San Pantaleone

Part 17

Chapter 173,819 wordsPublic domain

Disse Biagio Quaglia, percotendo con i piedi il cacciatore biondo, e facendo atto di levarsi:

"'Jamo, Purié."

E Ciávola con molto sforzo si rizzò dondolandosi, smilzo e lungo come un cane levriere.

"'Jamo; ca mo fanne lu passo," rispose, levando la mano verso l'alto, quasi in atto di auspicio, poichè forse pensava a una qualche migrazione di uccelli.

Turlendana anche si mosse; e, vedendo dietro di sè la vinattiera Zarricante che aveva fresche le gote e acerbe le poma del petto, volle abbracciarla. Ma Zarricante gli sfuggì di tra le braccia, gridandogli una contumelia.

Su la porta, Turlendana chiese ai due amici un po' di compagnia e di sostegno per un tratto di cammino. Ma Biagio Quaglia e Ciávola, che facevano un bel paio, gli volsero le spalle sghignazzando e si allontanarono sotto la luna.

Allora Turlendana si fermò a guardare la luna che era tonda e rossa come una bolla pontificia. I luoghi in torno tacevano. Le case biancicavano in fila. Un gatto miagolava alla notte di maggio, su i gradini della porta.

L'uomo, avendo nell'ebrietà una singolare inclinazione alla tenerezza, tese la mano pianamente per accarezzare l'animale. Ma l'animale, essendo di natura forastico, diede un balzo e disparve.

Vedendo un cane errante avvicinarsi, l'uomo tentò di versare su quello la piena della sua benevolenza amorevole. Ma il cane passò oltre, senza rispondere al richiamo, e si mise in un canto del trivio a rosicare certe ossa. Il romore dei denti laboriosi udivasi distintamente nel silenzio.

Come dopo poco la porta della cantina si chiuse, Turlendana rimase solo nel gran plenilunio popolato di ombre e di nuvole in viaggio. E la sua mente rimase colpita da quel rapido allontanarsi di tutti li esseri circostanti. Tutti dunque fuggivano? Che aveva egli fatto perchè tutti fuggissero?

Cominciò a muovere i passi incertamente, verso il fiume. Il pensiero di quella fuga universale, a mano a mano ch'egli andava innanzi, gli occupava con maggiore profondità il cervello alterato dai fumi bacchici. Avendo incontrato altri due cani spersi, si fermò presso di loro quasi per esperimentare e li chiamò. Le due bestie ignobili seguitarono a strisciarsi lungo i muri, con la coda fra le gambe; e scantonarono. Poi, quando furono più lontani, si misero a latrare; e subitamente da tutti i punti del paese, dal Bagno, da Sant'Agostino, dall'Arsenale, dalla Pescheria, da tutti i luoghi luridi e oscuri i cani erranti accorsero, come a un suon di battaglia. E il coro ostile di quella tribù di zingari famelici saliva fino alla luna.

Turlendana stupefatto, mentre una specie d'inquietudine gli si svegliava nell'animo vagamente, riprese il cammino con passi più spediti, di tratto in tratto incespicando su le asperità del terreno. Quando giunse al canto dei bottari, dove le ampie botti di Zazzetta formavano cumuli biancastri simili a monumenti, egli sentì un interrotto respirar bestiale. E, poichè il pensiero fisso dell'ostilità delle bestie omai lo teneva, egli si accostò da quella parte, con una ostinazione di ebro, per esperimentare di nuovo.

Dentro una stalla bassa i tre vecchi cavalli di Michelangelo ansavano faticosamente su la mangiatoia. Erano bestie decrepite che avevano logorata la vita trascinando su per la strada di Chieti due volte al giorno la gran carcassa d'una diligenza piena di mercanti e di mercanzie. Sotto i loro peli bruni, qua e là rasati dalle bardature, le coste sporgevano come tante canne secche di una tettoia in rovina; le gambe anteriori piegate non avevano quasi più ginocchia; la schiena era dentata come una sega; e il collo spelato, dove a pena rimaneva qualche vestigio della criniera, si curvava verso terra così che talvolta le froge senza più soffio toccavano quasi le ugne consunte.

Un cancello di legno, malfermo, sbarrava la porta.

