Sodoma e Gomorra: Cronistoria del Libertinaggio attraverso i secoli ed il mondo
Part 6
La marchesa aveva una sostenuta vigilanza, giacchè temeva che il re non l'abbandonasse completamente, a causa della sua schifosa infermità che aveva già costretto il reale amante a trascurare per un certo tempio il letto di lei. Questa infermità diè voga in Francia al seguente epigramma:
La marchesa è piena d'incanti, tutta grazia ed occhi franchi, le crescono i fiori d'innanti: ma, ahimè! son fiori bianchi!
Dagli inviti di corte ella cercava sempre di allontanare tutte quelle dame che potessero impressionare il re per la loro bellezza, e spesso facevale anche esiliare perchè avevano commesso il delitto di voler piacere un po' troppo. Divenuta sopraintendente dei piaceri del monarca, fece reclutare bellezze nuove ed ignote, per rinnovare il serraglio che essa governava a suo capriccio.
Tale fu l'origine del _Parc-aux-cerfs_ abisso dell'innocenza e dell'ingenuità, che inghiottiva la folla delle vittime, le quali, ritornando dopo nella società, vi apportavano la corruzione, l'amore della crapula e tutti i vizii di cui si infettavano necessariamente col commercio degli infami agenti di un simile luogo.
La marchesa morì chiedendo perdono alla sua casa e a tutte le cortigiane delle scandalo che aveva lor dato, cosa che non impedì di gratificare la sua tomba dell'epitaffio seguente:
Qui giace chi fu quindici anni zitella, Vent'anni cortigiana e otto ruffiana.
Dopo la Pompadour venne la Dubarry che mise il colmo alle infamie. Lo scettro di Luigi XV nelle mani di questa cortigiana divenne la clava delle più grandi follie. Quale stravaganza in tatti di vedere questa donna uscir nuda dal letto, e farsi calzare una pantofola dal nunzio del Papa e l'altra dal grande elemosiniere, e che questi due prelati si stimavano ben compensati per tal vile e ridicolo impiego, gettando un colpo di occhio fuggitivo sui secreti incanti di una simile bellezza!
Il re aveva parecchie volte parlato con piacere della principessa di Lamballe, la Dubarry se ne impensierì e fece parte delle sue preoccupazioni all'abate Ferray, che, da sincero amico, le consigliò di imitare la Pompadour, e di prestarsi, come questa defunta sultana, ai mutevoli gusti del monarca; di fargli qualche volta da ruffiana, di fornirgli qualche giovanetta che potesse per un certo tempo occupare il cuore del re. E pare che ella mise in pratica la lezione dell'abate, tanto da permetter al re quasi in sua presenza di godersi l'artista Raucoux della Commedie-Française, che per la sua eccezionale impudicizia era soprannominata la _Grande Lupa_.
Verso la fine del regno di Luigi XV la Dubarry fu continuamente malmenata nelle canzoni, negli epigrammi, nelle caricature e nelle novelle che circolavano sul suo conto alla corte ed in città.
Si scrissero su di lei molti opuscoli e biografie raccontando dettagliatamente tutte le circostanze ed i passatempi più secreti della favorita col suo real amante. In uno di questi scritti intitolato _Memorie secrete di una donna pubblica, o avventure della Contessa Du Barry, dalla culla fino al letto di onore_, sono narrate tutte le astuzie a cui ella ricorreva per consolarsi dell'esaurimento del re col duca d'Aiguillon ed in mancanza di questi col piccolo Zamore, col quale aveva messo in pratica tutte le teorie dell'Aretino.
Se questi erano i costumi dell'alto, non reca meraviglia che la corruzione avesse raggiunto nel popolo i maggiori eccessi.
La pittura di tali depravazioni si trovano più particolarmente nelle _Nouvelles de l'Opera vestales et matrones_.
«Ogni sera al cader del giorno si vedono accorrere in folla al giardino delle _Tuileries_ un reggimento di piccole operaie avvolte in cuffie, delle donne che si spacciano per vedove, delle vecchie sarte con fanciulli, le quali tutte vengono per darsi ai vecchi libertini, che ne fanno ricerca.
