Roma antica, Vol. 3/3

Part 6

Chapter 63,386 wordsPublic domain

34. =Il governo di Adriano.= — Noi sappiamo che, morto Adriano, il senato si mostrò per un momento avverso alla proposta, fatta dal suo successore, di onorare la memoria; che minacciò perfino di non ratificare i suoi atti, e che solo a fatica potè essere indotto a desistere dalla sua opposizione. Questo fatto, e la congiura che era stata tramata subito dopo la adozione di Vero, provano che c’era nella aristocrazia una forte corrente avversa alla persona e alla politica dell’imperatore, sebbene questa avversione non fosse così forte come quella di cui furono oggetto quasi tutti gli imperatori della casa Giulio-Claudia. Quale fu la ragione di questa opposizione? Forse il suo tentativo di conciliare l’ellenismo e il romanesimo. La antica Roma, orgogliosa della sua potenza, gelosa della sua supremazia, ritrovava nel rinnovato spirito tradizionalista della nuova nobiltà, un’ultima forza di resistenza contro questo imperatore ellenista, giurista, protettore delle province, dalle arti, dalle lettere, della filosofia. Le lunghe assenze da Roma, le riforme amministrative, la protezione accordata alle arti, alla lettere e alla filosofia, i lavori largamente prodigati alle città, le gigantesche costruzioni, la smania di abbellire l’impero di tutti gli splendori dell’ellenismo, la sua politica estera prudente e aliena dalle conquista, urtavano i pregiudizi superstiti del romanesimo. Si aggiunga che, per avere il denaro necessario a tante spese, egli dovette inasprire i rigori del fisco; e che se aveva cominciato il suo governo condonando le imposte arretrate, creò poi l’_advocatus fisci_ per difendere contro le arti dei privati i diritti del tesoro imperiale. Si aggiunga da ultimo che un’opera così vasta, e che tentava di conciliare elementi così contrastanti, non poteva svolgersi senza contradizioni, scosse, lacune, imperfezioni, di cui i contemporanei dovevano, come sempre, menar grande scalpore. Queste considerazioni possono aiutare a comprendere per qual ragione il governo di Adriano ebbe tanti nemici, non ostante — e forse in ragione — dei suoi meriti. Ma siccome la politica di Adriano era richiesta dai tempi, che ne avevano bisogno, e non giunse nè troppo presto nè troppo tardi, si spiega che questa opposizione sia stata impotente, e, se angustiò l’imperatore, non riuscì a guastarne l’opera.

Adriano condusse alla perfezione la politica di Vespasiano e di Traiano. Il romanesimo doveva essere il nesso politico e militare, l’ellenismo il nesso intellettuale e morale di tutte le genti soggette all’impero. Perciò egli cerca di rafforzare l’esercito con molte riforme, promuove l’incremento e l’abbellimento delle città. Le città, i piaceri e le magnificenze che esse offrivano, gli interessi che ad esse mettevano capo, le occasioni di fortuna che nascevano dal loro crescere, erano ormai il principale vincolo che legava le successive generazioni all’unità dell’impero. Una immensa popolazione che, al riparo di frontiere ben munite, voleva godere ed accrescere gli agi e le bellezze di una fiorente civiltà urbana: tale era l’impero romano ai tempi di Adriano. Come sotto Traiano il romanesimo, sotto Adriano l’ellenismo gettò nel mondo antico gli ultimi suoi splendori. La prosperità dell’impero durerebbe sinchè durerebbe l’equilibrio tra i due elementi: il romanesimo, ossia la forza militare e politica; l’ellenismo, ossia il prosperare della vita cittadina.

NOTE AL CAPITOLO QUARTO.

[26] Cfr. PLIN. _Paneg._ 7: «Nulla adoptati cum eo qui adoptabat cognatio....» ecc. — Si confronti TAC. _Hist._, I, 15-16, che intorno allo stesso tempo espone gli stessi concetti, ponendoli in bocca ad uno dei suoi personaggi.

[27] [_Hist. Aug._], _Hadr._ 8, 3.

[28] [_Hist. Aug._], _Hadr._ 5, 3.

[29] [_Hist. Aug._], _Hadr._ 22, 8.

