Sodoma e Gomorra: Cronistoria del Libertinaggio attraverso i secoli ed il mondo

Part 5

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Si avevano ancora scandalose processioni, nelle quali alcun senso morale non era rispettato. «Il 30 gennaio 1589, dice Dulaure, si fecero in città parecchie processioni con quantità di fanciulli, tanto maschi che femine, ed adulti uomini e donne, tutti nudi ed in camicia, e lo spettacolo ne era così attraente da non essersi visto mai cosa sì bella». Il cavaliere di Aumale faceva i suoi giorni grassi in queste processioni, e lo si trovava sempre immischiato per offrire da refocilarsi alle graziose e poco vestite penitenti, le quali riscaldate da tali colezioni si permettevano qualunque eccesso. E si ricorda che perfino una volta il cavaliere condusse la _santa vedova_ coperta solo da una fine tela, attraverso la chiesa di S. Giovanni, baciucchiandola e palpeggiandola, a grande scandalo di parecchie persone devote.

Questa _santa vedova_ era la figlia di Andrea di Hacqueville, primo presidente al gran consiglio di stato e cugina del duca di Aumale, il quale ne aveva fatto la sua concubina. L'avventura della chiesa di S. Giovanni, produsse un tal scandalo che le processioni ne furono atterrate.

In moltissime poesie del tempo si trovano schizzi dei costumi di allora. Il dottor Courval-Sonnet ci dà dettagli sui balli pubblici, ai quali gli uomini si recavano al solo intento di procurarsi l'amante di un'ora e le donne allo stesso scopo. In queste sale di orgia pubblica si commettevano le più grandi immoralità, dal palpeggiamento osceno al bacio sul seno.

Il dottor Courval-Sonnet, questo medico poeta, in versi molto liberi, traccia episodii del libertinaggio vagabondo. Apprendendoci come fra le bande erranti dei Bohèmiens, gli uomini viziosi cercavano compiacenti mercenarii e feroci depravazioni. Tutte le donne, che facevano parte di queste nomadi popolazioni, erano a dieci anni già esercitate al traffico infame, e per trovarle vergini, si sarebbe dovute prenderle nel ventre della madre!

Sempre lo stesso autore nei suoi versi parla di un signore che essendo andato a cercare fra queste donne facil conquista, la notte, mentre dormiva a pugni chiusi, ubbriaco di vino e di eccessi, fu dalla bella rubato e per compenso ne ebbe quale imperituro ricordo... la sifilide. Cosa che ai nostri giorni non è certo più rara!

Il teatro era puranco orribilmente licenzioso. Bisognerebbe citare tutte le farse che ci restano del XVI secolo per constatare le innumerevoli risorse della loro immoralità, e per comprendere qual parte avevano nell'insegnamento del vizio.

Una donna, dopo aver assistito a queste oscene rappresentazioni, ne usciva con l'animo insozzato e con lo spirito volto alla lussuria.

Non soltanto le immagini più oscene, le parole più crude, le massime più vergognose, infioravano il dialogo, ma ancora la pantomima e di giochi di scena provocavano orribilmente alla crapula.

Un esempio tipico di queste farse sconce è quella di _Frère Guillebert_. Sin dall'esordio non è che un ammasso di volgari oscenità, espresse senza alcun velo. Si tratta di una giovane, maritata ad un vecchio, il quale l'ama, ma che non può darle prova del suo amore, se non una volta al mese. La moglie si lagna di ciò con la comare, la quale si meravigliava di vederla magra e pallida; e le dice che è troppo soffrir per lei, che se ne muore di consunzione e di fedeltà. La comare, donna piena di esperienza, la consola e la persuade a cercarsi un gagliardo amico; inutile dire che il consiglio venne subito accettato. La povera negletta avrà un marito. Il frate Guillebert arriva a buon punto. S'intendono, e si danno convegno per l'indomani, e la farsa finisce con una descrizione che farebbe arrossire perfino la penna del Casanova.

I soli titoli delle diverse farse allora in voga indicano sufficientemente ciò che dovevano essere.

«Nuova farsa, delle donne che chiedono ai loro mariti l'interesse dei mancati amori; ossia il marito, la moglie, la cameriera ed il vicino».