Turlendana cominciò a fare; -- Ush, ush, ush! Ush, ush, ush! --

I cavalli non si movevano; ma respiravano insieme, umanamente. E le forme dei loro corpi apparivano confuse nell'ombra turchiniccia; e il fetore dei loro aliti si mesceva al fetore dello strame.

-- Ush, ush, ush! -- seguitava Turlendana, in suono lamentevole, come quando spingeva Barbarà ad abbeverarsi.

I cavalli non si movevano.

-- Ush, ush, ush! Ush, ush, ush! --

Uno dei cavalli si volse e venne a mettere la grossa testa deforme su 'l cancello, guardando dalli occhi che rilucevano alla luna come ripieni d'una acqua torbida. Il labbro inferiore gli penzolava simile a un lembo di pelle flaccida, scoprendo la gengiva. Le froge ad ogni soffio ripalpitavano nel tenerume umidiccio del muso, e si schiudevano talvolta con la stessa mollezza d'una bolla d'aria in una massa di lievito che fermenta, e si richiudevano.

Alla vista di quella testa senile, l'ebro si risovvenne. Perchè dunque s'era empito di vino, egli così sobrio per consuetudine? Un momento, in mezzo all'ebrietà obliosa, la forma di Barbarà moribondo gli ricomparve dinanzi, la forma del camello che giaceva su 'l terreno e teneva su la paglia il lungo collo inerte e tossiva come un uomo e si agitava debolmente di tratto in tratto mentre ad ogni moto il ventre gonfio produceva il romore d'un barile a metà pieno d'acqua.

Una gran tenerezza pietosa lo invase; e l'agonia del camello, con quelle scosse improvvise e quelli strani singhiozzi rauchi che facevano sussultare e vibrare sonoramente tutto l'enorme carcame semivivo, e con quelli sforzi affannosi del collo che si sollevava un istante per ricadere su la paglia dando un romor sordo e grave mentre le gambe si movevano quasi in atto di correre, e con quel tremore continuo delli orecchi e quell'immobilità del globo dell'occhio che pareva già spento prima d'ogni altra parte sensibile, l'agonia del camello gli ritornò nella memoria lucidamente in tutta la sua miseria umana. Ed egli, appoggiato al cancello, per un moto macchinale della bocca seguitava a fare verso il cavallo di Michelangelo:

-- Ush, ush, ush! Ush, ush, ush! --

Con la persistenza inconscia delli ebri, con una ebetudine crescente, seguitava, seguitava; ed era una lamentazione monotona, accorante, quasi lugubre come il canto delli uccelli notturni.

-- Ush, ush, ush! --

Allora Michelangelo, che dal suo letto udiva, d'improvviso si affacciò alla finestra soprastante; e in furia si diede a caricar di contumelie e di imprecazioni il disturbatore.

"Fijie di.... vatt'a jettà a la Piscare! Vatténne da ecche! Vatténne, ca mo pijie na varre. Fijie di.... a turmendà li cristiani vuo' venì? 'Mbriache 'vrette! Vatténne!"

Turlendana si rimise a camminare, verso il fiume, barcollando. Al trivio dei fruttaiuoli una torma di cani stava in conciliabolo amoroso. Come l'uomo si appressò, la torma si disperse correndo verso il Bagno. Dal vicolo di Gesidio un'altra torma sbucò e prese la via dei Bastioni. Tutto il paese di Pescara, nel dolce plenilunio primaverile, era pieno di amori e di combattimenti canini. Il mastino di Madrigale, incatenato a guardia d'un bove ucciso, di tratto in tratto faceva sentire la sua voce profonda che dominava tutte le altre voci. Di tratto in tratto, qualche cane sbandato passava di gran corsa, solo, dirigendosi al luogo della mischia. Nelle case, i cani prigionieri ululavano.

Ora, un turbamento più strano prendeva il cervello dell'ebro. Dinanzi a lui, dietro a lui, in torno a lui, la fuga imaginaria delle cose ricominciava più rapida. Egli si avanzava, e tutte le cose si allontanavano: le nuvole, li alberi, le pietre, le rive del fiume, le antenne delle barche, le case. Questa specie di repulsione e di reprobazione universale lo empì di terrore. Si fermò. Un gorgoglio prolungato gli moveva le viscere. Subito, nella mente scomposta, gli balenò un pensiero. -- Il lepre! Anche il lepre di Ciávola non voleva più restare con lui! -- Il terrore gli crebbe; un tremito gli prese le gambe e le braccia. Ma, incalzato, discese fra i salici teneri e le alte erbe su la riva.