[30] Cfr. HIRSCHFELD, _Untersuchungen auf dem Gebiete der römischen Verwaltung_, Berlin, 1876, pag. 32; FRIEDLÄNDER, _Darstellung aus der Sittengeschichte Roms_, Leipzig, 1888, I, pag. 171 sg.

[31] [_Hist. Aug._], _Hadr._ 22, 13. Se già si chiamassero, sotto Adriano, _iuridici_, o se questo nome prendessero quando M. Aurelio li ristabilì, non è chiaro.

[32] [_Hist. Aug._], _Hadr._ 18, 1. Sul _Consilium principis_ si può consultare E. CUQ, _Mémoire sur le_ Consilium principis _d’Auguste à Dioclétien_, in _Mémoires présentées par divers savants à l’Académie des inscriptions et belles lettres de l’Institut de France_, Paris, 1884, vol. IX.

[33] Una enumerazione di queste riforme si trova in DURUY, _Histoire des Romains_, Paris, 1883, vol. V, pag. 113 sgg.

[34] La cronologia dei viaggi di Adriano è molto incerta. Sull’argomento, uno studio speciale, ma le cui conclusioni non sono sempre accettabili, è quello di DÜRR, _Die Reisen des Kaisers Hadrian_, Wien, 1881. Cfr. anche WEBER, _Untersuchungen zur Geschichte d. Kaisers Hadrianus_, Leipzig, 1907.

[35] COHEN, _Monnaies, Hadrian_, nn. 1247-1257.

[36] APP. _Proem._ 5.

[37] [_Hist. Aug._], _Hadr._ 12, 3-4; COHEN, _op. cit._, 1258-1273.

[38] Cfr. HATZFELD, _Les trafiquants italiens dans l’Orient héllènique_, Paris, 1919, pag. 164 sgg.; 171-72; 188.

[39] _C. I. L._ III, 2; _Suppl._ 12.283, ll. 7-8.

[40] JUSTIN. _Apol._ I, 68; EUSEB. _Hist. Eccl._ 4, 9.

[41] Cfr. C. BARBAGALLO, _Lo Stato e l’istruzione pubblica_, pag. 167 sgg. e fonti ivi citate.

[42] _C. I. L._ VIII, _Suppl._ 18.042.

[43] COHEN, _op. cit._, nn. 1233-34.

[44] [_Hist. Aug._], _Saturn._ 8. Un papiro alquanto posteriore (192 d. C.) ci enumera con molta minuzia i mestieri degli Egiziani abitanti presso Tebtunis; PREISIGKE, _Sammelbuch griech. Urkunden aus Aegypten_, Strassburg, 1911, n. 5124.

[45] Sulla villa di Adriano a Tivoli, cfr. BOISSIER, _Promenades archéologiques_, Paris, 1887, pag. 202 sg.

CAPITOLO QUINTO

I PRIMI SEGNI DEL DECADIMENTO

(138-193)

35. =Antonino Pio (138-161).= — Antonino Pio apparteneva a una famiglia originaria della Gallia, aveva 52 anni, ed era stato console, proconsole dell’Asia, _iuridicus_ per l’Italia e membro del _Consilium_ imperiale. Egli aveva compiuto con onesta fermezza il suo dovere verso la memoria del padre adottivo, impedendo al senato di sfogare l’odio postumo contro la memoria di Adriano. Ma l’atteggiamento del senato era un ammonimento. Un altro ammonimento erano le nuove ambizioni di ingrandimento che richiamavano la politica di Traiano. Si vogliono ora considerare come province romane la Parzia e perfino la Scizia[46]. Antonino intese questi ammonimenti. Era un’anima eletta più che un potente ingegno; e perciò si propose di conservare quel che Adriano aveva fatto più che di continuarne l’opera, cercando insieme di placare con concessioni il risentimento del senato.