«Farsa delle donne che fanno nettar le loro caldaie e proibiscono che si metta la pulitura intorno al buco.» ecc.

L'hotel di Borgogna che rappresentava le farse propriamente dette, fino alla metà del decimosettimo secolo, vantava un commediante autore, il quale creava degl'intermezzi per tenere desta l'ilarità dell'uditorio fra due commedie, e che erano delle oscenità di questo genere: Il giocondo sermone di uno stuprator di nutrici. Il sermone dei batticuli e tutte le turpitudini sul capitolo dei _conculcavimus_. «Cari uditori, diceva facendo l'elogio della serata, vi bacio la mano, e voi baciatemi il deretano!» Nelle sue _fantasie_ e nei suoi _paradossi_, non si vergognava di generare equivoci, come questo: «La donna prudente è quella che ha il palmo della mano peloso. L'ardita è quella che aspetta due uomini in un buco odoroso».

I mariti conducevano là le loro mogli, e le loro figlie. In generale in tutti i teatri non si rappresentavano che follie di amore ed adulterii, e non si discorreva che di mariti ingannati e di mogli infedeli.

Sotto Luigi XIII il vizio prese una spaventevole corrente. Data l'abolizione delle case di tolleranza, le prostitute non avendo più nè costume, nè insegna che le facessero riconoscere, ne risultavano continui equivoci dispiacevoli per le donne oneste. Le quali si vedevano spesso avvicinate ed insultate in pubblica via, e non potevano far altro che protestare contro gli oltraggi e le proposte impudiche fatte loro.

La donna la più disonesta non era tenuta a dichiarare la sua scandalosa professione, anzi spesso la si vedeva posare a donna di onore, quando non le conveniva di accettare qualche proposta fattale. Le cortigiane abitualmente dimoravano in certe specie di botteghe, aventi finestre sulla strada ed entrate in vicoli deserti; esse erano sedute innanzi la finestra, parate dei loro ornamenti più belli, e sorridevano sfrontatamente agli uomini che passavano innanzi a questi loro _gabinetti da lavoro_.

Le ragazze libere si riunivano la sera in luoghi convenuti, nei quali i libertini andavano a raggiungerle e dove si passavano scene scandalose.

Paulain de Sainte-Foix diceva che un missionario il quale predicava a S. Giacomo dello Spedale si scagliò con tanta forza «contro i convegni che si davano ogni sera al pozzo di amore de l'Ariana, e contro le oscene canzoni che vi si cantavano, e contro le danze lascive che vi si ballavano, e contro i giuramenti che vi si facevano, come su di un altare, di amarsi sempre, e di tante altre cose obbrobriose che in tal luogo si compivano, che tutti i devoti e le devote si recarono in folla ad ostruire con pietre questo ricettacolo della corruzione.»

I crociati, che dai loro viaggi d'oltre mare, importarono tante cose sconosciute, ristabilirono nel medio evo la moda dei bagni e delle stufe, di cui avevano fatto le loro delizie in Oriente. Invano i sessi erano divisi nei pubblici stabilimenti, i cattivi costumi profittavano di un'istituzione così favorevole al mistero. I bagni di Parigi non avevano nulla da invidiare a quelli di Roma; l'amore ed il libertinaggio attiravano il maggior numero di clienti in quei bagni, che coprivano tutto collo stesso velo discreto; i domestici maschi e femine di questi santuarii del vizio favorivano le corrispondenze, le interviste ed i piaceri; spesso secrete comunicazioni riunivano le stufe maschili a quelle femminili, facendone delle vergognose succursali dei luoghi infami. Perciò simili stabilimenti erano frequentati da tutti, i ricchi avevano cabine particolari, i poveri si bagnavano uomini e donne in una sola vasca.

Ogni barbiere poteva avere un bagno da uomo o da donna nella sua bottega, e oltre questi vi erano i grandi stabilimenti. Sin dallo spuntar dell'alba gli strilloni speciali annunziavano che i bagni erano pronti.