Madamigella Laurencin avendo servito in questa corporazione per circa dieci anni, finì per ottenere un impiego dal conte di Binter, che l'aveva trovata molto destra in certi esercizii!
Non si andava neanche troppo pel sottile riguardo certi pregiudizii, e non era molto difficile ad un uomo danaroso, il quale aveva avuto un bastardo, di trovargli un padre legittimo; ed a questa sostituzione si prestavano non di rado perfino dei nobili spiantati. L'oro accomodava tutto.
«Si contano a Parigi 30,000 donne pubbliche, dice Mercier, e circa 10,000 mantenute che di anno in anno passano di mano in mano.
«La polizia cerca delle spie in questo corpo infame. I suoi agenti mettono queste disgraziate a contribuzione, aggiungendo i loro disordini ai disordini della classe, esercitano un impero sordidamente tirannico su questa gente avvilita, la quale crede che non vi sono leggi per lei. Sì, vi sono esseri aldisotto di queste donne, e questi esseri sono certi uomini della polizia.»
Oltre delle prostitute e delle cortigiane era venuta su una nuova classe di pervertite, le quali attiravano i giovani ricchi, fingendo di darsi ad essi per amore e non per venalità, giacchè non accettavano danari, ma regali e ricordi in... gioielli e brillanti.
«La rivoluzione di Termidoro è stata la vittoria della donna, hanno detto i fratelli de Goncourt, il Terrore rappresentava una tirannia virile, ed era nemico personale della donna, in questo senso che le toglieva ogni influenza, e le dava solo alcuni diritti. Il Terrore detronizzato, le donne hanno ricorso al loro esercizio feminile: hanno fatto della rivoluzione politica una rivoluzione sentimentale. Poi, le lagrime non ancor bene asciugate, hanno gettato la Francia verso il loro patrono: il Piacere, e subito sono ridiventate signore e regine in questo paese, che aveva fatto un certo digiuno di lusso, di diamanti e di feste.»
All'epoca del Direttorio lo scopo unico della vita sembrava essere il godimento. Le donne non si occupavano di altro se non di essere seducenti, senza andar troppo pel sottile nelle questioni di virtù e di castità.
La manifestazione più strepitosa del rilassamento dei costumi in tale epoca fu l'abbigliamento.
«Non più busti--scrive Lacour--non più vesti. Una camicia ricoperta da una tunica drappeggiata all'antica, o meglio una lunga guaina di lino, di mussola o di velo, stretta stretta, che era la perfetta traduzione delle forme, e poi... basta. Solo intorno al collo, sul petto, alle orecchie, nei capelli: cammei, medaglioni e di ogni colore e di ogni grandezza, in mano, una _ballantine_ ed un sacchetto, alla cintola un nodo con nocca; e generalmente si faceva di tutto per simular la gravidanza.»
I giuochi di società erano tutti a base di... stimolanti, e nei balli soprattutto la libertà dei costumi raggiunse il suo apogeo. Madama Tallien comparve al ballo dei Frascati con una veste trasparente, avendo due cerchi di oro in guisa di giarrettiere, anelli a tutte le dita, i piedi nudi stretti in sandali di porpora. Si andò anche più oltre, il costume alla _sauvage_, pei balli, era di velo chiaro, con mutande aderenti al corpo in maglia di seta color carne. Le alte cortigiane avevano il coraggio di andare la sera a passeggio nei giardini di estate, portando un semplice calzone di seta rosa, sotto una camicia di lino chiaro; esponendo a tutti gli sguardi i seni, le gambe e le cosce strette in cerchi di diamanti. Questa classe di donne, dette più propriamente le _meravigliose_, finì per giudicare perfino inutile la camicia, e passeggiavano pei _Campi Elisi_, nude in una guina di velo, e qualcuna col seno interamente scoperto.
La letteratura oscena era naturalmente in gran moda, gli spettacoli licenziosi abbondavano, ed a tali esempii, dice Mercier, la lascivia dei Parigini era diventata così sensibile da superare quella dei passerotti che popolano i loro tetti; anzi i primi sono ancor più volubili e cambiano di femina più frequente dei secondi, e la maggior parte non hanno nemmeno la stessa delicatezza nei piaceri.
