Part 9
Queste imprese riuscirono felicemente; e sul finire dell’estate Bruto e Cassio si disponevano a invadere la Macedonia per debellare le otto legioni mandate da Antonio. Invece, i primi tentativi di Antonio per spezzare il piano del nemico riuscirono vani. Ottaviano, ch’egli aveva mandato in Sicilia contro Sesto Pompeo, falliva; i soccorsi di Cleopatra erano dispersi da una tempesta; e l’armata di Cassio, agli ordini di un tal Murco, liberata da quel compito, accorreva in Italia a bloccare Antonio a Brindisi, proprio quando Bruto e Cassio si avviavano verso la Macedonia e Antonio si preparava a condurci rinforzi per salvare le otto legioni dall’annientamento. Antonio fu costretto a richiamare dalla Sicilia la flotta di Ottaviano; e solo con questo aiuto potè obbligare Murco a lasciargli libero passo e sbarcare con altre dodici legioni a Durazzo, e con queste, raggiunte le altre otto già mandate innanzi, muovere incontro a Cassio e a Bruto. Cassio e Bruto con le legioni si erano accampati a Filippi, in una posizione fortissima, trincerandosi in due campi, Bruto un po’ più a nord, Cassio un po’ più a sud. L’uno e l’altro campo comunicavano per la grande via Egnazia col porto di _Neapolis_, dove i navigli recavano ogni giorno viveri e armi dall’Asia e dalla vicina isola di Taso, che i congiurati avevano scelta quale magazzino generale. Ma se potè accamparsi anche egli di fronte ai due congiurati, Antonio non potè dar subito la battaglia che andava cercando. Per i congiurati era buon consiglio tenersi sulla difensiva, aspettando il giorno, in cui la fame e la sedizione avrebbero debellato un esercito più numeroso, ma accampato in paese inospitale, senza la sicurezza del mare. Cassio aveva rinforzato la flotta di Murco con una seconda armata, agli ordini di Domizio Enobarbo. Ad Antonio e ad Ottaviano, che l’aveva accompagnato, era necessità invece violentare il nemico più debole, provocarlo a battaglia, e ottenere la decisione al più presto. Tutti i giorni, dunque, Cassio e Bruto doverono opporre una pazienza instancabile alle provocazioni con cui Antonio si studiava di forzarli alla battaglia. Alla fine Antonio immaginò di costruire una via attraverso la palude, che separava il campo di Cassio dal mare, e di minacciare questi alle spalle. Il pericolo alle spalle dei congiurati era serio; onde un giorno, nella seconda metà d’ottobre, Cassio e Bruto fecero una sortita, a quanto pare per interrompere quel minaccioso lavoro: l’ala destra, agli ordini di Bruto, piombò sulle legioni di Ottaviano, quella sinistra, agli ordini di Cassio, sulle legioni di Antonio. La mischia fu singolare: le legioni di Ottaviano, sorprese e non assistite dalla presenza del loro generale, che fu costretto a fuggire e a nascondersi in una vicina palude, furono interamente disfatte e i loro accampamenti saccheggiati. Invece le legioni di Antonio si gettarono impetuose su quelle di Cassio, e le inseguirono, entrando anch’esse nel campo nemico. Nè l’uno nè l’altro dei due generali vittoriosi potè distogliere i propri soldati dal saccheggio e coronare con un successo totale quel principio di vittoria. Alla sera ciascuno dei due eserciti, metà disfatto e metà vittorioso, si ritirò nei propri accampamenti. Ma nella mischia Cassio era perito — non si sa bene come — e l’esercito dei congiurati era rimasto privo dell’unico suo vero capo.
Quella scaramuccia, convertitasi in una mischia feroce, decise dunque della guerra. Bruto non aveva nè l’animo nè l’ingegno guerresco di Cassio; era debole ed era stanco. Se egli avesse avuto la forza di aspettare ancora un po’, forse l’esercito nemico si sarebbe disfatto da sè; perchè i viveri e i denari mancavano, e i rifornimenti e i rinforzi, aspettati dall’Italia, erano affondati dalle flotte congiunte di Murco e di Enobarbo. Ma gli ufficiali, i principi alleati dell’Oriente, i soldati stessi, impazienti di finirla, chiedevano a gran voce la battaglia, e, come i veterani di Cesare, ch’erano al servizio dei congiurati, minacciavano ogni giorno la sedizione o la diserzione. Nè Antonio, che vedeva il suo esercito agli estremi, tralasciava sforzi per provocarlo, minacciando nuovamente di tagliare le comunicazioni tra il campo nemico ed il mare. E un giorno Bruto si lasciò strappare l’ordine della battaglia. Nella pianura di Filippi l’ultima contesa tra cesariani e pompeiani, tra le due grandi consorterie che avevano divisa la nobiltà romana, fu decisa in una malinconica giornata del novembre del 42. Bruto fu vinto, e ritiratosi in una valletta con pochi amici, si dette la morte con stoica serenità, facendosi aiutare da un retore greco, ch’era stato suo maestro.