Nella _Danza Macabra_ si legge che «i barbieri ed i bagnini, servitori di questi luoghi d'impudicizia, non si limitavano alla sola parte di compiacenti merciai della galanteria, ma che maneggiavano abilmente il rasoio e la lancetta, vendevano certi unguenti afrodisiaci speciali e praticavano la medicina infischiandosi della facoltà.»

Appena è possibile di prestar fede all'indecente e bizzarro servizio che, dicesi, reclamassero da questi ruffiani gli uomini e le donne. L'uso di farsi _fare il pelo_, cioè a dire di radere, tondere, o strappare con pinzette i peli che crescono su certe parti del corpo, nei due sessi; tale pratica pare che fosse, insieme ai bagni di vapore, stata importata dall'Oriente. Gli uomini e le donne che volevano passare per persone caste ed esemplari avevano immaginato di far sparire completamente dal loro corpo, ciò che chiamavano il _vergognoso pelo_. Solo i depravati e le donne dissolute, invece di tonderlo periodicamente, lo pettinavano, lo arricciavano e lo profumavano con mille ricercatezze di oscene sensualità.

Un aneddoto del _Mezzo di Pervenire_, racconta che la moglie dell'avvocato Librean, avendo chiesto a suo marito uno scudo per farsi _fare il pelo_, e non avendogliene questi voluto dare che solo mezzo, la moglie pensò di fargli un bel tiro. Andò via e la sera si mise a letto tranquillamente, quando il marito le si distese accanto, e volle osservare se il barbiere aveva ben servita la sua metà, con sua somma sorpresa si accorse che il pelo non era raso che da un lato solo:--E come,--esclamò egli--amica mia, ti sei fatta tanto mal servire? il tuo affare è fra due età, non avendo... barba se non da un lato solo.--Che vuoi--rispose la sorniona, sono stata servita come ho pagato; mi hai dato la metà di quanto ti ho chiesto, e mi hanno del pari spelata a metà. Fu così che al mattino l'avvocato diede l'altro mezzo scudo alla moglie, perchè si andasse a far... ringiovanire da entrambi i lati.

I barbieri ed i bagnini avevano anche la delicata missione di _rifare le verginità_ perdute, ed ecco una curiosa ricetta tramandataci da alcuni allegri storici di quei tempi, che riportiamo a titolo di curiosità.

«Pigliate mezza oncia di terebentina di Venezia, un poco di latte proveniente dalle foglie di asparagi, un quarto di oncia di cristallo minerale infuso nel succo di limone, o in quello di mele acerbe, un bianco di uovo fresco con un po' di farina di avena, di tutto ciò fate come una foglietta che abbia una certa consistenza e la introducete nell'interno della parte da riparare, avendo cura di far prima una siringa di latte di capra, e di ungerla con pomata di razis bianco».

Le procuratrici di case di mal affare traevano grandi vantaggi da simili metamorfosi, e perfino alcune madri vendevano, riparandola, diverse volte la verginità delle figlie.

Quando una donna galante incominciava ad accorgersi che gli anni allontanavano i suoi adoratori, per non veder diminuire la fortuna che con essi aveva accumulata, impiegava il suo danaro e la sua esperienza nella fondazione di una _casa di onore_, dove si giocava, si cenava e si facevano altre illecite cose. Era là che si riunivano i più pericolosi cavalieri di industria.

Queste bische si moltiplicarono talmente verso la fine del XVII secolo, che la polizia fu obbligata a ricorrere a misure straordinarie per rimediare ai disastri prodotti dalla passione del giuoco.

Si ebbero inoltre dei balletti, in cui la licenza aveva raggiunto gli estremi limiti. Gaston di Orleans, fratello di Luigi XIII, era appassionatissimo per queste specie di danze; simil genere di divertimento rifletteva, con una cinica libertà, le sue abitudini depravate. Prima di lui Caterina dei Medici aveva dato ai balletti erotici, danzati dalle sue damigelle di onore, il massimo delle seduzioni voluttuose che si potesse desiderare.