«Non vi è un sol angolo di porta, un sol angolo di muro che non sia triplamente coperto di stampati annunzianti rimedii per la guarigione radicale delle malattie veneree. Si distribuiscono nelle mani dei vecchi, delle donne, delle giovanette mille annunzii di pretese guarigioni. Nessuno arrossisce di dare o di ricevere questi stampati.»
E togliamo ancora dai _Tableaux de Paris_ di _Mercier_ quest'ultimo meraviglioso quadro della vita libertina di quei tempi:
«Alle nove di sera il rumore ricomincia... è la sfilata dello spettacolo. Le case sono scosse dal rullio delle vetture; ma questa confusione è passeggiera. È l'ora, in cui tutte le prostitute, la gola scollata, a testa alta, il viso illuminato, l'occhio ardito quanto il braccio, malgrado la luce delle botteghe e dei pubblici fanali, vi perseguitano nel fango con le calze di seta e le scarpine piatte. Si dice che l'incontinenza serve a preservare la castità; che queste donne vulgivaghe impediscono il furto; che, senza le ragazze di piacere, la gente avrebbe meno scrupoli di sedurre e di violare giovani innocenti. Checchè ne sia questo scandalo è passato innanzi la porta delle oneste borghesi che hanno figlie spettatrici di tale obbrobrioso disordine.
«Alle undici, nuovo silenzio. È l'ora in cui ognun finisce di cenare. È l'ora pure in cui i caffè sono pieni di oziosi e di viziose. Le libere passeggiatrici non osando più di restar in istrada, per non farsi arrestare dalla ronda che a tal ora è in giro, si rifuggiano nei caffè.
«A mezza notte e un quarto di nuovo il rumor delle carrozze, di quelli che escono dai teatri, dai caffè, dai divertimenti, e che, non essendo giocatori, rincasano. La città a quest'ora non appare per nulla deserta: il modesto borghese e l'operaio che dorme diggià, è svegliato da simile confusione, cosa che non dispiace punto alla moglie. Più di un Parigino deve la sua nascita alla brusca commozione degli equipaggi. Il tuono è anch'esso un gran popolatore!
«Al mattino, i libertini escono dalle case delle amanti di una notte pallidi, disfatti, la coscienza più volta al timore che al rimorso, e gemono tutto il giorno per l'occupazione della notte, ma il vizio è un tiranno che li riprenderà l'indomani.»
Come si vede la corruzione aveva fatto in tutte le classi tali progressi, che è da meravigliare se la società moderna, pervertita sin dalla nascita dal rovesciamento di tutte le leggi, dallo scatenamento di tutte le follie, dalla sete smodata dei godimenti e dei piaceri sensuali, dall'amore del lusso, della ricchezza e dal desiderio del piacere, non sia più cattiva e più depravata. Si ammigliorò, al contrario, a misura che il governo rivenne a migliori istituzioni sociali. Il gran riformatore fu il Primo Console.
III. Pratiche Viziose Contro Natura
(Nell'antichità)
La storia del vizio contro natura nelle sue diverse manifestazioni si perde nella notte dei tempi, o almeno non se ne trovano indizii che per la pederastia, ma a partire dalla Grecia antica i poeti di quei tempi sono stati, si può dire, gli storici della concupiscenza, illuminandoci sulle alte turpitudini dei loro concittadini. A Roma soprattutto si era diventati maestri nell'arte dei raffinamenti lubrici.
Tra le diverse pratiche immonde bisogna menzionare in prima linea l'azione dei _cunnilingues_ e dei _fellatores_.
I _cunnilingues_ erano quelli o quelle (giacchè questa sporcizia era praticata da entrambi i sessi) che eccitavano i genitali femminili con la lingua sulla clitoride.
I _fellateurs_ o _fellatrices_ succhiavano le parti virili e le tribadi sacrificano a Venere senza il concorso dell'uomo.
Il poeta Marziale nei suoi epigrammi ci dà un quadro magnifico di questi depravati:
«Manneius, marito con la lingua, adultero con la bocca, più sporca delle bocche del Summaenium, di fronte al quale, vedendolo nudo innanzi alla sua finestra a Suburra, l'ignobile prostituta chiude il suo lupanare. Lui che ha tanta pratica delle visceri femminili, da sapervi dire se una donna incinta ha nel ventre un maschio od una femmina; ora non può allungare l'infetta lingua, giacchè un male indecente ha imputridito la cloaca della sua bocca, in modo che il poveromo non sa più come fare per essere pulito nè sporco.»