Tale è il doppio scopo del suo governo. Egli rispetta l’opera di Adriano: il _Consilium principis_, la cancelleria imperiale, l’avvocatura del fisco, le riforme militari, l’indirizzo della legislazione civile e della politica estera. Abolisce soltanto gli _iuridici_ per l’Italia. Ma prodiga al senato i compensi. Non si stanca di ripetere ch’egli intende trattare il senato, come, da senatore, aveva desiderato gli imperatori trattassero lui. Amnistia i condannati politici degli ultimi anni di Adriano, e fa a sè una legge della più ampia indulgenza verso coloro che cospireranno contro di lui. Frena l’avidità del fisco, riduce le imposte; anzi, nel 147 o 148, condona ai contribuenti gli arretrati di tre lustri. Rimette in onore le tradizioni e i simboli repubblicani di Roma; restaura gli antichi culti ufficiali romani; è onorato dai senatori, come Vespasiano, _ob insignem erga caerimonias publicas curam ac religionem_[47].

Con lui, al principe girovago succede il principe sedentario. Sembra che Antonino non abbandonasse mai Roma, checchè avvenisse ai confini dell’impero. Costruì meno e con minore prodigalità di Adriano. In tutti i rami dell’amministrazione cercò di diminuire la spesa; ridusse gli stipendi largiti da Adriano agli artisti, ai musici, per esempio; largheggiò invece con i retori e i filosofi. Schivò la guerra con la Parzia; ma non ostante il suo amore per la pace e il suo rispetto filiale per Adriano, in Britannia accontentò i fautori di conquiste e ritornò ai confini fissati da Agricola. Cosicchè, quando morì, dopo circa 23 anni di governo, i repubblicani e i tradizionalisti di Roma furono veramente in lutto. Con Traiano e con lui il romanesimo aveva irradiato sul vasto impero gli ultimi e magnifici splendori.

Ma tra questi splendori già si vedevano apparire nubi foriere di tempesta. Pare che Antonino lasciasse la moneta romana più deteriorata che non Traiano, avendo egli accresciuto fino ad un terzo la lega del _denarius_; e certo è che, non avendo mai ispezionato nè un campo nè una frontiera, moriva ignorando che cosa facessero i barbari al di là del Reno, del Danubio, dell’Eufrate, in Africa e nella Gran Bretagna; lasciando l’esercito infiacchito dalla lunga pace, dalla sua noncuranza, dai frettolosi e troppo numerosi arruolamenti di barbari: indebolite insomma su tutte le frontiere le difese e più audaci i nemici.

36. =L’imperatore filosofo: Marco Aurelio (161-180).= — Come abbiamo visto, all’elezione del nuovo principe aveva già provveduto Adriano. Questi aveva voluto che Antonino adottasse, come figlio, il nipote suo, Marco Annio Vero, che assunse poi il nome del nonno paterno, Aurelio, e il figlio dell’altro Vero, ch’egli per primo aveva scelto come suo successore. Nel 146 M. Aurelio aveva ricevuto la potestà tribunicia e proconsolare; era divenuto dunque collega e successore presuntivo per volontà di Antonino Pio, che morente lo designò infine esplicitamente: ma insomma la sua scelta all’impero risale in prima origine ad Adriano. Morto Antonino, ricordandosi delle intenzioni di Adriano, Marco Aurelio assunse al suo fianco, nell’impero, il suo fratello adottivo, L. Elio Vero, e i due principi si presentarono insieme al senato, ai pretoriani, al popolo.

Marco era un appassionato cultore della filosofia, un fervente seguace della setta stoica, al modo con cui a quei tempi si intendeva da molti la filosofia: non cioè come puro studio, ma come norma di vita e perfetta coerenza tra il pensiero e l’azione. Per la prima volta l’impero di Roma, fondato e sino allora governato da una aristocrazia di soldati, statisti e diplomatici, aveva a capo un filosofo, che ambiva attuare l’ideale etico della scuola stoica. L’ellenismo non aveva ancora riportato un trionfo più grande. Con Marco Aurelio la filosofia, di cui Roma aveva per tanti secoli, più o meno, diffidato, che Vespasiano aveva bandita d’Italia, saliva al governo e non di un piccolo Stato, ma del più vasto e potente impero, innanzi a cui gli uomini si fossero sino allora inchinati. Platone aveva detto che gli uomini e gli Stati sarebbero felici il giorno in cui i filosofi avessero assunto il governo. Avrebbe Marco Aurelio giustificato o sbugiardato il grande pensatore?

