Part 7
Di ritorno dall’Oriente M. Aurelio celebrò in Roma uno splendido trionfo per le vittorie sui Germani e sui Sarmati (23 dicembre 176). Il senato gli decretò allora la bella statua equestre, che ancora si ammira sul Campidoglio, e al Campo Marzio la colonna, che sorge in Roma nella piazza che ne porta il nome, e i cui bassorilievi rappresentano le guerre con i popoli del Danubio. La colonna e la statua erano meritate, perchè il filosofo aveva saputo mutarsi in generale e fare il suo dovere, non risparmiando fatiche per difendere l’impero. Senonchè a questo punto M. Aurelio prese una deliberazione, che nessuno si sarebbe aspettata da lui: L. Vero, il suo collega, essendo morto già da parecchi anni, dopo la guerra partica, egli assunse all’impero, come collega, il figliuolo, L. Aurelio Commodo, facendogli concedere nel 177 la potestà tribunicia, dopochè già alla fine del 176 aveva ricevuto il titolo di imperatore. Commodo aveva allora 15 anni: non si riesce dunque a spiegare come questo filosofo stoico abbandonasse ad un tratto il procedimento dell’adozione, a cui egli stesso doveva l’impero è che aveva fatto così buona prova, e si appigliasse invece ad un tratto, e così temerariamente, al principio dinastico dell’eredità, applicandolo alla cieca ad un ragazzo di 15 anni e ritentando l’esperimento già calamitosamente fallito con Nerone! Questa scelta di Marco Aurelio indurrebbe a credere che Avidio Cassio non avesse tutti i torti, giudicandolo nel modo che abbiamo visto. Comunque sia, quell’atto doveva aver funeste conseguenze, perchè Marco Aurelio non visse a lungo, dopo l’assunzione di Commodo. Nel 178 dovè ripartire di nuovo per la frontiera danubiana, dove l’agitazione germanica ricominciava. Da circa due anni combatteva e trattava con i barbari, allorquando, il 17 marzo 180, morì a Vindobona (Vienna).
Nella amministrazione civile Marco Aurelio, sempre occupato da guerre, non potè pareggiare Adriano; ma lo imitò quanto i tempi consentivano ancora. Costruì poco, perchè i denari mancavano. Ristabilì gli _iuridici_ per l’Italia, aboliti da Antonino. Protesse retori, giuristi e filosofi: par che assegnasse uno stipendio di 100.000 sesterzi ai membri del _Consilium_ imperiale, e di 60.000 ai consulenti giuridici del consiglio. Diede nuovo incremento alle istruzioni alimentarie, creando un _prefectus alimentorum_, di rango consolare. Continuò ad addolcire e far più agile e umano così il diritto civile come il penale. Insomma, se il mondo non fu sotto di lui felice, non si può negare che l’imperatore filosofo facesse il suo dovere in mezzo a difficoltà poco conformi alla sua indole. Il solo errore che — sembra — avrebbe potuto e dovuto evitare, è la scelta di Commodo. Gli scrittori antichi ci dicono che l’opinione universale indicava in Pompeiano il successore. Perchè non lo scelse? E se l’avesse scelto, sarebbe stato risparmiato il grosso disordine che tra poco narreremo? Terribili questioni, a cui la storia non può rispondere.
41. =L’impero alla morte di M. Aurelio: splendori e debolezze.= — Con la morte di M. Aurelio si chiude la bella epoca dell’impero. Il secondo secolo dopo C. è l’êra più prospera e felice che i paesi governati da Roma ebbero mai a godere. Le cause di questa prosperità e felicità furono diverse, vicine e remote: la pace profonda che, ad eccezione di pochi e corti disordini locali, regnò nell’interno; il fiorire delle province nella pace e nella sicurezza, incominciato nel secolo precedente; la savia amministrazione dei principi. La grandiosa rete stradale, la diminuita varietà delle lingue, dei pesi, delle misure, delle monete, il ravvicinamento dei costumi, il regolato corso delle acque, la buona polizia marittima, i rapporti con Roma, l’esercito stesso favorivano gli scambi delle lingue, delle merci, delle idee, delle credenze religiose, dei costumi e quindi l’universale arricchimento, la pace e la unificazione spirituale dell’impero. Ovunque si aprono opifici, lanerie, tintorie, fabbriche di armi e di tessuti. Le industrie dell’Oriente, la porpora, la lana, il vetro, l’oreficeria, fioriscono rigogliose, avendo trovato nuove clientele nelle province incivilite dell’Occidente. Anche le parti dell’Europa incivilite più di recente, l’Italia settentrionale, la Gallia, la Spagna, riescono a imitare, sia pure con minor perfezione, le industrie orientali. Numerose navi solcano il Mediterraneo; spedizioni mercantili valicano i fiumi e le terre, si spingono fin nella remota India e nella Cina, a cercare la seta, le perle, il riso, adoperato come una medicina o come una ghiottoneria, le spezie, portando, per pagare gli acquisti, oltre oro e argento, anche derrate e oggetti del Mediterraneo di cui quei lontani paesi facevano uso: vino, per esempio. Come il commercio e l’industria, l’agricoltura è in pieno fiore.
