Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)
Part 14
I Musulmani conservavano ancora alcune campagne, godendo eguaglianza di leggi, con una tolleranza unica a quei tempi; quartiere proprio nelle città con franchigie, magistrati e notaj, e libero culto; sin feudi ottennero; e se alcuni come prigioni di guerra teneansi in condizione servile, più di centomila distribuiti in tribù sotto i loro sceicchi lavoravano liberamente il val di Màzara ed altri territorj. Filippo, uno degli eunuchi di Ruggero, musulmano convertito, salì fino grand’ammiraglio, e fu spedito ad espugnare Bona in Africa (1149). Ne presero gelosia i baroni normanni, che l’accusarono di mangiar carne il venerdì e in quaresima, andare con repugnanza nelle chiese, e di piatto tornare alle moschee: e Ruggero l’abbandonò al loro rancore, sicchè, legato alla coda d’un cavallo indomito, fu fatto a pezzi, e i pezzi gettati al fuoco[218].
Pochi anni dappoi il musulmano Mohammed ebn-Giobair, che viaggiò in Sicilia, scriveva: — Re Guglielmo, commendevole ne’ suoi portamenti, si giova de’ Musulmani, e ha paggi eunuchi per intimi, fedeli all’islam benchè nascostamente; ha gran confidenza ne’ Musulmani, e v’affida anche gli affari più delicati; tiene una compagnia di Negri musulmani sotto un comandante musulmano; i visiri e i ciambellani trae dai molti paggi, i quali sono e impiegati del Governo e persone di Corte, e sfoggiano lusso di vesti, agili cavalli, e tutti hanno corteggio e seguito proprio. Il re a Messina ha un palazzo bianco come una colomba, dove stanno occupati molti paggi e fanciulle; esso s’abbandona ai piaceri della Corte a modo dei re musulmani, cui imita nel sistema delle leggi, nell’andamento del Governo, nella distribuzione dei sudditi, nella magnificenza. Molto deferisce ai medici e astrologi suoi: dicono legga e scriva l’arabo, e un suo intimo ci assicurò abbia adottato il motto _Lode a Dio, giusta è la sua lode_; come il motto di suo padre era _Lode a Dio in riconoscenza de’ suoi benefizj_. Le fanciulle e concubine del suo palazzo sono musulmane tutte; e un cameriere di nome Yahia, impiegato nella manifattura de’ panni, dove ricama a oro le vesti del re, ci assicurò che le cristiane Franche dimoranti in palazzo erano state convertite dalle nostre senza che il re lo sapesse, e molto s’industriavano in opere di carità.
«A Palermo i Musulmani conservano un avanzo di fede; tengono pulitamente le moschee, fan la preghiera alla chiamata del muezzin, dimorano in borgate distinte dai Cristiani, tengono e frequentano i mercati. Proibita la pubblica professione di fede (_khotbah_), fanno solo l’adunanza del venerdì, ma ne’ giorni del beiram pregano per i principi abbassidi. Hanno un cadì, che giudica i loro processi: una moschea principale ed altre innumerevoli, nella più parte delle quali si dà lezione del Corano. Le donne cristiane nell’eleganza del parlare e nel modo di velarsi e di portare i mantelli imitano le musulmane. A Natale escono in vesti di seta color d’oro, avvolte in mantelli eleganti, coperte di veli di colore, con stivaletti dorati, e pompeggiano nelle chiese, cariche di collane, d’essenze, di belletto come le musulmane.
«Non è guari, arrivò a Trapani il caid Abu’l-Kassem, capo de’ Musulmani in Sicilia, caduto in disgrazia del re per calunnie; e sebbene sfuggisse la condanna, gli furono estorti trentamila denari d’oro, senza rendergli alcuna delle case e terre avite. Dianzi riebbe il favore del re, che lo pose in un servizio di governo, ed egli vi si rassegnò, come lo schiavo di cui siansi presi la persona e gli averi»[219].
E segue raccontando come qualunque Musulmano, per sottrarsi alla collera de’ parenti, rifuggisse in una chiesa, era battezzato; che i Musulmani offrivano le loro figlie ai pellegrini perchè le sposassero, e queste lasciavano liete la famiglia per sottrarsi alla tentazione dell’apostasia e per vivere in paese musulmano. Sono le consuete esagerazioni de’ partiti soccombenti; ma ne trapela come i principi normanni procurassero usufruttare la civiltà orientale; e lungamente noi incontreremo ancora quegl’Infedeli nelle vicende della Sicilia.