NOTE AL CAPITOLO SESTO.
[21] Sugli avvenimenti di questi tre giorni, cfr. G. FERRERO, _Grandeur et Decadence de Rome_, Paris, 1906; vol. III, Appendice A. L’Appendice A, che nell’edizione italiana manca, contiene una minuta analisi delle fonti relative a queste giornate e la ricostruzione critica degli avvenimenti.
[22] Cfr. IHNE, _Römische Geschichte_, Leipzig, 1898, VII, 265.
[23] Sulla intricata questione delle province assegnate da Cesare prima di morire, cfr. G. FERRERO, _Grandeur et Decadence de Rome_, Paris, 1906; vol. III, Appendice B. Un’ultima prova in appoggio alla tesi che la Macedonia e la Siria non erano state date da Cesare a Bruto e a Cassio, può trovarsi nell’editto di Marco Antonio, citato da JOSEPH, _Ant. Jud._, 14, 12, 4-5.
[24] Su questa legge cfr. G. FERRERO, _Grandezza e Decadenza di Roma_, Milano, 1904; vol. III, p. 114 sgg.
[25] Su questo oscuro episodio cfr. G. FERRERO, _Grandezza e Decadenza di Roma_, Milano, 1904; vol. III, p. 135.
[26] Cfr. CIC., _A._, 16, 8, 2; APP. _B. C._, III, 40.
[27] Per una più minuta informazione sui rapporti tra il Senato e Ottaviano dopo la battaglia di Modena, e sulle cautele con cui devono essere accettati i racconti degli storici antichi, cfr. G. FERRERO, _Grandezza e Decadenza di Roma_, vol. III, p. 202 sgg.
[28] Il titolo ci è stato conservato dalle monete: cfr. COHEN, _M. R._, 1, pp. 19 e 20.
[29] Cfr. _C. I. L._, I, p. 466.
[30] Sulle proscrizioni e sul loro carattere, cfr. G. FERRERO, _Grandezza e Decadenza di Roma_, III, p. 247.
[31] Così pare risulti, conciliando APP. _B. C._, 4, 34, e DION. CASS., 47, 16.
CAPITOLO SETTIMO
LE CRISI E LA CADUTA DEL TRIUMVIRATO
(42-31 a. C.)
36. =La guerra di Perugia (41-40 a. C.).= — Le proscrizioni dell’anno 43 e le due battaglie di Filippi avevano decimato la nobiltà romana. Quella nobiltà, che aveva governato per tanti secoli Roma e che era scampata, sia pur con molte ferite, alla prima e alla seconda guerra civile, ricevette nella terza il colpo mortale, da cui non guarì più. La storia del primo secolo dell’impero, quella storia che sembrerà così oscura a tanti scrittori, racconterà soltanto l’agonia della nobiltà, che aveva fondato l’impero, ma che ormai non avrà più nè uomini, nè famiglie, nè ricchezze, nè ingegni sufficienti a governarlo, perchè di tutto aveva fatto getto nelle guerre civili. Ma la grandezza di questa rovina non si vedrà che a poco a poco. Per il momento, le proscrizioni e Filippi parvero soltanto annientare un partito. Il piccolo numero di superstiti, che avevano preso il mare, e Sesto Pompeo con le sue navi non potevano più sperar di mutare la fortuna della guerra. Filippi aveva confermato in suprema istanza Farsaglia.
Ciò non ostante, i triumviri si trovavano alle prese con tremende difficoltà. Occorreva pagare ai soldati i 20.000 sesterzi promessi e gli arretrati dello stipendio; ma il denaro mancava. Occorreva congedare una parte dell’esercito, ancora in armi; occorreva soddisfare, nei riguardi dei veterani di Cesare, le vecchie promesse, che il dittatore aveva loro fatte, e che i triumviri avevano riconfermate. Occorreva infine ristabilire l’autorità di Roma in Oriente, e l’autorità del triumvirato in Italia, ove (scandalo inaudito!) Lepido aveva abbandonato il governo a una donna, a Fulvia, la moglie di Antonio.