La ricchezza, la cultura, il lusso, l’industria, il commercio si accentrano in poche metropoli, che rigurgitano, si ingrossano, si abbelliscono ed arricchiscono: Cartagine, Alessandria, Antiochia, Efeso, Tessalonica, Milano, Verona, Lione, per non parlare di Roma. A poco a poco le città minori languiscono. Di questo differente destino che in tante altre civiltà ha colpito le grandi e le piccole città, ci sono tracce nelle fonti antiche; ma una prova indiretta è fornita dalla crescente sollecitudine degli imperatori per le città minori: usurpazione dell’assolutismo, fu detto, mentre è forse da considerarsi come un effetto del loro decadere a vantaggio delle grandi. A mano a mano che le famiglie ricche e le persone istruite si raccoglievano in poche grandi città, nelle minori il ceto governante, le piccole aristocrazie locali, a cui l’amministrazione urbana era affidata, si assottigliavano. L’amministrazione pericolava per difetto di uomini capaci; e l’autorità imperiale doveva in qualche modo supplire.
Con il crescere della ricchezza e l’ingrandirsi delle città si diffonde per tutto l’impero una universale passione dei giochi. I famosi giochi della Grecia — Olimpici, Istmici, Nemei e Pitici — rifioriscono per il favore di un pubblico cosmopolita, che accorre da ogni parte dell’impero, e sono riprodotti, più o meno fedelmente, in molte città dell’impero. Roma, a sua volta, insegna a tutto l’impero i suoi giochi e spettacoli, massime quegli spettacoli gladiatorî, per cui il popolo dell’Urbe aveva tanta passione. Teatri e anfiteatri si costruiscono in ogni città dell’impero; l’Oriente e l’Occidente si mescolano anche nei divertimenti, comunicandosi a vicenda le proprie passioni e i propri giochi; la professione di atleta diventa una delle più proficue e onorifiche. Colui che è stato coronato nei giochi di Grecia o che ha riportato numerose vittorie nelle innumerevoli feste celebrate in tutte le città, diventa nella città sua un personaggio ragguardevole, a cui la legge concede la esenzione da molti carichi pubblici. I corpi pubblici e i privati gareggiano per fare onore a queste «glorie» della città.
Nè la prosperità materiale soffocava lo spirito. «L’impero è tutto pieno di scuole e di discenti», esclamano, concordi, il poeta romano Giovenale e il retore greco Aristide. La letteratura, la filosofia, la scienza cessano di essere il privilegio di piccoli cenacoli, si divulgano come patrimonio comune del genere umano. La cultura non sarà più così profonda e originale come nei secoli precedenti, ma è più universale. L’amore dalla filosofia pervade tutte le classi e il buon gusto si diffonde dalla capitale ai più remoti municipî. In ogni parte dell’impero i privati e le autorità gareggiano nell’abbellire le città e nell’imitare Roma. Il mondo s’era fatto così ricco, così bello, così sapiente, così ordinato, che per un momento il pensiero antico fu sul punto di abbandonare la sua dottrina pessimista della corruzione e di concepire questo grande mutamento del mondo al modo nostro, come progresso. «Il mondo è ogni giorno — scrive uno scrittore cristiano, Tertulliano — più conosciuto, meglio coltivato e più civile di prima. Dappertutto si sono tracciate strade, ogni regione ci è nota, ogni paese è aperto al commercio. Poderi amenissimi hanno invaso le foreste; gli armenti hanno fugato le fiere; si semina nell’arena; si spezzano i macigni. Le paludi scompaiono. Ora ci sono tante città quante capanne un tempo. Non si ha più paura delle isole e degli scogli. Dovunque ci sono case, dovunque abitazioni umane, dovunque governi ben ordinati; dovunque tracce di vita....»[52].