Questa mostruosa fantasia fu spinta tant'oltre presso i Greci, che, cosa incredibile, non contenti di leccare le parti genitali delle donne allo stato normale, ve ne erano di quelli che le ricercavano umide e sporche sia di mestruo, sia di tutt'altra escrezione.
I Romani imitarono i Greci, Seneca s'indigna di veder nominare console un cunnilinguo:
«Ignoravi tu dunque, quando nominasti console Mammercus Scaurus, che egli inghiottiva a bocca aperta i mestrui delle sue serve? E se ne nascondeva forse? E ci teneva forse ad apparire un uomo puro?»
Questa porcheria era chiamata «andare in Fenicia» perchè tale operazione ricordava il colore rosso di questo paese. Simile atto era designato pure con la parola Scylax (cane) perchè i cani hanno di tali abitudini schifose.
La strana depravazione dei cunnilingui fu ancora in favore nelle età susseguenti. Ausonio in un suo epigramma dice:
«Che padre modello quel Eunus, quando sua moglie è incinta, si affretta a dar lezioni di lingua ai figli non ancora nati!»
Catullo nei suoi versi tratta da becchi i _cunnilingues_ ed i _fellatores_ a causa della fetidità delle loro bocche.
Una varietà di _fellatores_ era data dai così detti _irrumateurs_, che non succhiavano, ma semplicemente solleticavano colla lingua.
I Lesbici passavano per gl'inventori di questa impurità, ed è per tale ragione che si trova spesso citata la parola «lesbianizzare». Gli abitanti di Nola avevano simile riputazione; Ausonio ne parla in questi termini:
«Aldifuori della privanza coniugale, del legittimo commercio, l'infame lussuria ha scoperte oscene voluttà, che all'erede di Ercole consigliò lo scioglimento di Lemno, che la toga del fecondo Africano mise in mostra sulla scena, che una molle e corrotta capitale insegnò alle genti di Nola. Crispa che non ha se non un corpo solo pertanto le pratica tutte; essa masturba, succhia, presta alle impure voglie l'uno e l'altro orifizio; ha paura di morire senza essersi corrotta in ogni parte dell'impudico corpo.»
Il _Manuel d'erotologie de Forberg_ descrive tutte queste sozzure con una eccessiva ricerca di dettagli; ed in esso si trova la famosa domanda di Smepronia ad un suo amico: «Che melodia vuoi che ti suoni su questo flauto?»
Ai giorni nostri il coito boccale è in gran voga, specie fra le classi di condizione relativamente agiata, e fra i mariti che amano il contrabando, giacchè, secondo loro, questa pratica presenta meno pericolo di contagio.
Se la semenza umana potesse fecondar la terra, nel bosco di Bologna a Parigi, sopratutto di està, che musica di vagiti si udrebbe!
È là che la sera, il libertino seduto sul banco e la felattrice inginocchiata per terra, la Venere contro natura trionfa!
Gli antichi per sfogar le loro brame non lasciavano neppur caste le glandole mammarie. Nei suoi dialoghi Luisa Singea, fa raccontare ad Ottavia una scena di questo genere: «Con l'una e l'altra conca di Venere--ella dice--mi sono coperta di onta! arrossisco nel ricordarmi che l'interstizio dei miei seni è servito di passaggio a Venere...»
Ma non andiamo più oltre, chi volesse sapere fino a quali estreme raffinatezze gli antichi fossero giunti per soddisfare il loro erotismo non ha che a leggere il _Satyricon_ di Petronio.
IV. Vizii contro Natura Femminili
1º Tribadi, Fellatrices, Fricatrices nell'Antichità
Le fellatrici erano pure spesso chiamate tribadi. Questa depravazione voluttuosa era familiare alle donne di Lesbo e rapidamente si sparse per tutta la Grecia, donde tal passione fu importata in Italia, e le matrone romane vi si abbandonavano con furore.