La luna piena, radiante, spandeva per tutto il cielo una dolce serenità nivale. Li alberi s'inclinavano in attitudini pacifiche alla contemplazione delle acque fuggitive. Quasi un respiro lento e solenne emanava dal sonno del fiume sotto la luna. Le rane cantavano.

Turlendana stava quasi nascosto tra le piante. Le mani gli tremavano su i ginocchi. D'improvviso, egli sentì sotto di sè muoversi qualche cosa di vivo: una rana! Gittò un grido, si levò, si diede a correre traballando, per mezzo ai salici, in una corsa grottesca ed orrida. Pel disordine de' suoi spiriti, egli era atterrito come da un fatto soprannaturale.

A un avvallamento del terreno cadde, bocconi, con la faccia su l'erba. Si rialzò a gran fatica, e stette un momento a riguardare in torno li alberi.

Le forme argentee dei pioppi sorgevano immobili nell'aria, taciturne; e parevano inalzarsi fino alla luna, per un prolungamento chimerico delle loro cime. Le rive del fiume si dileguavano indefinite, quasi immateriali, come le imagini dei paesi nei sogni. Su la parte destra li estuari risplendevano d'una bianchezza abbagliante, d'una bianchezza salina, su cui ad intervalli le ombre gittate dalle nuvole migratrici passavano mollemente come veli azzurri. Più lungi, la selva chiudeva l'orizzonte. Il profumo della selva e il profumo del mare si mescolavano.

"Oh Turlendana! ooooh!" gridò una voce, chiarissima.

Turlendana, stupefatto, si volse.

"Oh Turlendanaaaaa!"

E Binchi-Banche apparve, in compagnia di un finanziere, su 'l principio di un sentiero praticato dai marinai tra il folto dei salci.

"Addó vai a 'st'ora? A piagne lu camelo?" chiese Binchi-Banche avvicinandosi.

Turlendana non rispose subito. Si reggeva con le mani le brache, teneva le ginocchia un po' piegate innanzi; e nella faccia aveva una così strana espression di stupidezza e balbettava così miserevolmente che Binchi-Banche e il finanziere scoppiarono in grasse risa.

"Va, va," disse l'omiciattolo grinzoso, prendendo l'ebro per le spalle e incamminandolo verso la marina.

Turlendana andò innanzi. Binchi-Banche ed il finanziere seguitavano a distanza, ridendo e parlando a voce bassa.

Ora la verdura terminava e incominciavano le sabbie. Si udiva mormorare la maretta alla foce della Pescara.

In una specie di bassura arenosa, tra due dune, Turlendana sì incontrò con la carogna di Barbarà non ancora sepolta. Il gran corpo, tutto spellato, era sanguinolento; le masse adipose della schiena anche erano scoperte ed apparivano d'un colore giallognolo; su le gambe e su le cosce la pelle rimaneva con tutti i peli e i dischi callosi; nella bocca si vedevano i due denti enormi, angolosi, ricurvi della mandibola superiore e la lingua bianchiccia; il labbro di sotto era, chi sa perchè, reciso; e il collo somigliava ad un tronco di serpente.

Turlendana, in conspetto di quello strazio, si mise a gridare scotendo la testa. Faceva un verso singolare, che non pareva umano.

-- Ahò! Ahò! Ahò! --

Poi, volendo chinarsi su 'l camello, stramazzò; si agitò invano per rialzarsi; e, vinto dal torpore del vino, rimase senza conoscenza.

Binchi-Banche e il finanziere, come lo videro cadere, sopraggiunsero. Lo presero, l'uno da capo e l'altro da piedi; lo sollevarono, e lo adagiarono lungo su 'l corpo di Barbarà, atteggiandolo a un abbracciamento d'amore. Sghignazzavano i due operando.

E così Turlendana giacque co 'l camello, sino all'aurora.

SAN LÀIMO NAVIGATORE.

In un giorno di sole un pescatore discese alla riva del mare con le nasse; e camminò così verso austro, a piedi nudi, su l'arena ove il fiore salino qua e là biancheggiava simile a un cristallo puro e raggiante. Il silenzio era grande nell'ora, e le acque a pena fluttuavano. Come l'uomo giunse al punto in cui un ramo di fiume metteva foce nel mare, si fermò per succingersi, poichè l'alveo qua e là scoperto rendeva facile il guado. Un altro ramo affluiva più lungi; e il paradiso del delta, pingue d'alluvioni, in mezzo prosperava di piante e di animali.