Fugace splendore, invece; attimo fuggente di una prosperità caduca! Da questo tempo incomincia un tragico rivolgimento. Ma il male non viene dal di fuori; nè la colpa delle calamità che incominciano deve essere tutta apposta agli uomini che ora salgono al governo. Il male era interno, e nasceva da uno squilibrio tra le forze che reggevano l’impero. L’impero è governato da un senato, nel quale si raccoglie veramente il fiore delle famiglie ricche e colte delle province, dalla Gallia all’Africa e alla Siria: un’aristocrazia di cui il mondo antico non aveva ancor visto l’eguale, per numero, per coltura, per ricchezza, per raffinatezza di gusti, per nobiltà d’aspirazioni, per varietà di attitudini. In questa aristocrazia le virtù austere del romanesimo sono fecondate dalla cultura greca nella più splendida varietà di attitudini: onde abbondano i generali, gli amministratori, i giuristi, i letterati, i filosofi, i protettori delle arti e delle lettere, che tutti insieme vogliono conservare intatta la forza dell’impero, raffinandola con le arti più elette della pace; e con quanto studio ed impegno, lo attestano Traiano, Adriano, Antonino, Marco Aurelio. Senonchè mentre la aristocrazia che governava l’impero si raffinava, si faceva più colta, più splendida, più umana, l’esercito si imbarbariva. Con Claudio e con Nerone i provinciali erano entrati nelle legioni, e cresciuti di numero sotto i Flavi. Ma con gli Antonini, specie con i due ultimi, le legioni accolgono gli stranieri, i veri e propri barbari[53]. Certo a questi barbari si conferisce la cittadinanza romana; ma un titolo non bastava neppure allora a mutare l’animo. Allo stesso modo, sebbene più lentamente, era deteriorato il corpo dei pretoriani, esempio e modello di tutte le milizie romane. Troppo ricca ormai la vecchia Italia non basta più a riempire i vuoti delle famose coorti[54]. Tra queste due forze, l’aristocrazia e l’esercito, si interponeva quella che noi chiameremo l’amministrazione, il corpo dei magistrati che esercitavano i differenti uffici civili e militari, e che, almeno nelle cariche maggiori, era reclutato ancora secondo il principio della coltura e del rango senatorio od equestre. Al di sopra di tutti stava l’imperatore, il più autorevole dei senatori, il capo dell’esercito, della nobiltà e dell’amministrazione, il simbolo dell’impero e dello Stato, investito di poteri che non erano mai stati ben definiti, come non era mai stato ben definito il principio politico e giuridico da cui i suoi poteri scaturivano. Era chiaro che, sinchè l’imperatore, l’amministrazione e l’aristocrazia fossero stati d’accordo, avrebbero avuto autorità bastevole per imporre rispetto alle legioni. I governi di Traiano, di Adriano, di Antonino e di Marco Aurelio lo avevano provato. Ma che sarebbe accaduto il giorno, in cui questo accordo si rompesse?