Tutti i poeti erotici della Grecia sono d'accordo nel riconoscere che il tribadismo era in grande onore a Lesbo. Luciano l'attesta: «... È una di quelle tribadi come spesso se ne incontrano a Lesbo, che non vogliono ricevere gli uomini, e che fanno l'ufficio di uomini con le donne».
Si supponeva che se tale vizio era inveterato nelle Lesbiche, esse vi fossero spinte dalla loro natura stessa, per liberarsi da un intollerabile prurito; giacchè, si diceva, che elleno avessero una clitoride troppo prominente, la quale impediva loro di aver commercio cogli uomini.
Oltre la celebre Saffo, di cui parla Ovidio, vi fu un'altra tribade ancor più famosa per nome Megilla. Luciano nei suoi _Dialoghi_ ce la mostra sotto un aspetto veramente tipico.
E vi fu pure una certa Philoenis la cui passione libertina non conosceva limiti, ella aveva così pronunziata l'escrescenza delle parti genitali, da andare alla ricerca delle donne vergini, ed arrivava fino a sodomizzare i ragazzi. Marziale racconta che ella abusò di dodici giovanette in un giorno solo!
Luciano in una violenta satira riprova le orgie delle tribadi di Roma: «Andiamo, uomo del nuovo secolo, egli esclama, legislatore di sconosciute voluttà, poichè tu apri una nuova via alla lubricità degli uomini, accorda dunque alle donne un'eguale licenza; che esse si uniscano in fra di loro, come gli uomini, che provvedute come sono da un simulacro degli organi virili, mostruoso enigma della sterilità feminile, una donna si corichi con un'altra donna, come un uomo con un uomo!
«Che questa parola la quale colpisce così raramente le nostre orecchie e che ho vergogna di pronunziare, che l'oscenità delle nostre tribadi trionfi spudoratamente!»
A quei tempi si credeva che l'esagerazione della clitoride fosse causa di sterilità; giacchè si raccontava di un agiato Romano il quale avendo sorpreso sua moglie in funzioni tribadiche, con un colpo di rasoio le aveva tagliato quella escrescenza, e che da allora la matrona divenne feconda dopo quattro anni di sterilità.
Ed un poeta più moderno, parlando delle tribadi esclama:
«Esse operano un miracolo degno dell'enigma tebano, rendendo possibile l'adulterio senza il concorso di un uomo.»
Leone l'Africano nella sua descrizione dell'Africa (1632) parla così delle tribadi di Fez:
... «Ma quelli che hanno un giudizio più sano, chiamano queste donne _Sahacat_, parola che corrisponde al latino _Fricatrices_, perchè esse hanno l'abbominevole abitudine di godersi fra di loro. Se accade che qualche bella donna va a visitarle, questo streghe si mettono a bruciare di amore per essa, non meno ardentemente che gli adolescenti per le giovanette, e sotto forma diabolica le chiedono per compenso di soffrire che esse l'abbraccino. Ne risulta allora che ella crede di obbedire agli ordini del diavolo, mentre non fa che soddisfare i capricci delle streghe. Se ne trovano puranco di quelle che attratte dal godimento provato in questi abbracci, ricercano in seguito l'accoppiamento con le streghe, e, fingendosi ammalate, le chiamano presso di loro per eludere la vigilanza dei mariti. Quando questi si accorgono della cosa, le streghe dicono loro che la moglie è posseduta dal diavolo e che non potrà liberarsene se non entrando a far parte della loro associazione.»
La parola tribade aveva pure altra volta un diverso significato, serviva a designare le donne che, in mancanza d'un uomo, ottenevano il godimento sia per mezzo del dito, sia introducendosi negli organi genitali un ordigno di cuoio.
I Greci chiamavano quest'ordegno _Olisbos_, pare che le donne di Mileto se ne servissero molto. Suidas nel suo dizionario alla parola _Olisbos_, dice: «membro virile in cuoio, di cui usano le donne di Mileto, come tribadi ed impudiche, le vedove se ne servono pure.»
Luisa Singea, dice: «Le donne di Mileto si fabbricano dei simulacri di otto pollici di lunghezza e grossi in proporzione.» Aristofane ci apprende che le donne del suo tempo se ne servivano pure, più tardi in Italia, in Grecia ed in Asia questo strumento occupava il primo posto nel gabinetto di _toilette_ femminile.
