Part 8
La partenza del console la diede vinta per il momento al partito dei congiurati. Ottaviano si avvicinò ancora di più ai pompeiani e iniziò accordi con Decimo Bruto. Decimo Bruto, sentendosi sostenuto da Roma, deliberò di resistere ad Antonio, non ostante la scarsezza delle sue forze; i fermi propositi di Decimo infusero a loro volta coraggio al partito dei congiurati, che a Roma risollevò il capo; Cicerone si mise risolutamente alla sua testa. Tra lui e Antonio non era corso mai buon sangue; ma non c’era stata neppure fino ad allora aperta dichiarazione di inimicizia. Cicerone aveva sempre esitato tra l’odio di Antonio e i consigli della prudenza. Ogni esitanza disparve, invece, dal giorno in cui il senato, per la prima volta, tornò a radunarsi dopo la partenza di Antonio, che fu il 20 di dicembre. In quella seduta, pronunciando quello che nella raccolta dei suoi discorsi porta il titolo di _terza Filippica_, Cicerone si dichiarò per la prima volta apertamente contro Antonio; e quando nelle sedute del senato del 1º gennaio del 43 si discusse della situazione, con la quinta Filippica sostenne a viso aperto che occorreva senz’altro dichiarare la guerra. Il prudente letterato diventava il campione degli arrabbiati. Ma nel senato c’era un manipolo di amici di Antonio; e soprattutto c’erano molti che temevano una nuova guerra civile. Si discusse dunque a lungo; si approvarono grandi onori e premi per Ottaviano, che fu ammesso nel senato tra i senatori di rango consolare, e autorizzato a domandare il consolato dieci anni prima del tempo legale; ma, quanto ad Antonio, si prese un partito di mezzo: non si dichiarò la guerra, ma si spedì una ambasceria di tre senatori a intimargli di abbandonare la Cisalpina.
Antonio frattanto aveva costretto Decimo a chiudersi in Modena; ce lo assediava, ma mollemente; e raccoglieva soldati da ogni parte, persino nell’Italia meridionale, dove aveva mandato un suo ufficiale, Ventidio Basso, a reclutare tre legioni. I tre ambasciatori gli si presentarono; gli parlarono con il dovuto rispetto, e tra essi e Antonio si impegnò una discussione amichevole. Alla fine Antonio si dichiarò pronto a lasciar la Cisalpina, se gli fosse garantita la Transalpina con sei legioni per cinque anni e se non si ritornasse su quello che egli aveva fatto come console. A molti amici della pace la proposta parve ragionevole, non a Cicerone, il quale, in una seduta dei primi del febbraio, cercò di mostrare che non avendo Antonio obbedito alle intimazioni del senato, occorreva senz’altro dichiararlo nemico pubblico (_hostis publicus_) e sguainare la spada. Ma la maggioranza dei senatori, se non accolse le proposte di Antonio, volle lasciare ancora aperta una via all’accordo; e, invece di dichiarare la guerra, si contentò di dichiarare il _tumultus_, ossia il turbamento grave dell’ordine pubblico. Il senato consigliava prudenza, e non solo per amore della pace; ma per una ragionata diffidenza dei soldati. Il console Irzio aveva preso il comando dell’esercito di Ottaviano, e partito di Roma, si era dato a raccogliere nuove milizie; ma nè Irzio nè Ottaviano, nè lo stesso Decimo Bruto assediato, benchè a capo di forze preponderanti, osavano intraprendere delle ardite operazioni contro Antonio; perchè troppi erano nei loro eserciti i veterani di Cesare, e c’era da temere che non avrebbero combattuto contro Antonio e contro i suoi soldati. Cicerone solo, esaltato da uno strano furore, voleva davvero la guerra. Senonchè, verso la metà di febbraio, giunsero a Roma delle notizie meravigliose. Marco Bruto, fuggito da Roma pochi mesi prima come esule, con la sola scorta di poche decine di migliaia di sesterzi presi a prestito da un amico generoso, aveva, insieme con parecchi suoi compagni d’esilio, residenti in Atene, compiuto un prodigio. Era riuscito ad impadronirsi dei tributi che il