Volarono sopra il capo del guadante molti uccelli ordinati in triangolo, giocondi al cantare, e discesero tra li alberi. Onde l'uomo, allettato da quella melodiosa delizia di richiami, sostò su l'altra sponda; e piacevolmente poi andò premendo la freschezza dell'erbe con le calcagna use alla sabbia torrida, mentre le sue pupille fastidite dal candor salino si riposavano nel verde.

Una dolce deità di pace ora felicitava la selva: da un albero all'altro saglienti si comunicavano i cantici, s'aprivano a piè dei tronchi famiglie di fiori versando aromi, e in alto tra li intervalli stellanti delle fronde fioriva anche il cielo. Tutte le creature in quel rifugio esercitavano liberalmente la vita. Il suono de' passi tranquilli su i muschi meravigliava nell'animo l'uomo; il quale così procedendo per mezzo a quella mansuetudine di amori si sentiva come da una pia unzione di balsamo lenire la fatica delle membra e purificare.

Ma quando giunse egli al centro della selva; un miracolo gli si offerse alli occhi. Giaceva su la natural cuna dell'erbe un infante e sorrideva, teneramente luminoso, in una forma tra di essere umano candidissima e di fiore. Le carni si piegavano in anella rosee ai polsi, ai malleoli, alla nuca; e i piedi terminavano in quelle vaghe arborescenze di cui li antichi artefici ornarono le statue di Dafne cangiata in lauro. Li arbusti aromatici facevano in torno al nato una musica d'orezzo, soave come il murmure delle prime api nella stagione del miele.

Il pescatore, attonito, ristette. D'improvviso un vecchio con lunghe trecce di barba su 'l petto, con su 'l capo una mitra d'oro, simile in vista a un patriarca, sorse dalla terra.

"Raccogli il fanciullo, e recalo al tuo signore. Tu vivrai lungamente in letizia, e i pesci riempiranno le tue reti."

Disse il vecchio; e subito sparve come un'ombra nel sole.

Il buon pescatore si guardò in torno, stupefatto. Li alberi stormivano, e un branco di caprioli passava tra i frútici.

Egli riempì d'erbe uno de' suoi cesti, e sopra vi adagiò l'infante. Rifece il cammino, a traverso la selva, portando su la testa il peso. E poichè al moto dei passi la culla di vimini ondeggiava, l'infante si addormentò placidamente, lungo la riva del mare.

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Ora viveva nel suo gran palagio il signore delle terre marittime, su 'l declivio di un colle. Egli era benigno co' i sudditi, come un padre co' i figliuoli; prossimo al limitare della vecchiezza, egli era pacifico e saggio nel timore di Dio.

Vasti pomari, pieni di tutti li alberi fruttiferi e odoriferi, prosperavano dietro il palagio; mule e cavalli nobili oziavano dinanzi alle greppie cariche di fieni e di biade; l'olio empiva i pozzi nei sotterranei; tanta era la copia del fromento che immensi granai stavano sempre aperti al piacere di ognuno, liberal cibo anche alli uccelli del cielo, e tanta era la copia delle uve che in autunno, nella natività del vino, lunghe file di bestie da soma partivano a traverso i dominii, recando la divizia del liquore letificante.

Nell'interno i cortili marmorei, come li atrii di un re, erano giocondi d'acque vive, di aranci, di statue, di paggi e di cani. Corami preziosi incisi di chimere e di draghi, incrostature di agate e di diaspri, avori di liofanti e di liocorni ricoprivano le pareti delle stanze; le suppellettili materiate di legni, di metalli e di tessuti rari si riflettevano, come in lucidi specchi, ne' pavimenti di musaico polito. Grandi logge sorrette da ordini di colonne in pietra numidica, coperte da tappeti di fiori e da cortinaggi di foglie, si prolungavano in fuga giù pe 'l declivio sino al limite della rada frequente di pesci. Sotto una delle logge erano le mude, governate da buoni maestri: ogni anno Candiotti, Sarmati e Sassoni le provvedevano di cinquecento girifalchi, e poi d'astori bianchi d'Africa, di sagri tartari, di pellegrini d'Irlanda, di tunisenghi germanici, di lanieri provenzani in grande abbondanza. Nel lato di settentrione spaziava il parco ricchissimo di selvaggina, ove tra li altri animali prolificavano diecimila cervi e sessantamila fagiani.

