Roma antica, Vol. 2/3

Part 13

Chapter 133,733 wordsPublic domain

Augusto sottomise tutte queste _civitates_ di clienti e di popoli alleati, direttamente, all’autorità di Roma; inoltre, fondandosi sui resultati del censimento, distribuì tutta la Gallia in 60 _civitates_, all’incirca eguali di grandezza e pari in diritto tra loro. Ma crescendo così il compito e la responsabilità del governatore romano in Gallia, tripartì il paese in Aquitania, Lugdunensis e Belgica (le _Tres Galliae_), di cui ciascuna avrebbe avuto a capo un luogotenente del governatore generale della provincia. Senonchè in questa ripartizione Augusto non tenne più conto delle diversità o affinità etniche e delle secolari unioni storiche del paese, se non per mescolare in ciascuna delle tre gli elementi diversi — celtici, iberici, celto-germanici — di cui la Gallia si componeva; per spegnere in quelle mescolanze il vecchio spirito nazionale e tradizionale; per intralciare gli accordi fra tribù affini; e per piegare il paese denazionalizzato verso gli scopi della politica romana.

Augusto inoltre volle, prima di incominciare la sua grande impresa, riordinare, come faceva mestieri, l’esercito, regolando con una legge le più importanti condizioni del servizio, fin ad allora regolate da consuetudini poco certe. La ferma durerebbe 16 anni per i legionari; 12 anni per la guardia dell’_imperator_, i pretoriani. Fu stabilito inoltre che, finito il servizio gli uni e gli altri sarebbero ricompensati, non con terre, ma con una somma di danaro, di cui ci è ignoto l’ammontare. Ciò fatto, preparativi adeguati all’impresa furono incominciati; e fu elaborato un piano di invasione molto ingegnoso, nel quale è verosimile riconoscere la mano di Agrippa. Si tenterebbe di invadere l’impervia Germania dal mare del Nord per le due grandi linee fluviali dell’Ems e del Weser; due eserciti entrerebbero per questi fiumi nel cuore della Germania, costruirebbero sull’uno e sull’altro dei grandi campi trincerati, destinati a servire come basi di operazione, per condurre a termine la conquista dell’interno; nel tempo stesso un altro esercito, varcato il Reno, avanzerebbe alla volta dell’Ems; l’esercito sbarcato sull’Ems, avanzando lentamente, cercherebbe di dar la mano a quello che verrebbe dal Reno, come a quello che verrebbe dal Weser: e così mediante larghe vie, fiancheggiate da fortificazioni, si sarebbero collegati insieme il Reno all’Ems, l’Ems al Weser e forse anche all’Elba. Ottimo piano, che proteggeva da molti e grandi rischi gli eserciti invasori. Ma poichè in tal guisa le flottiglie fluviali romane sarebbero esposte troppo tempo al tempestoso mare del Nord, Augusto volle aprire un canale tra il Reno e l’Yssel, di guisa che la flotta romana sarebbe potuta penetrare sicuramente nello Zuidereee (_lago Flevo_) e di là nel mare del Nord.

Ma al momento di porre mano a questa spedizione, preparata con tanta cura, un gran lutto colpì l’impero. Augusto aveva senza difficoltà ottenuto dal senato il prolungamento per altri cinque anni dei poteri suoi e di Agrippa, scadenti alla fin dell’anno 13; continuava alacremente i preparativi per la guerra di Germania, quando al principio dell’anno 12, nel mese di marzo, pochi giorni dopo che Augusto era stato eletto anche _pontifex maximus_ in sostituzione di Lepido morto, e proprio quando la invasione della Germania stava per cominciare, Agrippa moriva in Campania. La perdita era funesta: sia perchè Augusto, che aveva voluto spartire con lui il carico e la responsabilità del potere fu costretto ad assumere di nuovo da solo il governo della repubblica; sia perchè spariva, proprio al momento in cui Roma stava per intraprendere una spedizione di capitale importanza, l’uomo di guerra più sperimentato su cui fare assegnamento. La morte di Agrippa sembrò infatti indurre Augusto a rinviare l’impresa germanica. Lì per lì Augusto si restrinse a spedir Tiberio nella Pannonia, che si era ribellata, e soltanto nella seconda metà dell’anno si risolvè a riprendere il disegno della guerra in Germania, incaricandone Druso, che era allora un giovane propretore di 26 anni. Eseguendo il piano lungamente preparato da Agrippa, Druso, con una parte delle truppe, discese il corso del Reno, entrò nello Zuidersee, penetrando così nel cuore del paese dei Frisoni (la moderna Olanda): di lì uscì con la flotta nel Mare del Nord ed imboccò l’Ems, sbarcando, a un certo punto del corso del fiume, una parte delle sue forze. Quindi ridiscendeva il fiume, e tentava, come sembra, di ripetere sul Weser l’operazione già compiuta sull’Ems, ma senza riuscirvi, questa volta; anzi scampando a stento a un naufragio. Alla fine dell’anno 12, egli era di ritorno in Gallia.