37. =La guerra orientale (161-166).= — L’esperienza doveva essere seria. I tempi diventavano procellosi. Antonino era appena morto, che già si scorgevano gli effetti del suo governo, più destro nel rinviare le difficoltà che forte nell’affrontarle. In Britannia, i Picti irrompevano contro il nuovo _vallo_, mentre le milizie romane, stanziate nel paese, minacciavano di proclamare un nuovo imperatore. In Germania, sul Danubio superiore e sul Reno, Catti e Cauci si agitavano inquieti, facevano scorrerie nel territorio romano. In Oriente, il re dei Parti, Vologese III, invadeva l’Armenia, scacciava il re, postovi dai Romani; irrompeva nella Siria, mentre i principi vassalli e le stesse città siriache insorgevano contro il dominio romano (161).

Il pericolo più grave era in Oriente. Marco Aurelio ordinò leve, spedì in Siria rinforzi e generali, tra cui lo stesso suo collega L. Vero, e incominciò una guerra lunga e vasta, che poteva ricordare Traiano. Nel 162-163, il generale Stazio Prisco era riuscito a riconquistare l’Armenia e restituire il principe deposto: ma in Siria il generale Avidio Cassio non aveva potuto pigliar subito l’offensiva. Troppo le legioni erano effeminate e indisciplinate. Fu necessario prima istruirle, allenarle, e vincerne lo spirito sedizioso. Alla fine Cassio potè muoversi; e, dopo le prime vittorie, avanzare, se non rapidamente, con vigore; sicchè, come pare, nel 165, giungeva nel cuore dell’impero partico e dava alle fiamme Seleucia e la stessa capitale del regno, Ctesifonte. Entrava a questo punto in campo L. Vero che, fino ad allora pare si fosse occupato in Antiochia del vettovagliamento; e marciando, probabilmente attraverso l’Armenia, invadeva la Media. Si rinnovava la trionfale spedizione di Traiano. Solo allora il re Partico si indusse alla pace; ma questa volta dovette accordare condizioni più onerose del solito, cedere la Mesopotamia superiore: la prima nuova conquista che dall’età di Pompeo, i Romani riuscissero a fare e a mantenere nella regione del Tigri e dell’Eufrate (166).

38. =La prima invasione germanica (167-175).= — Così, dopo cinque anni, l’imperatore filosofo terminava felicemente una delle più difficili guerre orientali. Ma le legioni vittoriose riportavano in Europa la peste bubbonica, che avrebbe desolato per anni la penisola balcanica e l’Italia. Come se tutte le disgrazie concorressero a un tempo, un nuovo pericolo, sedato quello d’oriente, minacciò a settentrione.

Nel 166 il confine danubiano era rotto, e le province al di qua e al di là del fiume — Dacia, Pannonia, Norico, Rezia — erano invase da una coalizione di varie popolazioni germaniche, che di slancio giunsero sino in Italia: assediarono Aquileia, incendiarono _Opitergium_ (Oderzo), e si spinsero fino al Piave, vera avanguardia delle invasioni, che dovevano nei secoli seguenti sommergere l’impero. Chi o che cosa aveva dato quella prima spinta al grande moto delle genti germaniche? In mancanza di notizie positive, noi siamo ridotti ad ipotesi. È possibile che un grande movimento di popoli slavi e germanici dall’oriente verso occidente abbia spinto i barbari verso le frontiere dell’impero. Ma la spinta maggiore deve essere stata data dalle nuove condizioni della Germania stessa. Confinando e commerciando e combattendo non più con piccoli stati celtici poco meno che barbari, ma con un grande impero civile, come l’impero romano, anche le popolazioni germaniche si venivano a poco a poco incivilendo in una certa misura. Esse imparavano molte cose — buone e cattive — dall’impero, che era nello stesso tempo il loro modello e il loro spavento: anche ad adoperare le sue stesse armi. Non è quindi difficile di spiegare come l’indomabile indisciplina e il continuo guerreggiare scemassero un poco tra i Germani, al contatto dell’impero; e che a poco a poco in questa nebulosa di tribù disgregate si formassero anche in Germania grossi Stati monarchici, rozze imitazioni dell’impero romano, che cercavano di costituire dei governi e degli eserciti. Ma a questo scopo occorrevano denari. D’altra parte non è inverosimile che quel principio di ordine civile introdotto nelle barbare tribù germaniche, facesse crescere la popolazione. Onde una crisi, demografica ed economica, che spingeva le popolazioni germaniche a invadere terre più fertili e a saccheggiare territori più ricchi, e cioè l’Europa del sud e del sud-ovest, incivilita e arricchita dal governo romano. Sinchè l’esercito romano era stato numeroso e agguerrito alle frontiere, i Germani non si erano mossi; ma da parecchi anni la maggior parte delle legioni d’Occidente combatteva in Oriente e contro i Parti una dura guerra, le cui notizie probabilmente giungevano ingrossate e deformate oltre il Reno e il Danubio. Così si può forse spiegare che, in questo tempo, un gran numero di popolazioni barbare, in maggior parte germaniche, tra le quali i Marcomanni, gli Ermonduri, i Quadi, gli Jazigj, i Sarmati, gli Sciti, i Victuali, i Rossolani, gli Alani, si precipitassero, secondo un piano concertato, sulle frontiere dell’Impero, sapendole mal guardate.

