Roma antica, Vol. 2/3

Part 14

Chapter 143,529 wordsPublic domain

52. =Il governo di Augusto e di Tiberio (5-14 d. C.).= — Da questo momento, e non dalla morte di Augusto, comincia il governo, destinato a diventare tristamente famoso, di Tiberio. N’è prova chiara e precisa il contrasto fra il periodo che si chiude e quello che ora comincia. Il decennio seguente è una grandiosa illustrazione della dottrina, che Tiberio professava sul governo della repubblica.

Con grande risolutezza, Tiberio dà subito mano a due imprese: la riforma dell’esercito e la repressione della rivolta germanica. L’una era legata all’altra. Ma la riforma militare necessitava una riforma delle finanze, poichè sarebbe costata molto danaro. D’onde trarre il danaro occorrente? I due presidenti pensano di dare un nuovo giro al torchio delle leggi sociali e di ritogliere all’Italia il vecchio privilegio dell’immunità tributaria. Con una _lex Julia caducaria_, i coniugati senza figli — gli _orbi_ — sono ora assimilati ai celibatarî, e incorrono nella stessa inferiorità legale. Inoltre le eredità lasciate loro contro la legge vanno devolute, non più agli altri eredi, ma al pubblico erario[45]. Infine con l’indizione di un censimento di tutti i cittadini che possedessero più di 200.000 sesterzi, si comincia a preparare l’Italia ad una nuova imposta.

Ma contemporaneamente l’esercito è rinforzato di due nuove legioni[46], e la vecchia e decadente legge militare di Augusto, riformata. Il servizio è di nuovo prolungato a venti anni per i legionari, e a quattordici per i pretoriani, come in antico. Alla fine del servizio gli uni e gli altri avrebbero ricevuto un premio in danaro ed una pensione, per provvedere alla quale si sarebbe organizzata una cassa particolare (5 d. C.).

Dopo di ciò Tiberio, che già aveva fatta una prima corsa in Germania, ci tornava, per ripetere la grande spedizione di Druso, sul vecchio piano di Agrippa. La flotta discese per il Reno e, per il canale di Druso, nel Mar del nord, costeggiò la importuosa penisola del Jutland, l’antico paese dei Cimbri; imboccò l’Elba, e rimontò il corso del fiume. Nel tempo stesso l’esercito di terra marciò dal Reno all’Elba per circa 400 miglia, ora ricevendo gli omaggi dei popoli, che attraversava, ora combattendo e domando i più restii, come avvenne dei Longobardi. Alla fine, flotta ed esercito si incontrarono, e i barbari, che si affollavano minacciosi sulla riva destra del fiume, preferirono, dinanzi a tanto spettacolo di forza, scendere a patti con gl’invasori.

Tiberio poteva tornare a Roma a cercare, con nuove imposte, il denaro, necessario per applicare la nuova legge militare. Al suo arrivo i due presidenti, dopo aver versato del proprio, nel nuovo tesoro, 170 milioni di sesterzi, riuscirono a far approvare una legge che imponeva una tassa del 5% a favore della cassa per le pensioni militari sulle eredità dei cittadini romani. La legge, che risparmiava le piccole eredità o i legati destinati ai poveri, era savia. Ma il malcontento che suscitò tra le classi ricche fu grande; e si sfogò contro Tiberio, che si sapeva essere l’autore vero della legge. Tiberio, come al solito, poco curò questi mormorii; e al principio del 6 tornava in Germania per compiere l’ultima parte del suo piano. Parecchi anni prima, fuggendo l’invasione di Druso, i Marcomanni avevano emigrato nella moderna Boemia, e qui, sotto il re Marbod, avevano creato uno Stato potente, che ancora non aveva riconosciuto il dominio romano, e che in ogni modo poteva diventare un forte appoggio per la Germania in rivolta. Tiberio voleva sottometterlo o ridurlo sotto il protettorato romano, minacciando d’invadere il regno da due lati: da occidente, attraverso il paese dei Catti, e da mezzogiorno, attraverso la Pannonia. Ma l’impresa era appena avviata, che Pannoni e Dalmati si sollevavano ancora una volta, e trucidavano i piccoli presidî romani, insieme con gli stranieri, che già, per ragioni di commercio, avevano da tempo cominciato a penetrarvi.