governatore della provincia d’Asia spediva a Roma: 16.000 talenti; con questi, corrompendo gli eserciti romani d’Oriente, e facendo nuove leve, era riuscito ad allestire un esercito, a occupare la Macedonia, e a mettere la mano sui grandi depositi militari, che Cesare aveva apparecchiati colà per la guerra partica; ed assediava ora ad Apollonia il governatore della Macedonia, Caio Antonio, fratello di Marco. Il partito pompeiano aveva in Oriente un grande esercito e un tesoro di guerra; ed era liberato dalla paura che i veterani di Cesare non fossero disposti a combattere che per i cesariani. Primeggiò dunque di nuovo e comandò in senato, come arbitro della repubblica. All’antica prudenza successe una audacia nuova; quella stessa assemblea, che fino ad allora era stata sorda al pungolo dell’eloquenza infiammata di Cicerone, applaudì unanime la sua nuova orazione contro Antonio (la _decima Filippica_); approvò tutti gli atti rivoluzionari compiuti da Bruto in Oriente, investendolo del comando proconsolare sulla Macedonia, sulla Grecia e sull’Illiria con la raccomandazione di tenersi vicino all’Italia; annullò tutti gli atti di Antonio. La guerra ad Antonio era dichiarata; e gli eserciti, sino allora immobili o quasi, finalmente si mossero davvero. Antonio incominciò ad assediare sul serio Modena; e ordinò a Ventidio di raggiungerlo al più presto con le legioni. A sua volta il senato pensò a soccorrere efficacemente Decimo. Il 19 marzo, l’altro console, Vibio Pansa, lasciava Roma con quattro nuove legioni, per riunirsi con gli eserciti del suo collega Irzio e di Ottaviano, che dovevano attaccare Antonio sotto Modena e liberare Decimo. Il 14 o il 15 aprile Antonio, sebbene inferiore di forze, tentò di impedire la congiunzione di Pansa con Irzio e con Ottaviano, sorprendendolo in marcia, mentre suo fratello Lucio avrebbe distratto l’attenzione di Irzio e di Ottaviano con un finto assalto ai loro accampamenti. Ma Irzio, intravedendo il disegno di Antonio, aveva mandato a tempo dodici coorti incontro a Pansa. Queste riuscirono a congiungersi con l’esercito che sopraggiungeva, e lo accompagnarono nel resto del cammino; ma non per questo Antonio mutò piano; e nei pressi di Castelfranco (_Forum Gallorum_) assalì insieme le legioni di Pansa e i nuovi rinforzi, riuscendo a sconfiggerli. Lo stesso Pansa, gravemente ferito, dovette abbandonare la linea del combattimento. Senonchè un messaggero del vinto era giunto, invocando aiuti, al campo di Irzio. Questi spedì subito due legioni di veterani. Le venti coorti di Antonio vincitrici si ritiravano stanche nei loro accampamenti, allorchè furono assalite dalle fresche milizie del nuovo avversario, e subirono a loro volta una sconfitta abbastanza grave.
Scontro di avanguardie e non decisivo, del resto. I due avversari non avevano impiegato che una piccola parte delle proprie forze, e Ventidio sopraggiungeva dalla via Emilia alle spalle di Irzio e di Ottaviano. Questo pericolo e le strettezze in cui versava l’esercito di Decimo Bruto in Modena, indussero Irzio, Pansa e Ottavio, una settimana dopo, a tentare di rompere il blocco, mentre Decimo Bruto avrebbe fatto una sortita dalla città. Così avvenne; e la battaglia — o piuttosto le due battaglie — furono asprissime. Irzio, combattendo da valoroso, perì nella mischia, e Ottaviano, per la prima volta in vita sua, dovette combattere da generale e da soldato ad un tempo. Alla sera le milizie di Decimo e le altre di Irzio e di Ottaviano erano costrette a ritirarsi. Ma Antonio aveva perduto molti soldati; tanto che, temendo di essere attaccato di nuovo il giorno dopo, prima che Ventidio giungesse, e distrutto, la notte stessa, improvvisamente, deliberò di togliere l’assedio e di ritirarsi nella Gallia Narbonese, dopo aver inviato messaggeri a Ventidio perchè lo raggiungesse colà, per la via della Liguria.