42. =Il governo di Commodo (180-192).= — Quanto fosse fragile l’accordo tra il senato e l’imperatore, bastò a dimostrarlo, dopo un secolo di concordia, la scelta di Commodo. Commodo, dopo Tito e Domiziano, era il solo figlio che succedeva al padre nella suprema carica; e per maggior disgrazia, a diciannove anni. Il senato, che non aveva mai ammesso l’eredità come titolo del potere imperiale, e che avrebbe voluto imperatore Claudio Pompeiano, subì l’avvento di Commodo come una usurpazione. La rottura tra il senato e l’imperatore non tardò dunque; e fu quanto mai calamitosa, perchè Commodo era un giovane che ricordava assai più Nerone che non Domiziano, a cui più spesso i contemporanei lo paragonarono. Dopo un breve tirocinio, abbandonò il governo al prefetto del pretorio; e si diede a godersi l’impero, esasperando ancor più il malcontento e l’odio del senato. Ma di questa sua noncuranza, del sospetto in cui aveva il senato approfittarono molti avventurieri di origine oscura, per impadronirsi di molti uffici sino ad allora riserbati all’ordine senatorio ed equestre. Sotto Commodo si tenta e si ritenta di togliere ai senatori il privilegio di occupare le alte cariche; uomini oscuri o indegni si insinuano dappertutto, e talora passano innanzi ai personaggi più cospicui dell’impero; i segni esterni della potenza sovrana dell’imperatore sono moltiplicati e risuscitati i titoli più adulatorî, che il senato aveva aborriti nella persona di Nerone e di Domiziano. L’opposizione senatoria, come è naturale, rinasce; le congiure spesseggiano; e l’aspra discordia tra imperatore e Senato guasta e precipita nel disordine in pochi anni tutta l’amministrazione. Intorno alla politica di Commodo poco sappiamo. Ci è difficile quindi giudicarla e decidere, per esempio, se la pace da lui conchiusa con le popolazioni germaniche, che tanto filo da torcere avevano dato al padre suo, fosse buona o cattiva. Ma certo è che durante gli anni del suo governo, che furon dodici, numerose rivolte scoppiarono nelle province: che l’esercito si decompose; che i disertori in Gallia poterono tentare quasi un principio di rivolta, tanto erano numerosi: e che le finanze andarono a precipizio.
La fine di questo governo fu quale si poteva imaginare. Come Nerone e Domiziano, anche Commodo si fece via via più sospettoso e violento; e seminò attorno a sè tanti odî e tante paure, che i suoi stessi familiari si convinsero, alla fine, che occorreva toglierlo di mezzo. Il 31 dicembre del 192, un gruppo di cortigiani, pavidi della propria incolumità personale e sicuri di trovare dietro a sè largo séguito di plauso e di favore, riescivano a uccidere l’imperatore.
43. =Pertinace (1º gennaio-28 marzo 193).= — La fine di Commodo ricordava Domiziano, come il suo governo aveva ricordato Nerone. Ma che cosa accadrebbe, dopo la sua morte? Quale dei due imperatori ricorderebbe la successione: Domiziano con un nuovo Nerva o Nerone con una nuova rivoluzione? Un grande sforzo fu fatto per risparmiare una seconda rivoluzione all’impero. Il senato scelse a imperatore un uomo che poteva veramente definirsi un nuovo Nerva: Publio Elvio Pertinace, e lo scelse con tanta prestezza e risolutezza, che i pretoriani lo accettarono. Era costui un _homo novus_, perchè primo della sua famiglia era entrato in senato: un uomo semplice, serio, austero, che aveva guadagnato il laticlavio servendo nell’esercito; un soldato, che impersonava tutte le tradizioni del militarismo romano, come Traiano. Egli si affrettò a riconoscere di nuovo i diritti del senato e a tributargli gli onori dovuti; scacciò dalle cariche gli avventurieri introdotti sotto Commodo, richiamò gli esiliati; e subito pose mano, sempre agendo d’accordo con il senato, a restaurare le finanze, e a ristabilire la disciplina negli eserciti e nella guardia pretoriana. Ma nel voler ricondurre i pretoriani all’antica disciplina, egli presunse troppo della autorità sua e del senato. Anche quel corpo era ormai troppo inquinato di provinciali. Il 28 marzo del 193, tre mesi dopo la sua assunzione all’impero, i pretoriani si rivoltarono e uccisero nel suo palazzo l’imperatore. Alla morte di Pertinace seguì in Roma un gran panico, del quale approfittarono due senatori, Sulpiciano, che era il suocero di Pertinace, e Didio Giuliano, uno dei più ricchi tra i membri dell’assemblea, per persuadere i pretoriani ad acclamarli imperatori. Sulpiciano, che Pertinace aveva mandato a calmare i pretoriani in rivolta, riuscì ad entrare nel campo, mentre Didio Giuliano restava fuori. Ma i pretoriani seppero sfruttare la rivalità; e per mezzo di ambascerie mandate a Sulpiciano e a Giuliano misero l’impero all’asta, chiedendo all’uno e all’altro che donativo darebbero in cambio dell’elezione. Didio Giuliano offerse la somma maggiore e fu imperatore.