Questi balletti erano sempre intermezzati da erotiche poesie che, senza reticenza, i cavalieri dicevano innanzi a dame e damigelle. In quasi tutti i soggetti di tali poetici componimenti--incredibile a credersi--i cavalieri vantavano, e facevano madrigali sul merito dei loro utensili!--

Il più famoso di questi balletti fu quello dato in onore del duca di Orleans che aveva per titolo «_Le ballet des Andouilles_.» Questa strana mascherata, narra il signor di Soleinne, ispirata da un episodio di Rabelais, è la più libera che si sia mai osato di rappresentare a corte; si discute sempre sullo stesso soggetto, che si portava in guisa di _momon_ (idolo) offerto al signore della Rigaudière, gentiluomo di villaggio, e tutti gli stati sociali venivano ad adorare e a celebrare il sacro mistero delle _Andouilles_».

Con Luigi XIV gli spettacoli di corte divennero più riservati. Nondimeno vi si riscontra sempre qualche reminiscenza delle passate allegrie; e così che nel _Balletto del [pg 74] Figlio di Bacco_ (1651) si ascolta il duca di Mercaur e il marchese di Montglas, mascherati da nutrici, offrirsi per l'istruzione delle signorine ed apprendere loro in salaci versi il cammino da percorrere per diventar... nutrici.

Luigi XIV, come suo padre Luigi XIII, si può dire, che aveva completata la sua educazione danzando simili balletti, ed è facile comprendere che tal genere di ricreazione non era punto fatta per favorire la purezza del cuore nel giovane re. Nondimeno Luigi XIII aveva in parte smentito il vaticinio che si pronosticava dalla natura dei suoi primi divertimenti, e soprattutto dalla immoralità del suo precettore Vaquelin, che gli apprendeva la storia della cortigiana Flora. Infatti questo re non ebbe punto amanti carnali, e non fece se non della galanteria romanesca con le signorine della Fayette e d'Hautefort. Ma malgrado l'esempio quasi morale che il re dava ai gentiluomini, la corte di Francia, agli occhi della gente onesta, che la giudicava dai balletti, dal teatro e dalla letteratura, appariva come la scuola elegante del vizio.

La musica, il ballo, la poesia concordavano per ammollire i cuori, esaltare i sensi, e spingere allo stesso tempo attori e spettatori, sedotti, inebbriati, affascinati, nel labirinto della prostituzione. Secondo l'espressione di un contemporaneo, pare che a quell'epoca la metà del genere umano fosse interessata a sedurre ed a corrompere l'altra metà.

Il XVIII secolo vide introdursi, negli usi della crapula, un fatto nuovo per la Francia, cioè quello di avere una mantenuta. Il concubinato, che aveva avuto nell'antichità e nei primi secoli del medio evo un'esistenza riconosciuta e protetta dalla legge, era allora colpito da riprovazioni agli occhi della morale pubblica. Non si faceva gran caso per quelli che avevano delle amanti, per quelli che frequentavano compagnie sospette, che passavano dall'osteria alla casa di mal affare, si perdonava tutto ciò e ancor di più ad un figlio di buona famiglia, ricco e prodigo, che si dava in braccia al piacere, prima di far penitenza della sua scapata gioventù nei legami del matrimonio; ma non si sarebbe mai perdonato ad un uomo vedovo od ammogliato, di avere un'amante fissa e di coabitare con lei.

Dato ciò come si può spiegare questa subitanea e rapida moltiplicazione delle giovani mantenute! Bisogna credere che questo fu una conseguenza del timore delle malattie veneree, che incominciò dal consigliare i corrotti a non bagnare più le loro labbra alla fonte della pubblica prostituzione, ed in seguito a cercarsi un'amante privata. L'uomo che manteneva una donna a tal scopo, non conviveva quasi mai con lei, ed evitava di mostrarsi insieme in pubblico; ma nondimeno era felice a che tutti i suoi amici ne fossero informati. La vita di tali donne da quest'epoca cominciò con non essere più richiusa al fondo di un quartiere solitario, e si videro apparire nelle passeggiate ed agli spettacoli, queste etere che arrivavano fino a portare nome dei loro protettori.

Simili donne in generale menavano vita dissolutissima, si abbandonavano a tutti i disordini, senza tema di essere assimilate alle donne pubbliche, giacchè la polizia le tollerava.