34. =«Triumviri reipublicae costituendae».= — Che giubilo in Roma e nel senato, quando giunse la notizia della fuga di Antonio! Il ribelle parve spacciato; la guerra, vinta; i cesariani, sterminati; onde in una memorabile seduta del 26 aprile Antonio e i suoi partigiani furono finalmente proscritti. Ma la gioia, come spesso accade, aveva avuto troppa fretta. Antonio abbandonava Modena con un esercito che, se non era stato vittorioso, non era stato neppure vinto; e correva incontro a un esercito più fresco ed amico: quello a cui comandava il governatore della Gallia Narbonese, M. Emilio Lepido, l’amico di Cesare e suo, con il quale già durante l’assedio di Modena egli aveva trattato e che gli aveva promesso aiuto. Invece, degli eserciti che si credevano vincitori, quello di Decimo Bruto era stremato; l’altro non aveva più generali, perchè anche Pansa era morto pochi giorni dopo la battaglia per le ferite, ed Ottaviano non sapeva, o in parte non poteva, comandare. Infatti Decimo non potè persuaderlo a tagliare la strada a Ventidio Basso, che varcava l’Appennino per scendere in Liguria e di là raggiungere Antonio nella Narbonese. Ottaviano si era schierato contro Antonio, perchè questi aveva voluto toglierlo brutalmente di mezzo; ma egli non poteva neppur volere la piena vittoria degli uccisori del padre suo; e se anche per stoltezza e accecamento l’avesse voluta, non l’avrebbero voluta i suoi soldati. Se la speranza delle ricompense promesse, se la presenza di un ex-cesariano come Irzio e dello stesso Ottaviano li aveva persuasi a combattere Antonio, era temerario sperare che i vecchi soldati ed ufficiali di Cesare avrebbero combattuto, per ripristinare la potenza del senato e dei congiurati. Per trascinarli a tanto occorrevano grandi mezzi: vistosi donativi in contanti e non promesse; una amicizia sincera e piena tra il partito pompeiano e il figlio di Cesare. Sarebbe il senato da tanto?
Il senato invece esitò sin dal principio. Mentre Ottavio indugiava a Bologna, inerte, deliberò, dopo lunghi tentennamenti, che sole le due legioni ribelli ad Antonio riceverebbero la ricompensa, e non già di 20.000 (come era stato promesso) ma solo di 10.000 sesterzi a capo. Statuì inoltre, se non di ritogliere ad Ottavio il comando, come qualcuno aveva suggerito, di far le viste di non riconoscergli alcuna ufficiale autorità e di trattare direttamente con le cinque legioni che egli comandava[27]. Cosicchè, nello stesso tempo in cui Decimo Bruto si poneva, solo e non senza ritardo, e con le sue stanche milizie, al difficile inseguimento di Antonio, questi con quattro legioni, con altre milizie non ancora inquadrate, e con tutta la cavalleria viaggiava a grandi marce verso la Narbonese, sfidando le asprezze del faticoso cammino. Il 23 aprile era piombato come un turbine su Parma; il 25 era giunto a Piacenza; il 28 a Dertona (Tortona), donde aveva intrapreso l’ascensione delle montagne, che lo separavano da _Vada Sabatia_ (Vado). Camminando a marce forzate, era arrivato a Vado il 5 maggio e il 7 era raggiunto da Ventidio con tre legioni, che Ottaviano aveva lasciato sfuggire; e insieme si erano incamminati alla volta della Narbonese, giungendo otto giorni dopo a _Forum Julii_, a sole 24 miglia di distanza da Lepido, le cui sette legioni accampavano a _Forum Voconii_. Ai primi di giugno, Roma apprese che gli eserciti del governatore della Narbonese e del fuggiasco proconsole della Cisalpina avevano fraternizzato; che Antonio e Lepido erano in armi insieme contro la Repubblica.