Queste operazioni non erano che il prologo della vera campagna, che doveva incominciare l’anno seguente e che doveva consistere, secondo il piano di Augusto, in una lenta, metodica e graduale invasione. Nella primavera dell’11, Druso doveva con un esercito risalire la valle della Lippe sulla riva destra, mirando a ricongiungersi nell’alta valle con le altre forze romane sbarcate sulle rive dell’Ems, che a loro volta risalirebbero la valle di questo fiume. Alla confluenza della Lippe con un fiume, che gli storici antichi chiamano Aliso, doveva fondare una grande fortezza e collegarla al Reno con una strada e una catena di fortezze minori. Era questo il compito tracciato a Druso per quell’anno. Druso risalì vittoriosamente la valle della Lippe e si ricongiunse felicemente con l’esercito che aveva risalito l’Ems: ma appena operata la congiunzione, osò fare uno strappo al prudente piano di Augusto e di Agrippa. Le popolazioni germaniche essendo in guerra tra loro, egli giudicò che l’ardimento poteva fruttar questa volta assai più che un lungo e prudente guerreggiare. Raccolse in fretta dei viveri, attraversò il paese dei Sicambri che era deserto perchè i maschi adulti si erano gettati sul paese dei Catti; invase il territorio dei Tencteri che si sottomisero; indi, come attingendo nuovo coraggio dalla propria audacia, avanzò nel paese dei Catti e costrinse questi e i Sicambri con cui essi combattevano, a riconoscere la signoria romana. Ma la mancanza di vettovaglie e la sterilità del paese lo costrinsero presto a ritirarsi verso la Lippe. Senonchè nel ritorno cadde in un’imboscata, e per poco non fu annientato insieme col suo esercito. Sfuggito per miracolo a tanto rischio, e giunto di nuovo alla Lippe, riprese il piano di Augusto; e ordinò la costruzione del _castellum_, al quale si sarebbe dato il nome di Aliso; quindi, tornato in Gallia, decise di erigere un altro _castellum_ sul Reno, probabilmente quello che doveva un giorno essere Coblenza.

Il terzo anno della guerra — l’anno 10 a. C. — sembra essere passato abbastanza tranquillo, senza grandi eventi. È probabile i Germani non si mossero, e che i Romani continuarono alacremente a costruire i due castelli, incominciati l’anno prima. Certo è che Druso potè in quell’anno venire a Roma; e a Roma brigare e ottenere il consolato per l’anno 9. Ma prima della fine dell’anno, e senza aver avuto il tempo di prendere possesso dell’altissima carica, Druso fu costretto a lasciar Roma e a tornare frettolosamente in Germania, ove Sicambri, Svevi e Cherusci tentavano di collegarsi per fare guerra insieme alla Gallia. E l’anno seguente, il 9, la guerra mutò carattere. Sia che Druso avesse convinto Augusto della necessità di atterrire con un grande colpo i Germani; sia che di questa necessità l’avessero convinto gli ambiziosi progetti dei Sicambri, degli Svevi e dei Cherusci, in quell’anno la Germania fu invasa davvero e a fondo. Druso si spinse, combattendo, non sappiamo per quali vie e con quante forze, prima fino al Weser, e poi fino all’Elba. L’ardita mossa riuscì, perchè i Germani non osarono attaccarlo in massa. Druso potè scorrazzar da padrone nella Germania, sino ai primi di agosto, quando, la stagione incalzando, si volse al ritorno. Ma nel ritorno cadde da cavallo, si ruppe una gamba; e dopo pochi giorni moriva, in seguito a questa ferita.