Si deliberò dunque di congedare le otto legioni dei veterani di Cesare; di ridurre l’esercito a 32 legioni, spartendole tutte tra Antonio e Ottaviano — 17 al primo e 15 al secondo — e togliendo quindi a Lepido le tre legioni, a cui sino ad allora aveva comandato. Si convenne poi che Antonio, oltre all’Oriente, prenderebbe per sè la Narbonese e Ottaviano la Spagna, che fin allora avevano appartenuto a Lepido. Lepido, dunque, per la sua inettitudine e debolezza e (si volle aggiungere, per giustificare la violenza usatagli) per certe sue pretese trattative segrete con Sesto Pompeo[32], doveva essere escluso dal governo delle province. Antonio andrebbe subito a pacificare l’Oriente e a cercarvi denaro; Ottaviano si recherebbe in Italia per debellare Sesto e per distribuire le terre ai veterani del padre. Ma non era questa un’impresa facile; poichè occorreva dare a 7 od 8000 uomini duecento iugeri, 50 ettari, a testa; ossia trovare da 3 a 400.000 ettari di buona terra in un paese, come l’Italia, dove di agro pubblico non esisteva quasi più vestigio. Come mantenere la promessa senza nuove violenze? Fu dunque stabilito di prendere nel territorio delle diciotto città d’Italia più belle e più ricche una parte delle terre a ciascun proprietario, risarcendolo nella misura che gli stessi triumviri avrebbero giudicata equa e quando avessero potuto.
Il piano era ingegnoso, ma non facile ad attuare. Senonchè nessuno poteva prevedere che il primo e maggiore ostacolo si troverebbe nel triumvirato medesimo. Non però Lepido, che, uomo mediocre qual’era, non si lagnò della parte secondaria che gli avevano lasciata; ma la moglie di Antonio, Fulvia, e il fratello suo, Lucio, che era il console dell’annata. Lucio e Fulvia contavano ormai di governare soli e a piacer loro Roma e l’Italia, l’uno come fratello, l’altra come moglie del vero vincitore di Filippi. Cosicchè quando Ottaviano tornò in Italia e volle a sua volta comandare, subito nacquero tra il triumviro da una parte, Fulvia e Lucio Antonio dall’altra, violenti attriti. Questi attriti sì inasprirono rapidamente; e giunsero al punto che, quando Ottaviano incominciò a espropriare i possidenti italici per dare le terre ai veterani, Fulvia e Lucio presero apertamente la difesa dei proprietari, affermando che Marco Antonio non voleva quelle espropriazioni. Di nuovo popolazioni, partiti e soldati ricominciarono a muoversi; e anche questa agitazione terminò in una nuova guerra civile. Fulvia e Lucio Antonio poterono, aiutati dal grande prestigio che circondava il nome del triumviro, e promettendo largamente denaro, reclutare un esercito tra i possidenti o già espropriati o minacciati di espropriazione, tra i veterani di Cesare e di Antonio, tra i superstiti del partito pompeiano e aristocratico; e un bel giorno invitarono l’Italia a prendere le armi per rovesciare il triumvirato, e per ristabilire la libera repubblica. Essi affermarono perfino esser questo il pensiero di Marco Antonio, che frattanto riordinava lo Oriente. Ma dopo varie e poco chiare vicende, Ottaviano riusciva a chiudere Lucio Antonio, nell’autunno del 41, in Perugia, e assediava la città. Nel marzo del 40, Lucio, ridotto agli estremi, doveva arrendersi al generale di Ottaviano, che aveva diretto le operazioni dell’assedio, un giovane di cui sino allora non si era parlato che come di uno dei più accaniti persecutori dei congiurati, Marco Vipsanio Agrippa. Ottaviano non osò maltrattare il fratello del suo potente collega, lasciò Lucio libero, perdonò ai soldati; fece invece mettere a morte i decurioni della città, una parte dei senatori e dei cavalieri fatti prigionieri, e abbandonò Perugia al saccheggio delle sue legioni. Così la prima difficoltà ai piani dei triumviri per l’Italia era stata rimossa: ma a quale prezzo!
