Part 18
Il sire e la sua donna, ignorando la causa di tanta tristezza, per letiziarlo chiamarono alla corte i più famosi buffoni e danzatori della cristianità; bandirono per lui conviti ove i più rari cibi si mangiarono tra suoni d'arpe e cori di fanciulle; gli donarono cavalli coperti di bardature gemmanti e ricchissime armi cesellate da orefici di gran nome; aprirono nel parco una caccia in cui durante tre giorni mille cervi furono uccisi e dugento capri e novanta cinghiali.
Poi, quando Làimo alfine chiese un naviglio, il sire adunò artefici navali d'ogni patria, li provvide di legno di cedro, di lino d'Egitto e di metalli. L'opera fu compiuta in dieci mesi.
Era una galea con cinque ordini di remi. L'antenna maggiore, più diritta e più inflessibile che un pino del monte Ida, cerchiata di argento, coronata d'un gran gallo fiammeggiante come un faro, portava una gran vela quadrata e due vele triangolari. Su la prua, dipinta ad encausto, il corpo magnifico di una nereide torcendosi a seconda della curvatura attingeva con i piedi la carena e in un gesto atteggiato di grazia tendeva all'alto le mani. Su per il bordo stavano scolpiti agili putti bacchici che tutti insieme facevano componimento di una danza. Il cedro immarcescibile risplendeva ovunque tra li intarsi d'avorio e di sandalo; tende di tessuti asiatici ondeggiavano su 'l ponte ombrando letti di piume; e tutta la galea aveva apparenza di un naviglio su cui qualche bel re felice volesse goder l'amore delle sue spose.
Allora trassero molte genti dalle terre circonvicine, pe 'l giorno della prova; e Làimo era in vista luminoso di letizia, e il sire e la sua donna gioivano.
Quando a forza di braccia la galea fu sospinta nel mare, un grido immenso di meraviglia eruppe dalla folla suscitando per tutto il golfo li echi. Il mattino splendeva come in una conca di cristallo e i fondi del mare trasparivano.
Làimo dopo i teneri commiati salì su 'l ponte. Cinquanta remigatori ignudi, stropicciati d'olio di oliva e di polvere gialla, tutti vivi di muscoli, stretti d'una corda la testa a fin che nello sforzo le vene della fronte non scoppiassero, si curvarono su' loro banchi; e la nave guizzò. Le genti dalla riva e dai paliscalmi salutavano. Ma un subito presentimento di sventura corse nell'animo del sire e della sua donna, tra il lungo clamore delle salutazioni.
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La galea conquistava le lontananze, con una crescente celerità di remeggio, inseguita dalle torme dei delfini. Era il mare in calma; e i marinari, come sogliono per alloggiamento della lor fatica, a voce pari con la battuta dei remi cantavano. E Làimo, poichè si sentì ventar su 'l volto l'amarezza della salsuggine e ridere nell'animo a quei canti una forte gioia d'imprese, non lentò d'incitar con le voci e col gesto i remigatori. Egli dominava eretto su la sommità della prua: sotto di lui le schiene servili s'incurvavano come archi, i bicipiti delle cento braccia nel guizzo enorme parevano rompere la cute, le fronti si enfiavano di vene violacee, tutte le membra stillavano.
Si mise il vento; fu spiegata la vela quadra che un istante palpitò malsicura: li uomini, rotti dalla fatica, si accasciarono sotto i banchi all'ombra. E il pilota, ch'era un erculeo vecchio della terra di Natolia, chiomato come un barbaro, scorse tre fuste di corsali appressarsi dalla parte di levante, e disse, piegando i ginocchi davanti al fanciullo:
"Volgiamo il timone al ritorno, mio signore."
Làimo non udì il consiglio. I triangoli di lino di Egitto furono liberati; la galea fece impeto. E come dalla parte di levante le tre fuste venivano in contro a gran forza di remi e si vedevano già fuor de' bordi le bieche figure dei corsali, un subito terrore invase la ciurma. Làimo, cinto da pochi valenti, su l'alto della prua, atteggiato d'ira aspettava che le fuste giungessero a un trar d'arco. Il fischio della prima freccia mise un gran moto di scompiglio tra i predatori: un d'essi precipitò nell'acqua, colpito a mezzo della fronte. Altri, nell'urto dell'investimento, precipitarono.