Anche gli Ebrei, altrove perseguitati, ivi ebbero sicurezza, e Beniamino di Tudela nel suo viaggio del 1172 ne contava millecinquecento a Palermo, ducento a Messina.
Bizzarra mescolanza dovea presentare in quei tempi il paese; indigeni abbattuti da lungo servaggio, cavalieri normanni in corazza e morione, Musulmani con turbanti; santoni insieme e frati; corse del gerid e tornei; Nordici ignoranti e corrotti Meridionali; fastosi Asiatici e severi Scandinavi: vi si parlava greco, latino vulgare, arabo, normando, e in ognuna di queste lingue si pubblicavano i bandi; i quali doveano tanto quanto acconciarsi al codice Giustinianeo pei Greci, al _Coutumier_ pei Normanni, al Corano pei Saracini, al codice longobardo pei precedenti signori.
I Normanni, pochi e deboli, dovettero fiancheggiarsi di politica e d’astuzie, formando un governo più abile che robusto, e sprovvisto di quella vigorosa unità che è necessaria per tiranneggiare un popolo, e convergerne gli sforzi ad unico intento, massime in paese come il napoletano, così spezzato e vario di origini. Delle istituzioni de’ Longobardi e de’ Greci non cangiarono se non ciò ch’era richiesto dall’introdurvisi della feudalità al modo dei Franchi. Magistrati e conti longobardi, resisi ereditarj, aveano già formato la classe de’ baroni, che conservò la nobiltà anche dopo avere, per la conquista normanna, perduto le giurisdizioni. I Normanni investiti di feudi li sottinfeudavano a cavalieri, cioè vassalli nobili, e a gran dignitarj ecclesiastici. Ma que’ primi Normanni, e gli altri continuamente chiamati di Francia ad esercitare il lor valore, voleano sulle proprie tenute regolarsi col diritto patrio: dal che vennero i feudj al modo Franco, la cui principale differenza dai longobardi consisteva nell’esservi ammesso alla successione soltanto il primogenito, mentre in questi ciascun figlio ereditava.
Il sistema feudale fu comunicato anche ai paesi fin allora sottoposti ai Greci, e Ruggero a tutti i cavalieri di Napoli infeudò cinque moggia di terra con cinque coloni affissi a quella[220]; lo trapiantò anche nella Sicilia, che mai non n’avea gustato, scomponendovi ogni regolamento de’ Saracini. I coloni da liberi vennero dipendenti; le praterie furono aggravate di pascere i cavalli del vincitore; sottoposti a taglie i boschi e i servi della gleba; un’amministrazione fiscale e investigatrice, surrogata alla larga e tollerante dei Saracini, deteriorò l’agricoltura e il commercio.
Usati in patria a raccogliersi in adunanze legislative e giudiziali, i Normanni non ne interruppero l’uso; e il nome di _parlamento_ trasportarono, come nella conquistata Inghilterra, così pure nel paese di qua e di là dal Faro. Aperto sulle prime soltanto a Normanni, vi si traforarono poi anche indigeni, fondendosi vinti e vincitori. Ma al popolo non potea farsi luogo colà dove del suolo non avevano la proprietà che abati e signori; sicchè non v’erano ammessi che i due _bracci_ de’ baroni e degli ecclesiastici. Poi le città acquistarono il diritto di riscattarsi dai baroni, e rendersi libere, cioè non dipendenti che dalla regia autorità; ed allora all’ecclesiastico ed al baronale fu aggiunto il braccio _demaniale_, cioè che rilevava solo dal dominio del re. Quest’opera vedremo compiuta da Federico II.
Ruggero accentrò l’amministrazione nella Corte di Palermo, intorno a sè disponendo sette grandi cariche, e sotto queste gli altri signori. A capo di ciascun distretto stavano baroni e connestabili; di tutta la nobiltà il gran connestabile; della marina il grand’ammiraglio: il gran cancelliere serviva d’anello tra gli incaricati e il principe: aggiungeansi il gran giustiziere, il gran cameriere, il gran protonotaro, il gran siniscalco. L’archimandrita o abate generale, eletto dai monaci, confermato dal re, aveva ispezione sulle chiese, e specialmente le vacanti; pure i vescovi doveano a Roma ricevere la consacrazione dal papa.