Molte di queste donne trovavano un marito per la dote che riuscivano ad ammassare con mezzi poco leciti.

Un'altra categoria di donne mantenute, erano le donne maritate che, all'insaputa dei mariti, o d'accordo con essi, traevano da un adultero commercio tanto quanto far fronte alle ingenti spese della loro _toilette_ ed a quelle di casa. Si segnalavano una quantità di grandi dame, che, all'esempio delle cortigiane, mettevano un prezzo ai loro favori, e spesso si vendevano per abiti o per gioielli.

Madama di Montbazon si era essa stessa imposta una tariffa di 500 scudi, e da qualunque parte questa somma le venisse, ella accettava l'offerta con tutte le conseguenze; questo prezzo corrente era talmente noto, che in un _vaudeville_ composto in suo onore, si leggeva: «Bastano cinquecento scudi borghesi per far alzar la sua aristocratica camicia!»

Le dame di corte si facevano pagare in ragione della loro nascita, del grado che occupavano, e della posizione del marito. Madama di Bassompierre che non era nè giovane, nè bella, non mancava di galanti che ella trattava quali villani.

Tollemant parla di un signor Fabry che voleva dare 50,000 scudi per possedere la marchesa di Brosses, ma questa dama «quantunque inclinata alla lussuria» ebbe la probità di non accettare le offerte del giovane, il quale l'amava con una tale frenesia, da tracannare un giorno il contenuto del suo vaso da notte. Madama d'Espagnet, moglie di un consigliere al Parlamento di Bordeaux, chiedeva 100 pistole.

Gallard, fratello di madama di Novion, dava 4,000 scudi all'anno alla presidentessa della Barre.

Nella maggior parte dei casi, i mariti ingannati chiudevano gli occhi sullo sgonnellar delle mogli, per non aver a reprimere uno scandalo che ne provocherebbe un altro maggiore; ma più di frequente essi erano complici della loro vergogna intascandone segretamente i profitti!

Tali esempii di immoralità nell'ambiente della magistratura, della nobiltà e della finanza, non potevano non spingere il popolo in una via fatale di imitazione. Si ebbero quindi anche molte donne mantenute fra le mogli dei commercianti, i quali, occupati nei loro negozii, erano ancor più ciechi dei gran signori in ciò che riguardava il proprio onore.

Le mercantesse di Parigi erano tanto galanti e non meno viziose delle grandi dame, e del pari interessate. Spesso però si riscontrava in fra loro una squisita delicatezza di sentimenti, quando il cuore non era stato corrotto dal libertinaggio.

Un'altra piaga dell'epoca era il servidorame dei grandi, che in pubblico commetteva violenze, ed ingiuriava le donne oneste o disoneste che fossero. Nulla uguagliava l'insolenza e l'audacia di questa turpissima gente, attaccata come una lebbra alle grandi case, e vivente come ruffiani nelle osterie e nei luoghi infami. I lacchè portavano la spada, avevano abiti di velluto e di seta, si davano l'aria di gentiluomini ed imitavano tutti i vizii dei loro padroni, esagerandoli.

I signori in talune circostanze per vendicarsi di una donna l'abbandonavano ai loro servitori, i quali, sicuri dell'impunità, commettevano sulla vittima le più atroci infamie.

I continui disordini di questi scellerati avevano contribuito non poco alla pubblica corruzione, e alla propagazione dei mali venerei. Queste malattie erano tanto comuni, che si potevano contrarre con la stessa faciltà con le cameriere che con le signore; sembravano essere le inseparabili compagne degli amori illeciti, e si attaccavano a tutti i gradi della scala sociale.

In seguito alle infami depravazioni della corte di Luigi XIII, non è sorprendente che gli uomini corrotti, che circondavano Luigi XIV prima della sua maggiorità, avessero tentato di depravarne i costumi per dominarlo, senza aver bisogno del concorso di un'amante. Tale fu, senza dubbio, l'origine dell'avversione che il giovane re aveva concepito contro questi infami corruttori che osarono portar su di lui una mano impudica. Luigi XIV infatti non ebbe mai la minima inclinazione pel vizio contro natura; se avesse seguito il suo carattere avrebbe anche punito severamente quest'obbrobrio; ma Louvois, cui amici in maggior parte si abbandonavano a tali dissolutezze, diceva al re, che ciò valeva meglio pel servizio di Sua Maestà, che se essi si fossero dati alle donne; giacchè quando bisognava andar alla guerra ed entrare in campagna, era difficile di staccarli dalle loro amanti, mentre con altre tendenze, erano felici di lasciare le donne ed entrare coi loro amanti ed amici in campagna, e che in questo caso non erano nemmeno tanto affrettati a ritornare in città.