Ed era poi vittoria definitiva? Che cosa avrebbe fatto Marco Antonio, che frattanto si tratteneva in Oriente, tutto in faccende, per riassestarlo? Si sarebbero Lucio e Fulvia rassegnati? O avrebbero tentato di aizzare Antonio contro il pericoloso collega? Questa nuova incertezza tormentava l’Italia. Fulvia s’imbarcava a Brindisi per raggiungere in Oriente il triumviro, insieme con molti membri eminenti del partito di Antonio compromessi nell’ultima guerra civile: tra gli altri Tiberio Claudio Nerone, che in quei tremendi giorni salpava furtivamente da Napoli con la moglie Livia, la futura moglie di Augusto, e un fanciulletto di poco più di due anni, che sarebbe un giorno l’imperatore Tiberio. Che cosa nascerebbe da questo incontro? Una nuova e più terribile guerra civile, temevano molti. Ma Antonio non aveva mai approvato la guerra del fratello contro il collega, che era stata un colpo di testa contro i suoi veterani, contro i patti di Filippi, contro l’interesse generale dello Stato. Inoltre in quel momento egli volgeva altri piani nella mente ed era occupato da altre difficoltà. Dopo aver riorganizzato alla meglio l’Oriente, egli era andato a passare l’inverno dal 41 al 40 ad Alessandria, ospite di Cleopatra, che ripigliava con lui il piano già tentato con Cesare: persuaderlo a diventare, sposandola, re di Egitto e a trasportare la sede dell’impero ad Alessandria. Che egli già fosse stato allora guadagnato ai piani di Cleopatra, non sembra: ma più probabile è che già egli pensasse a riprendere il disegno di Cesare contro i Parti, i quali, del resto, nella primavera del 40, incitati da un agente di Bruto e di Cassio, il giovane Q. Labieno, figlio del luogotenente di Cesare perito a Munda, fecero una scorreria nella Siria. Si capisce dunque come egli, appena, reduce dall’Egitto, si fu, in Atene, incontrato con Fulvia e con i superstiti della guerra perugina, biasimasse vivamente la loro condotta e li disingannasse in tutte le loro speranze. E nulla sarebbe successo se Ottaviano, inquieto anch’egli, come tutta l’Italia, sulle vere intenzioni di Antonio, non avesse approfittato della morte del governatore della Gallia Narbonese, per sobillare e far passare alla sua parte le legioni che vi stanziavano e che erano sotto gli ordini di Antonio. Questo atto provocò la guerra. Antonio rivolle le sue legioni; accettò l’alleanza di Sesto Pompeo e gli aiuti che gli offerse un colpito dalla _lex Paedia_, un ex-alleato di Bruto e di Cassio, che, come Sesto Pompeo, sfidava, a capo della sua flotta, i fulmini del triumvirato: Domizio Enobarbo. A forze unite essi vennero ad attaccare le coste adriatiche dell’Italia, comparendo innanzi a Brindisi.
37. =Il trattato di Brindisi e l’accordo di Miseno (40-31 a. C.).= — Ricominciava dunque un’altra guerra civile. Ma i due belligeranti comandavano a soldati, che fino a ieri erano stati compagni d’arme, e che, se vedevano di mal’occhio una guerra fra Antonio e Ottaviano, ancora più ripugnavano a versare il loro sangue per le ambizioni e gli interessi di un Sesto Pompeo o di un Domizio Enobarbo. I soldati si accinsero dalle due parti alla guerra con così manifesto malvolere, che Antonio e Ottaviano dovettero venire ad un accordo. Nell’autunno del 40, nella città di Brindisi, gli emissarî dell’uno e dell’altro definirono una nuova convenzione, che assegnava tutto lo Oriente — la Macedonia, la Grecia, la Bitinia, l’Asia minore, la Siria, la Cirenaica — ad Antonio con diciannove legioni e il diritto di far leve in Italia; l’Occidente, comprese la Gallia Transalpina e la Narbonese, ad Ottaviano con sedici legioni; e l’Africa sola a Lepido con sei legioni. Sesto Pompeo era abbandonato da Antonio. Ottaviano poteva dichiarargli la guerra. E la pace fu sigillata con un matrimonio. Fulvia era morta poco prima. Antonio avrebbe sposato Ottavia, sorella del suo collega e vedova da poco tempo.