Gastaldi e sculdasci aveano ceduto i giudizj a balii, giustizieri, castellani, i quali, col re a capo e con privilegi distinti, formavano una gerarchia d’amministrazione, che fu la prima foggiata alla moderna, non composta di vassalli feudalmente congiunti al signore, ma di uffiziali che coordinatamente esercitavano la porzione di potere ad essi affidata. Mentre dunque l’antica nobiltà restava in opposizione ai conquistatori, una nuova nascea di gente ammessa agli impieghi, fosse natìa o forestiera[221]: nel che pure il siciliano differiva dagli altri diritti.
Alle leggi longobarde, che fin allora avevano forza di diritto comune, con qualche mistura delle romane e delle consuetudini scandinave, Ruggero sostituì le _Costituzioni_, promulgate nelle pubbliche assemblee di baroni, uffiziali e vescovi, e che valeano in ambe le parti del Regno. Desunse dal diritto romano la legge che dichiara sacrilegio il mettere in disputa i fatti, i consigli, le deliberazioni del re. Morte comminò a chi tosa o áltera la moneta; a chi rapisce una dal monastero, sebbene non ancora velata e a titolo di sposarla; al magistrato che malversa il pubblico denaro, o al giudice che si lasciò corrompere; a chi dà farmachi per ispirare avversione, o ferisce a morte alcuno nel rotolare o menare un sasso o una trave senza darne avviso. Vietò severamente di vendere o alienare i feudi, nè che i feudatarj contraessero matrimonj senza consenso del re, e tanto meno maritassero le proprie figlie aventi l’eventualità di succedere. Nessuno eserciti la medicina se non licenziato: nessuno sia fatto cavaliere nè giudice se non venga da stirpe di militi e notaj. Molte pene concernono le adultere e le prostitute. Chi vende un uomo libero è ridotto in servitù[222].
Ruggero è da’ suoi esaltato colle lodi che sogliono prodigarsi al fondatore dell’indipendenza d’uno Stato, e all’ambizione fortunata di chi non tien conto della moralità dei mezzi. Perduti i figliuoli Alfonso e Ruggero, l’unico superstite Guglielmo fe coronare come collega (1154); e poco stante morì a sessantun anno, dopo ventiquattro di regno.
Avaro, sospettoso, pusillanime, inetto riuscì quel suo successore; e chiuso nella reggia fra sozzi e barbari piaceri, del ben pubblico non si dava pensiero. Gl’imperatori d’Oriente e d’Occidente ne presero baldanza di mettere in campo opposte pretensioni sopra il Reame, mossero armi, e sollecitarono i baroni sempre inquieti. Questi aveano avuto ricorso al Barbarossa, e quand’egli scese in Italia la prima volta, si sollevarono dappertutto; ma esso non potè ajutarli. Bensì gl’imperatori greci, che anelavano vendicarsi delle spedizioni dei due Ruggeri, e che già possedeano Ancona ed altri porti sull’Adriatico, occuparono Brindisi, che divenne il quartiere de’ baroni rivoltosi: ma Majone, oliandolo di Bari, coll’ingegno, l’eloquenza e l’arte del simulare e dissimulare divenuto cancelliere e grand’almirante del regno, ed arbitro de’ consigli e degli atti di Guglielmo, riprese questa città, e i ricoverati fece uccidere, abbacinare, sepellire nelle carceri di Palermo. Di ciò si volle gran male a Majone, e dell’aver lasciato che la fortezza di Mahadia sulle coste d’Africa, tenuta dai Siciliani, soccombesse ad Abd al-Mumin re di Marocco. Spargeasi pure che colui volesse impossessarsi della corona; onde i baroni cospirarono contro di esso; Campania e Puglia si sollevarono; lo stesso conte Matteo Bonello, da lui predestinato genero, se gli avversò, e riuscì ad ucciderlo e a tenere prigioniero Guglielmo (1161). L’abuso della vittoria fece esosi i congiurati, onde alla fine Bonello fu preso ed accecato, rimesso l’ordine coi supplizj, e Guglielmo serbò nella storia il titolo di _malvagio_.