Allora avvenne una breve zuffa. I corsali di Cifalonia vestivano cotte di maglia, erano agili come gatti pardi, e gittavano urli rauchi vibrando i colpi. Molti caddero per opera di Làimo, prima che le loro mani toccassero la galea; molti si abbrancarono alle corde e conquistarono a palmo a palmo il ponte. Qual vilissimo bestiame, la ciurma dei servi dinanzi a quell'irrompere fuggiva o si prostrava, con gemiti. Così che Làimo, sopraffatto dal numero, senza più arme nel pugno, fu preso e vincolato.
Stettero i corsali lungamente poi a riguardarlo, attoniti in vista; e, sgombrando i cadaveri, di lui sommessi favellavano nel loro idioma.
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In breve tempo l'eroe soggiogò li animi di quella gente predace. Un giorno nelle acque di Brandizio egli, salito d'un balzo su una cocca di Genovesi e separato per un colpo di mare dal legno corsaresco, si tenne saldo su 'l ponte nemico combattendo solo contro quaranta armati, uccidendone buon numero in fascio con prodigiose ferite, tenendo in distanza i rimanenti fin che non giunse il soccorso a compir la vittoria. Dopo quella gran prova, le ciurme di Cifalonia con furiose acclamazioni lo elessero duce, e tutta la notte al lume del fuoco greco banchettarono su la nave conquistata e bevvero vino di Cipro tra molti canti bacchici.
Rapidamente la fortuna di Làimo crebbe e fiorì. Tutti i corsali del Mediterraneo e del Mar Nero, attratti dalla sua fama, vennero a ingrossare la flotta. Egli divenne su i mari più potente dei re e delle repubbliche. Una terribile avidità di conflitti e di pericoli lo animava: per iattanza appiccò il fuoco alle galeazze del re di Spagna cariche d'oro e andò a gittar le sue frecce in Malamocco. Le ciurme gli obbedivano con impeti ciechi: per seguire il suo grido passavano a traverso gli incendi, si slanciavano contro selve di picche, si attaccavano con le mascelle ai parapetti delle galee, assaltavano mura sotto flutti d'olio bollente. Egli saccheggiò le isole dell'Arcipelago: predò mandre di bovi e di cavalli, camelli, tessuti, vini, fromenti, tesori di gemme e di metalli; nulla tenendo per sè, tutto prodigando ai seguaci.
Una volta inseguì una nave carica di trecento fanciulle tra le più belle della Grecia e della Georgia, comprate ed educate pe 'l Califfo da un mercante di Bagdad; la raggiunse nelle acque di Scio, e la predò. Poi, nella sera, dinanzi a un promontorio coperto di pini, egli bandì per la sua flotta un convivio. La selva di pini incendiata illuminò e profumò di resina la festa; i corsali, che nelle continue fazioni avevano sofferto castità, fecero allora una furibonda orgia di amore. I bellissimi corpi delle fanciulle passarono di braccia in braccia, tra le risa roche e le diverse favelle, versando il piacere; si bevve il vino dalle stesse bocche delli otri, si bevve nel concavo delli scudi e nei caschi di rame; scoppiarono tra la gioia molte contese mortali; l'alba vide le ultime insanie. E all'alba la nave del mercatante, poichè fu novamente carica delle trecento femmine, portò la non più vergine merce al Califfo di Bagdad.
Un'altra volta Làimo liberò una regina chiusa in una torre a cui le nubi cingevano la sommità. Tenne l'assedio per tre giorni e per tre notti, combattendo Saracini giganteschi armati di scimitarre lunate. Molti legni gli s'infransero contro le scogliere e molti uomini perirono prima che le porte di bronzo cedessero. Egli appiccò quei cani d'infedeli ai merli della torre e ricondusse la bella nel regno, in una città che aveva case con tetti d'oro e templi marmorei levantisi in alto come scale di fiori.
Grandi festeggiamenti furono dati in gloria dell'armata liberatrice e banchetti in cui quei truci corsali mangiarono sotto rami di mirto e di lauro, bevvero in crateri coronati di rose, si asciugarono le mani in chiome di schiave asiatiche, si distesero su tappeti magnifici a piè di fontane che li deliziarono di una pioggia d'acque miste d'aromi. La regina, presa d'amore, allettò Làimo con una lenta mollezza di blandizie: era tutta luminosa ed odorosa naturalmente, le narici rosee le palpitavano ad ogni minimo desío, la bocca le fioriva di porpora, e i capelli le cadevano giù per il collo simili a grappoli d'uve mature.