A che mirassero gli invasori o se ad altro fine oltre il saccheggio, non sappiamo. Certo è che la sùbita invasione atterrì l’Italia. La grandezza del pericolo è dimostrata dal fatto che questa volta Marco Aurelio, messi da parte i suoi libri, andò in persona a difendere i confini dell’impero. La storia di questa guerra è così frammentaria, che non sarebbe possibile ricostruirla cronologicamente. Noi sappiamo che durò sino al 175 e che fu asprissima; che si dovettero reclutare nuove legioni, e non fu cosa facile, poichè occorse ricorrere a differenti e quasi disperati espedienti; che non si adoperarono solo le armi ma anche gli intrighi e i trattati; che la guerra ebbe varie vicende, ora tristi ora liete; che a un certo momento un’orda di Custoboci si spinse dalla Dacia sin nel cuore della Grecia, e cioè sin ad Elatea nella Focide. Comunque sia, nel 175 l’incendio sembrò domato. Par che i nemici dovettero cedere una striscia di territorio sulla riva sinistra del Danubio, tollerare fortificazioni e guarnigioni romane, impegnarsi a frequentare solo taluni dei mercati provinciali, ed in tempi determinati, obbligarsi infine a fornire milizie all’esercito romano. Ma sembra pure che i nemici ricevettero dei compensi per queste concessioni e che per la prima volta dei barbari fossero accolti entro i confini dell’impero, persino in Italia, ove pare fossero distribuiti come _coloni_ o coltivatori sulle terre dei proprietari: primo principio di una condiscendenza che doveva generare gravi conseguenze[48]. La pace insomma sembra essere stata una transazione abilmente velata.