La morte di Druso era una disgrazia per la repubblica. Augusto perdeva, dopo Agrippa, un altro collaboratore fidato, mentre nel senato e nella aristocrazia cresceva la riluttanza ad assumere le grandi cariche, e diminuiva il numero degli uomini capaci. I giovani soprattutto erano restii ad uscir di Roma, a passare lunghi anni nelle province, ad imparare il duro mestiere della milizia e del comando. Pare che di nuovo Augusto pensasse di ritirarsi a vita privata sul finire dell’anno 8, quando i suoi poteri quinquennali scadrebbero. Erano 20 anni ormai, dalla restaurazione della repubblica, che egli governava Roma come _princeps_ e avrebbe avuto diritto di riposarsi. Ma chi poteva occupare il suo posto? Non si sarebbe tutta l’amministrazione dell’Impero sfasciata, se fosse sparito l’uomo, il quale pensava a tutto ciò, cui il senato e i magistrati repubblicani non provvedevano? Il potere personale di Augusto era la necessaria correzione della decadenza dell’aristocrazia. Gli fu forza quindi, volente o nolente, di accettare un nuovo prolungamento del suo potere per 10 anni, e per provvedere alla Germania richiamò l’altro suo figliastro, Tiberio, che da tre anni combatteva nella Pannonia e nella Dalmazia; e gli diede l’incarico di terminare la conquista della Germania. Tiberio era diventato suo genero; poichè nell’11 era stato costretto da Augusto a ripudiare la moglie, che era figlia di Agrippa, e a sposare la vedova di Agrippa, che era sua figlia Giulia. Ma Tiberio non ebbe, l’anno 8, che a passare il Reno alla testa di un esercito; e tutta la Germania, si arrese. La marcia di Druso dava i suoi frutti. In soli quattro anni, la Germania era, o almeno pareva, conquistata dal Reno all’Elba, e la grande impresa, tentata per la prima volta da Cesare, condotta a compimento dal figlio suo.

NOTE AL CAPITOLO OTTAVO.

[37] Cfr. SEN., _Qu. nat._, 5, 18, 4.

[38] Le linee generali di questa ricostruzione dell’opera politica di Augusto, che rovescia interamente l’incoerente dottrina della _diarchia_ sostenuta dal Mommsen, sono state lungamente svolte da G. FERRERO, _Grandezza e Decadenza di Roma_, voll. IV e V. L’idea capitale di questa ricostruzione era già stata accennata da E. MEYER, in un breve studio, _Kaiser Augustus_, pubblicato in _Kleine Schriften_, Halle, 1910, p. 441 sg.; ed è stata da lui ripresa in _Caesars Monarchie und das Principat des Pompeius_, Stuttgart, 1918. L’aveva anche presentata il FUSTEL DE COULANGE, _La Gaule romaine_, Paris, 1901, p. 147 sgg.

[39] Su questo punto, importante perchè da esso si deduce il carattere repubblicano delle rapide carriere di Druso, di Tiberio e degli altri membri della famiglia di Augusto, cfr. le spiegazioni e le prove più minute che si trovano in G. FERRERO, _Grandezza e Decadenza di Roma_, IV, p. 55.

[40] SVET. _Aug._, 101.

[41] Su questi tributi — e i testi che ci si riferiscono — cfr. G. FERRERO, _Grandezza e Decadenza di Roma_, IV, p. 127.

[42] Sul vero carattere di questa riforma costituzionale, cfr. G. FERRERO, _Grandezza e Decadenza di Roma_, IV, p. 177 sg.

[43] Si legge nella _lex de imperio Vespasiani_ (_C. I. L._ VI, 930, 17-19): _utique quaecunque ex usu reipubblicae majestate divinarum huma[na]rum publicarum privatarumque rerum esse censebit, ei agere facere jus potestasque sit ita uti divo Augusto_.... Le ragioni per cui crediamo doversi riportare a questo momento il conferimento di questa autorità quasi illimitata, si trovano esposte in G. FERRERO, _Grandezza e Decadenza di Roma_, IV, p. 188.

[44] DION. CASS., 54, 12. FERRERO, _Grandezza e Decadenza di Roma_, IV, p. 293.