Uomini esperti in opera di canto e di stromenti armonici dilettavano l'animo del signore e della sua donna, serenavano le veglie, suscitavano gioia nei conviti. Un unguentario componeva profumi. Un monaco, che tra una gente d'Arabia aveva appreso ad usare le virtù dell'erbe, coltivava i semplici, e nei vegetali indigeni in vano cercava da tempo un succo che rompesse la sterilità della matrice.

La donna del signore, infeconda, traeva i giorni assorta in una nativa mestizia. I suoi occhi splendevano come puro elettro. Sotto la tunica si designavano le forme verginali giovenilmente. E quando ella saliva i gradini di porfiro, levata le mani verso l'altare, i capelli disciolti le inondavano la figura estatica, e le davano un'apparenza di deità.

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Giunse al palagio l'infante, come un dono celeste. E per tutte le terre si sparse la novella; e tutte le genti soggette accorrevano.

Allora il sire magnifico bandì una luminaria conviviale. In segno di felicità, corsero giù per il colle fiumi di vino biondi e vermigli; si vuotarono vasi di miele fragrante di timo; si assaporarono frutta grosse come una testa d'uomo; mille giovenchi furono colpiti in un giorno, e fumigarono su le brage; furono sgozzati settecento porci enormi come rinoceronti ma di carni più tenere che la coscia d'un agnello; cacciagioni e pescagioni furono prodigate su vastissimi piatti d'oro, e dal ventre dei volatili e dei pesci uscirono gemme, anelli, gioielli, monete insieme con l'uva di Corinto, co' i pistacchi d'Italia, con le noci, con le olive. Su 'l golfo arsero fuochi di legni odoriferi, e faci illuminanti per gran tratto il mare, così che galee veneziane e saettie di corsali barbareschi da lungi videro il rossore, e novellarono dell'incendio di una città favolosa. Il vapore delle gomme balsamiche salì al cielo in nembi; cantici di religione sonarono nell'aria, più dolci di ogni aroma; e tutte le fronti si cinsero di corone.

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L'infante si chiamò Làimo. Adagiato in una cuna mirabile, fatta di una conchiglia rara che due tritoni sorreggevano, egli volgeva in torno li occhi aventi nel riso l'umido splendore argenteo della polpa d'un fiore. Vennero le nutrici, femmine plebee dal seno opimo, vermiglie di salute; ed egli ritrasse dal loro latte la bocca. Soltanto una cerva fulva lo nutricò. Questa mammifera mansueta restava a lungo presso il fanciullo, coricata a piè della cuna; si cibava di fogliami teneri, di funghi, di fromento, e beveva in un vaso di murra linfe pure. Al suo bramito tremulo e dolce, una gioia di movimenti vivaci animava le membra del poppante, e il piccolo anello delle labbra si schiudeva spontaneamente nel riso.

Con una prodigiosa rapidità ascese Làimo dall'infanzia alla puerizia. Egli ebbe la testa di un dioscuro tutta nera di ricci simili a grappoli di giacinti. Nel suo corpo rifulse la bellezza di un giovane Bacco, l'armonioso componimento di una statua fidiaca. Il torso era una viva opera di cesello, poichè le coste si palesavano sotto la forma nascente del torace; il gioco dei bicipiti nelle braccia perfette come quelle dell'Antinoo incideva su le spalle talune lievi cavità mobilissime; le reni si insertavano ai lombi con un'inflessione serpentina di gimnaste; le musculature delle gambe avevano la lunghezza agile di disegno d'un efebo ateniese; ai malleoli si collegavano piedi schietti e nervosi di atleta corridore, terminanti in dita simili a un gruppo di radici tenui; tutta la persona gioiva nell'equilibrio della grazia e della forza, con mollezze di cera ricoprenti fieri congegni di acciaio.

Così l'effigiò, in una lega di metalli nobili, un artefice del quale ignoriamo la patria e il nome.