53. =La catastrofe di Varo in Germania (9 d. C.).= — L’insurrezione pannonica e dalmatica era dunque cosa grave, ma a Roma essa parve un pericolo tremendo, giacchè Pannonia e Dalmazia erano alle spalle dell’Italia. Si temè perfino una nuova irruzione di Cimbri e Teutoni nella penisola, mentre s’era detto che i veri Cimbri erano stati assoggettati da Tiberio!

Ma Tiberio non era uomo dai perdere facilmente la testa, e, senza lasciare a mezzo l’impresa incominciata, rinunziò solo all’idea di una conquista, si contentò di conchiudere un accordo con Marbod; indi tornò verso la Pannonia. Non però con l’intenzione di sterminare con un colpo solo, come in Roma gli strateghi del Foro reclamavano a gran voce, l’insurrezione; sibbene, come la natura delle milizie, di cui egli disponeva, e quella del nemico e del paese consigliavano, per opporre alla guerriglia degli indigeni, la guerriglia dei legionari romani, alimentata dall’esterno.

Alla fine dell’8, la Pannonia era pacificata. Ma lo sforzo era stato grande. Roma aveva dovuto arruolare veterani, liberti, stranieri, perfino schiavi tolti ai privati. Con questa moltitudine raccogliticcia Tiberio aveva dovuto soffocare nel suo stesso focolare l’insurrezione. Non è quindi da stupire che gli sia stato necessario un certo tempo. Ma la notizia della vittoria era appena giunta in Roma, e già si cominciavano a decretare gli onori del trionfo al generale, quando una notizia terribile sopravveniva dalle rive del Reno: la Germania, sollevatasi, aveva sorpreso e trucidato le forze romane stanziate sul suo territorio; lo stesso luogotenente di Augusto, Quintilio Varo, s’era dato la morte piuttosto che cader vivo nelle mani del nemico. La ferma volontà di romanizzare la Germania, che Tiberio, ritornando al governo, aveva manifestata, insieme con le notizie, che giungevano dalla Pannonia, avevano ridesto il paese. La Germania aveva avuto il suo Vercingetorige — Arminio — anche egli amico di Varo e cittadino romano, per giunta. Con abile mossa, i Germani avevano indotto il generale ad avanzare nel cuore del paese, e qui, nella misteriosa foresta di Teutoburgo, tra la Lippe e il Weser, ove oggi un colossale ma bruttissimo monumento si leva in onore, più che di Arminio, del germanesimo, Varo era stato sorpreso, e le sue legioni — il fiore dell’esercito romano — distrutte (settembre od ottobre 9 d. C.)[47].

54. =La morte di Augusto (14 d. C.).= — La rotta di Varo non era calamità irreparabile. Un così grande impero poteva perdere alcune legioni senza vacillare sulle sue fondamenta. Tiberio, infatti, accorse sul Reno, potè subito mostrare agli elementi inquieti della Gallia che, se i Germani erano in grado di distruggere per sorpresa le guarnigioni romane, non potevano presumere di varcare il Reno e di attaccare le province più floride dell’Impero. Ma la rotta di Varo, se non distrusse, infiacchì molto nel governo romano la volontà di estendere il dominio romano oltre il Reno e il Danubio. Non solo Augusto, ma anche Tiberio si persuase, dopo quella sventura, essere più saggio, per Roma, non varcare i due fiumi: onde per molti anni la politica germanica di Roma sarà consigliata da una prudenza, che traccerà definitivamente al Reno e al Danubio i confini dell’impero in Europa. E non avendo Roma avuto la forza di varcare il Reno e il Danubio per sottomettere i Germani, verrà il giorno in cui i Germani varcheranno il Reno e il Danubio per distruggere l’Impero! Ma nè Angusto nè Tiberio potevano vedere così lontano nell’avvenire; essi dovevano giudicare alla stregua delle necessità del tempo, e alla stregua di queste necessità, appariva prudente non richiedere all’Italia uno sforzo troppo grande. Comunque sia, la disfatta di Varo fu l’ultimo grande dolore della lunga vita di Augusto, che ormai volgeva alla fine. Nell’anno 13 i poteri quinquennali di Augusto e di Tiberio venendo a finire, furono ancora rinnovati, ma per l’ultima volta: l’anno dopo, il 14, vecchio di 77 anni, Augusto moriva, il 19 agosto, a Nola.

