere i suffragi di due terzi de’ cardinali.
Colla nuova forma fu eletto Lucio III (1181), che sedette a Vellètri, poi a Verona[236], sfuggendo dalla plebe romana, irrequieta e riottosa tanto, che avea preso a sassi fin il cadavere del suo predecessore, e accecati quanti cherici colse nell’espugnato Tusculo. A Urbano III fu precipitata la morte (1185) dalla notizia della presa di Gerusalemme; alla cui ricuperazione (1187) s’applicò Gregorio VIII nel brevissimo suo regno. A Clemente III succedutogli riuscì alfine di conchiuder pace coi Romani, abbandonando alla loro vendetta Tivoli e Tusculo. Il nuovo pontefice Celestino III (1191) non aveva potuto impedire che Enrico VI disponesse dell’eredità della contessa Matilde, e assegnasse a’ suoi baroni molte terre della Romagna, e fino alle porte della città, lasciando a San Pietro soltanto la Campania, dove pure l’imperatore più era temuto che il papa[237].
Da Alessandro III in poi era dunque in calo l’autorità pontifizia, sicchè i cardinali sentirono la necessità d’affidarla a un robusto, qual fu Lotario (1198) dei Conti di Segni, col nome di Innocenzo III. Erudito se alcun n’era dell’età sua, in gioventù avea dettato _Del disprezzo del mondo, e delle miserie dell’umana condizione_, non come uno scettico che nauseato predica la vanità delle cose terrene senza por mente a quelle di sopra, ma elevando il cuore alle non peribili. Versò a lungo negli affari, alla prudenza del concepire aggiungendo la fermezza dell’effettuare e l’abilità del trovarne le guise.
Assunto pontefice nella vigorosa età di trentasette anni, del tesoro che trovò fe mettere in disparte una porzione per le emergenze imprevedute, il resto distribuì ai conventi di Roma; provvide agl’istituti di beneficenza; destinò ai poveri i doni offerti a san Pietro ed a’ suoi piedi, e la decima di tutti i suoi proventi; in una carestia mantenne ottomila poveri al giorno, oltre le distribuzioni per le case; molti riceveano quindici libbre di pane per settimana, alcuni presentavansi allo sparecchio per raccogliere i rilievi della sua mensa.
Di que’ giorni i pescatori ebbero a raccorre dal Tevere tre bambini gettati; e Innocenzo ne fu sì tocco, che stabilì provvedere a quest’infelici; onde rifabbricò ed estese l’ospedale di Santo Spirito in Sassia, dotandolo lautamente, e stabilendo che in perpetuo, l’ottava dell’Epifania, il papa in solenne processione vi recasse il santo sudario, ed esortasse i Cristiani alla carità, dandone egli stesso esempio col distribuir pane, vino e carne a quanti vi assistevano. Millecinquecento malati vi dimoravano costantemente; ospitati i poveri d’ogni condizione e paese; ed anche ora annualmente vi sono raccolti ottocento esposti, di cui più di duemila vi stanno ordinariamente; e la spesa se ne calcola a centomila scudi l’anno.
A tanto fiore di carità univa una fervorosa devozione nel celebrare gli uffizj divini e nel predicare: i trattati e le omelie sue il mostrano versatissimo nelle sacre carte; compose diversi inni, e ancora si cantano dalla Chiesa il _Veni, sancte Spiritus_ e lo _Stabat mater_.
A tali qualità di cristiano e di pontefice accoppiava quelle di principe; principe in ben miglior senso di cotesti altri suoi contemporanei. Amò Atene per le antiche glorie, Parigi per l’università, alla quale diede regole e privilegi; rifabbricò chiese, e fecele dipingere da Marchione d’Arezzo primo scultore e architetto dei tempi rinnovati, e da altri; crebbe e ornò San Pietro e il Laterano; e sulla piazza di Nerva fece alzar la torre dei Conti, meraviglia di quel tempo[238], e che gli è rinfacciata come una condiscendenza ai parenti, della cui grandezza in fatto fu tutt’altro che negligente.