Ella provò tutti li incanti su 'l forte animo dell'eroe per trattenerlo: cieca, una notte gli offerse la gioia delle sue membra e all'alba rimase ebra tra i guanciali, con la testa pendula fuori della sponda, con li occhi spenti, le braccia morte. Ma poi, quando file di dromedari e di camelli con i lunghi colli carichi di musici e di danzatrici portando doni discesero dalla reggia al mare, le navi dell'eroe già dirigevano la prora per altri lidi.
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Così Làimo divenne grande e famoso; e fu celebrato nei canti dei poeti per le corti e nelle leggende dei marinari. Una repubblica d'Italia gli inviò messaggi offrendogli il supremo imperio della flotta col governo di due province. Il Cristianissimo di Francia fece segrete pratiche per assoldarlo, promettendogli alti uffici ed onori. I Selgiucidi gli spedirono ambasciatori recanti su una picca tre code di cavallo e gli offerirono la sultanía di Rum, da Laodicea di Siria al Bosforo di Tracia e dalle fonti dell'Eufrate all'Arcipelago.
Egli oppose superbi rifiuti; andò in cerca di nuove terre, di nuovi pericoli, di nuovi conflitti. Navigò per mari tutti coperti di fuchi natanti, dove i remi s'impigliavano come in masse di gramigne tenaci. Traversò immensi spazi dove l'aria e l'acqua tacevano in una immobilità di sonno, in un calore umido e luminoso per mezzo a cui torme di uccelli ignoti passavano simili a meteore. Incontrò scogli deserti, lieti di piante vergini, cinti d'una candida corona di corallo. Approdò a una terra abitata da uomini scarni, co 'l ventre prominente, che si coprivano di fango per difendersi dalle punture delli insetti, si tingevano di cinabro i capelli, parlavano una lingua dolce e sonora, e nulla amavano più del ballo e delle canzoni. Vide paesi di cui li uomini, tutti dipinti co 'l frutto del genipo, ornati le labbra e li orecchi d'enormi dischi di legno, agilissimi, ferivano nell'acqua a colpi di frecce i pesci addormentati prima da succhi di radici velenose. Vide isolette piene di una gente infetta d'elefanzía, infingarda, che passava la vita fumando l'oppio, nutrendosi di riso, e prendendo diletto ai combattimenti dei galli e d'altri animali. Risalì correnti di fiumi dove scimmie innumerevoli tra le pacifiche forme delli ippopotami e delli elefanti schiamazzavano.
Tutti li indigeni dinanzi a lui si prostrarono, offerendo in dono canne di bambù colme d'olio di cocco, frutti dell'albero del pane, legno di sandalo, ambra grigia, ignami, cera, banane e canne di zucchero. Alcuni portavano alli orecchi bastoni dipinti, su la pelle avevano incise molte figure di uccelli, e tenevano in mano archi lunghi dodici piedi e scudi di cuoio di bufalo. Altri erano cinti d'un perizoma di scorza, avevano la bocca e i denti neri come l'ebano per l'uso delli aromi, i capelli intrecciati di piume, e percotevano stromenti composti di sei vasi di rame gradanti entro un legno concavo.
Ora, essendo Làimo nelle acque di una terra selvosa, i naturali in gran numero gli vennero in contro sui paliscalmi con suoni e con cantici per offerirgli i doni che si offrono agli dèi e per adorarlo. Vigeva in quella terra la profezia di un antico nume: "Io tornerò un giorno sopra un'isola galleggiante che porterà cocchi, porci e cani."
Quando Làimo ebbe attinto il lido, il re tra i figli si avanzò verso di lui, gli gittò su le spalle il manto, gli porse un elmo di piume, un ventaglio, e innanzi gli depose pezzi d'oro, diamanti e perle. Tutto il popolo mise alte grida; femmine quasi ignude, dipinte d'ocra vermiglia, recarono piccoli porci, noci e banane. Poi i grandi sacerdoti lentamente uscirono dal folto delli alberi, portando i loro idoli coperti di drappi rossi. Erano questi idoli una sorta di statue di vimini, enormi, con occhi composti da gusci di noce neri, attorniati di madreperle, con mascelle irte di molti denti di cane in due ordini. Mentre le forme orride e nuove ondeggiavano nell'aria tra li inni della religione, una turba di danzatrici irruppe in torno all'eroe, e danzò rapidamente al suono di un flauto, lungo cinque piedi, che cinque uomini insieme sonavano.