Quale giudizio si deve dare dell’opera sua? Certo il suo disegno di restaurare la repubblica aristocratica, dopo averla tanto guasta e malconcia con il triumvirato, fallì. La repubblica, nella quale egli voleva infondere una nuova vita, si mummificò sotto le sue mani, in un governo equivoco, contraddittorio, debole e rigido nel tempo stesso, in cui la sua persona e il suo prestigio furono il massimo sostegno dell’autorità. Le istituzioni della repubblica, dal senato ai comizi, non erano ormai più quasi, alla fine della sua vita, che una finzione. Basti dire che, l’anno precedente alla sua morte, il senato aveva deliberato che ogni anno si sceglierebbero venti senatori, e che tutte le deliberazioni prese da Augusto, d’accordo con questi venti senatori, con Tiberio, con i consoli designati, con i suoi figli adottivi e tutti i cittadini, che Augusto giudicherebbe utile di consultare, avrebbero valore di senatus consulto! Il senato abdicava! Si deve dunque conchiudere, che l’opera di Augusto sia stata sterile e vana? No. Egli ebbe due grandi meriti. Se non riuscì a rianimarli, riuscì a salvare dalla distruzione il principio aristocratico e repubblicano secondo il quale l’impero non era, come nelle monarchie, la proprietà di una dinastia, ma la proprietà unica e indivisibile del popolo romano, che una aristocrazia di grandi famiglie, educate secondo l’antica tradizione, aveva sola il diritto di amministrare. Salvati da Augusto, il principio, la repubblica, il senato, la aristocrazia risusciteranno tra un secolo, in maniera inaspettata e singolare, compiendo nel vasto impero la fusione dell’ellenismo e del romanismo. Il secondo merito di Augusto sta nell’aver fatto fruttificare la conquista della Gallia compiuta dai Cesare e nell’aver divinato che l’avvenire dell’impero era più in Occidente che in Oriente. Fino a Cesare, Roma aveva guardato dalla parte d’Oriente, sognato di rifare l’impero di Alessandro. In questo sogno Antonio si era perduto. Augusto abbandona le grandi ambizioni orientali, e, dopo alcune esitazioni, volge risolutamente i suoi sforzi verso il Reno e il Danubio. Egli tenta anzi addirittura la conquista della Germania; e in questa impresa fallisce; ma in compenso conquista le Alpi, stabilisce solidamente il confine dell’Impero a quei due grandi fiumi, e promuove alacremente la romanizzazione e lo sviluppo della Gallia e della Spagna. Gli effetti di questa politica durano oggi ancora; perchè, se ci fu una politica che avesse in sè una grandezza mondiale, fu proprio quella. Per quella politica, anche l’Europa entra nella storia della civiltà, che sino ad allora era quasi tutta e soltanto stata occupata dall’Oriente o dalle piccole nazioni fiorite sulle estreme propaggini meridionali del continente europeo. Per quella politica, tra la civiltà decrepita dell’Oriente e la civiltà nascente dell’Occidente, l’Italia e Roma potranno conservare ancora per tre secoli la corona conquistata con tante guerre. Chè senza il vigoroso sviluppo delle province occidentali, il centro dell’Impero si sarebbe spostato verso l’Oriente. Roma e l’Italia, poste ai confini della barbarie, non avrebbero potuto per secoli essere, l’una la capitale, l’altra la nazione predominante di un impero, le cui più ricche, popolose e floride province erano in Asia ed in Africa.