Sesto dunque era abbandonato alla vendetta di Ottaviano. Ma c’era ancora, oltre i triumviri e le legioni, l’Italia, che lavorava e soffriva; l’Italia, che era stata dissanguata e scoiata dalle imposte e dalle confische; l’Italia, che cadeva in rovina da ogni parte e soffriva la fame. L’Italia odiava il governo dei triumviri, che nulla avevano fatto, se non distribuire terre a poche migliaia di veterani; che tutto avevano sacrificato agli appetiti delle soldatesche, anche gli interessi più legittimi di quella classe possidente, che aveva avuto il torto di lasciarsi disarmare dalla riforma militare di Mario. Intimorito dalla forza dei triumviri, questo malcontento s’era fino ad allora frenato e rimpiattato; ma scoppiò quando Ottaviano cominciò, subito dopo gli accordi di Brindisi, la guerra contro Sesto Pompeo; e per raccogliere il danaro necessario alla guerra, impose nuove tasse, tra le quali un’imposta sulle eredità e sugli schiavi. All’annunzio di queste imposte l’opinione pubblica insorse a favore di Pompeo. A Roma la popolazione, furibonda, lacerò gli editti triumvirali, proruppe in dimostrazioni tumultuose in favore della pace; e con tanta ostinazione e violenza, che non solo Ottaviano, ma anche Antonio si spaventò. Ancora una volta fu necessario ricorrere a pacieri. I negoziati tra Sesto Pompeo da una parte, Antonio e Ottaviano dall’altra, furono lunghi; ma alla fine, nel 39 a. C., un accordo fu conchiuso nel golfo di Miseno. Sesto Pompeo avrebbe avuto la Sicilia e la Sardegna, nonchè il Peloponneso per cinque anni; sarebbe stato console nel 33, avrebbe fatto parte del collegio dei pontefici; avrebbe ricevuto 70 milioni di sesterzi, a risarcimento delle confische paterne. In compenso, s’impegnava a non più molestare le coste d’Italia, a non offrire asilo agli schiavi fuggiaschi, a reprimere la pirateria. Nè basta: i proscritti superstiti, salvo i condannati per l’uccisione di Cesare, e tutti i disertori sarebbero stati amnistiati e reintegrati nel possesso di parte o di tutti i loro beni; tutti gli schiavi, soldati di Sesto, avrebbero ricevuto la libertà. La pace era dunque ristabilita, e, quel che appariva più notevole, non l’avevano imposta le spade dei veterani, ma la forza invisibile dell’opinione pubblica. L’Italia e la libertà repubblicana non erano dunque morte ancora? Il diritto e la giustizia non erano imbavagliate e incatenate per sempre dalla forza? Domande a cui, fra un decennio, risponderà Ottaviano, rimasto unico triumviro.
38. =Il trattato di Taranto (37 a. C.).= — Allorquando, nella seconda metà del 39, Antonio tornò in Oriente e sbarcò ad Atene, vi fu accolto da una buona notizia. I Parti che, sotto la guida di Labieno e del primogenito del Re, Pacoro, avevano l’anno prima invaso la Siria, erano stati sconfitti due volte da un suo generale, l’una presso il Monte Tauro, l’altra in una valle della catena dell’Amano, all’ingresso settentrionale della Siria. Il generale vittorioso era un uomo rimasto fin ora nell’ombra, quel P. Ventidio Basso che aveva tentato soccorrere Antonio nella guerra di Modena. Antonio aveva quindi fatto suo l’antico disegno di Cesare per la conquista della Parzia; e nei preparativi passò tutto l’inverno del 39-38. Ma a primavera non potè iniziare la spedizione, sia perchè i preparativi non erano ancora terminati, sia perchè i Parti lo prevennero, invadendo di nuovo l’impero; sia perchè Sesto e Ottaviano si erano di nuovo guastati e avevano ricominciato a guerreggiare. Egli di nuovo mandò contro i Parti Ventidio, che, nel giorno anniversario della battaglia di Carrae, inflisse loro una disfatta memorabile, nella quale cadde lo stesso Pacoro: cercò poi di impedire la guerra tra Sesto e Ottaviano, ma non ci riuscì; cosicchè nell’estate del 38 Ottaviano perdeva la maggior parte dell’armata in una battaglia, prima, e in una tempesta, poi. Frattanto i poteri triumvirali declinavano verso l’estinzione, poichè scadevano alla fine del 37, e Antonio astutamente pensò far suo pro di tutte queste contingenze, per costringere Ottaviano a cedergli una parte dell’esercito, che egli avrebbe adoperato per la conquista della Parzia, dandogli in cambio una parte della sua flotta, che sarebbe stata utile al collega per la guerra contro Pompeo: pensò insomma di abbandonar Pompeo alla vendetta di Ottaviano, purchè questi lo aiutasse a conquistare l’impero dei Parti; e di prolungare con il pretesto di queste due guerre il potere triumvirale. Ma Ottaviano, se voleva vincer Sesto Pompeo, non voleva troppo indebolirsi a vantaggio del suo collega; resistè, dunque, tirò in lungo, fece costruire da Agrippa una nuova armata, mercanteggiò. Cosicchè l’accordo, desiderato così vivamente da Antonio, non potè essere concluso che nella primavera del 37, a Taranto. Il triumvirato si sarebbe rinnovato per legge, per altri cinque anni, a contare dal 1º gennaio 37; Antonio avrebbe ceduto a Ottaviano 130 vascelli, e avrebbe ricevuto in cambio 21.000 uomini; gli accordi di Miseno con Sesto erano rotti, e Ottaviano aveva novamente mani libere contro quest’ultimo.