Làimo non amò cavalli, nè falchi, nè cani. Egli fu esperto nel trar d'arco più che un saettatore parto; e pure giammai freccia d'argento della sua faretra ferì tra li alberi una preda. Ma i grandi combattimenti epici delli squali nel golfo, al tempo delli amori, l'attraevano. E come gli giungeva pe 'l silenzio meridiano il fragore, egli balzava di gioia; e, preso l'arco, pianamente, non visto da alcuno, scendeva giù per una corda di palmizio nel parco e attraversava la selva fino al promontorio.

Due querci, simili a monumenti titanici dell'epoca favolosa, componevano una porta di trionfo alta duecento piedi. Il sole illustrava di candori argentei le scorze centenarie; e di là dalla porta i laberinti della foresta si inabissavano nell'ombra.

Il fanciullo su 'l limitare sostava, rapito nella grandezza e nella dolcezza della solitudine. Poi, come il fragore lontano lo riscoteva, egli, con una agilità di veltro dietro un branco di lepri, insinuavasi tra fusto e fusto, strisciava tra le erbe altissime, saliva scalee fatte di radici, saltava ostacoli di arbusti, piegava sotto i rami pesanti. Il fragore del combattimento si faceva a mano a mano più vicino e più terribile. D'un tratto il mare chiuso in un vasto anfiteatro di granito appariva splendidissimo, e su le acque più di tremila squali battagliavano.

Era un magnifico spettacolo. Dall'alto del promontorio il fanciullo seguiva con l'occhio tutte le vicende della strage illustrata pienamente dalla luce solare.

I pesci, enormi chimere d'acqua salsa, violacei e verdi nel dorso, biancastri nel ventre, armati di scudi ossei e d'un gran dente di narvalo, formavano cumuli mobilissimi emergenti crollanti risollevantisi con una rapidità indescrivibile. Il balenío delle lunghe spade d'avorio, il luccichío dei corpi oleosi, li sprazzi d'iride nelle scaglie delle code, lo spumeggiamento immenso dell'acque, tutto quel cieco furore di ferite, quell'odore acuto di grasso e di sangue eccitavano il fanciullo.

I cadaveri, galleggianti co 'l ventre riverso dentro cui l'avversario avea lasciato l'arma, erano sbattuti dall'onda contro le pareti di granito. Squali, con la mascella rotta e priva del dente, uscivano dal folto della zuffa e dibattendosi nelle scosse ultime della morte cangiavano i colori. Frammenti d'avorio nel cozzo erano lanciati a grandi altezze per l'aria. Avvenivano talvolta meravigliosi intrecciamenti su la vetta dei cumuli. Talvolta coppie di combattenti si distaccavano dalla falange e venivano a tenzone singolare, operando prodigi di ferocia. Larghe chiazze sanguigne si dilatavano in torno, dissipate poi dai colpi delle pinne e delle code; e il numero delli uccisi, crescendo rapidamente, avanzava quello dei superstiti.

Allora Làimo, dinanzi alla enormità dell'eccidio, invaso da un fiero impeto tendeva l'arco e cominciava a saettare. Le frecce acutissime penetravano sino alla cocca nelle carni molli e un istante vi oscillavano. Ma, poichè li squali non curando le nuove ferite persistevano nell'accanimento dell'ira, in breve tempo lo sterminio era completo. La sollevazione delle acque placandosi, le schiume si dissolvevano: la tenacità della vita in quei corpi aveva ancora qualche battito supremo di coda e di pinne, qualche debole sussulto nella fessura delle branchie. Poi, dall'ondeggiar supino di tutti i cadaveri si levava un intenso folgorío di squame, e per li scoscendimenti dell'anfiteatro lunghi colli nudi d'avoltori si tendevano su 'l pasto.

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Così in Làimo li spiriti pugnaci si destarono; e un desiderio di avventure per le terre d'oltremare a lui crebbe nell'animo. Egli passava lunghe ore guardando la marea salire o le vele fuggire in distanza nella luminosità delle grandi acque.

Talvolta seduto ai piedi della signora, in fondo a una loggia, seguiva sopra uno stromento di tre corde le canzoni dei marinari. Molte catene di fiori pendevano giù per li intercolonnii: e dinanzi, nel golfo calmo e tiepido, le testuggini marine dormivano su 'l fiore dell'acqua dando al sole i larghi scudi raggianti come un'ambra pura.

Làimo, d'un tratto, gittava da sè lo strumento e scoppiava in lacrime, perchè avea visto apparire la prora di una galea nel lontano.