NOTE AL CAPITOLO NONO.

[45] Su questa legge, cfr. FERRERO, _Grandezza e Decadenza di Roma_, V, p. 320.

[46] Cfr. PFITZNER, _Geschichte der römischen Kaiserlegionen von Augustus bis Hadrianus_, Leipzig, 1881.

[47] Sulla catastrofe di Varo le opere più recenti sono GAILLY DE TAURINES, _Les legions de Varus_, Paris, 1911; e W. A. OLDFATHER and H. VERNON CANTER, _The defeat of Varus and the German frontier Policy of Augustus_, in _University of Illinois Studies_, 1915.

CAPITOLO DECIMO

TIBERIO[48]

(14-37 d. C.)

55. =Tiberio imperatore: per quali motivi fu eletto (14 d. C.).= — Morto Augusto, a capo dello Stato restava provvisoriamente il figlio adottivo e collega nell’impero, Tiberio. Provvisoriamente, ossia sinchè il senato non avesse deliberato; perchè la suprema autorità della repubblica non era punto un bene ereditario della famiglia. Se molti pensavano e reputavano necessario che Tiberio succedesse ad Augusto, altri avevano in mente nomi più graditi; altri, se non sapevano chi indicare in sua vece, avevano paura di Tiberio imperatore, ed egli stesso conosceva troppo bene sè stesso e i tempi suoi, da desiderare alla leggiera il carico dell’impero. Gli amici di Giulia, tutto il partito, che gli aveva opposto Cajo Cesare, quanti erano stati lesi dalle ultime leggi sociali e finanziarie, temevano la sua rigidezza, non lo volevano imperatore. Il governare con questa opposizione, nascosta ma tenace, non era cosa facile. Non è quindi difficile spiegare come Tiberio stesso esitasse.

Senonchè le difficoltà in cui si trovava impegnato l’impero oltre i confini dovevano sospingere il senato verso Tiberio, e Tiberio verso quello che egli chiamava il «mostro» indomabile dell’impero. La Germania, la Pannonia e l’Illiria minacciavano — o parevano ancora minacciare — di ignoti pericoli l’Italia. In Oriente, da parecchi anni la potenza romana declinava in Armenia; i re amici di Roma erano regolarmente scacciati e trucidati da quei sudditi malcontenti ed irrequieti; nè, a motivo delle controversie seguìte in Parzia per la successione regale, poteva ormai dirsi se quel potentato fosse più uno Stato amico o nemico di Roma. In Asia come in Europa la vecchiaia di Augusto si era fatta sentire: ma l’uomo, che era il miglior conoscitore degli affari germanici ed orientali, e che poteva parare tutti quei pericoli, era uno solo ed insostituibile: Tiberio. Inoltre necessitava un esercito disciplinato; e chi poteva mantenere la disciplina nell’esercito meglio di Tiberio, che era il primo generale del tempo, che portava il nome di Cesare, e a cui ormai, dopo il lungo governo di Augusto, i soldati erano affezionati?

Per queste ragioni, non ostante molte repugnanze e avversioni del senato, non ostante le riluttanze, che ci sembrano sincere, di Tiberio[49], a Tiberio furono trasmessi i poteri di Augusto. Soltanto — innovazione che, negli intendimenti dell’accettante, doveva avvicinare l’ora della liberazione e sciogliere più facilmente gli altri da un impegno che le circostanze potevano rendere al tempo stesso inutile ed intollerabile — non fu fissato più alcun termine alla durata della carica suprema. Il termine, come disse Tiberio, s’intendeva definito dalla necessità delle circostanze e, più ancora, dalla sua imminente vecchiezza. Il senato poteva revocarla quando vorrebbe, come, quando vorrebbe, era libero di ritirarsi l’imperatore. Ma l’innovazione doveva partorire un effetto contrario alle intenzioni; perchè il potere diventerà invece vitalizio.