39. =La rivolta di Avidio Cassio (175).= — Le ripercussioni di questa guerra sanguinosa, costosa e vittoriosa solo in parte, furono molte e gravi in Italia come nelle province. La Spagna meridionale fu turbata da un’invasione di Mauri: l’Egitto da una insurrezione dei cosiddetti _Bucolici_, intorno alla quale nulla di preciso si sa. Le finanze furono gravemente dissestate; e pare che per riassestarle alla meglio si deteriorassero ancora più le monete. Segno più minaccioso, nello stesso anno in cui fu conchiusa la pace coi barbari, l’impero fu minacciato da una grossa guerra civile, non per colpa, questa volta, del senato. Il senato era soddisfatto dell’imperatore. Non solo, come i suoi predecessori, il principe aveva rinunziato a giudicare i senatori, ma aveva stabilito che i processi capitali contro i membri del senato fossero discussi a porte chiuse. M. Aurelio continuava la utile consuetudine dei _curatores rerum publicarum_, ma facendosi scrupolo di sceglierli tutti nell’ordine senatorio; rimetteva al senato le finanze e la politica estera, gli sottoponeva i trattati di pace, e gli abbandonava il diritto di appello. «Nulla, egli soleva ripetere, è dell’Imperatore, la casa stessa in cui noi abitiamo è proprietà vostra». Il senato non avrebbe potuto chiedere di più. Questa volta il segno della ribellione viene, come al principio del governo di Adriano, dall’elemento militare. Autore e capo fu, nel 175, Avidio Cassio, il vincitore dei Parti, il più valente generale del tempo, a cui M. Aurelio, durante le guerre germaniche, aveva affidato l’alto comando di tutto l’Oriente. Quel che questo uomo di guerra pensasse dell’imperatore filosofo, ce lo dice una sua lettera, della cui autenticità, naturalmente, la critica moderna ha dubitato: «.... Povera repubblica, che subisce codesta gente, avida di ricchezze e che riesce ad arricchirsi!! Povera repubblica! Marco è certo un uomo eccellente; ma, desiderando farsi lodare per la sua clemenza, lascia vivere tanta gente, che egli riprova. Dov’è quel L. Cassio, di cui io porto inutilmente il nome? Dove Catone il censore? Dove gli antichi costumi? Le cose perite da gran tempo neanche si desiderano più. Marco fa della filosofia e indaga sugli elementi naturali, sull’anima, su ciò che è onesto e giusto; ma egli non ha la nozione precisa dei bisogni dello Stato. Tu costà vedi bene che sorta d’energia e di azione occorra per rendere allo Stato l’antica natura; io lo vedo qui, osservando i governatori delle province. Ma posso io chiamare _proconsoli_ e _presidi_ codesti uomini, che pel solo fatto di aver ricevuto dal senato o da M. Aurelio delle province, si dànno a una vita sregolata ed ammassano ricchezze? Tu conosci il prefetto del pretorio del nostro filosofo: tre giorni prima era povero e mendico; poi, improvvisamente, è divenuto ricco.... In che modo, io domando, se non a prezzo delle viscere della repubblica, e delle fortune dei provinciali?...»[49].

Questa lettera ci mostra come e per quali ragioni un soldato, un valente soldato, nutrito di vecchio spirito romano, amasse poco l’indirizzo intellettuale e civile che il governo dell’impero aveva preso, da Adriano in poi. Tenacemente l’elemento militare cercava di opporsi a quel nuovo spirito, che sembrava fare Roma straniera a se stessa. Come questo sordo malcontento prorompesse in aperta rivolta, sarebbe difficile dire: pare che Cassio pensasse di dover essere il successore; e che nel 175, sparsasi in Oriente la falsa notizia della morte di Marco Aurelio, egli si affrettasse troppo a proclamarsi imperatore, contando sulle legioni e sui governatori dell’Oriente. Ma quando si seppe che la notizia della morte non era vera e che Marco Aurelio veniva in Oriente, il rispetto dell’autorità e dell’ordine poterono più che l’inclinazione per il pretendente. Cassio fu ucciso, tre mesi dopo il pronunciamento, da due ufficiali. Quando Marco giunse in Antiochia e in Alessandria, l’incendio era già spento (fine 175).

40. =La persecuzione dei Cristiani e la fine di Marco Aurelio (175-180).= — Ma tutte queste guerre, epidemie, rivolte, avevano sgomentato le popolazioni dell’impero, esaltando la superstizione popolare. Le moltitudini, dopo avere invano chiesto salvezza a tutti gli Dei delle vecchie religioni, si rivoltarono furiose contro i Cristiani. Marco Aurelio, da buon filosofo stoico, non poteva esser molto incline alla nuova «superstizione»[50]; ma la sua naturale e costante mitezza l’avrebbe certamente trattenuto dall’infierire, se il sentimento pubblico, sempre più invelenito contro la minoranza cristiana che ingrossava, non gli avesse fatto violenza. Già tra il 163 e il 167, aveva subito il martirio in Roma S. Giustino, che pure avea fatto liberamente l’apologia del Cristianesimo al tempo di Antonino. Ma la persecuzione era andata facendosi più fiera in seguito; ed era stata come autorizzata da un decreto dell’imperatore, nel quale la tortura e la morte sono comminate ai Cristiani, in quanto Cristiani[51].