2º Le tribadi al medioevo
Abbiamo già accennato in uno dei capitoli precedenti come nel medioevo i massimi disordini carnali si verificassero nei penitenziali, dove abbiamo visto che gli errori antifisici delle donne erano puniti colla stessa severità di quelli degli uomini.
Il termine di tribade si trova riportato in tutti i penitenziali, così in quello di Angers al X secolo indicava tre anni di penitenza alle tribadi (_mulier cum altera fornicans_).
Si è pure visto come più tardi lo squadrone volante della regina Caterina de' Medici, non fosse composto da altro se non da damigelle che si abbandonavano a tutti i sollazzi, non escluso quello del tribadismo. Brantôme nelle sue _Dame galanti_ l'illustra a meraviglia.
Sauval parla di talune lesbiche, le quali si crescevano le donnole per farsi conoscere «tanto che gli antichi si servivano di queste bestiuole come di lettere jeroglifiche per indicare le tribadi.»
E tanto era il gusto che questo donne provavano a far l'amore in fra loro da non volersi maritare, nè dal volere che le loro amiche si maritassero.
Anche Brantôme fa menzione degli «istrumenti in forma di priapi, che si è voluto chiamare _Godemichys_ parola formata dal latino _Gaude mihi_.»
Ai tempi di Luigi XVI esisteva un vero collegio di tribadi, e si davano il nome di Vestali di Venere. Riunioni particolari si tenevano in appositi locali, le associate erano in gran numero e tutte di alto censo. Esistevano perfino statuti, sotto la garenzia dei anali si operavano le nuove ammissioni; l'affiliazione contava tre categorie: le promotrici, le postulanti, le iniziate.
Prima che la postulante fosse ammessa ai segreti dell'ordine, doveva subire una prova per tre giorni di seguito. Rinchiusa in una cella tappezzata d'immagini lubriche, virilità maschili ritte e scene di accoppiamento, doveva alimentare il sacro fuoco. Questo fuoco, composto di materie speciali, aveva il carattere particolare che se vi si metteva troppo o troppo poco materiale si spegneva, e ciò per provare che la postulante non si era distratta nella contemplazione degli organi e delle pose lascive che la circondavano. Se il fuoco si spegneva, voleva dire che ella aveva ancora qualche desiderio pel maschio, e perciò non poteva essere ammessa.
L'ammissione la faceva passare nella categoria delle iniziate. Solo questo possiamo dire, gli altri articoli dello statuto appartengono ai trattati di pornografia, e noi passiamo a descrivere la tribade moderna.
3º Le Tribadi moderne
Il dottor Chevalier si esprime così: «La donna è portata ad aggrandire il dominio dell'amore, per soddisfare le naturali voluttà. Il disgusto è il castigo dell'eccesso; sempre assetata di nuovo, sempre alla ricerca dell'ignoto nel campo infinito del piacere, ella vuol gustare tutte le ebbrezze, conoscere tutte le specie di baci, cantar tutta la lira di amore, e va, va lontano, più lontano ancora fino all'illecito. Notate però che spesso il solo colpevole è l'uomo. È lui che sveglia nella donna la curiosità delle sensazioni ignorate, ingannandola nella sua aspettativa con la brutalità o la propria perversa impotenza, non servendosi di lei che come un istrumento di piacere, iniziandola ai misteri dell'amore unilaterale, quando non arriva perfino a condurre, dopo libazioni, la sua compagna di un'ora, la concubina, o la propria legittima sposa in una casa speciale per offrirle lo spettacolo di un lavoro, pel quale un largo tappetto di velluto nero è steso sul pavimento, o per sottomettere lei stessa al saffismo. D'allora la caduta è irrimediabile; la donna piglia in orrore l'uomo e l'amore e va ad ingrossare il battaglione delle lesbiche. Ed ecco come molte volte avviene che un marito non possa obbligare la moglie ad un cambiamento di residenza; un altro condurre la sua a prestarsi ai doveri coniugali, e un altro non poter nemmeno riuscire a penetrar nel letto di lei.»