56. =I primi anni del governo di Tiberio: spirito repubblicano e aristocratico che lo anima.= — Tiberio era un tradizionalista, un aristocratico di vecchio stile, e quindi un repubblicano sincero, che avrebbe voluto ringiovanire la repubblica di tre secoli e operare in Roma una riforma simile a quella di Silla. I primi atti del suo governo lo provano. Gli storici antichi, anche i più avversi a lui, e quelli che più hanno accreditato la leggenda della sua tirannia, dicono che nei primi tempi non fece nulla senza consultare il senato; che rifiutò tutti gli onori e tutti i titoli insoliti; che rispettò le leggi della repubblica scrupolosamente e che in ogni atto e parola mostrò di non voler essere che il primo dei nobili romani: _primus inter pares_. Anzi una delle prime riforme compiute sotto il suo governo fu quella di trasferire dai comizi al senato la nomina dei magistrati. Tiberio faceva quello che Silla stesso non aveva osato: toglieva via di un colpo quel focolare di intrighi e di corruzione che erano da un pezzo le assemblee elettorali; affidava l’elezione dei magistrati a un corpo più scelto e capace: il senato. Il popolo insomma cessava quasi di esistere come organo costituzionale; il senato, ossia l’aristocrazia, diventava arbitro di tutte le cariche. Senonchè — è una strana contradizione che bisogna capire, se si vuole intendere questa singolare figura e la sua singolarissima storia — questo nobile romano di antico stampo, che voleva ricostituire l’antica potenza della aristocrazia, si trovava ad aver che fare, nel senato e fuori, con un’aristocrazia molto diversa da quella di un tempo, e molto più sollecita di conservare i suoi diritti e i suoi privilegi, che vogliosa e zelante nel compiere i doveri, i quali dovevano bilanciare quei diritti. Tiberio non aveva il prestigio che ad Augusto avevano assicurato il lungo governo, la pace ridata all’impero, il pericolo da cui aveva o sembrava aver salvato Roma. Durante il lungo governo di Augusto molte grandi famiglie avevano ricostituito la loro ricchezza; altre più recenti eran diventate illustri e potenti; il terrore era dileguato; la pace, il potere e la sicurezza avevano fomentato negli animi quei sentimenti, che sono propri di tutti i potenti e più ancora dei potenti per diritto ereditario: l’orgoglio, lo spirito critico, la gelosia reciproca, l’umore discorde e litigioso. Se la nobiltà romana aveva rispettato Augusto, pur giudicando che il suo governo era lungo assai, Tiberio non poteva sperare la stessa benevolenza: anzi, appunto perchè egli stesso diceva di non essere e di non voler essere considerato che come un nobile eguale a tutti gli altri, i suoi pari si crederebbero in diritto di sorvegliarne ogni atto e parola, di trovare a ridire su tutto quello che egli direbbe o farebbe, di vedere a ogni momento nell’esercizio della sua autorità un abuso, un eccesso di potere, delle ambizioni tenebrose, delle intenzioni oblique, degli atti contrari al bene pubblico e allo spirito della costituzione repubblicana[50]; e con maggiore acrimonia, quanto più tutti dovrebbero riconoscere che questa autorità suprema era necessaria. Dal momento in cui Augusto è morto, nasce nella nobiltà romana una specie di opposizione latente e implacabile contro la suprema autorità del _princeps_, ultima e disperata protesta dell’orgoglio aristocratico contro la necessità storica, che veniva riducendo a Roma la somma delle cose nelle mani di una famiglia. Ma se l’aristocrazia vedeva di mal occhio, ora che Augusto era sparito, il _princeps_ e la sua autorità, non per questo era disposta ad aiutarlo davvero a resuscitare le antiche istituzioni repubblicane: il che sarebbe stato il miglior mezzo per rendere provvisoria davvero, come tutti la volevano e la speravano ancora, la carica suprema. La tradizione, per cui le famiglie dell’aristocrazia romana erano state per tanti secoli scuole di generali e di statisti, era troppo indebolita dall’azione del tempo, dai nuovi bisogni e costumi, ed anche dalle nuove idee. Incomincia a diffondersi nelle classi alte di Roma una scuola filosofica — lo stoicismo — la quale insegnava che non il re di Persia era beato con tutti i suoi tesori, ma l’uomo libero interiormente, nella propria coscienza; una scuola che professava l’individuo non essere soggetto a veruna potenza terrena, ma solo alla divinità; che incoraggiava gli uomini a giudicare i potenti, come qualsiasi altro mortale, e dichiarava un dovere il ribellarsi alle ingiunzioni ingiuste del principe; che affermava essere gli esilî e la morte dei mali, i quali si possono accogliere con egual sorriso degli onori e delle ricchezze, e non esistere al di sopra della condanna della propria coscienza, punizione che valga a scuotere o ad atterrire l’uomo savio e giusto. Questa dottrina, ponendo la coscienza del singolo al di sopra di qualunque altra autorità esteriore, farà, sotto il principato, degli eroi; e coprirà di un manto superbo di bellezza morale molte cose in sè più piccole; ma intralcerà nel tempo stesso così il nuovo governo imperiale, come la restaurazione della vecchia repubblica aristocratica. Dimodochè il _princeps_ che non avesse più l’autorità di Augusto — e Tiberio doveva farne per primo l’esperienza — irriterebbe l’aristocrazia romana, sia tentando di vincere l’egoismo della nobiltà per restaurare l’antica costituzione, sia con gli atti non interamente conformi allo spirito e alla lettera della costituzione, a cui sarebbe costretto dalla decadenza delle antiche istituzioni e dalla crescente incuria della nobiltà. Peggio ancora: questo malcontento perenne non oserebbe mai manifestarsi con una opposizione aperta e risoluta, poichè a rovesciare il principato nessuno pensava più sul serio; ma con una specie di fronda continua e insidiosa, che dividerebbe il senato in piccole fazioni atrocemente nemiche. Queste cercherebbero di sfruttare le discordie della famiglia del _princeps_, e di opporre, nel senato, innanzi agli eserciti ed al popolo, alla persona e alla politica del _princeps_ la persona e la politica di qualche altro membro della famiglia. «_Nec totam servitutem pati possunt, nec totam libertatem_», dirà di costoro Tacito, dipingendone con una pennellata mirabile l’animo in perpetua guerra con se stesso[51].