Ne’ suoi Stati non affidava la giustizia che a persone di senno e bontà: profondo nelle leggi, ristabilì la consuetudine di presedere tre volte la settimana a una congregazione di cardinali, ove a tutti era dato portar quistioni. Credesi abbia istituito il processo in iscritto, per escludere il sospetto di frode, e attestare la regolarità degli atti; e fece abolire i giudizj di Dio[239]. A Roma allora recavansi in supremo appello tutte le cause di rilievo; e Innocenzo, assiduo ai concistorj ove le si dibattevano, spesso udiva le parti egli stesso in privato, esaminava gli atti, addolciva coi modi le sentenze ch’era obbligato portar contrarie. Ci rimangono di lui tremila ottocencinquantacinque lettere, la più parte di sua mano, e che dividendosi sopra quattordici anni (di quattro mancano), danno un medio di ducensettantacinque l’anno: e tanto credito ottennero, da divenire testo nelle università.
Tenace di memoria, esuberante d’erudizione, elevato nell’ideare, perseverante nell’eseguire, sagace nell’antivedere gli effetti, attingeva forza dagli ostacoli, rispondeva e operava pronto non precipitato, circospetto non oscillante, e sempre dopo consultati i cardinali; severo coi pertinaci, benevolo ai docili, propenso all’indulgenza e a credere il bene; degli ordinamenti che uscirono sotto il suo regno, nessuno fu derogato.
Colle idee di Gregorio VII egli sottentrava ai carichi che pesavano sopra un pontefice allora, quando non dovea soltanto curare la salute delle anime e l’interesse della cattolica verità, ma attendere al miglior governo della società cristiana e difendendo la libertà della Chiesa, vigilare agl’interessi dei popoli, e a mantenerli ne’ loro doveri come ne’ loro diritti. Assicurare la purezza dell’operare e del credere contro i simoniaci, eretici, re adulteri, impedire si accumulassero i benefizj, dare e rinnovare privilegi a conventi, a ordini, a chiese, e cassare i pregiudizievoli, introdur feste, proteggere i deboli contro prelati o capitoli prepotenti, pronunziare generali decisioni di fede, e risolvere dubbj e casi particolari, confermare o rivedere sentenze dei legati, far rispettare gli ordini de’ predecessori suoi, revocar quelli carpiti con frode, reprimere gli arbitrj dei re e dei baroni, raccomandar funzionarj o poveri preti, sancire convenzioni fra ecclesiastici, ribenedire scomunicati, canonizzare santi, tali e assai più erano gli uffizj che un pontefice estendeva a tutto il mondo. E Innocenzo con intima persuasione proclamava quest’autorità, stabilita nel cristianesimo per congiungere tutti coloro che lo professano, tutelare i diritti, determinare i doveri di tutti, far rispettata la legittimità dal suddito e dal principe, egualmente servi a Dio per la verità e la giustizia.
Prima raccomandazione a’ suoi legati era d’aver gli occhi e gli orecchi ai portamenti del clero, francheggiare la ragione, svellere gli abusi, comporre le differenze, frenare la cupidigia di guadagno. Anche di mezzo ai laici procurava estirpare gli scandali, introdurre usi che mettessero gravità ne’ modi; ordine nella vita, e tutelava il matrimonio contro i voluttuosi capricci de’ principi. Qui prescrive limiti all’usura, là disegna il vestire de’ laureati di Parigi o de’ cavalieri Teutonici; oggi ammonisce il clero milanese del come trattare i nunzj in viaggio, domani il doge di Venezia di ritirare un ordine troppo severo contro un privato; scrive ad alcuni principi perchè vigilino alla sicurezza delle strade, ad altri perchè non alterino le monete, o non aggravino i tributi, o non impongano nuovi pedaggi. Non una legge della Chiesa è violata, ch’e’ non la ripristini; non fatta un’ingiuria al debole, ch’e’ non ne chieda riparazione. Prende in tutela Federico II, Ladislao d’Ungheria, Enrico di Castiglia, l’infante d’Aragona, orfani reali: Gualtieri di Montpellier sbandito a lui ricorre; a lui le nazioni trafficanti per risolvere i loro piati. Pietro II d’Aragona, il re de’ Bulgari, lo stesso re d’Inghilterra non credettero meglio assicurare la propria corona che facendola vassalla della santa sede: i regni di Navarra, di Portogallo, di Scozia, d’Ungheria, di Danimarca si gloriavano di mettersi sotto l’alto dominio del papato.