CAPITOLO NONO

LA SUCCESSIONE DI AUGUSTO

50. =Il ritiro di Tiberio a Rodi (6 a. C.).= — Ma a questo punto incomincia nella repubblica, una terribile difficoltà, che durerà, si può dire, sino alla morte di Nerone. Augusto governava la repubblica come _princeps_ da venti anni. Non si può negare che il concetto così chiaro e così preciso della restaurazione del 27 a. C. si fosse in quei venti anni assai intorbidato. L’autorità del _princeps_ che, nella primitiva riforma, doveva essere temporanea e soltanto sorvegliare e correggere le istituzioni secolari della repubblica, era ormai diventata vitalizia, e si era mutata in una alta e universale direzione dello Stato, che sostituiva il senato invecchiante e decadente. Ma nessuno se ne lagnava. Augusto si era condotto in quei venti anni con tanto tatto; aveva reso tali e tanti servizi allo Stato; era ormai diventato così necessario, aveva acquistato un tale prestigio ridando la pace all’impero, che nessuno lamentava il suo potere. Ma Augusto non sarebbe eterno; e già si avvicinava alla sessantina: che cosa accadrebbe alla sua morte? La gente incominciava a pensarci. C’era chi sognava che si sarebbe allora, finalmente e per davvero, restaurata tal quale la antica repubblica senza _princeps_, ma questi erano pochi. La gente sperimentata e di senno capiva che, senza un _princeps_ capace ed energico, il senato e la repubblica non operavano più. Ma chi poteva essere il secondo _princeps_? Se si voleva scegliere l’uomo più attivo, più capace, più sperimentato della repubblica, non c’era, dopo la morte di Agrippa e di Druso, da esitare: Tiberio. Ma Tiberio aveva molti nemici. Non era solo un Claudio orgoglioso, ostinato e severo; ma era anche un tradizionalista intransigente, un uomo del vecchio stampo, che voleva Roma governata da una aristocrazia parsimoniosa, austera, attiva, autoritaria e zelante come quella del terzo secolo a. C. Nella, nuova generazione cresceva invece il lusso, la ricchezza, il gusto dei piaceri, l’inclinazione alle raffinatezze e ai vizi dell’Oriente, l’indifferenza per le faccende politiche e l’avversione per la milizia. C’era dunque a Roma, nella nobiltà, un partito ostile a Tiberio; e quanti non avrebbero voluto che la carica suprema di _princeps_ diventasse proprietà di una famiglia — anche questi non erano pochi — rinforzavano l’opposizione.

Si aggiunga il matrimonio con Giulia, a cui Augusto aveva costretto Tiberio dopo la morte di Agrippa. Questo matrimonio fu uno dei grandi errori di Augusto. Giulia, e Tiberio non andavano e non potevano andar d’accordo: Giulia, elegante, mondana, amante del fasto, dei corteggiamenti, della vita libera, rappresentava la nuova generazione; Tiberio, rigido, intransigente, implacabile contro tutte le debolezze della _jeunesse dorée_, rappresentava la generazione antica. Il dissidio tra i due sposi non tardò a scoppiare, e si intrecciò con la lotta tra il partito della giovane nobiltà e il vecchio partito tradizionalista, che incominciava a farsi seria. Pare che Giulia alla fine tradisse il marito; e si mettesse alla testa di una vera _côterie_ di giovani nobili, che complottavano per escludere Tiberio dalla successione eventuale di Augusto con tutti i mezzi, calunniandolo presso Augusto e fra il popolo, alienando da lui gli amici, e infine cercando di opporgli dei rivali potenti. Da Agrippa e da Giulia erano nati parecchi figli, di cui il maggiore aveva allora 14 anni. Essendo stato adottato da Augusto, si chiamava Caio Cesare. Il partito nemico di Tiberio pose gli occhi su questo giovinetto, per farne il rivale di Tiberio; e, dopo aver cercato di aizzarlo contro costui, fece da parecchi suoi membri proporre ai comizi una legge, per cui Caio Cesare potesse assumere il consolato, allorchè avrebbe toccato i venti anni. Il giovinetto, come figlio di Agrippa e figlio adottivo di Augusto, era molto amato dalla plebe, che ormai si era avvezzata a queste rapide carriere dei membri della famiglia del _princeps_. I nemici di Tiberio contavano su questo sentimento, per fare riuscire la loro proposta: ma Augusto da principio si oppose con tutta la sua autorità, comprendendo il pericolo insito in quella mossa dei nemici di Tiberio. Purtroppo fu facile riscaldare in favore di Caio il popolo, che amava poco i Claudî, molto i Giulî; Giulia a sua volta non stette inoperosa; e alla fine Augusto cedè; lasciò che Caio Cesare fosse nominato console con cinque anni di anticipo. Si affrettò però a dare a Tiberio un compenso, un grande compenso, facendogli attribuire per cinque anni la potestà tribunicia, ossia lo fece suo collega, come era stato Agrippa. Ma Tiberio era un Claudio, un aristocratico, un uomo tutto di un pezzo, e non tollerò l’affronto per il compenso: rifiutò l’onore, chiese ad Augusto il permesso di ritirarsi a vita privata e si recò in volontario esilio nella minuscola isola di Rodi (6 a. C.). Invano Augusto lo supplicò di restare.