M. Emilio Lepido era stato l’ultimo _magister equitum_ e il più intimo tra gli amici del dittatore, nei tempi che ne precedettero la morte. Alla sera del 15 marzo 44, solo tra i cesariani, era corso ad Antonio per deliberare insieme con lui sul pericolo del suo partito; e par che consigliasse l’amico di dare insieme l’assalto al Campidoglio e trucidare i congiurati. Più tardi, si era destreggiato tra le due frazioni: finchè, sia pur facendo mostra di essere violentato dai soldati, si era risolutamente schierato dalla parte di Antonio contro la coalizione di Ottaviano e del partito dei congiurati. Antonio dunque disponeva ormai di nuovo di un poderoso esercito contro questo partito e contro il senato. Il senato chiamò in Italia dall’Oriente non solo Marco Bruto ma anche Cassio, che, sebbene con minore celerità e fortuna del suo amico, aveva, negli ultimi tempi, reclutato un esercito in Siria, dove aveva tolto di mezzo Dolabella; richiamò le legioni di stanza in Africa, agli ordini di Q. Cornificio; pose a capo della flotta, col titolo di _praefectus classis et orae maritimae_, e con poteri eguali a quelli del padre suo nella guerra dei pirati, il figlio superstite di Pompeo, Sesto[28], uscito dal nascondiglio, che, dopo Munda, l’aveva ospitato nella estrema Spagna; impose all’Italia una contribuzione straordinaria e affidò ad Ottaviano il comando della guerra contro Antonio. Frattanto Decimo Bruto, per la valle d’Aosta ed il piccolo S. Bernardo — adoperiamo i nomi moderni — scendeva nella Narbonese, congiungendosi con Planco a Grenoble. Decimo e Planco avevano insieme quindici legioni, Lepido e Antonio, quattordici: sarebbe stato loro difficile di resistere a un attacco di Decimo e Planco da una parte e di Ottaviano, che ora disponeva di otto legioni, dall’altra. Ottaviano veniva ad essere così l’arbitro, poichè la parte, per cui egli combatterebbe, soverchierebbe l’altra senza speranza. Lepido lo intese così bene, che aprì subito trattative con Ottaviano per riconciliarlo con Antonio, facendo appello al gran nome di Cesare, cui tanto dovevano tutti. Ma Ottaviano perseguiva allora un altro disegno, audacissimo: i due posti di consoli essendo vacanti per la morte di Irzio e di Pansa, ottener dal senato d’esser nominato console, insieme con Cicerone. Un console non ancora ventenne era tale uno scandalo, che mai non s’era visto l’eguale, a Roma! Ma i tempi erano così torbidi, il pericolo così urgente, che Cicerone si rassegnava a questo orrendo strappo alla costituzione, purchè egli fosse il collega. Non c’era altro mezzo, del resto, per impedire a Lepido di riconciliare Antonio e Ottaviano. Ma il senato si ribellò tutto quanto contro questa illegalità mostruosa. E Ottaviano allora prestò l’orecchio alle proposte di Lepido: strinse un accordo segreto, e, appena strettolo, con un repentino voltafaccia si presentò di nuovo ai soldati come il figlio e l’erede di Cesare; ricordò loro con veementi discorsi i benefici e le glorie del padre; promise che, fatto console, avrebbe dato loro tutte le ricompense promesse da Cesare, e li persuase a mandare un’ambasceria di centurioni a Roma, a chiedere al senato, per il loro generale, la suprema autorità. Ma avendo il senato rifiutato, egli marciò con le sue legioni alla volta di Roma. Questa volta il senato vacillò, e s’affrettò a concedere quanto aveva poco prima rifiutato; e 20.000 sesterzi a testa per tutte le legioni; e la nomina di Ottaviano nella Commissione per la ripartizione delle terre ai suoi soldati; e il permesso di brigare il consolato anche assente da Roma. Ma ecco sopraggiungere la notizia che le regioni della provincia d’Africa erano arrivate! Subito il senato ritirò ogni concessione. E allora Ottaviano entrò a mano armata in Roma, ma senza spargimento di sangue, chè le milizie, su cui il senato aveva fatto assegnamento per essere difeso, si dichiararono tosto per lui. Il 19 agosto egli stesso e Q. Pedio, un altro degli eredi di Cesare, erano nominati consoli. E allora avvenne quello per cui i pompeiani e i congiurati trepidavano da più di un anno. Dopo aver fatto convalidare la propria adozione dai comizi centuriati; dopo avere versato ai soldati, con fondi del pubblico erario, una parte delle ricompense promesse, e al popolo, una parte del legato lasciato da Cesare, i due nuovi consoli fecero quello che Antonio non aveva mai osato: fecero approvare dai comizi una legge, la _lex Paedia_, la quale deferiva a un tribunale speciale gli autori della morte di Cesare e i loro complici per essere condannati alla _interdictio aqua et igni_ e alla confisca dei beni.