Le basi del quale già eransi assodate; ogni nuovo pontefice v’avea recato una pietra, Innocenzo s’accingeva a porvi il colmo. Alla morale e alla dignità de’ prelati credeva, come Gregorio VII, fosse spediente render la Chiesa al possibile indipendente dalla podestà temporale. Cominciò dall’assicurare il dominio pontifizio in Roma, i cui eterni contrasti obbligavano a tener ristretto fra i sette colli lo sguardo che dovea girarsi su tutto il mondo. La nobiltà vi era cresciuta di baldanza fra le contrarie pretensioni dell’imperatore e del pontefice, parteggiando coll’uno o coll’altro secondo l’interesse.
La parte cesarea era rappresentata dal prefetto di Roma, investito dall’imperatore colla spada: poi dai tempi d’Arnaldo sussisteva un senato, la cui autorità era dal popolo stata ridotta in un solo, straniero, capo supremo della giustizia, del governo civile e della forza armata, centro insomma del governo, siccome altrove il podestà. Quando Clemente III ritornò in Roma, patteggiò col popolo confermando la dignità del senato, la città, la zecca; di questa però riservavasi un terzo, mediante il quale la chiesa di san Pietro e le chiese e vescovadi tassatisi per la guerra venissero anno per anno esonerati fin all’estinzione dell’obbligo assunto. Restituiva le regalie in città e fuori; egli difenderebbe i capitani e gli altri magistrati della città: i senatori giurerebbero annualmente fedeltà al papa; resterebbero alla romana Chiesa i possessi di Tusculo, in qualunque modo esso possa soggiogarsi, dando ogn’anno cento libbre dal ricavo di essi, onde restaurare le mura di Roma. Di rimpatto i senatori assicuravano pace e sicurezza al papa, ai vescovi, ai cardinali, a tutta la curia, e chi v’andava e dimorava. Il papa eleggerà dieci o più persone per ciascuna delle regioni della città, dalle quali i senatori faran giurare questa pace. Se occorra difendere il patrimonio di san Pietro, i Romani vi andranno colle spese consuete[240].
Tale era trovato il governo di Roma da Innocenzo. Il quale, conoscendo come alle repubbliche pregiudicassero queste ingerenze imperiali, risolse torle di mezzo; fe snidare i Tedeschi dai contorni di Roma, recuperando i castelli da loro presidiati; obbligò il prefetto a non prestar più all’imperatore l’omaggio ligio, ma ricevere da esso papa il manto, con giuramento di rinunziarvi ogniqualvolta ne fosse richiesto; il senatore ridusse ad esercitare la podestà, non più in nome del popolo, ma del papa.
Spenta così l’autorità regia in Roma, invitò gli abitanti della marca d’Ancona a cacciare il tedesco Markwaldo, «giacchè nessuna violenza può abolire i diritti»; onde Ancona, Fermo, Osimo, Camerino, Fano, Jesi, Sinigaglia, Pesaro vennero all’obbedienza papale: altrettanto, espulso Corrado Moscaincervello, avvenne del contado di Spoleto, che abbracciava Rieti, Assisi, Foligno, Nocera; seguirono Perugia, Gubbio, Todi, Città di Castello, cosicchè i nostri esultarono di vedersi sbrattati da Tedeschi; e lo Stato della Chiesa non fu più soltanto un nome, ma diveniva una realtà.