51. =La lotta tra i Giulî e i Claudî.= — La partenza di Tiberio fu una grande disgrazia per la repubblica. Augusto rimase solo alla testa della repubblica, senza disporre più di un collega capace e sicuro; e l’amministrazione ricadde rapidamente nella confusione e nella negligenza di un tempo. Quel po’ di ordine che era stato ottenuto con tanta fatica, in venti anni, viene meno. Le finanze si dissestano di nuovo, sino al punto che l’erario non può più mantenere gli impegni presi con l’esercito, alla vigilia della grande spedizione germanica. Ma Augusto non si risolve nè a studiare, nè a far studiare una riforma delle imposte, e preferisce, stanco e sfiduciato, vivere alla giornata, addossando alla propria fortuna personale buona parte del carico delle pubbliche spese, o trascurando i servizi pubblici. Le leggi sociali sono ogni giorno meno osservate, e gli esuli, colpiti dalla legge _de adulteriis_, abbandonano i luoghi di relegazione, e si spargono nel festoso Oriente o nell’Occidente, vivendo ovunque allegramente. La legge _de maritandis ordinibus_, che colpiva con tanta durezza i celibatari impenitenti, è elusa facilmente da un grande numero di matrimoni senza figliuoli, che la legge non contemplava. Anche l’esercito, non più comandato da un _imperator_, che sia tale non soltanto di nome, pericola; le reclute scarseggiano in Italia; è necessario accrescere continuamente il numero dei corpi ausiliari, reclutando un numero sempre maggiore di provinciali — galli, germani, siriaci; la disciplina si allenta, l’istruzione decade.

Ma la maggior pietà dello Stato in rovina era il senato. A quanti espedienti aveva ricorso Augusto per farlo almeno rivivere alla meglio! Ora egli l’aveva rinsanguato con elementi nuovi, tratti dall’ordine dei cavalieri, minacciando di escluder questi dall’ordine equestre, se non volessero entrare in senato; ora aveva colpito di crescenti ammende i senatori che non frequentavano le sedute; ora aveva pensato di ridurre il numero delle sedute obbligatorie, e rimpicciolito, per quelle che cadevano nei mesi della villeggiatura o della vendemmia, il numero di senatori che avrebbero dovuto essere presenti. Aveva infine creato nel senato una più ristretta Commissione di senatori, estratti a sorte ad assistere, essi soli, nelle deliberazioni correnti, il presidente, salva poi la ratifica del senato convocato in adunanza plenaria. Ciò non ostante, i senatori non venivano, e di ogni affare grave si scaricavano sulle ormai deboli spalle del principe, stanco ed invecchiato.

Alle difficoltà interne si aggiungono le esterne. La Germania era abbandonata a sè stessa; nessuno pensava seriamente a darle leggi e ordinamenti durevoli. In Oriente, l’ordine ristabilito con tanta fatica nei primi anni del principato, vacillava di nuovo: in Giudea, dopo la morte del re Erode, avvenuta nel 4 a C., il partito nazionalista aveva ripreso ad agitarsi, e il governatore della Siria, Quintilio Varo, aveva dovuto accorrere con grandi forze; nell’impero dei Parti, a Fraate, morto nel 3 a. C., era successo Fraatace, il quale, all’opposto del padre, era ostile a Roma, aveva occupato l’Armenia e scacciato il re riconosciuto e protetto dalla repubblica.