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Làimo traversò tutta l'isola, in trionfo, come fosse un bel dio, tornante fra i suoi popoli. I re si inchinarono al passaggio, i sacerdoti prostrarono la fronte nella polvere; il seguito delli elefanti e dei cavalli carichi di doni si accrebbe a mano a mano lungo la via, divenne innumerabile, occupò la distesa di centosettanta miglia. Era la dovizia delle terre in torno meravigliosa: le foreste si erigevano ad eccelse altitudini, le urne dei fiori potevano in sè nascondere il corpo di un uomo, i profumi avevano la dolce forza letificante del vino e i colori la vivezza del fuoco.
Su 'l limite di una boscaglia fluviatile le tigri balzando dalle erbe si gittarono al ventre dei cavalieri. Làimo, fulmineo, tese l'arco e con tal rapidità le trafisse che quelle caddero prima d'aver raggiunta la preda, giacquero sulla schiena dibattendosi. Un subito grido di gioia e di stupore corse per le genti; e tutte lungo il cammino, cantando nel loro idioma, ripetevano una parola: -- _Mahadewa! Mahadewa!_ --
Come il trionfo giunse alle rive del gran fiume, ove mille templi facevano un immenso adunamento di colonne e di statue, al novello dio i sacerdoti mostrarono una scala di porfido sagliente per una reggia, costruita di mattoni e di calce.
Era un edifizio quadrangolare, composto di tre piani con intervalli adorni di rilievi di pietra. I terrazzi, aventi una lunghezza di centocinquanta piedi, sostenuti da ventidue pilastri, portavano sculture di corpi umani, di tigri, di elefanti e di buoi. Ad ogni lato dell'edifizio stava confitta nel suolo una larga pietra in forma di testuggine: e alla sommità, in torno a un serbatoio di acque, si torcevano quattro tubi di bronzo in forma di serpi. Scale di porfido si slanciavano rapide a riunire le moli, discendevano, salivano, tra mille proboscidi zampillanti; le sale ricevevano il giorno dall'oro delle pareti; i giardini avevano fiori vermigli, larghi in giro più di otto piedi, che pesavano quindici libbre, e frutti di cui la polpa succulenta poteva far sazi tre schiavi.
Làimo visse colà, in riposo, cibandosi di un aroma restaurante, ungendosi di olii odoriferi, vestendosi di morbidi tessuti vegetali, e ad ogni tramonto di sole inebriando con la presenza del suo corpo radioso una gente estatica nei mille templi. A lui cantavano i sacerdoti: -- Noi t'invochiamo, perchè tu sei il Signore degli dèi e delli uomini! --
Fanciulle di tredici anni, che avevano la pelle diafana e gialla come l'ambra e lunghe sino ai calcagni le chiome, erano a lui offerte dai padri; ed egli molto si dilettava dell'amore. Bufali eccitati con ortiche venefiche e tigri furiose combattevano dinanzi a lui, dentro gabbie di bambù ampie come circhi. Anche uomini contro uomini dinanzi a lui combattevano con alte grida e con fragore di stromenti percossi. Egli così deificato viveva nell'oblio di tutte le melancolie umane.
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Ma un dì, mentre egli gioiva in diletti d'amore, discese sopra il suo capo la colomba del cielo; e un profondo fremito gli ricercò le viscere. Parvegli allora di destarsi dopo un lungo sogno: i suoi occhi si empirono di dolore, nelle sue forme perfette discese una scarna vecchiezza. Le fanciulle attonite lo riguardavano trascolorando, si coprivano le nudità con i capelli, poichè un'improvvisa vergogna le coglieva dinanzi a lui.
Come il tramonto del sole era vicino, sotto la reggia un immenso popolo tumultuando si fece ad invocare il dio: -- _Mahadewa! Mahadewa!_ --
Il sole, simile a un gran timpano polito, gittava scintille su le vestimenta dei sacerdoti, invermigliava le statue e le colonne, passando a traverso i pilastri dei terrazzi incendiava tutto l'edifizio.