Il duca di Vendôme viveva all'armata nella corruzione la più immonda, con i suoi familiari ed i suoi favoriti, senza arrossire dei suoi cattivi costumi e senza aver il pudore di nasconderli. Il gran Condè ebbe ugualmente a subire l'influenza perniciosa dell'esempio; essendo andato all'armata, ai tempi dei suoi amori con la signorina di Epernon «vi contrasse altri gusti--racconta la principessa Palatina--che al ritorno non poteva più soffrire le donne, e, diceva, per scusarsi, che era stato malato e che aveva perduto tanto sangue da non rimanergli più forze per dedicarsi al suo amore».

La sua amante però non si tenne paga di tali ragioni, ed informandosi, scoperta la vera causa dell'incostanza di colui che amava, per la rabbia e la vergogna andò a rinchiudersi fra le Carmelitane.

«Il vizio contro natura, dice la principessa Palatina, era la più grande passione del maresciallo di Villars,» e parlando del Duca di Orleans, fratello del re, la stessa competente scrittrice dice maliziosamente: «questo principe faceva le finte di avere un'amante, e di esserne innamorato, però questa donna se non avesse avuto altri amanti, non avrebbe certo perduto la riputazione, giacchè fra di loro non deve mai essersi passato nulla di biasimevole.»

Le dame di corte vedendosi disprezzate ed abbandonate dagli uomini, avevano formato fra esse una lega per farne a meno. Esistono troppi esempi scandalosi di questa depravazione feminile, la quale si era prepagata con tanta impudicizia, che le donne le più irreprensibili ne parlavano come di una cosa comune. La perversità aveva fatto tali progressi fra le donne di corte, da far loro mantenere secrete associazioni della più infame natura, che non furono mai colpite dalla vendetta pubblica, e che sfuggivano perfino alle ricerche della polizia particolare del re.

Le cortigiane dal canto loro, soprattutto le giovani, stabilirono pure associazioni dello stesso genere perfino nel castello di Versailles; era un nuovo ordine di Templari, che non aveva altro scopo se non la più infetta corruzione.

Luigi XIV prese energiche misure per punire i colpevoli e principalmente per distruggere tali spaventevoli società: «Le quali furono dissipate, ma fu impossibile di strappare dallo spirito della gioventù la semenza della corruzione che vi aveva messo salde radici.»

Le pubbliche passeggiate di Parigi erano invase, al cader della notte, da uomini depravati che cercavano di soddisfare le loro ignobili passioni. Tutte le vie oscure e poco frequentate divenivano il teatro delle più turpi infamie; il Louvre, il palazzo ufficiale della regalità assente, che siedeva a Versailles, non era nemmen'esso rispettato dai vili libertini, che Sauval chiama i _volontarii del Louvre_. Il conte di Pontchartrain scrive da Fontainebleau il 2 novembre 1701: «Il re è stato informato che i cortili del Louvre servono ai più infami usi di prostituzione e che il portiere favorisce simili disordini e lascia aperto il passaggio e l'entrata dei cortili.»

La cronaca del tempo segnala l'epoca della pace del 1748, come l'epoca vergognosa in cui cominciò a manifestarsi, per Luigi XV, il disprezzo generale, che non fece che accrescersi ogni dì più. Depositando la corazza il re parve che rinunziasse alla gloria e perfino all'amore del suo popolo, giacchè abbandonò le redini dell'impero alla sua amante, di cui l'odioso regno doveva continuare fino alla sua morte.

La bella Madama d'Etioles si era separata dal marito, e non ne portava nemmeno più il nome. Il re l'aveva fatta marchesa di Pompadour.