Ma l’impero non era ancora un bene che potesse mettersi all’asta. Quando, nelle province, le legioni seppero quel che era successo a Roma, si rivoltarono contro questo mercato e contro l’imperatore dei pretoriani. Le legioni di Britannia proclamarono imperatore il loro comandante D. Clodio Albino; quelle di Pannonia, L. Settimio Severo; quelle di Siria e d’Egitto, C. Pescennio Nigro. Dopo 124 anni si ripeteva il disordine scoppiato alla morte di Nerone. Di nuovo l’incertezza del principio legale della successione nella suprema autorità dell’impero scatenava le legioni.
NOTE AL CAPITOLO QUINTO.
[46] Cfr. COHEN, _Monnaies rom._, II, _Anton._, nn. 572, 777, 778. La Scizia è qui forse una nuova provincia sul Danubio.
[47] C. I. L. VI, 1001.
[48] Sulle deduzioni dei barbari sul territorio romano si può consultare HUSCHKE, _Ueber den Census und die Steuerverfassung der früheren Römischen Kaiserzeit_, Berlin, 1847, pag. 149 sg.
[49] [_Hist. Aug._], _Av. Cass._, 14.
[50] È questo un giudizio dello stesso Marco Aurelio, _Pensieri_, II, 3.
[51] _Studi e testi_, VIII (Roma, 1902): _Atti di S. Giustino_, 4, 8; cfr. EUSEB. _H. E._, 5, 1, 47; ATHENAG. _Legatio pro Christian._, 1 sg.
[52] TERTULL. _De anima_, 30.
[53] Cfr. O. SEECK, in _Rh. Museum_, 43, 611-13.
[54] Cfr. [_Hist. A._] _Pertin._, II, 9; C. I, L. V, 5050, l. 31; VI, 2375 a sg.; DION. CASS. 74, 2; R. CAGNAT, _Praetoriae Cohortes_ in DAREMBERG et SAGLIO, _Dict. Antiq. Graecques et romaines_, IV, pag. 635.
CAPITOLO SESTO
I PRINCIPII DELLA MONARCHIA ASSOLUTA. SETTIMIO SEVERO
(193-211)
44. =La guerra civile e la vittoria di Settimio Severo (193-197).= — Dei tre pretendenti il più accetto al senato era Pescennio: un italico, a quanto pare, di illustre famiglia. Non sembra che fosse un discepolo delle Muse, ma era un buon soldato; le sue maniere affabili lo rendevano accetto a tutti, persino ai soldati, a cui pure imponeva la più rigida disciplina. Clodio Albino, invece, era africano di nascita, come Severo; era nato in Adrumeto, da una famiglia antica e nobile; aveva molte amicizie a Roma e simpatie nel senato. Settimio Severo, infine, che nasceva da una ricca e cospicua famiglia di Leptis, era il più colto dei tre, perchè era stato educato nelle due lingue, greca e latina, aveva studiato ad Atene, ed in gioventù si era dato alle lettere. Ma primo della famiglia era entrato in senato e aveva esercitato le magistrature; era quindi un _homo novus_. Fosse questa la ragione o altra che non conosciamo, egli aveva meno amici in senato che i suoi rivali.
Ma se Settimio Severo era il candidato meno grato al senato, era anche quello che, governando la Pannonia, si trovava più vicino all’Italia. Risoluto e intelligente, egli seppe approfittare di questo vantaggio. Senza perdere tempo scese con il suo esercito nella valle del Po. Didio Giuliano, il quale disponeva soltanto della guardia pretoriana, e non aveva potuto neppur chiudergli i passi delle Alpi, cercò di difendersi alla meglio. Ma le forze erano troppo ineguali. I soldati lo abbandonarono; lo abbandonò la flotta e, all’avvicinarsi di Settimio Severo, il senato lo depose e condannò a morte, eleggendo il governatore della Pannonia.