Quel di _buono_ fu dato a suo figlio Guglielmo, che succeduto (1166) sotto la tutela di Margherita di Navarra, bello e giovane, procurò cattivarsi i cuori scarcerando quella folla di prigionieri di Stato; ma le fazioni inferocirono per disputarsi influenza nella tutela; e le eterogenee parti ond’erasi compaginato ma non formato quel regno, tendevano a separarsi. Margherita cercò appoggio empiendo la corte di Franchi, tra i quali Ugo Falcando, detto il Tacito della Sicilia pel nero e vibrato modo con cui descrisse quelle turbolenze; e di varj prelati e gran savj in diritto. Ma da contrasti e guerre il paese era tutto sovvolto, non meno che da tremuoti, pei quali Catania fu distrutta, squarciate Taormina, Lentini, Siracusa; le fonti versarono acque sanguigne; il mare nel Faro si ritirò, poi ringorgando verso la riva elevossi fin sopra le mura di Messina, tutto miseramente lavando (1169).
Guglielmo, tenutosi amico di Alessandro III, impedì che il Barbarossa attentasse al suo regno; ebbe nobil parte alla conchiusione della lega Lombarda e della pace di Venezia; poi armato per ristabilire Alessio Comneno sul trono d’Oriente, prese Durazzo, Tessalonica ed altre piazze di Grecia, ma da Costantinopoli fu respinto. Ajutò pure Antiochia, Tiro, Tripoli contro il Saladino; ma di soli trentasei anni morì (1189). La tradizione raccontò che Guglielmo il Malvagio avesse voluto smungere tutto il denaro del suo popolo; e per far prova se alcuno ne avesse ritenuto, mandò a vendere in piazza per tenue prezzo un suo bellissimo cavallo arabo. Un giovane signore lo comprò in fatto, il quale, chiesto in processo, confessò aver violato la tomba del proprio padre per tôrre quel poco denaro. Tutto quel tesoro fece Guglielmo sotterrare, poi corrervi sopra un fiume: ma Guglielmo il Buono riuscì miracolosamente a scoprirne il posto, ed ivi, in riconoscenza, fabbricò la magnifica badia di Monreale, dove ebbe la tomba, e che attesta la suntuosità e il progresso dell’arti sicule in quell’età.
Di Guglielmo non restando figli, l’eredità ricadeva in Costanza figlia postuma di Ruggero II e perciò sua zia[223]. Benchè di là dai trent’anni, il Barbarossa erasi affrettato a cercarla sposa per suo figlio Enrico; e l’inglese Gualtiero Ofamiglio, arcivescovo di Palermo, indusse il debole Guglielmo a consentirgliela. Costanza partì con più di cencinquanta cavalli carichi d’oro, argento, sciamiti, pallj grigi, vaj ed altre buone cose[224]; e le nozze furono celebrate in Milano con istraordinaria magnificenza, ma non colla benedizione dell’arcivescovo, che era papa Urbano III, reluttante da un connubio che saldava in Italia una famiglia ereditariamente avversa ai pontefici per la successione della contessa Matilde, e che li privava dell’appoggio avuto sin allora contro le esuberanze imperiali, e preparando l’unione anche di quella corona all’Impero, scassinava l’edifizio eretto dall’ardita perseveranza di Gregorio VII.
Guglielmo avea chiuso gli occhi fra i preparativi della terza crociata che dicemmo; ed essendo allora i feudatarj occupati oltremare, Enrico VI non potè mandar forze ad occupare violentemente il Regno; sicchè estremo disordine vi irruppe. Poco badando ad Enrico e Costanza lontani, chiunque teneva al lignaggio dei Normanni pretendeva una porzione di dominio, e se la disputavano[225]; nell’isola i baroni ripetevano il prisco diritto elettorale delle assemblee nazionali come in trono vacante; nella terraferma (solita peste) si amava il contrario per gelosia verso Palermo: l’arcivescovo Gualtiero sosteneva il diritto ereditario di Costanza, e il giuramento ad essa prestato in Lecce; Matteo d’Ajello, vicecancelliere, vecchione abile a condurre un partito, animava quei che repugnavano dal vedere la Sicilia, fatta indipendente pel valore de’ Normanni, or in piena pace cadere a re straniero e avverso, e negava che, come a feudo, potesse una donna succedere; i più aborrivano la dominazione tedesca, e lo storico Falcando ripeteva: — Dio vi guardi da cotesti armati di Germania, barbari, grossolani, stranieri ai costumi e alla civiltà vostra! Sotto il Tedesco, Sicilia più non sarebbe che una miserabile provincia, disgiunta dal suo sovrano, abbandonata alle espilazioni de’ suoi uffiziali. Già parmi vederla invasa da quelle orde portate dall’impeto a stremare col terrore, colla strage, colle rapine, colla lussuria, e far serva quella nobiltà di Corintj che pose anticamente nido nella Sicilia, indarno bella di filosofi e poeti tanti, e cui sarebbe tornato men grave il giogo degli antichi tiranni. Guaj a te, Aretusa, volta a tanta miseria, che mentre solevi modulare i carmi de’ poeti, or odi l’ebbrietà delle tedesche baruffe, e servi alle loro turpezze!»[226].