È probabile che Tiberio avesse fatto assegnamento su tutte queste difficoltà, le quali costringerebbero un giorno o l’altro Augusto a richiamarlo a Roma. Ma Augusto, che sembra aver sempre stimato più che amato Tiberio, era stato molto irritato dal suo ritiro; e, dopo la sua partenza, si era accostato al partito della giovine nobiltà, avverso a Tiberio e ai tradizionalisti, cercando di governar l’impero con questo. Aveva fatto ricoprire di onori Caio Cesare, ne aveva accelerata la carriera, aveva fatto concedere gli stessi onori e privilegi al fratello suo Lucio; aveva mostrato di voler considerare questi due giovani come i due soli aiuti e collaboratori, sui quali ormai facesse assegnamento. A sua volta il partito tradizionalista, di cui Livia, la madre di Tiberio, sembra essere stato l’anima, cercava di combattere la potenza crescente del partito avverso, e di far richiamare Tiberio. Di qui intrighi, lotte, cabale, scandali. Uno di questi scandali travolse, nel 2 a. C., Giulia. Pare che il partito tradizionalista, avendo capito che Tiberio non ritornerebbe a Roma finchè Giulia non ne fosse scacciata, sia riuscito a procurarsi le prove del suo adulterio e che uno dei suoi membri l’abbia denunciato in base alla _lex de adulteriis_, fatta approvare da Augusto nell’anno 18. Secondo questa legge, quando il marito non voleva o non poteva, il padre doveva punire la adultera. Il marito, Tiberio, non era a Roma. Augusto dovè, in forza della sua stessa legge, colpire la figlia; e la esiliò a Pandataria. Ma non per questo si riconciliò con Tiberio: e quando finalmente nell’anno 1 dell’era volgare si risolse a mandare un esercito in Oriente, per cercar di venire ad un accordo con i Parti, ne diede il comando a Caio Cesare, che era un giovinetto inesperto, e lo fece accompagnare, perchè gli fossero guide e maestri, da acerbi nemici di Tiberio.

Così la fortuna di Tiberio pareva essere stata spezzata per sempre dall’errore commesso nell’anno 6, uscendo di Roma. Il partito avverso, avendo per sè Augusto, era così potente quanto implacabile. Solo nell’anno 2 dell’êra volgare, per l’intercessione di Livia, egli potè ottenere di ritornare a Roma, a condizione però di restare in disparte e di vivere come un privato. Ma a questo punto la fortuna, che lo aveva per otto anni perseguitato, si volse di nuovo in suo favore. In quello stesso anno Lucio Cesare moriva di malattia; e sedici mesi più tardi, al principio dell’anno 4, moriva in Oriente, in seguito a una ferita, il fratello suo Caio. Queste morti precoci erano troppo utili alla causa di Tiberio, perchè la gente non dovesse sospettare la mano di Livia: ma senza nessuna seria ragione. Le grandi famiglie non furono mai esenti dal pagare anch’esse con morti precoci il tributo alla natura. Ad ogni modo, dopo l’esilio di Giulia, il partito avverso a Tiberio perdeva i due uomini rappresentativi su cui faceva assegnamento; Augusto restava di nuovo solo, senza collaboratori validi; la situazione in Oriente si aggravava di nuovo, e, quel che è peggio, delle rivolte incominciavano in Germania. Il partito di Tiberio rialzò la testa; domandò ad alta voce che si richiamasse agli affari quello che era il miglior generale, e, dopo Augusto, il politico più sperimentato del suo tempo. Ma Augusto resistè ancora. Finalmente, quando la rivolta parve divampare più minacciosa che mai in Germania, il partito di Tiberio perdè la pazienza; e sembra avere addirittura tramato una congiura, per vincere le ostinate riluttanze del vecchio Augusto, i cui poteri presidenziali erano stati frattanto prolungati, l’anno prima, per dieci anni. È la famosa congiura, che ebbe a capo un nipote di Pompeo, Cornelio Cinna. Quale ne fosse il vero scopo, non sappiamo; sappiamo solo che, scoperta la congiura, Augusto si affrettò a perdonare ai congiurati e a richiamare Tiberio al governo. Il 26 giugno del 4 dell’êra volgare egli lo adottava come figlio, e gli faceva, dai comizi, conferire la potestà tribunicia per dieci anni. Nuovamente, dunque, la repubblica aveva due capi, come allorchè Agrippa viveva; e di essi l’uno, il più attivo, il più giovane, era un Claudio, il più puro rappresentante del partito tradizionalista e conservatore.