Il nuovo imperatore non poteva illudersi sui sentimenti che il senato, costretto a convalidarlo con la spada alla gola, nutrirebbe sul suo conto. Ma Settimio Severo sapeva di dover combattere contro due rivali potenti, e quindi cercò di ingraziarselo. Punì i complici di Didio Giuliano; fece decretare l’apoteosi di Pertinace; promise che non avrebbe condannato a morte nessun senatore, anzi fece approvare dal senato una legge, la quale dichiarava nemico pubblico l’imperatore che ciò facesse; promise di governare, prendendo a modello Pertinace e Marco Aurelio: non esitò nemmeno a sciogliere la guardia pretoriana che aveva ucciso Pertinace e messo all’incanto l’impero, ricostituendola con i migliori soldati scelti da qualsiasi legione. Infine, per legar le mani a Clodio Albino, e per compiacere al Senato, lo dichiarò suo collega nell’impero e suo erede presuntivo, dandogli l’alto comando delle province occidentali. Ma presa questa precauzione e dati questi pegni delle sue intenzioni al senato, si volse ad attaccare in Oriente Pescennio, che si era già assicurato l’Asia e l’Egitto, la neutralità dell’Armenia e l’alleanza di parecchi principi orientali, tra i quali il re dei Parti. Severo non volle che Pescennio avesse, come Vespasiano, il tempo di assalir lui; e sapendo che la velocità era il partito migliore, non indugiò più di un mese nella capitale e subito partì alla testa di grandi forze, per l’Oriente. Respinta e bloccata una buona parte dell’esercito nemico in Bisanzio, Severo, o, piuttosto, i suoi generali sconfissero il nemico prima a Cizico, poi a Nicea e, finalmente, presso Isso. La giornata fu assai cruenta, ma il rivale fu alla fine vinto, e, nella tragica fuga, arrestato e decapitato (194). Sembra che i partigiani di Pescennio fossero duramente trattati, ma dei senatori nessuno fu condannato a morte: i più compromessi subirono la confisca di tutto o di parte del patrimonio.
Ma se Pescennio era morto, la guerra non era ancora finita, chè Bisanzio resisteva accanitamente. D’altra parte Settimio Severo non poteva illudersi che la sua vittoria gli concilierebbe il favore del riluttante senato. Perciò egli pensò di dare al suo governo un carattere di legittimità più sicuro; e nel 195 celebrò la adozione di sè medesimo per parte di M. Aurelio. Il farsi adottare di autorità da un morto, era un procedimento, alla stregua delle leggi, molto ardito, per non dire stravagante; ma facendo questa violenza allo spirito della legge ed al buon senso, egli poteva presentarsi come il continuatore degli Antonini, venerati con tanto zelo in tutto l’impero. Pare inoltre che Settimio si servisse dell’adozione per impadronirsi dell’ingente eredità di Commodo[55]. Nel tempo stesso, mentre stringeva d’assedio Bisanzio, provvedeva a domare l’Oriente; e faceva una spedizione nella Adiabene e nell’Osroene, i cui sovrani avevano favorito Pescennio. Tutto il 195 fu speso in questa spedizione e nell’assedio di Bisanzio, che capitolò finalmente nella primavera del 196. L’Oriente poteva dirsi domato. Settimio Severo si affrettò a ritornare in Italia.
Nel senato l’opposizione era forte; e poichè Pescennio era stato vinto, poneva la sua speranza in Clodio Albino. Questi a sua volta non aveva accettato di esser collega di Settimio che per aver tempo a preparar milizie contro di lui, in Gallia e in Britannia. Ormai, anzi, aveva apertamente proclamata la rivolta; aveva convocato un contro-senato; e minacciava, nuovo Vitellio, di ridiscendere dalle Alpi[56]. Come al solito, Severo non perdè tempo. Appena giunto in Italia, fece dichiarare Clodio Albino nemico pubblico dall’esercito e dal senato; persuase il senato a proclamare il figlio suo, Settimio Bassano (il futuro Caracalla), Cesare, designandolo così, quale erede dell’impero; gli fece assumere il nome venerato di Marco Aurelio, forse per compensare la violenza con cui faceva trionfare il principio ereditario, e poi partì per la guerra. L’impresa non era di piccola mole. Se vogliamo credere a Dione, Albino aveva raccolto non meno di 150.000 uomini, e altrettanti dovette opporgliene Severo; dunque, senza contare gli ausiliari, una quindicina di legioni, quante non erano mai state impiegate nelle campagne contro il Gran Re: un esercito smisurato per i tempi antichi. Anche su questa guerra poco si sa: par che il principio fosse favorevole ad Albino, e che il senato esultasse a Roma di questi prosperi successi. Ma nella battaglia decisiva a _Tivurtium_ (Trévoux) non lungi da Lione, il nuovo pretendente fu definitivamente sconfitto (19 febbraio 197).