Come avviene quando l’autorità è sfasciata, la ciurma e gli arruffapopolo alzarono il capo; e poichè in tali occasioni vuolsi sempre qualche capro espiatorio, si buttarono sovra i Saracini. Per quanto tollerati, non poteasi sperar pace fra antichi padroni e nuovi, fra due religioni così repugnanti, l’una guardante a Marocco, l’altra a Roma. Gli Arabi aveano trescato nella minorità di Guglielmo, e Abu’l-Kassem degli Amaditi d’Africa s’era accordato cogli eunuchi di palazzo e coi baroni malcontenti per isvertare Stefano da Perche francese. Ora i Palermitani saccheggiarono le case de’ Saracini, e molti uccisero; gli altri a forza s’apersero la ritirata fino in val di Mazara, ove i centomila loro fratelli presero l’armi per vendicarli, nè chetarono finchè non ebbero promessa di sicurezza e de’ primitivi privilegi.
Quand’anche tali incendj nascono spontanei, v’è chi vi soffia, acciocchè la necessità dell’ordine costringa a prendere il partito che il primo scaltro suggerisce: e il partito or fu si convocasse il parlamento de’ baroni e si eleggesse un re.
Ruggero duca di Puglia, fratello maggiore del primo re di Sicilia, dalla figliuola di Roberto conte di Lecce avea generato Tancredi, e presto lasciatolo orfano. Guglielmo il Malvagio perseguitò questo bastardo, e prima in carcere, poi lo spinse in esiglio: l’altro Guglielmo l’accolse, gli affidò l’esercito contro la Grecia, e lo titolò conte di Lecce. Istrutto dalla sventura, prudente, educato alle matematiche, all’astrologia, alla musica, parve degno della corona e l’ottenne: la _matrice_ di Palermo, specioso monumento di architettura moresca mista a normanna, e dove ancora si ammirano, benchè guaste dall’incendio del 1811, le tombe di porfido di quei re, risonò d’applausi alla coronazione di Tancredi e del suo figlioletto Ruggero; e fu riconosciuto pure da tutte le provincie di terraferma, e investito ben volentieri dal pontefice.
Di quel tempo i Crociati d’Inghilterra e di Francia, guidati dai loro re Ricardo Cuor di Leone e Filippo Augusto, eransi data la posta a Messina, onde di conserva, dopo la svernata, passare in Terrasanta. Fiera burrasca gittò la flotta genovese sulle coste di Calabria, per modo che i Francesi, perduti cavalli e provvigioni, poveramente approdarono in Sicilia. Ricardo, di gente normanna e d’impaziente arditezza, quasi solo traversò a cavallo le montagne di Calabria, e si tragittò a Messina. La caccia era rigorosissimamente osservata in Inghilterra: non così in Sicilia: onde Ricardo, mentre a quella si divertiva, udito un falco stridire nell’abituro d’un villano, entrò per portarglielo via. I nostri, men chinati nella servilità, a pietre e bastoni respinsero il prepotente, che solo alla fuga dovette la salvezza.