L’amnistia del 17 marzo del 44, il capolavoro di Cicerone, era annullata. Il partito cesariano era padrone di Roma, per l’incredibile voltafaccia di Ottaviano, e possedeva un’arma micidiale contro il partito dei congiurati. Nè fu tardo o timido a servirsene. Gli amici di Ottaviano si divisero i congiurati, ognuno accusandone uno; e in pochi giorni li fecero tutti condannare in contumacia. Intanto alla notizia degli eventi di Roma l’entusiasmo cesariano, a lungo compresso, divampava in tutti gli eserciti d’Occidente, anche in quelli che servivano sotto generali fedeli al partito pompeiano; e li spingeva tutti a disertare la causa del senato, e a dichiararsi in favore dei tre nuovi capi del partito cesariano. Defezionò nella Spagna l’esercito di Asinio Pollione; nella Transalpina, quello di L. Munazio Planco, che già s’era congiunto con l’esercito di Decimo Bruto; questo esercito poi, mentre il generale cercava di condurlo in Macedonia, si sbandò a poco a poco, dapprima a piccoli gruppi poi in grandi masse, finchè Decimo fu preso e trucidato dal capo di una tribù alpina. Con Decimo Bruto il senato e il partito dei congiurati perdevano l’ultimo generale in Occidente. Antonio, Lepido e Ottaviano erano ormai padroni di tutte le province occidentali, e si accordavano per spartirsi l’impero con il nome di _triumviri reipublicae costituendae_. Partiti i primi due dalla provincia in cui risiedevano; l’altro, Ottaviano, da Roma, dopo aver fatto approvare una legge che annullava la duplice condanna di Antonio e di Lepido, si incontravano, non lungi da Bologna e dalla via Emilia, in un’isoletta al confluente del Reno e del Lavino, e qui, in tre giorni, si mettevano d’accordo per instaurare un nuovo governo.
Il primo impegno dei triumviri era con le legioni. I triumviri si trovavano alla testa di 43 legioni — 250.000 uomini all’incirca — alle quali avevano fatto infinite promesse. Per mantenerle occorrevano circa 800 milioni di sesterzi. Ma i triumviri non avevano danaro; il tesoro pubblico era vuoto; le province più ricche erano in balìa dei congiurati; e l’Italia non voleva pagare neppure la contribuzione straordinaria, decretata poco prima dal senato. Era inoltre necessità debellare il partito dei congiurati prima che si fosse fatto troppo forte in Oriente; altra spesa immensa, alla quale difettavano i denari. Stretti dalla necessità, i tre capi decisero di ricorrere ad un espediente, disusato dal tempo di Silla e di Mario: la confisca delle famiglie ricche, che fossero state o nemiche o neutre nella lunga guerra fra i cesariani e i pompeiani. Il potere triumvirale avrebbe fornito i mezzi legali per questa confisca; perchè doveva comprendere la facoltà di far leggi, la giurisdizione penale senza restrizioni, appello e procedura, il diritto d’imporre tasse, di ordinare leve, di comandare gli eserciti, di governare le province, di nominare i senatori, i magistrati, i governatori, di espropriare, di condurre colonie, di batter moneta. E difatti, giunti a Roma l’uno dopo l’altro, ciascuno con una legione e con la rispettiva coorte pretoria il 24, il 25 e il 26 novembre, Antonio, Lepido e Ottaviano ricevettero il 27, mediante la legge _Titia_, e per cinque anni, cioè sino al 31 dicembre del 38[29], questo illimitato potere triumvirale: indi incominciarono la grande proscrizione, che soltanto in via accessoria doveva servire di sfogo a vendette politiche e a rancori personali, ma che mirava precipuamente a spogliare le classi ricche dell’Italia a profitto dei veterani e dei soldati, e a sterminarle, per impedire che le vittime delle confische non corressero a ingrossare l’esercito dei congiurati. In pochi giorni, per editto triumvirale, senza processo o simulacro di processo, una parte considerevole della grande proprietà e dell’alta plutocrazia italica fu sterminata; le più belle ville del Lazio e della Campania, un numero infinito di proprietà sparse per l’Italia, i grandi dominî della Magna Grecia e della Sicilia, le vaste terre, che senatori e cavalieri possedevano nella Cisalpina o fuori d’Italia, con le greggi, le famiglie di schiavi, gli oggetti di valore, il vasellame, le statue, i mobili, i tappeti, che ornavano le eleganti dimore di Roma e d’Italia, e l’oro e l’argento, che si trovava in quelle, tutto fu razziato e posto in vendita. La vittima più illustre fu Cicerone, a cui Antonio non perdonò[30].