-- _Mahadewa!_ --
Apparve finalmente Làimo. Egli era trasfigurato. Un manto di scorza tessuta lo ricopriva, e si vedevano le corde dei nervi nei solchi delle sue braccia. Come egli tese le mani verso la folla, una mite aura di pace aliò da quel gesto su tutte le fronti. Li invocanti stupefatti si prosternarono; e nel silenzio si udivano le fontane scrosciare sopra le scale di porfido.
"O popoli del fiume," gridò Làimo nel vivo idioma di quella terra. "Ascoltate la mia voce, poichè io vi reco una nuova legge."
Un sussurro corse per tutte le genti, e nei dorsi fu come un sommovimento di porci. I sacerdoti sollevarono il capo.
"I vostri idoli sono argento ed oro, opera di mani d'uomini; hanno bocca, e non parlano; hanno occhi, e non veggono; hanno orecchi, e non odono; ed anche non hanno fiato alcuno nella loro bocca. Simili ad essi sieno quelli che li fanno, chiunque in essi si confida...."
"No, no, egli non è il nostro dio!" urlarono i sacerdoti al popolo, interrompendo il profeta di Gesù. E un gran tumulto agitò la folla: taluni balzarono in piedi, altri rimasero prosternati. La voce di Làimo crebbe, cadde dall'alto co 'l fragore del tuono, e li echi dei templi sonori la ripercossero.
"Ascoltate la parola del vero Dio, uomini schernitori che signoreggiate questo popolo, razza di serpi, otri gonfiati, tamburi rimbombanti! Egli scenderà su voi simile ad un flagello, dilanierà le vostre carni, spargerà il vostro sangue su le pietre, spezzerà le vostre ossa come vasi d'argilla, come gusci di cocchi.
"Li artefici delle sculture son tutti quanti vanità, e i loro idoli non giovano nulla; ed essi son testimoni a se stessi che quelli non veggono e non conoscono. Essi tagliano un tronco, ne prendono una parte, e se ne scaldano, ed anche ne accendono fuoco per cuocere il cibo; ed anche ne fanno un dio, e l'adorano; ne fanno una scultura, e le s'inchinano, e le volgono orazione, e dicono: -- Liberami, perchè tu sei il mio dio. -- Essi non hanno conoscimento alcuno: e i loro occhi sono incrostati per non vedere; e i loro cuori per non intendere...."
"Taci! taci!" imprecarono i sacerdoti, con gesti d'ira, minacciosi nella faccia. Li idolatri ascoltavano; altri da lungi accorrevano: ad ogni tratto un clamor cupo si levava dalla turba, come un ribollimento di flutti nel mare.
Il profeta continuò. Egli diceva di un Dio vivente, di un Dio grande, giusto ed eterno.
"La terra trema per la sua ira e le genti non possono sostenere il suo cruccio. Egli spande la sua ira sopra le genti che non lo conoscono, e sopra le nazioni che non invocano il suo nome. Ecco, il male passerà da un'isola all'altra, e un gran turbine si leverà dal fondo del mare; e in quel giorno li uccisi non saranno raccolti, nè seppelliti: saranno per letame sopra la faccia della terra."
"Taci! taci!" gridavano li idolatri, tendendo le mani, atterriti dalla profezia.
Ma la voce di Làimo divenne d'un tratto dolce come il suono d'uno stromento di corde, distesa come un canto di religione. Egli diceva d'una felicità senza fine, d'una giustizia imperante su tutte le genti, d'una grande letizia d'amore nel giardino dei cieli.
"Scenderà il Dio, come pioggia sui campi di riso riarsi; farà ragione ai figliuoli del misero, ai poveri afflitti, e fiaccherà l'oppressore. Il giusto fiorirà; e vi sarà abbondanza di pace, fin che non vi sia più luna. Le correnti del fiume trarranno polvere d'oro; ruscelli d'acque vivificanti scorreranno per l'erbe; ciascun albero darà molte libbre di gomma odorifera e frutti; ciascun seme produrrà ricchezze; e le tigri saranno mansuete, i rettili non avranno più tossico, li elefanti e i bufali sosterranno le fatiche della coltivazione. Il Dio signoreggerà da un mare all'altro, e dal fiume fino alle estremità della terra. I re delle isole gli pagheranno tributo, tutte le nazioni gli daranno inni e incensi di belzuino; poichè egli libererà il bisognoso che grida, e il povero afflitto e colui che non ha alcuno aiutatore; egli riscoterà la vita delli schiavi da frode e da violenza, e il sangue loro sarà prezioso davanti a lui...."