A Tancredi dava noja l’arrivo di Filippo Augusto, alleato d’Enrico VI, e di Ricardo fratello della vedova di Guglielmo, da lui tenuta prigione. In fatto fu costretto rilasciar questa, restituendole la dote di ventiquattromila once d’oro; ma Ricardo pretendeva anche, come assegno vedovile, quantità di vasi d’oro e d’argento, un trono, due tripodi, e una tavola larga mezzo metro e lunga quattro, tutti d’oro, una tenda di damasco bastante a ducento cavalieri, inoltre cento galee provvigionate per un anno. Tanto era di ricchezze famosa la Sicilia! Ricusato, l’Inglese aggredì Messina; ma questa si difese a sassi, tanto che Ricardo dovette venire ad accordo, giurando pace e protezione, e fidanzando una figlia di Tancredi all’erede d’Inghilterra.
Enrico VI, coronato re dei Romani, per sostenere i minacciati suoi diritti venne in Italia (1191) coi feudatarj, che rovinatisi nella crociata, qui speravano rifarsi; e come suo padre fantasticando la dominazione universale, si prefiggeva di conquistare la Sicilia, farsi coronare a Roma, avere in arbitrio la Lombardia e la Toscana, sottomettere le coste d’Africa già tributarie ai Normanni, conquistare il trono di Costantinopoli, preda immancabile del primo occupante. Ma, non che gli bastassero forze a sì larghi disegni, dovea cercarne alle città lombarde col conceder loro la sua alleanza e sempre nuovi privilegi.
Coi soccorsi di esse e delle repubbliche marittime, calò verso Roma. Celestino III, sortito allora papa d’ottantacinque anni, procrastinava la propria consacrazione per non dovere coronare Enrico; onde i Romani offersero a questo di costringervelo, purchè egli abbandonasse alla loro vendetta Tusculo, contro di cui non aveano cessato mai l’odio, e di rado la guerra. Compiacque Enrico al fratricida desiderio (1191 — 13 aprile); unto il papa, Enrico e sua moglie dopo iterati giuramenti furono ricevuti in città. Entrati da porta Collina gettando denari al popolo perchè applaudisse, procedettero per Borgonuovo fin a Santa Maria Transpontina, donde il clero in processione li condusse al Vaticano. Precedeano il prefetto di Roma colla spada sguainata, il conte del sacro palazzo, i magistrati della repubblica, poi i giudici, i camerieri, l’imperatrice, i vescovi tedeschi e italiani, i principi e dignitarj dell’impero. Celestino stava sopra elevato trono in capo alla scalea di San Pietro, coi cardinali, vescovi e preti alla destra, i diaconi alla sinistra, e dietro i suddiaconi colla nobiltà romana e gli uffiziali di palazzo. Il re, scavalcato, andò al bacio del piede pontifizio, e ginocchione colla mano sul Vangelo giurogli fedeltà, e di soccorrerlo a mantenere i possessi, gli onori, i diritti. Il papa gli chiese tre volte se volesse rimanere in pace colla Chiesa, e mostrarsene figlio rispettoso; e avuto il sì, ripigliò: — Ed io ti ricevo come figlio diletto, e ti do la pace come Dio la diede a’ suoi discepoli», e lo baciò.
Allora mossero in processione; e alla porta Argentea esaminato sulla fede religiosa, l’imperatore ebbe il chiericato, promettendo riprovare gli eretici, ed assister poveri e pellegrini. Il cardinale d’Ostia unse Enrico al braccio destro e fra le spalle; il pontefice gli porse l’anello, la spada, lo scettro, e impose la corona d’oro a lui e alla moglie[227]. Poi si celebrò il santo sacrifizio, durante il quale si cantava vittoria e lunga vita al papa, all’imperatore, all’imperatrice; l’imperatore offrì pane, cera, oro, e ricevette l’eucaristia. Finita la messa, dal conte del palazzo gli furono posti gli stivaletti imperiali e gli sproni di san Maurizio; poi tenne la staffa del cavallo bianco del papa, e l’addestrò fin al Laterano: al pasto, sedette alla destra del pontefice, mentre l’imperatrice in separata sala convitava vescovi e grandi.
Non mancò lo spettacolo del sangue, poichè la guarnigione tedesca uscì di Tusculo, ed i Romani, senza udir prego nè pianto, uccisero, accecarono, mutilarono quegli abitanti, e disfecero il paese[228]. Alcuni poterono fuggire tra le montagne; altri, per amore del luogo natìo, si tennero vicino alla patria devastata sotto _frascati_, che poi dieder nome al paese che vi succedette.