Ma, come sempre avviene in simili casi, se i triumviri e i loro fedeli amici poterono arricchire con le proscrizioni e se la massa dei beni confiscati fu enorme, la loro vendita all’incanto fruttò poco. Molti non osavano comperare i beni dei proscritti, temendo l’avvenire; gli amici dei triumviri, per accaparrare il meglio della preda, si studiavano di allontanare gli acquirenti; il capitale spaventato si nascondeva. Onde i triumviri furono costretti a sospendere quelle vendite forzate, aspettando giorni migliori, e ad escogitare altri espedienti: ordinare la confisca delle somme depositate dai privati nel tempio di Vesta; invitare tutti gli stranieri e tutti i liberti, che possedessero almeno 400.000 sesterzi a denunciare il proprio patrimonio e a prestare allo Stato una somma eguale al 2% del suo valore e il reddito di un’annata, calcolato, nei casi dubbi, secondo che sembra, al decimo del capitale[31]; obbligare i cittadini, che possedevano meno di 400.000 sesterzi, a una contribuzione eguale alla metà del reddito di un anno intero; invitare le più ricche matrone italiche (1300 circa) a dichiarare il valore della loro dote; deliberare la confisca, non solo dei beni dei proscritti, ma anche degli esuli volontari, gli «emigrati» del tempo. E solo allora, quando ebbero spremuto e salassato senza pietà l’Italia, i triumviri credettero opportuno muovere finalmente alla guerra contro i congiurati. Nella primavera del 42, otto legioni, avanguardia del loro esercito, traversavano l’Adriatico e movevano alla volta della Macedonia.
35. =Filippi.= — M. Bruto aveva intanto sgombrato la Macedonia ed era andato con tutto l’esercito in Asia Minore, forse per raccogliere denaro e prendere i quartieri invernali in un paese più ricco e più lontano dall’Italia che non fosse la Macedonia. A Smirne aveva avuto un colloquio con Cassio, e insieme avevano deliberato di guerreggiare a forze unite. Ma mentre Bruto avrebbe voluto ritornare subito nella Macedonia, per cacciare le otto legioni di Antonio, Cassio opinava essere necessario un disegno più vasto: assicurarsi l’Oriente tutto, e precipuamente l’Egitto, ove la regina Cleopatra rimaneva fedele al partito cesariano; impadronirsi del mare, tagliare le comunicazioni tra l’Italia e la Macedonia, e solo allora attaccare in Macedonia l’esercito dei triumviri. Senza il dominio del mare, i triumviri non potrebbero mantenere in Macedonia un grosso esercito; e il mare era, per il momento, tenuto da Sesto Pompeo, il quale, forte dell’incarico ricevuto dal senato dopo la disfatta di Antonio sotto Modena, aveva assunto il comando delle forze navali della repubblica, aveva occupato la Sicilia, e ora andava raccogliendo ovunque navigli, reclutava marinai, organizzava legioni, devastava le coste dell’Italia, intercettava per mare i carichi di grano destinati a Roma. Prevalse dunque il piano di Cassio: accettato il quale, Cassio e Bruto si separarono: Cassio, per andare alla conquista di Rodi, per rifornirsi in Asia di denaro e di navigli, e per cercar d’intercettare i soccorsi che Cleopatra preparava per i triumviri; Bruto, per sottomettere la confederazione delle repubbliche della Licia.