39. =Antonio e Cleopatra: le nozze di Antiochia (36 a. C.).= — Dopo gli accordi di Taranto, Ottaviano tornò a Roma, per far approvare dai comizi una legge, che prolungava i poteri dei triumviri sino al 1º gennaio del 32, e per preparare la guerra contro Sesto; Antonio ritornò in Oriente a preparare la guerra contro i Parti, una delle più grandi spedizioni, che Roma e l’Oriente avessero viste. Ambedue i triumviri avevan bisogno di rifare il loro credito e la loro autorità con qualche impresa fortunata. Il piano di Antonio contro i Parti era quello che Cesare gli aveva tramandato[33]; ma ad effettuare tanta conquista, che avrebbe eternato la potenza e la gloria di Antonio, occorrevano uomini, denari, armi in quantità. Per procurarseli Antonio si risolvè ad un atto che doveva generare gravissimi effetti: ad accettare le proposte di Cleopatra, che da tre anni non vedeva più, e a diventare re d’Egitto, sposandola, per attingere a piene mani nel tesoro dei Tolomei. Sul principio dell’anno 36, tra grandi feste, ad Antiochia, furono celebrate le nozze di Antonio e di Cleopatra; Antonio divenne re d’Egitto, e Cleopatra ebbe, quale correspettivo della sua alleanza col triumviro, oltrechè taluni dominî dei sovrani orientali vassalli di Roma, perfino dei territorî romani, che in altri tempi avevano appartenuto all’impero dei Tolomei: Cipro, parte della Fenicia, i ricchi palmizi di Gerico, parte della Cilicia e di Creta[34].
40. =La guerra contro i Parti e la guerra contro Sesto Pompeo (36 a. C.).= — Questo matrimonio dinastico era un atto audace, poichè non quadrava punto con le tradizioni della politica di Roma. Antonio se ne rendeva conto, tanto è vero che non assunse il titolo di Re di Egitto, conservò quello di _imperatore_, non comunicò ufficialmente a Roma il suo matrimonio, e si guardò bene dal ripudiare la sua moglie legittima, Ottavia: venne cioè a mettersi in una posizione incerta ed obliqua, che sarà la principale ragione della sua rovina futura. Per il momento, invece, egli poteva compiacersi di aver tutto approntato, con l’aiuto dell’Egitto, per l’impresa contro l’impero dei Parti. Nella primavera del 36, infatti, mentre Ottaviano si accingeva alla guerra contro Sesto Pompeo, Antonio marciava verso le frontiere della Media, avviando il parco di assedio, due legioni e i contingenti dell’Armenia e del Ponto, agli ordini di Oppio Staziano, per la via più facile, ma più lunga — la valle dell’Arasse — mentre egli stesso col grosso della fanteria romana pigliava una via più breve, ma assai più aspra e difficile, giungendo alla fine di luglio ai confini della Media Atropatene. Senonchè qui giunto, Antonio, non sappiamo per quale ragione, commise il primo errore: senza aspettare l’esercito avviato per la valle dell’Arasse e il parco d’assedio, invase il paese, puntando sulla capitale. Accadde allora che, mentre Antonio giungeva alla fine di agosto, senza incontrare resistenza, sotto le mura della capitale, il re dei Parti, Fraate, attaccava alle sue spalle, a Gazaca, l’altro esercito romano; annientava le due legioni, il parco d’assedio, e costringeva il re di Armenia con la sua preziosa cavalleria — quella che doveva essere l’arma più efficace di Antonio — a ritornare nel suo paese.