Così l’atto con cui Tiberio toglieva al popolo il diritto di nominare i magistrati della repubblica, non pare che ingraziasse al nuovo _princeps_ il senato, dove erano tanti antichi suoi nemici degli anni di Rodi. Del resto è probabile che Tiberio avesse proposto e fatto approvare quella riforma, meno per compiacere al senato, che per provvedere al bene dello Stato; tenendo presenti le condizioni dei comizi nell’ultimo quarto di secolo, i loro disordini, i loro tumulti, le loro brighe, la loro corruzione, a mala pena infrenata dall’autorità di Augusto, con quel suo potere discrezionale di raccomandare taluni candidati[52]. Tiberio, che voleva magistrati buoni ed onesti, rimandava l’elezione ad un corpo più sicuro, ove più agevolmente potesse esercitarsi quella _commendatio_ del principe, ch’egli per tutta la vita avrebbe adoperata con imparzialità e abnegazione. Non è improbabile invece che il popolino brontolasse per quella grave menomazione di un diritto, che tanti secoli avevano fatto sacro. Tiberio dovette annunziarla come la modesta e religiosa esecuzione di un disegno di Augusto[53]. Comunque sia, dopo questa riforma, il senato fu, nei due primi anni del principato di Tiberio, così potente come forse non era mai stato dai tempi di Silla in poi; sia perchè i suoi poteri erano stati notevolmente ampliati; sia perchè il nuovo principe, sentendosi debole al peso di responsabilità che doveva portare, non chiedeva di meglio che di essere aiutato dal grande consesso, lasciandolo agire con tutta l’autorità, che la legge e la tradizione riconoscevano. Ma a questa benevolenza del principe e a questo favore della fortuna, il senato risponderà con una lotta stupida e feroce, nella quale indebolirà se stesso, insieme con l’autorità dell’imperatore.