Così parlava il profeta, quasi cantando.
Le turbe delli idolatri, soggiogate dal fáscino della voce, tacevano, con le fronti chine; e come la pacificazione della luna scendeva su le foreste, si spargeva per quelli animi un balsamo, una calma piena di freschezza e di profumi.
Ora discese Làimo alla riva; e le genti lo seguitarono. Ed egli camminava innanzi ammaestrando, e diceva di Gesù, del Dio novello che nacque da una vergine, e che accomunò li uomini in una legge d'amore.
"Egli è un Dio semplice e dolce: la sua faccia risplende come il sole, e i suoi vestimenti sono candidi come la luce. E tutto ciò che a lui verrà chiesto con preghiere, sarà fatto."
"Orsù," gridò uno dei sacerdoti, "chiedi che questa lancia dia fiori."
Prese Làimo, con un mite sorriso, la lancia dalle mani dell'uomo giallo, e la confisse dinanzi a sè nel terreno. Subitamente dal ferro sbocciarono fiori, per prodigio, e tutte le nari aspirarono l'effluvio. Confusi, li idolatri riguardavano. Uno di loro gridò:
"Egli è protetto dai demoni! Egli ci farà morire!"
Altri incalzarono:
"Parla, parla; giustifica il tuo potere!"
Un tumulto improvviso agitò di nuovo la turba. I lontani, che non aveano veduto il prodigio, fecero irruenza con grandi clamori; e i sacerdoti insinuandosi tra corpo e corpo andavano istigando le ire, ripetevano a gran voce:
"Egli è protetto dai demoni! Sia gittato nel fiume!"
"Parla! parla!"
Il profeta tentò salire su uno delli idoli di pietra, per dominare la tempesta. Ma la profanazione audace inasprì li idolatri. Uno d'essi trasse a terra il profeta; altri si gittarono su di lui percotendolo; altri gridarono:
"Al fiume! al fiume! Sia dato in pasto ai gaviali!"
Làimo, lanciato nelle acque, riapparve incolume a mezzo della correntía; e le frecce cadevano innocue in torno a lui, come ramoscelli di belzuino.
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Ed egli così all'albeggiare giunse alla foce; e sopra un tronco tutto ancora lieto di fogliame navigò pe 'l mare, fino ad un'isola dove i naturali erano uomini pieni di tumori e di gozzi, coperti di pelle squamosa, infetti d'una serpigine biancastra e d'una sorta d'elefanzía. Questa gente povera e pacifica non faceva uso del fuoco; e per lo più si nutriva di miele selvatico, di gomme, e dei nidi di certe rondini indigene che prolificavano nelle caverne.
Fu accolto Làimo con segni di gioia, e gli furono offerte patate dolci su foglie di palmizio. Ed egli, poi che per dono del Signore ebbe conoscenza di quell'idioma, parlava alli uomini e alle donne, come un apostolo, e pazientemente li ammaestrava in torno alle dottrine del Galileo. Molti infermi egli guarì per virtù di erbe e di fede; e a poco a poco andò liberando l'isola dal flagello della lebbra, purificò le scaturigini delle acque, diede insegnamenti su l'accensione del fuoco, su la coltivazione delle terre e su l'arte di edificare le case. Visse in grande umiltà e in grande sofferenza, espiando le antiche insanie, tormentato dai ricordi che per tutto gli facevano udire lamenti di feriti e di moribondi, vedere macchie di sangue su 'l suolo e ne 'l cielo.
Dopo lunga serie d'anni, quando i popoli dell'isola prosperavano nel lavoro e nel buon culto di Jesus, Làimo, che fuggiva la vita e che nulla alla vita omai chiedeva, fu preso d'un tratto da un infinito desiderio della patria. E poichè il buon Dio per segni manifestò d'esaudire la preghiera, egli salì su un tronco di banano ancora carico di frutti, e si affidò alle onde.
Dinanzi al debole sostegno si apriva il mare in calma; una torma di rondinelle indicava la via. E il vecchio santo veniva predicando ai pesci che tutti tenevano i capi fuori dell'acqua, e tutti in grandissima pace e mansuetudine e ordine lo seguivano. Diceva egli del Diluvio, e di Giona Profeta, e d'altri singolari misteri.